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Influenza aviaria: l'area paludosa di Pantan è zona ad alto rischio
ZAGABRIA - Il cigno rinvenuto morto una settimana fa nell'area di Pantan, poco distante da Traù (Trogir), in Dalmazia, era affetto dal virus più letale dell'influenza aviaria, l'H5N1. Lo ha confermato ieri mattina il Centro per la pollicoltura del Centro nazionale di veterinaria. Il Ministero dell'Agricoltura, Economia idrica e Forestale, già sabato mattina, ossia non appena appurato che il cigno era infetto dal virus H5, aveva intrapreso tutte le misure necessarie previste in casi del genere. Per questa ragione, stando al portavoce del Ministero in parola Mladen Pavić, non saranno necessari ulteriori provvedimenti. Nel raggio di tre chilometri da Pantan, sono stati eliminati tutti i pennuti domestici - complessivamente 1.195 volatili. Nel contempo, tutti gli impianti sono stati disinfestati.
Legge italiana sulla cittadinanza, il premier Janša risponde a Jelinčič LUBIANA - "Il governo ritiene che la nuova legge italiana sulla cittadinanza non possa avere gravi ripercussioni sugli interessi sloveni". Lo ha dichiarato ieri a Lubiana il premier, Janez Janša, rispondendo in Parlamento all’interrogazione di Zmago Jelinčič, leader del partito nazionale. Per il primo ministro sloveno, le norme approvate dal Parlamento italiano, ma non ancora entrate in vigore, sono effettivamente un po' insolite. Estendono il diritto alla cittadinanza italiana ad una cerchia più vasta di persone, in base a criteri piuttosto elastici, comprendenti l'uso della lingua e la conoscenza della cultura italiana. Lo stato sloveno non può interferire in alcun modo con la decisione dell'Italia. Janša si è detto convinto che l'interesse per la cittadinanza del vicino Paese sarà contenuto. "I privilegi derivanti da questo status per gli sloveni sono limitati, poiché, in qualità di cittadini europei, sono parificati agli italiani. Unica eccezione, anche questa limitata nel tempo, il libero accesso al mercato del lavoro", ha rilevato ancora il primo ministro. Respinte come poco probabili anche le tesi di Jelinčič, sui rischi di speculazioni nella compravendita d'immobili. "Il mercato immobiliare è stato liberalizzato dopo l'entrata della Slovenia in Europa. Esistono ancora alcune limitazioni nella fascia confinaria e per i terreni agricoli, ma non esistono motivi validi che facciano temere per gli interessi nazionali sloveni", ha concluso Janša. (gk)
Šeks sui croati di bosnia ZAGABRIA – Il presidente del Sabor Vladimir Šeks ha dichiarato che in base all'accordo bilaterale sulla doppia cittadinanza fra Croazia e Bosnia ed Erzegovina, i croati di Bosnia continueranno a poter acquisire il passaporto croato. Šeks ha confermato che il Governo ha ritirato dalla procedura parlamentare la proposta di ratifica della Convenzione europea sulla cittadinanza. Il presidente del Sabor ha pure rigettato le proposte di reintrodurre la Camera delle Contee nella quale dovrebbero sedere i rappresentanti della diaspora e delle etnie, affermando che non sono richieste irreali.
L'INTERVENTO
Un mese fa gli esuli per iniziativa dell’Unione degli Istriani, affiancata dall’Associazione delle Comunità Istriane e dal Libero Comune di Pola in Esilio, hanno effettuato una manifestazione davanti alla sede del Parlamento Europeo. Abbiamo appreso con rammarico che molte polemiche hanno diviso il mondo degli esuli nei giorni precedenti la manifestazione. Avendo sempre auspicato una forte coesione degli esuli fra loro e con i rimasti riteniamo che queste divisioni, riguardando iniziative dirette alla soluzione di problemi su cui tutti concordano, non aiutano a raggiungere i traguardi auspicati. Per questi motivi non abbiamo capito le ragioni della mancata adesione, organizzata a livello centrale e periferico dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli né per quale motivo da parte di alcuni esponenti di rilievo il livello di scontro e di contrapposizione è stato tale, da far pensare all’intento di provocare il fallimento dell’iniziativa. Ci riferiamo alla polemica sul termine “genocidio” evocato e posto a base della Manifestazione del 18 gennaio. Certamente chi ha sollevato la questione non sapeva che la minoranza italiana quando alla fine degli anni 80 riacquistò una certa libertà di espressione, lamentò più volte la lesione dei propri diritti, definendo il proprio status con l’analogo termine di “etnocidio“ e non mi risulta che all’epoca si siano levate contestazioni sull’uso di tale termine, che definiva la politica che portava all’assimilazione e quindi alla progressiva scomparsa del Gruppo Etnico. Che un forte processo di assimilazione colpisca la minoranza può considerarsi ormai dato acquisito e pacifico, verificabile purtroppo quasi quotidianamente perfino tramite le cronache di questo quotidiano. Le responsabilità dell’Italia su questa situazione sono molteplici e di esse hanno da lamentarsi sia gli esuli che i rimasti. Per fare qualche esempio basterà ricordare la cessione dei beni degli optanti alla Jugoslavia a saldo dei danni di guerra, il mancato indennizzo agli ex proprietari, il mancato controllo sulla restituzione dei beni a 500 optanti, prevista dal Trattato di Roma del 1965 e individuati solo vent’anni dopo, nel 1985, con la semplice pubblicazione dell’elenco sulla Gazzetta Ufficiale, il silenzio di questi ultimi dieci anni sulla politica discriminatoria praticata dalla Slovenia e dalla Croazia nei confronti degli Italiani al fine di impedire loro l’acquisto di immobili in Istria, Quarnero e Dalmazia. A ciò aggiungiamo un Presidente della Repubblica che dichiarò nel 1991 di non conoscere l’esistenza del Gruppo Etnico Italiano e il micidiale cocktail di personaggi che tre anni dopo occupavano il ruolo l’uno di Ambasciatore a Zagabria, l’altro di Presidente dell’Istituto Italiano di Cultura, il terzo di sottosegretario agli esteri, e che coralmente sostenevano contro la minoranza le tesi dell’HDZ e furono rimossi solo dopo un intervento al M.A.E. di Coordinamento Adriatico; e, con il Trattato di Osimo, la rimozione del livello di protezione della minoranza, previsto nella ex zona B e costituito essenzialmente dal controllo internazionale, e la conseguente continua erosione dei cosiddetti “diritti acquisiti”. Vero è, a questo proposito, che con il Trattato Dini-Granić del 5 novembre 1996 si cercò di rimediare a questo grave errore che già nei venti anni trascorsi aveva provocato danni incalcolabili al gruppo etnico italiano. L’art. 3 del trattato prevedeva infatti l’impegno della Croazia ad assicurare al più alto livello l’uniformità di trattamento tramite la graduale estensione dei diritti garantiti dai trattati internazionali nell’ex zona B a tutto il territorio del suo insediamento storico. Tali diritti pur nuovamente confermati ed estesi restarono solo sulla carta. Nessuna estensione dei diritti, anzi neppure il ripristino di quelli che, frattanto, erano stati tolti. Basti pensare considerando solo gli ultimi fatti, al tentato blitz dei cartelli solo in croato sulla Ipsilon istriana, e al ricorso alla Corte Costituzionale avverso l’iniziativa del Comune di Valle di ripristino dei toponimi storici e autoctoni. Da parte italiana nessun controllo, nessuna protesta, la solita prudenza, il solito conformismo, il solito disinteresse. Il 10 settembre 2005 a conclusione del convegno di Umago su “giovani italiani di qua e di là dal confine, come costruiamo insieme il futuro della Comunità Nazionale Italiana?” Coordinamento Adriatico, che aveva promosso l’iniziativa con il Forum Giovani di Unione Italiana, ha segnalato al Ministero degli Esteri Italiano il problema della sopravvivenza del Gruppo Etnico Italiano e indicato, quali opportune strategie, l’attuazione dell’articolo 3 del Trattato Dini-Granić, l’estensione della rete scolastica in lingua italiana, l’estensione del segnale di radio e TV Capodistria a tutto il territorio di insediamento storico della minoranza. Cesare Papa |