I nostri commenti


Culturando
di autori vari

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23.12.2006
Corrispondenza di sensibilità tra minpoeti italiani e sloveni

18.11.2006
Ma si può sapere
che cosa vogliamo?

21.10.2006
Alla ricerca del senso perduto

23. 9.2006
Uno sguardo a ritroso
al festival di Sarajevo

22. 7.2006
Prosperità materiale
per crescere in cultura

4. 7.2006
Cultura, il patrimonio
più prezioso della CNI

23.12.2006
Corrispondenza di sensibilità
tra minpoeti italiani e sloveni

di Martina Gamboz

Avete mai finito di leggere un libro con il desiderio di saperne di più, di conoscerne il seguito, di approfondire le sensazioni sbocciate? “Versi diversi - drugačni versi” è un’antologia che raccoglie una selezione della produzione poetica della Comunità nazionale italiana in Slovenia e Croazia e della Comunità nazionale slovena in Italia. Nasce per volontà di Unione Italiana con la collaborazione dell’Unione dei Circoli Culturali Sloveni e il cofinanziamento dell’Unione Europea attraverso il programma Phare CBC in Slovenia e l’Interreg IIIa in Italia. L’attività svolta in Italia è riconducibile al progetto speculare che porta lo stesso nome Poeti di due minoranze e si articola in diverse fasi progettuali.
Poeti di due minoranze è un progetto che si prefigge di creare un esempio di politica culturale transfrontaliera. Una dicitura ampia per descrivere un incontro di coloro che nel quotidiano non hanno degli ambiti di frequentazione comune, anche se condividono una condizione sociale, l’appartenenza ad un gruppo minoritario immerso in un contesto statale non sempre favorevole.
I veri artefici del lavoro sono stati la professoressa Elis Deghenghi Olujić e il professore Miran Košuta, che hanno innanzitutto selezionato i 24 poeti, presentandoli con una scheda biografica e una bibliografica, una cernita di tre componimenti poetici e un testo critico introduttivo. La grande novità riguarda il codice linguistico: sono state tradotte infatti sia le poesie, sia i testi critici che le accompagnano, risultando di fatto l’antologia integralmente bilingue.
Sfogliando l’antologia si intravede una corrispondenza di sensibilità, di rimandi del cuore, che per essere percettibili devono varcare le soglie della mediazione: la mediazione linguistica e quella poetica. L’ operazione è resa possibile dalla sensibilità delicata dei traduttori, che metaforicamente si ergono a guardiani di queste sensibilità ed aprono porte che ci conducono attraverso i 24 mondi poetici. La poesia Crus di Libero Benussi tradotta in sloveno da Marko Kravos è esempio di questa operazione culturale. La versione slovena risulta estremamente viva, abbraccia lo spirito rovignese di Benussi e ne ricrea la musicalità grazie alla sensibilità di Kravos. Il traduttore di Crus interpreta un vissuto vicino al suo, le cui sfumature tra mio e tuo sì dissolvono senza per altro soffocare l’originale. È un corteggiarsi di parole, scelte con gusto, un’intarsio preciso e amorevole, la cui traduzione è creazione e quella croce si apre ad una dimensione nuova. Questo altro da sé è mutuato dalla lingua, portatrice nel caso di Kravos del contesto in cui il traduttore opera e vive. La traduzione cela la novità nel non detto e come tale ha valore quanto l’originale. Il gusto massimo di quest’esperienza viene indubbiamente offerta al lettore bilingue che gode sia della lettura dell’originale sia della traduzione.
La Slovenia sta vivendo un periodo di transizione in cui nascono progetti cofinanziati dai programmi europei a cui alcune valenti personalità infondono il proprio amore, le proprie conoscenze e il senso di appartenenza al gruppo nazionale. È un periodo breve che gli esperti definiscono come momento di passaggio. Poi toccherà alla Croazia, che speriamo alla luce di queste esperienze riuscirà a fare anche meglio, incentivando ulteriormente la vita culturale del gruppo nazionale italiano.

18.11.2006
Ma si può sapere
che cosa vogliamo?

di Claudio Deghenghi

Questa è la domanda che vorrei porre alla Comunità Nazionale Italiana delle Repubbliche di Croazia e Slovenia. A chi devo indirizzarla o girarla? Al primo connazionale che incontro per istrada? Ad ognuna delle trentamila persone che da noi si dichiarano italiane? O solo alle persone che sono e operano da intellettuali, indipendentemente dal campo della loro attività. O solo agli operatori culturali impegnati esclusivamente nel campo della cultura: scuola – università – editoria – stampa – radio – televisione – istituti vari – teatro – accademia d’arte e di musica – musei – biblioteche – organizzazioni culturali dilettantistiche, e basta? Solo agli occupati, oppure anche ai pensionati? Solo ai giovani o solo ai vecchi? solo all’Unione Italiana? E a chi per essa? Alla sua Assemblea? Alla sua Giunta? O solo ai loro presidenti? Insomma, cari connazionali, si capisce subito che il connazionale che non pensa e non agisce simultaneamente per se stesso o per tutti gli altri insieme è come se non figurasse più come connazionale, bensì solo come una persona qualsiasi, che fa solo i propri interessi. Se vogliamo pensare ed agire insieme, da connazionali uniti per il bene individuale e comune, insieme, allora dobbiamo darci una mossa, di cervello prima ancora che di gambe.
Tempo fa la nostra carissima Nelida Milani Kruljac ebbe a sentenziare giustamente che all’Unione Italiana mancava, e manca ancora l’UTOPIA. Che cosa voleva dire con questo? Certamente intendeva che alla sua azione mancava la visione umana e sociale della modernità nella sua totalità, tutta la moralità e tutta l’esteticità dell’agire sociale più autentico. E l’utopia vuol significare proprio questo: un progetto di pensiero di ampio respiro – ma solo di pensiero, lo ripeto, non altro – che sia soprattutto filosoficamente, scientificamente, politicamente, economicamente, moralmente ed esteticamente valido per tutti. Un progetto di pensiero che funga soprattutto quale strumento di azione politica, a creare un nostro movimento culturale moderno, come ad agire singolarmente e collettivamente con coerenza. Infatti, se l’Unione Italiana si limita a fondare istituzioni e ad erigere o a ristrutturare fabbricati a sedi della comunità nazionale, dove è concesso o permesso che faccia il bello e il brutto tempo il primo o l’ultimo arrivato, senza incidere profondamente nella realtà quotidiana di tutti i connazionali, senza migliorare le sorti dei nostri destini, allora non solo l’Unione Italiana, bensì pure la Comunità Nazionale Italiana possono chiudere bottega, e buona notte a tutti i suonatori. Ma se esse invece devono dotarsi di un’utopia che indichi la rotta per tutta una comunità esistenziale di uomini, donne e bambini italiani, allora deve fare le cose sul serio e per bene.
Bisogna allora incominciare a pensare col mettersi bene intesta che l’attuale crisi di identità della CNI, fatti salvi gli usi e i costumi neolatini – italiani – veneti – istriani fiumani e dalmati, è particolare rispetto alle questioni dell’esodo, delle nostre rappresentanze parlamentari e consiliari e dell’uso della lingua italiana (bilinguismo, trilinguismo, parlato, scritto, privato e pubblico, ecc.)l. Per tutto il resto dei problemi della nostra vita e della nostra storia, cioè dei nostri destini, la nostra crisi di identità è perfettamente uguale alla crisi generale di identità, cioè alle varie crisi d’identità di tutti gli esseri umani contemporanei, entro le crisi di identità di tutte le forme di comunità esistenziali al mondo, dalla famiglia attraverso la Comunità Europea fino alla comunità internazionale. Ma forse noi questa crisi l’abbiamo sofferta più che altrove nell’occidente, Infatti, dopo la caduta del Muro di Berlino, da noi ci sono state le ultime guerre balcaniche degli anni novanta del XX secolo, precedute dal crollo della Jugoslavia socialista. Ed è successo che la fondazione e la costituzione della Repubblica di Croazia e di Slovenia quali stati indipendenti, ma sulla base degli ordinamenti capitalistici dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti d’America, hanno trasformato in profondità pure la nostra esigua comunità nazionale, e non solo per la questione dei nuovo confini statali. In che senso, allora? Nel senso che da allora ognuno di noi e ogni nostra famiglia sono costretti a guadagnarsi da vivere soltanto, anzi, esclusivamente, entro il sistema moderno di collocazione lavorativa e di privilegi occidentali, naturalmente capitalistico, che non fa sconti a nessuno. Questa crudele verità non è ancora avvertita e percepita diffusamente in seno alla nostra comunità nazionale, poiché la CNI è veramente altra cosa e dura ancora l’ubriacatura della eguaglianza del socialismo dell’autogestione operaia e sociale della Jugoslavia socialista. Ma i fumi dell’ubriacatura si stanno dissolvendo ed esaurendo, e i giovani già lo sanno e lo vedono. Il disincanto sarà presto generale e totale. Che cosa penseremo e che cosa faremo allora?
Insomma, per far fronte a tutti i problemi nuovi nei quali la nostra CNI è sommersa abbiamo veramente bisogno di una nuova UTOPAI, cioè di una visione e quindi di una concezione organica di se stessi nel mondo adeguata all’attuale realtà, altrimenti non se ne esce vittoriosi e vincenti. “La Voce del Popolo” del 17 dicembre 2005, nell’inserto “In Più Cultura” no. 7, riportava un mio primo articolo su questi argomenti intitolato: “Il coraggio dell’utopia per una teoria generale CNI” tratto dal mio saggio intitolato “Il nostro umanesimo comunitario”, tuttora in corso d’opera. Ebbene, nessuno, dico nessuno dei nostri intellettuali ha preso finora posizione pubblica in merito. Eppure in esso si ponevano le basi per un discorso serio sull’utopia nuova, di cui noi avremmo bisogno per una rivoluzione spirituale tutta nostra, come per la creazione di un vero movimento culturale CNI, che si assumesse l’onere tanto della sua stesura definitiva quanto della sua realizzazione pratica. Pare che ogni nostro intellettuale coltivi solo il proprio orticello, e si accontenti così, mentre il mondo continua a mondeggiare senza di lui e senza di noi. A me comunque è servito un anno intero solo per gettare le basi della nostra nuova utopia, della sua metodologia, per la raccolta e l’esame del materiale necessario e per la stesura delle sue prime cento pagine.
Ogni utopia moderna che si rispetti può nascere in noi e tramandarsi da padre in figlio soltanto se, e nella misura in cui è fondata nel culto dei princìpi che nutriamo per la libertà l’eguaglianza la fraternità la democrazia e la pace nella assoluta dedizione generale al bene comune, e quindi pure nella causa comune di tutti gli esseri umani ai quali è destinata. I princìpi che nel saggio io propongo ai miei connazionali sono stati tratti dalle opere maggiori dei più grandi filosofi e scienziati ai quali l’Occidente ha dato i natali negli ultimi due mila e cinquecento anni, ma preventivamente messi al setaccio crudele ed irriguardoso della nostra storia, che li ha per noi definitivamente convalidati, in tutto o solo in parte. Essi sono già alla portata di mano di ognuno di noi in quanto esseri umani nell’essere sociale delle nostre comunità esistenziali, che sono: la comunità familiare, la comunità condominiale, la comunità scolastica e universitaria, la comunità sanitaria e previdenziale, la comunità del lavoro quotidiano, la comunità locale, la comunità degli italiani di base, la comunità comunale, la comunità regionale, la Comunità Nazionale Italiana di Croazia e Slovenia, la comunità mitteleuropea, le comunità nazionali di Croazia, d’Italia e di Slovenia, la Comunità europea, la comunità europea in senso lato, e la comunità internazionale. Quei princìpi, quando sono fondati nella realtà, rappresentano leggi naturali dell’evoluzione della nostra umanità, e quindi pure del nostro pensiero in cui essi sono sussunti, giù preventivamente verificati filosoficamente, scientificamente, economicamente, politicamente, moralmente ed esteticamente. Essi bastano quindi a indicare la rotta comune che la CNI potrebbe e dovrebbe osservare per riformare e realizzare ovunque e comunque la propria identità, come ha sempre tentato di fare, almeno finora. Ma se noi non sappiamo ciò che vogliamo, se non diciamo che cosa vogliamo, e se continuiamo a rimanere indifferenti a tutte queste cose, che è come essere passivi rispetto a tutto ciò che ci circonda e che ci succede intorno, bhe, allora per noi non resta più molto da fare: basta continuare a fare quel tanto che per noi già si fa… E amen!

21.10.2006
Alla ricerca del senso perduto
di Daria Deghenghi

Che senso ha, oggi, chiedere del “senso” di tutto l’accadere? Bisogna infatti ammettercelo noi stessi: la domanda sa di vecchio, ha l’odore nauseabondo di un manuale di metafisica d’altri tempi, puzza, insomma, di tranello, di ragionamento forzato che a furor di centrifuga pseudointellettuale conduce inevitabilmente al punto di partenza, con l’aggravante penosa dello svuotamento di significato della domanda stessa, collassata in circolo vizioso. Chiedere del “senso” (di “tutto”) in quanto sinonimo di “scopo” o “meta” e quindi necessariamente di “valore”, non solo comporta il rischio di compiere uno sforzo in fondo anacronistico, ma implica anche, se non soprattutto, la possibilità di suscitare irrequietezza e malessere, di provocare in sé (nell’Io che domanda) e nell’altro (il Tu che ascolti) un senso di fastidio se non addirittura di disgusto, di repulsione fisiologica. Perché? Perché in fondo la domanda del “senso” del “tutto” racchiude in sé l’altra inevitabile domanda del “senso” di “noi stessi”, quindi dello “scopo” e del “valore” di noi stessi, agli occhi di noi stessi che abbiamo avuto la poca accortezza di cacciarci nel pantano del dubbio. No, oggi non è opportuno chiedere del senso delle cose. Intanto, perché mai in passato la ricerca sembra aver sortito frutto (a parte qualche diagnosi di pazzia; ma questo non è un buon frutto) e, in secondo luogo, perché si corre il rischio di ritrovarci d’un tratto spogli di tutti quei valori che fin qui avevamo dato per scontati.
Immagini di vita che corrono in velocità davanti allo sguardo di chi tuttavia s’interroga, paiono voler dissuaderci a tutti i costi dal porre la funesta domanda. Tutto sembra avere “senso”. L’azione sociale “ha senso” (vogliamo fare del mondo un mondo migliore, giusto?), la misericordia “ha senso” (come non voler entrare nella pelle dell’altro per sentirne la sofferenza e condividerla), innamorarsi “ha senso” (fino alla prima disillusione, almeno), prendersi cura dei propri figli, ovvio, “ha senso” (ed è il “senso” per eccellenza, dicono…). Ancora: sentirsi parte di un gruppo, di un Tutto, “ha senso”. Appartenere a una comunità, sentirsene fiero componente, stimando magari insostituibile il proprio personale apporto. Tutto vero? Il dubbio è un compagno di strada che, una volta comparso, difficilmente accetta di privarci della propria presenza. E allora chi dubita deve per forza di coerenza dubitare di tutto. Anche senza uscire allo scoperto, senza esprimersi, per non correre l’ulteriore rischio di compromettere la sana armonia della coesione tribale che ci è tanto cara. A quel punto ci si sdoppia irreparabilmente tra l’Io che dubita e l’Io che parla. Per esempio. Penso: che cos’è la nostra “identità nazionale”? Ma dico: bisogna assolutamente preservare la nostra identità nazionale. Mi chiedo: qual è il valore della nostra “cultura”? Ma dico: la nostra cultura è l’espressione più genuina, più valida del nostro essere. Infierisco: abbiamo veramente qualcosa da dire e siamo autorizzati a comunicarlo al resto del mondo? Ma dico, ancora: sì, la nostra arte, la nostra letteratura, la nostra vena creativa è sempre e necessariamente un valore, un valore che deve essere comunicato, divulgato, sbandierato, celebrato. (Anche quando dentro c’è il vuoto. Il nulla di fatto.)
Basta così. L’autorevole voce della Ragione ci zittisce, ci schiaffeggia. Qua c’è puzza di nichilismo, c’è il tanfo della malattia, di un germe patogeno che intacca i sani tessuti del sano Organismo chiamato “comunità” che chiede alle proprie cellule un solo sacrificio: quello di sostenersi a vicenda, possibilmente uniformando desideri, pensieri e azioni allo scopo di sostenerlo, preservarlo e farlo prosperare. Se poi nel corso del processo una cellula finisce per essere divorata da un’altra, poco importa. L’Organismo è sempre in vantaggio: il suo metabolismo funziona alla perfezione. Scagli la prima pietra chi non ha mai pensato (dubitato) in questi termini. La sfida è aperta. Probabilmente chi riflette in compagnia del dubbio appartiene anche a una silenziosa maggioranza, ma questo non lo si saprà mai per certo, giacché è di norma l’Io che parla ad avere il sopravvento sull’Io che dubita.
Un ultimo appunto, per amore di coerenza. Che senso hanno queste righe, se dappertutto il “senso” vacilla e la caducità è legge naturale anche per quelli che consideriamo essere i nostri stessi “valori”? La risposta è chiara: nessuno. Ma allora perché sono state scritte? Ecco un altro spunto per riflettere.

23.9.2006
Uno sguardo a ritroso al festival di Sarajevo
di Gianfranco Miksa

Il Festival cinematografico di Sarajevo non è solo una manifestazione cinematografica e culturale. È un avvenimento di portata internazionale che meglio di altre iniziative simboleggia la ripresa e la rinascita della capitale bosniaca dopo le tragedie della guerra del 1992-95. Con questa rassegna, Sarajevo ripropone la propria anima multiculturale, la propria gioia di vivere, la propria godibile diversità che l’ha resa sempre stimolante, per certi versi persino spettacolare. Ed è proprio per questo connotato di civiltà e di cultura che al Festival di Sarajevo abbiamo voluto dedicare le righe di questo “Culturando” con il quale solitamente si aprire il nostro “La Voce in più cultura”.
Quello di Sarajevo è uno degli appuntamenti cinematografici più importanti dell’area balcanica. Si tratta di una manifestazione particolarmente stimolante, e non soltanto per gli amanti del cinema di queste zone. Quest’anno a vincere è stato il film di Andrea Štaka Das Fraulein, (una multiproduzione tra cui Svizzera, Germania e Bosnia-Herzegovina). La pellicola ha tra l’altro vinto il Pardo d'oro della 59ma edizione del festival di Locarno. Das Fraulein rievoca la difficile situazione in cui si trovano molti cittadini dell’ex-Jugoslavia. Sfuggiti alla guerra, vivono in Europa e in America, frustrati da un senso di colpa per aver abbandonato le proprie radici e per la soddisfazione di vivere una vita migliore all’estero. Questo è il primo film delle Štaka e raffigura con grande maestria la sofferenza e il dolore dell’esilio.
La tradizione cineasta bosniaca ha avuto sempre un marcia in più rispetto ai paesi dell’ex Jugoslavia (Slovenia, Croazia e Serbia). Infatti, il cinema bosniaco negli ultimi anni ha prodotto importanti registi, come Danis Tanović, con il suo bellissimo No Man’s Land (Terra di Nessuno), Srđan Vuletić (già vincitore dell'Orso d'oro a Berlino per un documentario), Pjer Valica, Ahmet Imamović, tanto per citarne qualcuno. Ma soprattutto Jasmila Žbanić che con il suo Grbavica ha vinto l’ Orso d’Oro di Berlino. La Žbanič al festival ha ricoperto pure la carica di presidente della giuria. Tra gli ospiti tanti ospiti che hanno visitato il festival, sono da rilevare Juliette Binoche e Abel Ferrara al quale è stato dedicato un contributo speciale, con proiezioni di vari suoi lavori. Da parte sua Ferrara ha pure tenuto delle conferenze per gli studenti dell’Accademia di cinema di Sarajevo
Nel concorso del SFF la più rappresentata è stata la Bosnia: Antonio Nuić con “Sve džaba” (Tutto gratis) già vincitore a Pola, Faruk Lončarević con “Mama i tata” (Mamma e papà) e Jasmin Duraković con “Nafaka”. A rappresentare l’Ungheria c’è stato il talentuoso (i suoi corti hanno vinto premi ovunque) Péter Mészáros con “Kythera” e la Serbia con Miroslav Momčilović “Sedam i po” (Sette e mezzo – chiara allusione a 8 ½ di Fellini) con tante star delle scena artistica serba. L’unico autore “esperto” – che abbia realizzato già diverse opere – selezionato per la gara è il croato Branko Schmidt. Già regista di “Vukovar” (1994) e ha presentato “Put lubenica” (La vie della angurie). Il premio Cuore di Sarajevo alla carriera è stato consegnato quest’anno al regista inglese Mike Leigh (“Segreti e bugie”, “Il segreto di Vera Drake”), vecchio amico della manifestazione festivaliera bosniaca.

22.7.2006
Prosperità materiale
per crescere in cultura

di Mario Simonovich

“Ghe go dito ben? Sì? Alora meto via la carta che la servirà la prossima volta!” . Era il lunedì di Pasqua del 1984, e a pronunciare la frase fu l'allora presidente dell'Unione degli Italiani ecc. a Nuova Belgrado, pochi minuti dopo la conclusione di un colloquio con l'allora presidente della Jugoslavia, quel Mika Špiljak di professione calzolaio, uno dei personaggi preferiti delle barzellette antiregime, ma che, allo scrivente di queste righe, allora giovane giornalista aggregato all'ultimo momento alla delegazione ufficiale guidata dal disincantato presidente, proveniente dall'”area slovena”, apparve come persona affabile e tutt'altro che sprovveduta.
La prossima volta, aveva detto con un filo d'ironia, auspicando, sia pur in termini scherzosi, una continuità che sapeva pienamente condivisa non solo dai connazionali ma anche dai “guardiani locali” aggregatisi, come tradizione voleva, alla delegazione.
Dato per scontato che molto difficilmente appuntamenti del genere possono essere ricalcati, sicuramente nessuno degli interlocutori immaginava che le diversità sarebbero state tanto marcate, che lo sparuto gruppo italiani di queste terre, chiamati minoranza, gruppo etnico, gruppo nazionale, e via di seguito, con altre più o meno fantasiose definizioni che comunque non potevano né possono coprirne l'esiguità numerica, sarebbe arrivato a una differenziazione tanto netta come l'odierna. Partendo dalla “generosità” di un regime che graziosamente elargì ai “suoi” italiani le comunità d'interesse, siamo arrivati a una CNI (altra denominazione da aggiungere alla collezione di cui sopra) formata in minor parte da cittadini d'Europa e in larga misura da gente che a livello internazionale è considerata e trattata similmente a quella che viene, per dire, da aree molto meno prestigiose”. Per fortuna, a ridurre lo squarcio della ferita è intervenuta molto opportunamente mamma Italia...
Con un andamento piuttosto diffuso si tenta oggi di svincolare dallo stato materiale un progresso culturale che invece sarebbe frutto di un creazionismo simile a quello che, con una battaglia decisamente retrò stanno portando avanti gli antidarwiniani. Non ho remore a dire che rispetto chiunque supporti idee di questo tipo purché non esposte in chiave preclusiva ma condite con qualche “concessione” al campo avverso. Aggiungo però che a mio avviso - fermo restando che elementi all'apparenza rilevati da pochi e considerati decisamente spuri possano rivelarsi decisivi nei luoghi e momenti in cui uno meno se lo aspetta - fra la prosperità materiale e il progresso culturale sussiste un saldo legame, che fa del primo un ineludibile punto di partenza del secondo. Un'idea, la mia, confortata dall'acquisizione che vi sono state sì, sporadiche società ricche e non troppo acculturate, ma di casi in senso inverso, ammetto, non ho memoria.
Torniamo alla minoranza. Numericamente ridotta all'osso, spogliata in larga parte dei suoi beni, privata di larga parte del corpo intellettuale, per essere infine, subordinata a una bifida sovranità sfociata in una collocazione politica di abissale diversità, quale cultura poteva dare ?
Scarsa e scadente si direbbe, con sbrigativa superficialità. Ha fornito invece, a mio avviso, un patrimonio culturale di tutto rispetto che solo le ricerche dei decenni futuri permetteranno di comprendere nella sua ricca stratificazione e diversità. A scanso di equivoci: non intendo qui soffermarmi in maggior misura né in maniera specifica su eventi di ristretta matrice cultural-minoritaria, talvolta rigorosamente circoscritti al suo ambito, talaltra in maggiore o minore misura estesi al territorio. Non che voglia assolutamente negarli o sottovalutarli in quanto appuntamenti spesso pregevoli e significativi, ma qui mi propongo di evitarli in primo luogo perché di essi si parla regolarmente durante le fasi di una gestazione regolarmente lunga e laboriosa, nel corso dell'avvenimento stesso e poi, spesso con una marea di critiche, anche negative, una volta arrivati al naturale epilogo.
Vorrei soffermarmi invece su un'altra serie di valori, derivati indubbiamente e in larga misura dagli eventi citati, ma poi sviluppatisi in via assolutamente autonoma. Tali valori si sono uniti a formare nella seconda metà del ventesimo secolo un fiume di presenza-cultura italiana, la cui portata si presenta costantemente al di sopra di quello che spesso viene preso quale base e criterio di paragone: la consistenza numerica della minoranza, ieri in Jugoslavia, oggi in Croazia e Slovenia. Una messe di valori positivi uniti in un indistricabile insieme la cui conseguenza ultima è un quadro etno-social-culturale che vede indubbiamente da una parte i figli degli italiani essere “un po' meno italiani”, ma anche tanti croati e sloveni essere, per parecchi aspetti “meno croati” e “meno sloveni” di quanto non lo fossero i loro padri allorché, lasciate le lontane aree di provenienza, o anche solo i villaggi del contado circonvicino, entrarono nelle città dell'Istria, del Quarnero e della Dalmazia. Portatori di un'incrollabile volontà e fede in valori assolutamente nuovi e rivoluzionari, ostentarono in pieno il loro asserito buon diritto a spazzare via con estrema fermezza e decisione anche l'ultimo aspetto di vita che nelle città di cui avevano preso possesso, parlava, non raramente con il duraturo linguaggio delle pietre e altri materiali di non facile consunzione e manipolazione, di un passato tutto “all'insegna dei vinti”, per cui la latitanza dei loro avi non si poteva negare. Non potendolo fare, catalogarono sbrigativamente anche questa come l' ennesima colpa dei vinti.
Da una parte dunque chi voleva cavalcare una vindice volontà, dall'altra chi, rimasto in casa, senza muoversi, si ritrovava a fare i conti con termini quali minoranza, estraniazione, emarginazione, per evitare i quali poteva sceglierne solo un altro: l'esodo.
Un quadro che lasciava adito a ben poche rosee speranze. Eppure il cambiamento c'è stato, con un processo lento, ma progressivo, dapprima sotterraneo come lo sono talvolta i fiumi carsici, poi sempre più evidente, favorito, doveroso dirlo, da chi che da ambo le parti si poneva nei confronti dell'”altro” con comprensione e sensibilità, con una mano tesa che si stringeva con fiducia all'altra che veniva porta. Da una parte una maggioranza che progressivamente comprese che i “vinti” erano detentori di un notevole patrimonio di cultura, tutt'altro che limitata alle “arti”, maggiori o minori che fossero, bensì estesa alla costruzione di palazzi, strade, acquedotti, ponti, ferrovie e navi, a casa loro presenti in misura molto sporadica o del tutto assenti. Dall'altra una minoranza che allo stesso modo pian piano capì che Dio aveva rispettato nei confronti di tutte le genti da lui create il principio della divisione fra giusti e ingiusti. Con il passare degli anni gli italiani, relativamente pochi, hanno “fatto assumere” alla popolazione slava - e s'intende che l'asserzione è del tutto positiva e senza alcuna pretesa di superiorità - progressive dosi di una cultura di pensiero e di vita che oggi appare molto ben radicata sul territorio. Una cultura che, sinteticamente definita della convivenza, implica, non si dimentichi, un ammorbidimento dell'ego nazionale a favore di uno sociale, ossia, come già detto da altri, la precedenza al demos in luogo dell'etnos. Oggi è confortante appurare che il processo, scontato, dati i presupposti, all'interno della categoria etnica più ridotta, si è guadagnato spazi insperati fra quella che pareva la meno permeabile.
In conclusione: se incontri come quello d'inizio non si sono ripetuti, e se la minoranza italiana è stata sottoposta a nuove ostiche prove d'indole sociale e politica, la sua influenza culturale è rimasta incontestabilmente superiore ai dati numerici.

4.7.2006
Cultura, il patrimonio
più prezioso della CNI

di Giacomo Scotti

Il Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima” prese il via quando la mia generazione di poeti, letterati e artisti italiani di queste terre aveva ancora tutti i capelli in testa ed erano pochissimi gli ultrasessantenni che ci guidavano. A me, in qualità di Presidente del Cenacoo degli ooeratori culturali della CNI, è in effetti stato consegnato il testimone che per lunghissimi anni fu portato dall’indimenticabile Antonio Pellizzer, uno dei fondatori di “Istria Nobilissima” giunta ormai alla trentanovesima edizione.
Ma che dire di quest’ ultima edizione? Vogliamo vestire gli abiti di critico severo o quelli del celebratore? Volendo atteggiarci a severi critici del presente, non faremmo fatica a trovare gli spunti per additare qualche deficienza nella struttura e nello stesso regolamento del Concorso che perciò provvederemo a migliorare in pieno accordo con gli amici dell’Università Popolare di Trieste che da ben quattro decenni operano insieme a noi per la tutela e la promozione della cultura italiana in Croazia e Slovenia. Sempre per fare i rigorosi, potremmo accennare ai premi non assegnati per il basso livello qualitativo delle opere concorrenti nella letteratura giovanile, nei saggi di argomento letterario e in altre sezioni. Potremmo perfino lamentarci del fatto che da troppi anni non vengono assegnati i Premi Promozione o alla carriera nelle sezioni di poesia e narrativa, che pure sono, insieme a quella delle arti figurative, il fiore all’occhiello della cultura italiana di queste regioni. Ma sarebbe fuori luogo. Oggi, al di là di qualche vuoto e intoppo, al di là di quello che pretendiamo dai più giovani e non possiamo subito ottenere, stanno sotto gli occhi di tutti i titoli delle opere di una fitta schiera di ben 50 fra premiati e segnalati in questa edizione d’”Istria Nobilissima”, compresi alcuni cittadini italiani di origine istriana e quarnerina che non vivono in queste terre, ed a Croati e Sloveni nostri conterranei che sanno esprimersi artisticamente in italiano. Come si vede, dalla mente e dal cuore abbiamo cancellato i confini etnici e politici nel nome di una cultura che ci accomuna. E come non pensare ai traguardi significativi raggiunti dai nostri connazionali in ogni campo della letteratura e delle arti. Volendo compilarne un elenco, esso comprenderebbe i libri pubblicati dagli scrittori di questa Piccola Italia da una primavera all’altra del 2005-2006, e i premi da essi ottenuti in altri concorsi, soprattutto in Italia. E poi le mostre individuali dei nostri pittori (qualcuno ha esposto perfino nel lontano Brasile); gli eventi letterari e artistici che hanno vivacizzato la vita delle varie Comunità degli Italian,; i successi avuti da operatori culturali nei paesi domiciliari e all’estero con interventi a tavole rotonde, convegni ed altre manifestazioni anche internazionali. Mai come oggi il panorama di quella che mi ostino a chiamare Piccola Italia d’oltre confine è stato così fitto di opere del nostro ingegno e del nostro impegno.
Molti nostri poeti, narratori, storici, saggisti e artisti hanno al loro attivo opere che nulla hanno da invidiare a quelle di artisti e scrittori dell’amato Stivale, mentre qui in Croazia e Slovenia fanno onore al nome italiano. Il nostro piccolissimo popolo di trenta-trentacinquemila persone vanta una piccola grande cultura italiana, prodotta negli ultimi sessant’anni, che fa onore agli italiani rimasti e all’Italia che ancora poco si conosce. In una sua recente opera il poeta Alessandro Damiani che, nel lontano 1948 elesse questa terra a sua seconda patria, ha così scritto dei rimasti: “Rimasero nello squallore di città vuote e campagne deserte i soliti diseredati della terra e rade ombre coltamente illuse dell’aurora boreale…”.
In quello squallore, i rimasti non soltanto cercarono di sopravvivere stringendo i denti, ma di arricchire il patrimonio degli antenati: “La nostra sfida, ignorata, derisa/ o contestata: preservare una cultura, che non è marchio di presunzione/ ma tanta parte del patrimonio/ comune,/ in questa terra non priva/ di germogli. E la tenacia dei pochi/ si misurò con ostracismi e timori/ viltà e connivenze del lungo percorso”. Così scriveva ancora Damiani.
Alla fine abbiamo vinto la prova. Lo testimoniano i risultati della creatività culturale complessiva, ma anche la nascita, recentissima, del Cenacolo degli operatori culturali della Comunità Nazionale Italiana, che tra i suoi compiti si pone quello di moltiplicare e rafforzare i molteplici legami con l’Italia: per farci meglio conoscere nella terra-madre, per offrire agli artisti della minoranza rimasta la possibilità di attingere sempre più spesso e direttamente alla fonte nazionale della cultura, di sentirsi sempre più parte attiva di questa cultura e, perché no? di arricchirla con le proprie creazioni che portano il segno specifico dell’Istria e del Quarnero, ma anche di una certa diversità che non è soltanto regionale, ma frutto della convivenza quotidiana con altre culture. Forse esagero, ma sono convinto che, così come non potremmo arricchirci di valori come comunità nazionale senza l’aiuto e i legami con l’Italia, neanche l’Italia può essere completa culturalmente senza di noi; senza il patrimonio culturale della sua unica minoranza autoctona al di fiori dei confini nazionali, l’Italia sarebbe un tantino più povera. Proprio per questo è assolutamente necessario moltiplicare in futuro i legami con la società civile italiana; è inimmaginabile che una comunità come la nostra, tenace ed operosa quanto si vuole, possa perpetuare da sola il miracolo della sopravvivenza e della crescita. Di qui l’esigenza di una legge del Parlamento di Roma che imponga a tutti governi della Repubblica Italiana di dedicare una cura permanente alla minoranza italiana in Slovenia e Croazia per la sua tutela. Non saranno i fratelli della diaspora a conservare il verbo italiano in queste terre, e tanto meno i loro figli ormai torinesi, romani, australiani, canadesi, ma lo potranno fare i figli e i nipoti dei rimasti, ricordando la tenace lotta dei loro padri; e lo faranno senza seminare rancori, continuando sulla via della convivenza con i conterranei e spesso parenti sloveni e croati, e al tempo stesso coltivando i più fraterni rapporti con la diaspora dando contenuti alla collaborazione con i figli degli esodati, coltivando l’amore per la terra delle loro radici. Quindi, a questi continuatori della lingua, dei dialetti, della cultura e delle tradizioni istro-quarnerine di segno italiano va dedicata attenzione costante senza condizionamenti e pressioni, senza strumentalizzazioni e paternalismi politici, evitando certi errori del passato commessi da chi considerava i rimasti come una colonia, offendendone la dignità. Questo rispetto, accompagnato dal permanente supporto materiale, morale e politico, permetterà ai nostri figli e nipoti di continuare ad essere la Piccola Italia dell’Istria, del Quarnero e delle poche oasi rimaste in Dalmazia. Gli italiani di queste terre non vogliono sentirsi esuli né stranieri sulla terra dei loro padri! Grazie ai rimasti, il passato e il presente non saranno privi di futuro. A dare senso ai nostri giorni stanno i frutti di oltre mezzo secolo di questi bistrattati italiani non più sbagliati, dei loro operatori culturali, dei loro artisti e poeti: un bilancio imponente di opere che arricchiscono la cultura italiana non solo di queste terre.
Celebrando “Istria Nobilissima” di fatto celebriamo la cultura che abbiamo contribuito a conservare ed arricchire nel corso dei decenni nonostante l’esiguità del numero, nonostante la dispersione territoriale, nonostante le non poche difficoltà politiche e sociali. Dal punto in cui siamo arrivati e dal livello che abbiamo raggiunto, non dobbiamo tornare indietro. Inoltre, non possiamo né dobbiamo dimenticare che la cultura è il segno distintivo e il patrimonio più prezioso della Comunità Nazionale Italiana. La quale resisterà e continuerà ad esistere, soprattutto col sostegno della cultura. Ecco, questo è l’insegnamento che ci viene, anno dopo anno, da “Istria Nobilissima” e dall’operosità dei rimasti che si è espressa sul piano della cultura e dell’arte, anche attraverso “Istria Nobilissima”.
Senza alcuna intenzione di sminuire il valore degli altri attestati conferiti quest’anno, vorrei sottolineare il Premio di giornalismo, nel cui ambito è stato assegnato un altissimo riconoscimento al quotidiano “La Voce del Popolo” per l’incalcolabile contributo dato allo sviluppo ed alla promozione della Piccola Italia sull’Adriatico orientale. Mi pare giusto che uno come me, che fece i primi passi sulla via della scrittura creativa proprio sulle pagine de “La Voce” nel lontano 1948, e che della lunga vicenda del nostro giornale ha conosciuto alcuni periodi oscuri e altri entusiasmanti, ricordi in questa occasione come – a dispetto di tutte le avversità – quel giornale promosse i primi concorsi letterari per gli italiani ed è stato una delle più gloriose bandiere di lotta dei connazionali rimasti; è la più antica istituzione della comunità nazionale italiana oggi più che mai attiva e combattiva.
Anche “Istria Nobilissima” ha i suoi buoni quarant’anni e se li porta bene; è specchio della nostra creatività in ogni campo e della volontà di andare avanti. Grazie a queste e ad altre istituzioni degli italiani rimasti, il passato e il presente non saranno privi di un futuro. A dare senso ai nostri giorni stanno anche i frutti di “Istria Nobilissima”. Sono i frutti di un’impresa ardua, a momenti quasi disperata che, a dirla col poeta, ha sottratto “a una fine immeritata la presenza italica in questa terra”, E qui concludo, invitando tutti gli artisti, poeti, scrittori, storici ed altri operatori della cultura a resistere, e ad insistere per esistere. Nella certezza che le istituzioni italiane, di qua e di là del confine, continueranno a sostenere gli sforzi dei nostri artisti. Il domani è già oggi illuminato dalle loro opere.
* intervento alla Cerimonia di premazione della XXXIX edizione del Concorso “Istria Nobilissima” a Isola il 29 giugno scorso