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a cura di Roberto Palisca

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Due paesi quasi sperduti nella macchia mediterranea nella parte sud orientale dell’Istria
Monticchio e Altura: stessa storia, stesse leggende

Questi due paesi quasi sperduti nella macchia mediterranea che si estende nella parte sud orientale dell’Istria, vengono nominati con quasi dei sinonimi: Monticchio (Montić) e Altura (Valtura), infatti. Sono situati tutti e due sulla cima di un poggio alla distanza di appena due-tre chilometri uno dall’altro. Non hanno una grande storia, anche se si perde nella notte dei tempi. Entrambi dapprima facevano parte dell’agro polese assegnato ai veterani dell’impero romano dopo la distruzione di Nesazio e la fondazione di Pola. Sul territorio venne appunto creato l’ager pubblicus, così che le due località vennero a trovarsi al centro della grande tenuta della gente Marcia.

Da Rumianum ai patriarchi di Aquileia

Da queste parti esisteva anche l’importante centro di Rumianum il quale si estendeva ai lati della strada che portava alla Liburnia e la cui terra si trovava nell’area compresa tra Castagna, Lavarigo e Marzana. Nei secoli VII o VIII Rumianum, Monticchio e Altura scomparvero per cause ignote e in seguito, per moltissimi anni, l’intero territorio cadde nel dimenticatoio. I nomi dei due paesi riapparvero dapprima nel 990, quando la zona venne donata da un certo Sergio, persona ricca e ragguardevole, al monastero di San Michele in Monte di Pola, quindi nel 1028 quando ambedue fecero parte delle donazioni dell’imperatore Corrado II di Franconia alla chiesa e al vescovado di Pola e ancora nel 1331, quando entrambi vennero conglobati nella “Regalia di Dignano”, a beneficio dei patriarchi di Aquileia.

Le pestilenze e la malaria

Le pestilenze e la malaria, che imperversarono arrivando dalla insenatura sottostante della Val Badò o della Maddalena nel secoli XV e XVI (Badò deriva da palus, cioè da palude), resero del tutto disabitata questa zona, così che pochissimi, miserrimi contadini continuarono a coltivare i magri campi, piccoli appezzamenti pian piano inghiottiti dalla macchia mediterranea ricca di erica arborea, di lentischio, di ginepri, di corbezzoli, macchia che ancor oggi copre, fitta e spesso inestricabile, buona parte del territorio.
La zona venne ripopolata una prima volta nel 1530 con genti morlacche giunte dalla Dalmazia. Dopo l’acquisto delle terre da parte dei Barbarigo, questa famiglia dal 1579 iniziò un lento ripopolamento. Nelle case abbandonate di Monticchio e di Altura arrivarono fuggiaschi dalla Bosnia-Erzegovina a causa dell’avanzata dei Turchi nella penisola balcanica. Altri arrivi si ebbero nel 1583 mentre nel 1588 giunsero anche artigiani e contadini veneti i quali, nel tempo, si slavizzarono per l’inevitabile contatto quotidiano con i vicini.

L’arrivo dei Morlacchi dalla Dalmazia

Neanche un secolo dopo, ancora una volta il territorio venne decimato dalla grande peste del 1630 e quindi fu giocoforza cercare di ripopolarlo. Ed ecco il capitano di Raspo, Girolamo Correr, che presiedeva per la Serenissima il Marchesato dell’Istria, assegnarlo nuovamente a un consistente gruppo di Morlacchi immigrati dalla Dalmazia: 430 persone e ben 4500 animali raccolti e accompagnati da Filippo Zupanovich. È in questa occasione che, oltre a Monticchio, riappare di nuovo il nome di Altura. Infatti, sulla parte alta di un colle esisteva una chiesa diroccata dedicata a San Martino. Attorno a essa i nuovi abitanti ricostruirono le case ormai crollate, usando gli stessi materiali che trovarono sul posto, ma anche utilizzando molte antiche pietre scolpite che recuperarono nella Nesazio abbandonata.

L’imposizione della religione cristiana

Tra questi immigrati, ma in massima parte proprio ad Altura, arrivarono anche dei musulmani i quali, accanto alle loro donne, in famiglia ne accolsero anche qualcuna locale, di religione cristiana. L’inquisitore Gerolamo Bragadin, venuto a conoscenza nel 1651 di questi fatti, fece promulgare un bando senatoriale nel quale fu imposto a tutti di abbracciare immediatamente la religione cristiana, pena l’allontanamento dall’Istria. Naturalmente il provveditore Correr si premurò subito di fermare le famiglie che volevano ritornare al loro paese o, magari, passare nella vicina e più libera Contea di Pisino, a quei tempi principato austriaco, e le convinse, soprattutto grazie al denaro e a vari benefici, ad accettare la religione cristiana.

Quando la storia si fermò

Qui la storia si ferma, meglio, sia Monticchio che Altura, entrano nella storia ufficiale di questa parte dell’Istria. Ma le leggende che si tramandano sono spesso identiche per tutte e due le località. Ce ne siamo resi conto visitando i due paesetti e parlando con qualche abitante anziano.
Il primo paese: la piazza sopra una collinetta con un poderoso lodogno, la chiesa, la cisterna pubblica molto ben difesa, il monumento ai partigiani caduti; nel secondo: la piazzetta sempre su un colle con un altrettanto poderoso lodogno, un’altra chiesa forse un po’ più elegante, un’identica cisterna pubblica e un monumento ai partigiani caduti. Per primo parlammo con un certo Tone, il quale stava bevendo una birra seduto su un gradino davanti a una piccola bottega di alimentari, quindi ad Altura fermammo una gentile signora che con la borsa tornava dalla spesa. Abbiamo già detto che le varie leggende che costoro ci hanno raccontato, un po’ sorpresi dalla nostra richiesta, a parte qualche particolare insignificante, erano identiche.

Il «rapimento» della sposa

Ad esempio quella dei matrimoni: in ambedue i paesi si ricorda come si celebravano fino a poco più di un secolo fa. La sposa veniva accuratamente velata, passava di casa in casa a ricevere i doni degli abitanti, in massima parte dolci ma anche oggetti di valore e per la casa, sempre accompagnata dai parenti a cavallo, vestiti degli antichi costumi morlacchi e armati di archibugi e di spade luccicanti. Costoro si fermavano davanti la porta della chiesa e a funzione ultimata sparavano a salve, poi rapivano la sposa e in groppa a un destriero la portavano nella sua nuova casa. Lo sposo doveva fare in modo da galoppare più velocemente, per poter aspettare sull’uscio la moglie appena sposata.

Il vecchio Zuane

C’è poi la leggenda della bora. Nell’antichità gli abitanti di questo territorio hanno sempre creduto di esserserla portata dietro dalla Dalmazia. Un vecchio, chiamato Zuane, non dava troppo peso a questa credenza ma, appena cominciava a soffiare, la malediva per il semplice fatto che portava via la paglia dal tetto della sua casa. Una sera che se ne stava seduto al calduccio accanto al focolare, sentì il ventaccio ululare entro il camino. Incominciò subito a maledire, a bestemmiare e più la bora soffiava e più lui malediva e bestemmiava. Ad un tratto una ragazza tutta sanguinante, graffiata, la chioma spettinata, la veste stracciata venne giù dal camino e cadde sulle braci. Quando Zvane la vide, impietrì dalla paura, si fece il segno della croce e cominciò a chiamare aiuto.

La maledizione della bora

La ragazza si alzò, si diresse verso di lui e gli disse:
- Più mi maledici e bestemmi, più mi lacero sui rovi, più rotolo sui sassi, più sbatto contro gli alberi, più mi straccio le vesti. L’ululato che senti su per il camino non è altro che il mio pianto disperato. Ma te lo garantisco, vecchio, tra poco avrai finito di bestemmiare e di maledire.
Detto questo la ragazza si curvò, raccolse una manciata di braci e con un lugubre ululato s’infilò su per il camino, sparse le braci sul tetto e la paglia prese a bruciare. Non per questo la bora cessò di soffiare, anzi trasportò le fiamme sugli altri tetti tanto che dopo poco tutte le case del paese bruciavano. Quindi abbandonò il villaggio e continuò la sua corsa indiavolata avanti e avanti. Alla fine si scaraventò in mare, sollevò delle onde enormi, sbatté contro le navi, continuò a dilaniarsi sui sassi, sui rovi, a sbattere sugli alberi...
Da allora, per evitare gli incendi provocati dalla bora, i contadini di Monticchio e di Altura non coprirono più con la paglia i tetti delle loro case ma adoperarono lastre di pietra (laure o škriljia) e non maledirono più la bora portata dalla Dalmazia dai loro antenati.

Le fate della brina

Un’ultima breve leggenda racconta delle fate della brina. Sul territorio talvolta di notte si alza d’improvviso un forte vento per annunciare il raduno delle fate (vile). Queste nell’oscurità scendono danzando. I loro abiti trasparenti, fatti di nuvole leggere, brillano come se fossero trapunte di diamanti. Quando arrivano sull’erba di un prato si prendono tutte per mano e iniziano una danza lenta, lenta, che termina sul far del giorno.
Quando sorge il sole, perdono i loro gioielli: uno dopo l’altro i diamanti si staccano dalle loro vesti fluttuanti e si trasformano nella brina che riluce sull’erba dei prati.
Monticchio e Altura dunque: uguale storia, uguali leggende.