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PROSEGUONO, A ZAGABRIA, GLI APPUNTAMENTI
SETTIMANALI CON I FILM DI LUCHINO VISCONTI

«Le notti bianche» all'Istituto Italiano di Cultura
Il racconto di Dostoevskij reinventato e trasferito a Venezia

ZAGABRIA – Continua presso l'Istituto Italiano di Cultura di Zagabria il cineforum didattico su Luchino Visconti (1906 - 1976), organizzato in occasione del centenario della nascita del grande regista italiano. Dopo "La terra trema", proiettata lo scorso venerdì, si prosegue questa settimana (venerdì 20) con "Le notti bianche" diretto da Visconti nel 1956, tratto dall'omonimo racconto di Feodor Dostoevskij, con Marcello Mastroianni, Maria Schell, Clara Calamai, Jean Marais, Nando Angelici.
Il film racconta la storia di Mario, giovane impiegato. Una sera, tornando a casa, intravede una ragazza che piange. Il suo nome è Natalia e gli racconta di vivere con la nonna quasi cieca in un appartamento; la donna si confida con lui raccontandogli di essersi innamorata dell'inquilino che abitava una stanza subaffittata, poi lui se n'è andato, promettendo di ritornare dopo un anno. Mario intanto si è innamorato di lei e cerca di persuaderla a non vivere d'illusioni e di vane speranze... Il racconto di Dostoevskij è reinventato da Visconti che lo trasferisce da San Pietroburgo a una Venezia notturna e teatrale.
Il 3 febbraio si prevede la messa in onda di "Senso" film del 1954 con Alida Valli, Massimo Girotti, Farley Granger, Rina Morelli. Tratto dalla novella di Camillo Boito, il film si apre alla Fenice di Venezia, alla vigilia della battaglia di Custoza. Una rappresentazione del "Trovatore" causa una manifestazione irredentista durante la quale il marchese patriota Ussoni sfida il tenente austriaco Franz Mahler. La contessa Livia Serpieri, ardente patriota ma sposata con un collaborazionista, per salvare il cugino Ussoni incontra Franz di cui s'innamora. Il 10 febbraio, a conclusione dei venerdì sera dedicati al centenario della nascita di Luchino Visconti, verrà proiettato al pubblico "Rocco e i suoi fratelli " girato nel 1960 con Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot, Corrado Pani, Adriana Asti. È la storia della vedova Rosaria Parondi che lascia con i suoi quattro figli il paese in cui era nata nella Lucania, per trasferirsi a Milano. Qui vive già il figlio maggiore Vincenzo. La famiglia trova una sistemazione in un seminterrato in periferia. Qui Rocco lavora come operaio, mentre il fratello Simone si dedica alla boxe, ma finisce nella malavita. In quest'occasione collaborarono con Visconti Vasco Pratolini e Suso Cecchi D'amico, per le musiche Nino Rota, per la fotografia Giuseppe Rotunno.

Scrittori italiani a Zara: De' Bersa e Colautti
Dal filoslavismo all'irredentismo

Di Antonio de’ Bersa non si conoscono le date di nascita e della morte. Visse almeno sessant’anni nell’Ottocento e una decina nel Novecento. Figlio primogenito del nobile Giuseppe, stabilitosi nel 1834 a Zara per assumere la presidenza del Tribunale Collegiale (il titolo nobiliare gli fu concesso dall’imperatore Ferdinando I nel 1839), Antonio de’ Bersa fu storiografo, romanziere e poeta occasionale. Dal 1850 professore al ginnasio zaratino, esercitò a un tempo l’avvocatura e fu attivo nella vita politica. Tra il 1868 e 69 diresse la rivista bilingue di giurisprudenza “Sudnica – L’Aula” (Alberti Puschi (A. P.), Antonio de’ Bersa, in "Archeografo triestino", 15/1889; Ivo Perić, "Dalmatinski sabor 1861– 1912/La Dieta dalmata dal 1861 al 1912", Zara, 1978.) Il suo filoslavismo lo portò ad aderire al partito nazionale croato che egli rappresentò come deputato alla Dieta provinciale dalmata dal 1870 al 1875. Oltre a poesie – una delle quali dedicata a Nicolò Tommaseo – pubblicò saggi storici, un romanzo fantascientifico e un volumetto di testi per teatro. Raccolse i versi in "Poesie dell’avvocato Dr. Antonio de' Bersa" (Trieste, 1874), e i saggi ne “Il consiglio decennale, appunti di storia municipale triestina in due volumi" (Trieste, 1887 e 1888). Il romanzo, pubblicato a Milano nel 1858, ha per titolo "Ad astra, fantasia dell’avvenire". Celebrando le nozze d’oro, l’ormai ultrasettantenne de Bersa scrisse e riunì nei libri "Dialoghi e monologhi. Reminiscenze dell’ 'Adria'” (Trieste, 1901) e "Bozzetti scenici" (Trieste, 1902) i testi che aveva scritto per il teatro. Il secondo contiene due atti unici: “Vita Nuova” e “Un’Istantanea”. Non erano gran cosa, ma nemmeno le vette olimpiche della letteratura non erano la sua aspirazione.
Nato il 23 ottobre 1851 a Zara (si spegnerà a Roma il 9 novembre 1914), Arturo Colautti fu un uomo completamente diverso dal Bersa ed occupò “una posizione eminente nella creazione letteraria in lingua italiana” della Dalmazia sul finire del XIX secolo. Nel campo della poesia superò di gran lunga il prolifico Sabalich e il Bersa suoi contemporanei, ed altri conterranei. Giornalista, poeta, drammaturgo e narratore, fu indubbiamente una delle migliori penne che abbia dato Zara. Grande patriota italiano, fu giornalista aggressivo e battagliero.
All’età di 17 anni fondò il giornale “Il Progresso”, seguito da “La Leva”. Laureatosi poi a Vienna in storia e geografia, andò a Fiume a dirigere “La Bilancia”, passando poi nella città natale a “Il Dalmata” del quale fu direttore dal 1872 al 1874. Diresse successivamente “L’Avvenire” di Spalato dal 1876 al 1880, trasformandolo in un polemico giornale irredentista. Nell’anno in cui prese a dirigere il giornale spalatino, fondò la "Rivista dalmatica" di cultura e letteratura, che ebbe breve vita. A causa di un articolo antiaustriaco apparso su “L’Avvenire” il 28 settembre 1880, Colautti venne aggredito da sette soldati e ferito. Costretto all’esilio continuò la sua missione al servizio dell’irredentismo dalmato dapprima a Napoli, dove per quindici anni diresse prima il “Corriere del Mattino” e poi il “Corriere di Napoli”, infine a Milano dal 1912 al 1914. Nel capoluogo lombardo diresse “L’Alba” e collaborò con il “Corriere della Sera”. Veemente polemista anche sui giornali italiani, sostenne per questo perfino un duello con Matteo Renato Imbriani. Fu amico di Giosuè Carducci, di Alfredo Oriani e Gabriele D’Annunzio.
Pubblicò le raccolte di poesie "Dio e la donna" e "Canti virili" nel 1896, e il poemetto "Terzo peccato" (1906) strutturato in 23 canti in terza rima. Nel campo della narrativa Colautti ha lasciato il racconto "Nihil" (1880) e i romanzi "Fidelia" (Milano 1886), "Il figlio" (ibidem, 1894) e "Primadonna", quest’ultimo uscito postumo nel 1921 a Firenze. Sempre postumo fu pubblicato con il titolo di "L’Imperatore" (Ferrara, 1921) un ciclo di sessanta sonetti sulla figura di Napoleone I, a cura della figlia del poeta Ofelia Colautti Novack che è anche autrice di una ampia biografia del padre "Arturo Colautti. Il poeta della vigilia italica. Documentario storico biografico aneddotico, corredato di illustrazioni lettere e poesie del poeta" (Milano, 1939).
Molto di sé diede Colautti al teatro lirico e di prosa con una quindicina di testi drammatici, alcuni dei quali ridotti a libretti d’opera. Fra questi ricordiamo la Fedora" musicata da Umberto Giordano e Adriana Lecouver musicata da Francesco Cilea. Nella produzione drammatica risaltano Dona Flor (1896), Camicia rossa (1911), Daria Sommer (1910) e la commedia in tre atti L’Altro (1889). L’atto unico “Dona Flor” (musicato da Niccolò Van Westerhout), emerge per il verso ben curato, i vivaci dialoghi, le forti scene. Entusiasmo risorgimentale pervade “Camicia rossa”, un dramma nel quale al centro della trama sono due fratelli nati in territorio di frontiera, figli della stessa madre italiana e di due padri di nazionalità diverse, cresciuti sotto lo stesso tetto all’epoca delle lotte garibaldine per l’unità d’Italia. Chiamati alle armi contemporaneamente nell’esercito austriaco, vestono la medesima uniforme, ma l’uno indossa sotto di quella la camicia rossa e con ciò fa idealmente la sua scelta di campo, mentre l’altro fratello è austrofilo… Anche questo dramma è scritto in versi. Fra i drammi ridotti a libretti vanno ricordati Fedora, Adriana Lecouvreur, Gloria e Fasma, musicati il primo da Umberto Giordano, il secondo e terzo da Cilea, l’ultimo da Pasquale La Rotella (Milano 1908).
Sotto lo pseudonimo di “Fram”, Colautti scrisse importanti articoli di critica militare. Una perla della sua poesia, nei “Canti virili” è "La Veneziana". Il poema “Terzo peccato” ovvero “Il poema del dolce peccato che è l’amore", come scrisse I. Tacconi ne “La Rivista Dalmatica” (VII, Zara 1924), è una bizzarra e dannunzieggiante imitazione della "Divina commedia"; la sua parte principale è una “diluita parafrasi” del V canto dell’Inferno dantesco.
Dei romanzi, tutti a fosche tinte, si fanno leggere ancor oggi i primi due, soprattutto “Il figlio” ritenuto opera notevole “per una colorita rappresentazione del mondo romano parlamentare e burocratico”. Alcune poesie del Colautti furono tradotte e pubblicate su prestigiose riviste croate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i secoli che anche Colautti contribuì a contrassegnare (vedi anche in: A. Cippico, "Un poeta di Dalmazia", in “Rassegna contemporanea”, Roma 10.VII.1914; "Alfredo Colautti", in "Archivio storico per la Dalmazia, VI/1928; I. Tacconi, "Il poema del dolce peccato", ne “La Rivista dalmatica”, Zara VII/1924).
“Deficienze di stile ed eccessivo spirito mordace e polemico gli vietarono di attingere le vette dell’arte; ma il suo impetuoso ardore, per cui lasciò la città natale per tener desto a Napoli ed a Milano lo spirito dell’irredentismo, e le elevate qualità del suo carattere gli conferirono una personalità non confondibile e non dimenticata”. Così si legge in quel “Dizionario storico della letteratura italiana” di U. Renda e P. Operti (Torino 1957) che pure riserva lo spazio soltanto ai grandi delle nostre lettere.

A cura di Giacomo Scotti
(10 e fine)