I nostri commenti


Del si', del da, dello ja
di Milan Rakovac

19. 1.2008
Vicino, a che cosa?

12. 1.2008
Pane (sempre di meno) e giochi (sempre di più)

5. 1.2008
Spaghetti camisa nera e alla bolognese

29.12.2007
L'ultimo confine

22.12.2007
Trieste a Pola

15.12.2007
Pola, la città del libro

8.12.2007
In attesa del Governo
arrivano i rincari

24.11.2007
Nostalgia? No, depressione!

17.11.2007
Tempi nuovi?

10.11.2007
Camerieri, semafori e pastori

3.11.2007
L'Istria imperiale

27.10.2007
Tra minoranze e maggioranze

20.10.2007
Cercando el Grillo croato

13.10.2007
Scudelin, l'ultima thulae

6.10.2007
La rivoluzione dei blog

22. 9.2007
«Off-limits»

15. 9.2007
Prodi come Tommaseo

8. 9.2007
Carestia

1. 9.2007
L'arbitrato arbitrario

25. 8.2007
Numeroclatura

18. 8.2007
Il minimo e il massimo

11. 8.2007
La nuova democrazia

4. 8.2007
INTERCULTURA

7. 7.2007
La piovra croata

30. 6.2007
Sul «gufo» e su altri volatili

23. 6.2007
Euroregioni e ragioni

16. 6.2007
Il «Feral» non deve chiudere

2. 6.2007
Rose e fiori & tombe

26. 4.2007
Territorio libero - pars secunda

14. 4.2007
Viva le minoranze

7. 4.2007
Come cancellare la figura di Tito

31. 3.2007
Il giaguaro nella Jaguar

24. 3.2007
U.A.I.S. ieri, UE domani

17. 3.2007
La sfida dei Balcani

10. 3.2007
La maledizione veneta come prospettiva

24. 2.2007
L'importanza di una rosa

17. 2.2007
Ma ora basta

10. 2.2007
Razzismi nostrani

20. 1.2007
Berlusconismo

5. 1.2007
L'Europa oltre il Bosforo

19.1.2008
Vicino, a che cosa?

Ah, Trieste: Uh & oh & uffa & ufa!
Trieste è in fibrillazione da quando è caduta Scoffie. E pervasa da questo stato emozionale neanche si accorge che è stata innalzata la Dragogna, quindi che il confine è stato un po’ spostato e, allo stesso tempo, appena ora, in maniera minacciosa, ha spaccato anche il suo mondo triestino. Trieste non nota che non può cantare “da Trieste fin’ a Zara”, bensì solamente “da Trieste fin’a Pirano”!
Il Piccolo, quasi quotidianamente, è zeppo di testi passionali sul futuro. Trieste è a dir poco stupefatta del fatto di non essere più una CITTÀ-CONFINE. Con speranza e timore attendo la speranza e il timore di Trieste; le mie personali grandi speranze, per quello che in modo acritico chiamo la mega-Istria (con la quale vi scoccio in continuazione anche su queste pagine) di cui Trieste domani potrebbe essere l'Atene…
Ovviamente, io personalmente scelgo gli autori i quali, come me, parteggiano in modo incondizionato e con fervore per l’euroregione, autori già da me citati che torno anche oggi a citare. Perché tutto quanto si è aperto come una nuova larga strada, improvvisamente, di punto in bianco dinanzi a Trieste, è una grande occasione storica, almeno come quella già provata fino al 1918. Per non parlare di tutto quanto succederà in questa libera cornice senza confini: “ È quanto sta accadendo oggi tra Trieste e Venezia, e che domani dovrà accadere tra Trieste, Lubiana e Zagabria. Non per fermarsi li, in un ideale quadrilatero della ritrovata concordia, ma per avviare quel principio di aggregazione, di cooperazione sugli interessi comuni che muove la parte migliore della nostra storia. Economica e civile”. Scrive sul “Piccolo” Franco Migliorini. Un giudizio giusto ed entusiastico!
Però accanto a questa Trieste visionaria, parallelamente convive quella Trieste, a noi meglio nota, pragmatica e cauta; ad esempio, quando si festeggia ancora l’euroregionalismo, subito si sottolinea anche il suo ridimensionamento. Non solo per il fatto che non comprende (ancora) le regioni slovene, né croate, ma per il fatto che improvvisamente, strada facendo, si è persa anche la Carinzia (causa Haider?) e poi, con uguale vigore, si instaura il connubio Venezia-Trieste. Credo sia giustificato, perché i pragmatici Illy e Galan (Cacciari e…) vedono che con i partner ci saranno ancora tiremmolla, per cui stanno almeno creando la base per la futura euroregione entro l’Italia. Poco per le idee visionarie europee, molto per l’attuale clausura triestina!
Allo stesso tempo, insorge anche il timore dei partner regionali: quello stesso timore che, dopo Osimo, ha creato la Lista per Trieste, il timore della concorrenza dei territori vicini (principalmente sloveni).
Dario Bruni, presidente della Confartigianato triestina: “Con la caduta dei confini Trieste rischia di soffrire la concorrenza delle imprese artigianali slovene: è una situazione che rischia di diventare pericolosa e preoccupante”.
Paura e speranza si mescolano in noi, la modifica dello stato globale dello spirito (soprattutto dello spirito, ossia della psicologia collettiva!), giunge improvvisa e inaspettata, anche se da anni si sapeva che sarebbe arrivata.
Scrive Mario Coslovich:
“Vai dunque laggiù? Come sarai lontano! L’ebreo rispose: “Lontano da dove?”. Così in una storiella che ispira il titolo del saggio di Caludio Magris su Jospeh Roth… Mi chiedo: Trieste senza confini dove sta? È lontana a Ovest rispetto Lubiana o a Est di Vernezia? È lontana rispetto al sud di Vienna o al Nord di Zagabria?”…
Trovo identici timori e dilemmi anche tra molti conoscenti sloveni, ad esempio, i quali temono il "nuovo irredentismo" e "l'euro-regione Rapallo". La Croazia è "lontana", per ora, dal suddetto problema, direi - purtroppo!!! Ma la claustrofilia e la xenofobia provinciali sono visibili saltuariamente nei graffiti (diciamo ZG=BG) o negli avvertimenti dei sempre preoccupati tutori della sovranità nazionale che dicono ieri l'altro Vienna, ieri Belgrado, domani Bruxelles.
Qui non va dimenticata la nuova reciproca fobia slo-cro, la quale, si verifica non solo per i confini marittimi; mi sono reso personalmente conto, ad esempio, che gli allevatori istriani dalla parte croata del confine, non hanno voluto cedere neanche un esemplare di "boscarin" ai colleghi dalla parte slovena della Dragogna! Vabbè, qui ci si mette di mezzo anche il timore della concorrenza - tipo triestino!? Propongo, quindi, ai colleghi e a tutti gli altri istriani di non chiamare più il bue istriano "Boscarin"; è la stessa cosa quando per tutti gli italiani diciamo Diego, per tutti i croati Ivan, per tutti gli sloveni Janez!
La questione "lontano da - che cosa" ovviamente è culturalmente radicata profondamente in noi. Ricordo i nostri vecchi quando parlavano dei tempi passati, e, si soleva dire, quando ti chiedevano dove hai svolto il servizio di leva sotto l'Austria, nella Boka Kotorska, - VALJE SVITA KRAJU, ossia IN FIN DEL MONDO, alle Bocche di Cattaro!
Questa "lontananssa", però, non vale quando si andava in America, Australia, Italia o Jugoslavia! Quel LONTANO, è qui, subito dietro l'angolo! Si tratta delle tracce della nostra storia in noi, degli scontri, delle lotte per la supremazia nazionale e territoriale e per la gerarchia municipale. Nello scenario dell'amore tra la spalatina e il militare italiano durante la seconda guerra mondiale, ho scritto anche il motto burlesco "Triestin, mezzo ladro, mezzo 'sassin". Il film verrà girato presto, ma uno dei collaboratori afferma che non sarebbe CORRETTO usare il detto. Mi sono fermato, l'uomo ha ragione; ma si tratta del CONTESTO, come pure la parola s'ciavo; al tempo dei veneziani non aveva un significato burlesco, ma nella storia recente ne ha uno - solamente negativo.
Credo che in noi tutti prevalgano la VICINANZA di Trieste di Venezia e di Vienna, per cui dobbiamo da soli liberarci dei nostri timori!

12.1.2008
Pane (sempre di meno) e giochi (sempre di più)

Le feste sono passate e ora si ritorna indietro nella realtà! Però la realtà non è un grande ostacolo; già arrivano i carnevali, cussi che femo finta che tutto xe bel, ossia, diseva una volta Mike Buongiorno - ALEGRIA! ALEGRIA!
La Croazia è davvero uno stato che ha dell'incredibile; il ministro va a caccia con l'imputato, il vescovo polemizza come se fosse un ministro, il criminale opera nei luoghi mondani; e in aggiunta a questo la ZERP, il debito estero, il crollo dell'industria, l'aumento dei prezzi e della disoccupazione. OK, "panem et circenses", di pane a dire il vero ce n'è sempre di meno però di giochi ce ne sono sempre di più!
Guardo le immagini del veglione di San Silvestro nelle piazze delle città croate e di tutto il mondo e mi sento sollevato; bravi giovani nelle piazze, bravi cantanti e musicisti, un clima perfetto. Direi quasi che ci troviamo di fronte a rituali pagani sfrenati, a una forma intuitiva di difesa della giovane generazione di fronte al vuoto balbettio della civiltà o se proprio lo volete di fronte alla desecolarizzazione che è già presente e non solo nei paesi islamici ma anche nel bel mezzo dell'Europa cristiana.
Però non intendo qui ideologizzare, bensì rispondere direttamente a quei pastori di Dio i quali dicono che i veglioni di San Silvestro sono un'invenzione rivolta contro il Signore, che il Signore perdona persino ai ladri, ma non agli atei. Di questo però un'altra volta. E oggi parlerò invece delle feste appena passate e di quelle che ci attendono - il carnevale è già alle porte! Queste INCREDIBILI CARNEVALATE E FANFARONATE CROATE.
E 'desso passo in polesan, magari mai imparado come dio comanda, ma intanto. Magarti, da bon Croato, no so perche quando parlo de Pola anni cinquanta, uso sempre el dialetto polesan. Sicome oggi di quando capito a Pola. Inssoma, indiferente (by Carpinteri § Faraguna):
Come cinquanta anni fa quando andavino noi altri a Siana festegiar Primo maggio. Banda d'ottoni sonava co'l alba, tutti in pie, 'rivava i camion americani "james" regaladi a Tito dopo guera, bandiere rosse sventolava e noi altri, pionieri e lavoratori, piu l'onesta inteligencia e "pošteni "Taliani" (che brontolava, ma cossa lori i xe tutti pošteni"?!) cantavino a vose piena la "Bandiera rossa" e "Budi se Istok i Zapad, budi se Sjever i Jug"... A Siana ghe iera le luganighe kranjske e bon vin e passareta per noi altri.
Pero! Noi altri de "Blocco 7" ierino massa privilegadi; iera 'sto bon polesan tornado d'America, (go dimatica suo nome) portando macinaria cinematographica, e un mucio de film animati, e altro mucio de film de bocsse (atenti corettori, a Pola BOX se disi BOCSSE!) con Primo Carnera, Max Shmelling, Joe Louis, Ray Sugar Robinson, Rocky Marciano e tutti quanti! E iera anche sior-Gigi filatelista che ne vendevafrancoboli de tutto'l mondo; Huate Volta
Altroche feste, altroche Primo Maggio e Pasqua e Nadal e Giornata della Repubblica e San Silvestro!
Noi altri, i muli de Drio l'Arena (che se dovessi scriver Larena!) vivevino come se fossino a Nova Jork, altroche s'cinche! E dopo ghe iera Mario Rosso che ne fasseva caretti a balignere e se fasseva corse so per la via Gladiatori come nel film "Mad Max" e noi tutti ierino campioni come Mel Gibson. E dopo de quel dal Italia 'rivava i fumetti tipo Forza John, o Mandrak, o Flash Gordon.
E dopo a Movidal e Monte Grande te ingrumavi pa'i orti radicio, pomodori, nespole e sisole e tutto quanto, e te vendevi 'sta roba a i 'Mericani (per "ciugam" e spagonletti "lukistriche") che a Vargarola i scarigava aerei "thunderjet" e "sabre" per compagno Tito perche ghe voleva fermar i Russi.
Ma che diavolo vi sto oggi raccontando? Come Mujo quando Haso gli chiede "è nato prima l'uovo o la gallina" e Mujo gli risponde "MA PRIMA C'ERA DI TUTTO!".
Certo che mi riferisco a dei tempi migliori, però non intendo fare il lavaggio del cervello a nessuno. Ha scritto un giornalista americano negli anni PRIMA DELLA DISSOLUZIONE: "LA JUGOSLAVIA HA PERSO IL SORRISO". Una verità aspra e terribile, però quando mi ricordo qui di certi altri tempi, mi viene da dire che la CIVILTÀ, e non solo noi qui, HA PERSO IL SORRISO. E invece di sorridere ci divertiamo seguendo l'americano DONT' WORRY, BE HAPPY!
In quei precedenti tempi tutti sembravamo idioti - però sulle fotografie, impietriti con un sorriso idiota sulle labbra tipo Monna Lisa, ossia all'ordine del fotografo SAY CHESE. Oggi sulle foto (anche se non sopporto queste macchine fotografiche digitali; che razza di fotografia è questa che non rimane sulla carta, bensì guardi nell'oculare o nel PC!) tutti sembriamo SOFT § NICE, perché i nuovi fotografi hanno scoperto il segreto; SAY BANANA! Suvvia mettetevi davanti allo specchio e dite SEY BANANA, vedrete come il vostro sorriso è davvero sereno e allegro.
E così oggi a Zagabria e nelle province il sorriso sulle foto è gradevole, mentre nella vita ci divertiamo come scimmie perché la vita non è per niente bella. Alla fin fine oggi molti non hanno a sufficienza nemmeno per le BANANE, figuriamoci per il FORMAGGIO (cheese). E il nuovo governo rifletta bene e metta a punto programmi di sviluppo, perché "la vita è lotta ovvero borba, e la Borba (quotidiano jugoslavo) costa due dinari"...

5.1.2008
Spaghetti camisa nera e alla bolognese

Iera quel senator roman che la gaveva sempre con cartagine e son mi che no ve dago pace con ‘sto Schengen. Però, xe le feste, cussi che la “butemo in valzer” – come diria i Spalatini – magari sempre Schengen, fin’ che no cascarà!
Xe gente nostra che pensa che scrivo queste righe in ‘talian. Ahimè no son bon, xe la beata C.B. che le tradusi. Però, ogni tanto – come ogidi – scrivo qualche riga in istro-veneto; me confesso perché xe justo farlo qua e là…
Ve go contà come spiega Ervin Hladnik Milharčič (un Gorissian de tanta cultura mista) – secondo mi un dei più splendidi giornalisti in tutto el mondo – el modo lubianese per preparar i spaghetti?
Cussi fa Ervin H.M.: Mentre la vacca slovena ‘sta cantando lo yodel in cima alle Alpi a Lubiana i prepara spaghetti cussi che i li lassa per tre giorni in acqua freda, e dopo i buta sora gulasch ungherese. Mi, invesse, inutilmente zerco SPAGHETTI ALLA BOLOGNESE ogni volta che vado a Bologna. Però a Venezia go magnà, una volta, SPAGHETTI CAMISA NERA.
Sto scrivendo un libro di ricette istriane (e non solo), una raccolta di ricette tradizionali dove, però, non mancheranno nemmeno alcune ricette che ho inventato io: ad esempio il pane rosso-bianco-verde e quello rosso-bianco-blu, il risotto nero-giallo (i colori della K.undK.), la frittata bandiera rossa (altrimenti come farei a dichiararmi di sinistra!) e tante altre che potrete scoprire una volta che la mia “KUŽINA MUŠKARDINSKA” arriverà nelle librerie.
Ma torniamo a Ervin H.M. che – proprio come faccio anch’io sulle pagine de La Voce, del Glas Istre, del Primorski dnevnik, delle Primorske novice, del Feral Tribune… – continua a riproporre il tema di Schengen, quello stesso Schengen che gli consente di andare a far visita a sua madre che vive a Gorizia senza dover esibire i documenti di identità. Ecco, Ervin H.M., dopo aver accompagnato i figli a far visita alla nonna e aver fatto il suo primo viaggio da Nova Gorica a Gorizia senza dover affrontare alcun controllo alla frontiera ha scritto: “Ero seduto in mezzo a persone assolutamente serie, ma prontissime a litigare nel preciso istante in cui si sarebbe dovuto stabilire se il baccalà in sugo con la polenta rientra tra le tradizioni italiane o tra quelle slovene oppure a quale colle va riconosciuta la produzione del miglior pinot grigio di tutto il pianeta Ascoltavo gli Italiani increduli del fatto che Caporetto non è in Italia… Come a Gerusalemme così anche qui l’identità non viene stabilita in chilometri bensì in metri. La stessa cosa, in fondo, avviene in tutti i luoghi in cui i grandi popoli si sovrappongono. In quelle aree sono le minoranze quelle che tutelano le tradizioni con maggiore cura, che le conservano con gelosia per prestarle le une alle altre, lasciando tutto quello che ha un sapore e un gusto antipatico in uso agli altri”.
Tornando a noi, pochi giorni fa mi ha chiamato mio cugino Marino da Toronto. Parla malissimo l’italiano e ancora peggio il croato e così mi sono ritrovato a dialogare con lui in inglese, nel mio inglese tutt’altro che perfetto. La famiglia di suo nonno si è dispersa in giro per il mondo. Volevo bene a suo nonno, il vecchio zio Toni che viveva da solo dopo essere rimasto vedovo. Usava cucinare gli gnocchi e ricordo che da bambino gli dicevo “zio Toni, sono davvero buoni questi gnocchi”. “Questi che sto per darti ora non sono tanto buoni”, mi rispondeva. Ricordo anche che i parenti che vivevano in campagna mandavano il figlioletto da zio Toni per recuperare l’ombrella e che questo si affacciava sulla balaustra e diceva: “Caro mio, non fosse che sta piovendo te lo darei subito l’ombrello”.
Tanto per introdurre quella che è la nostra mentalità… In verità volevo dire un’altra cosa, volevo dire che lo zio Toni, in cuor suo, si sentiva croato, così all’avvento dell’Italia tre dei suoi figli – un figlio e due figlie –sono fuggiti a Zagabria, mentre un altro si è trasferito a Umago dove ha cominciato a sentirsi Italiano, un sentimento che lo ha portato poi a intraprendere la via dell’esodo. Oggi, pertanto, nessun componente di questa grande famiglia vive in Istria: alcuni sono a Zagabria, altri a Milano e altri ancora a Toronto…
“Taja mi le mani e le gambe, ma buta me tra i miei”, diria Elsa Bragato, Lussinese, che ga scritto libri e libri su ‘ste nostre fazende…
E adesso dobbiamo imparare a stare in Europa? Per diamine, noi che viviamo qui attorno a questi confini siamo in Europa da sempre, lo siamo anche e soprattutto perché dalle nostre parti le culture, le lingue, le tradizioni, i cibi e le bevande si sono mescolate da sempre. Anzi la vera verità storica è che noi qui non siamo mai stati né ottimi Croati né ottimi Italiani né ottimi Sloveni. Ma è proprio per questo motivo che siamo la vera e propria anticipazione del futuro CITTADINO EUROPEO ovvero è questo il motivo per il quale ci dichiariamo EUROPEI.
E va bene, adesso siamo una vittima collaterale dell’UE ovvero di Schengen, ma – esattamente come ha scritto qualcuno sul libro delle impressioni sull’Olimpik-express Zagabria-Sarajevo – “Passano i treni e passerà anche l’ergastolo” dobbiamo tener presente che questo non è l’ergastolo, semmai ci ritroviamo a essere seduti sulla sedia del dentista o, se preferite, nel purgatorio. E noi anime istriane nonostante dovessimo avere tutti i diritti di stare nel paradiso terrestre dobbiamo meritarci la liberazione definitiva dell’Europa, quella liberazione che per noi significherà il riconoscimento di uno status che abbiamo avuto da sempre quello di – EUROPEI!
In verità abbiamo tutti i motivi per essere contenti dal momento che quelli che ci vogliono bene – Romano Prodi per primo – ci spingono ad accelerare. È questo il segnale che non c’è alcun “complotto” bensì tanta, ma tanta buona volontà, quella stessa buona volontà che dovremmo dimostrare anche noi. In primo luogo continuando a combattere la corruzione, promuovendo le libertà civile, il decentramento…

29.12.2007
L'ultimo confine

Devo concludere qui il discorso incentrato sull’area Schengen durante una trasmissione radio il 21 dicembre.
Spero che i lettori e i redattori de “La Voce” vista la mia “anzianità di servizio” e spero altresì che non mi rinfacceranno né il fatto che per una volta sarò “politicamente scorretto” né il fatto che tornerà, ancora una volta, a ribadire cose già dette in passato. Preciso che mi considero obbligato a farlo dal momento che la PESTE DI SCHENGEN (by Rastko Močnik) si è presentata alle nostre povere porte istriane. È festa grande, Scoffie e Šentilj non ci dividono più. I tre oceani etnici dell’Europa, quello germanico, quello latino e quello slavo, confluiscono ora nel grande oceano unico dell’Europa. Esclusi i Balcani ovvero una parte dei Balcani l’Europa è una e unica, si può viaggiare in lungo e in largo a piacimento dalla Dragogna fino al gelido Mare del Nord! “Francamente mia cara, me ne infischio” direbbe Rhett Butler di “Via col vento”! Ma come mai? Ma perché? Perché solo noi altri Istriani semo – fora me ciamo! Non so ancora se alla frontiera prenderò il “cartoncino” o se orgoglioso e in preda alla mia ira extracomunitaria esibirò il passaporto…
Come le pubblicità più in voga sono onnipresente, mi sento quasi come il “barbiere di Siviglia” – tutti mi cercano. Il Confine è caduto, il Confine è risorto! Sono anni (!!!) che da ogni dove, anche da queste pagine, invito a riflettere su quell’insopportabile realtà che ci attende sulla Dragogna. Sono anni che invito all’azione, che chiedo, ad esempio, che almeno l’Italia e Lubiana facciano pressione su Bruxelles affinché alla Croazia sia riconosciuto uno status privilegiato dal momento che ad aspettare nelle file ci ritroveremo tutti, inclusi i cittadini dell’UE! Sarà così, avverto, perché le strade d’accesso sono un collo di bottiglia che vedrà sempre il formarsi di incolonnamenti e, pertanto, fino a quando non raggiungeranno la corsia preferenziale per “UE + CH”, i cittadini comunitari aspetteranno alla pari di noi comuni mortali.
THE FINAL FRONTIER, mi sempre di ricordare che si intitoli così un serial del genere SF. In verità lo spazio è lontano, ma l’ULTIMA FRONTIERA è proprio qui in mezzo a noi, sulla Dragogna. Si tratta di un confine assurdo e grottesco esattamente quanto lo sono anche tutti gli altri confini. Questo che passa nel bel mezzo dell’Istria, però, oltre ad essere offensivo per tutti gli Istriani rappresenta uno schiaffo anche per la storia dell’UE, di quella stessa UE che ha aperto una sua ambasciata a Verteneglio, di quella stessa UE che aveva proclamato l’Istria “giardino sperimentale dell’Europa”!
Adesso l’UE è testualmente a due passi dall’Istria, il confine di Mulini-Dragogna si attraversa facendo una piacevole passeggiata, al contempo però l’Istria e la Croazia sono distanti dall’UE anni luce! È QUESTO IL PUNTO!
È questa la verità per quanto spiacevole essa sia. Questi confini li attraversavamo anche quando i controlli erano rigidissimi, ma mai prima ci eravamo trovati in una situazione per la quale non eravamo integrati nell’ambiente che ci circondava! Persino ai tempi della Serenissima, il confine della K. und K. che tagliava l’Istria a metà e che scorreva vicinissimo al mio paese natale si attraversava normalmente… È questo il nocciolo del problema, dell’insostenibilità della situazione attuale!
Come annunciato in apertura di questo “pamphlet neurotico” devo concludere qui il discorso intercorso tra alcuni di noi sulle frequenze di Radio Capodistria durante una trasmissione condotta da Stefano Lusa. In quell’occasione non lo abbiamo concluso perché era scaduto il tempo a disposizione, ma era rimasto qualcosa di non detto e io non sono abituato a situazioni del genere.
Dico questo perché a una domanda incentrata sul se l’Istria e la Croazia avevano fatto il possibile affinché l’avvento del regime di Schengen al confine tra Croazia e Slovenia non rappresenti una vera e propria barriera ho risposto che l’Istria e la Croazia non soltanto non hanno fatto il possibile in questo senso, ma che non hanno fatto nulla. Anzi, a dire il vero, è soltanto adesso che per la prima volta nella storia recente di quest’area una VERA CORTINA DI FERRO che lacera il tessuto dell’Istria in due parti! Ecco, credo che questo sia imperdonabile!
Il sindaco di Buie, una signora a me molto cara, ha ribattuto a queste mie parole affermando che i comuni transfrontalieri hanno fatto quanto hanno potuto, ma che lo stesso non si può dire della diplomazia croata. Personalmente credo che abbiano fatto il fattibile. Sono decenni che partecipo personalmente ai tentativi di rendere più “morbido” i confini, lo faccio a modo mio, lo faccio attraverso la letteratura, i media e soprattutto attraverso il Forum Tomizza. Conosco bene gli incontri dei funzionari dei comuni transfrontalieri, dei cacciatori, dei commercianti, dei partigiani, dei produttori di vino e di olio di oliva, degli artisti e dei ricercatori. In tutte le occasioni ho sempre sottolineato che l’ISTRIANITÀ intesa come filosofia regionalista, antinazionalista e sub-etatista deve formarsi innanzitutto qui perché soltanto una volta formata potrà essere convincente per Roma, Lubiana e Zagabria, perché altrimenti rischia di rimanere niente di più se non una trovata retorica!
Trieste, Capodistria e Pola (più Fiume) hanno fatto qualcosa di concreto per contribuire alla creazione dell’AMBIENTE EUROREGIONALISTA? Temo di no, la giovane rivoluzione regionalista istriana si è afflosciata davanti ai potenti burocrati nazionali ed europei. L’UE e queste nostre tre patrie (ognuna a modo suo) hanno soffocato i nostri ideali con il loro chiacchiericcio politicamente corretto e così adesso anche noi ci troviamo ad essere politicamente corretti.
Ebbene, nel caso in cui La Voce decida di pubblicare questo mio corsivo, voi oggi leggerete un testo politicamente scorretto!
Sì, perché oggi sono appunto politicamente scorretto e forse anche un tantino sovversivo. Sia come sia, non intendo assolutamente partecipare alla gioia generale di tutta l’Europa, perché L’EUROPA INTERA è più piccola del nostro microcosmo istriano! Certo noi Istriani sopporteremo perché se mai siamo stati ricchi di qualcosa allora siamo stati ricchi di pazienza. È la pazienza che ci ha consentito di sopportare e di sopravvivere a tutte le ingiustizie. Quindi sopporteremo e sopravviveremo anche questa ingiustizia per poi causarla ad altri. Succederà nel momento in cui innalzeremo fortezze d’acciaio targate Schengen uguali a quelle che oggi incontriamo sulla Dragogna sulla Sava e sul Danubio.
Ho dovuto sfogarmi per tutti noi figli dell’Istria, fieri e resistenti e tolleranti, dividere l’amarezza che riempie i nostri cuori tra noi, credo sia giusto dividere quest’amarezza anche con gli altri…

22.12.2007
Trieste a Pola

La settimana scorsa ho scritto di Pola, e di Veit Heinichen. E così sarà anche questa settimana, semplicemente perché sono rimasto colpito dal fatto che io e lui, a Pola, dopo esservi abbracciati abbiamo avviato un cordialissimo dialogo in lingua italiana nonostante avessimo potuto farlo anche in inglese…
Un Tedesco e un Croato: Veit Heinichen e l’autore di queste righe. Un fatto che mi ha portato a riflettere, a chiedermi se anche nella Nuova Europa – E SOPRATTUTTO TRA I CROATI E GLI SLOVENI DEL LITORALE – accanto all’inevitabile inglese, la lingua italiana si riapproprierà dello status di lingua franca rinascimentale e culturale?
Sono nuovamente in viaggio verso Pola dopo aver rilasciato alla Rai un’intervista nel corso della quale ho parlato della Fiera del Libro, dell’ottima spedizione triestina guidata da Claudio Magris e da Veit Heinichen, ma anche della ben preparata antologia poetica bilingue sloveno-italiana e di come la mentalità conciliante sia quella dominante lungo la costa Adriatica. Durante il viaggio ascolto la radio e giunto nei pressi di Opicina sento le dichiarazioni di due professoresse triestine (Italiane) che parlano del loro impegno teso all’introduzione dello studio della lingua slovena nelle scuole italiane. Il giorno dopo sento, invece, le rimostranze croate (e slovene) per il nuovo francobollo italiano del tipo “ritorneremo” che riporta i motivi delle città della costa orientale. Consolo le persone preoccupate dicendo: Sì sì, tutti possono tornare perché dopo aver raggiunto l’Isonzo Schengen sbarcherà anche sulla Dragogna. Inizierà così la fase in cui prenderanno forma una nuova Istria, e una nuova Europa. E in quell’ambiente, che esiste già lungo le direttrici Trieste-Capodistria, Graz-maribor e Zalaegerszeg-Murska Sobota, è certo che a governare saranno la libertà di circolazione e di espressione del pensiero e dell’appartenenza, anche nazionale e culturale, mentre non ci sarà spazio per i revanscismi, per le idee nazionali e per le fantasmagorie nazionalistiche.
Trieste a Pola e Pola a Trieste: è così che piano piano questo nuovo ambiente si va delineando. Un processo che scorre mentre si le nostre piccole fobie locali riemergono e riprendono a crescere in forza della paura suscitata dalla caduta dei confini. Ad essere sinceri penso proprio che il programma di questo nuovo ambiente europeo del quale siamo al contempo sia protagonisti sia spettatori preveda anche una dichiarazione di guerra agli atavismi. Certo, per opporsi con efficacia alle paure primordiali (all’odio, all’ira, alla negazione) che poggiano su radici bisecolari bisogna essere armati di forte impegno e di tanta buona volontà, e non dimenticare mai che l’ambiente in cui viviamo, un ambiente intessuto di cordialità votato ai rapporti di buon vicinato, poggia anch’esso su radici che affondano in secoli lontani.
È questo l’ambiente che vede Pola trasformarsi in un centro internazionale del Libro. Personalmente ritengo che la miglior prova di quanto dico sia il vivissimo interesse dimostrato dal pubblico per la promozione della traduzione in croato del libro di Claudio Magris “Alla cieca”, o l’interminabile coda formata l’anno scorso da quanti volevano tornare a casa con in tasca l’autografo di Umberto Eco… o forse Predrag Matvejević che per parlare di Magris usava l’italiano per intercanalare nel suo discorso brevi passaggi in croato.
Nel nostro ambiente è cosa frequente sentire un susseguirsi di lingue, discorsi in cui le varie parlate viaggiano in parallelo – non soltanto quando lo richiede il protocollo. Certo, lo sappiamo tutti che buona parte dei Croati e degli Sloveni conoscono e comunicano in italiano non soltanto quando si trovano di fronte a italiani bensì anche a scopi “interni”. Vi rivelo un “segreto”, noi delle località costiere parliamo volentieri in italiano sia perché, forse, la cosa ci consente di fare un po’ di “ginnastica mentale”, sia talvolta per il gusto di farlo davanti a gente giunta dalle località continentali. Per questo motivo non ci sentiamo per nulla meno Croati, o meno Sloveni, anzi forse, addirittura, paradossalmente ci sentiamo più Croati e più Sloveni. E potrebbero dire qualcosa sul tema anche Nedjeljko Fabrio o Inoslav Bešker o Igor Mandić ovvero Miran Košuta, Marko Kravos o Boris Kobal…
Prorio come molti tra gli Italiani, del giro a me ben noto, usano volentieri e senza alcuna difficoltà la lingua croata, ad esempio i fratelli Radin o Nelida Milani, Laura Marchig, Silvio Forza…
Certamente la conoscenza delle lingue slave tra gli Italiani (a Trieste, in Italia) non tocca i livelli della conoscenza della lingua italiana da queste parti. Proprio per questo è importante creare un ambiente intessuto di plurilinguismo – o se proprio volete euro-regionale – e supportare la crescita dell’interesse per le lingue slovena e croata nel territorio transfrontaliero (senza confini!) italiano, e non soltanto negli ambienti del mondo del lavoro.
In verità oggi intendevo dedicare più spazio ai libri e agli scrittori presenti alla Fiera, ma ho finito con il dedicarmi ad altre questioni a causa di due fatti contraddittori (per noi della sponda orientale dell’Adriatico): l’interesse sempre più vivo che i popoli dell’Adriatico dimostrano l’uno nei confronti degli altri, il miglioramento progressivo della conoscenza reciproca da una parte e il francobollo dall’altra…
Mentre scrivo queste righe mi viene recapitato l’invito di una città lombarda a tenere un discorso in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo nel febbraio del 2008. Chiedo agli organizzatori se sanno chi stanno invitando e perché lo fanno?! O sì, mi rispondono, lo sappiamo bene e dicono che mi invitano proprio per questo…
Anche da queste pagine mi sono sempre impegnato per individuare quel minimo comune denominatore capace da fungere da formula del futuro sull’Adriatico, per il dialogo, per i contatti. È quando mi vengono recapitati inviti simili che capisco di essere sulla buona strada. Esattamente come lo sono anche tutti gli altri che partecipano al Forum Tomizza o alla straordinaria Fiera del Libro a Pola. Certo che dobbiamo ricordare, ma anche riflettere (e ORGANIZZARE) la futura convivenza nell’Europa comune…

15.12.2007
Pola, la città del libro

La Fiera del Libro di Pola è una vera e propria festa che rallegra lo spirito celebrando la cultura, e i contatti con il mondo intero. L’appuntamento fieristico è, da quanto vedo, un ottimo segnale per l’ambiente che mi è più caro. E mentre tutta la Zagabria letteraria si è trasferita a Pola la Zagabria politica è rimasta ad attendere di veder svelato il nome del mandatario alla formazione del Governo. Dal mio punto di vista quest’attesa, unitamente alla Fiera del Libro di Pola, rappresenta un toccasana per la nostra salute mentale. Un toccasana del quale dobbiamo ringraziare il presidente Stipe Mesić che non ha avuto alcuna fretta, e che ha allungato i tempi di formazione dell’Esecutivo. In questo modo ha fatto sì che, almeno per qualche giorno, le prime pagine dei giornali non siano dedicate ai candidati, alle coalizioni, alle combinazioni e alle manipolazioni – una cosa squisita che ha riportato la politica nel suo spazio naturale, lontano dalle trombe mediatiche! Al contempo l’“Uskok” ha tratto agli arresti decine di funzionari coinvolti in un giro di mazzette mettendo in atto l’unica azione capace di aprirci le porte dell’UE. Riassumendo: gli scrittori europei sono alla Fiera di Pola, i candidati premier non sono più personaggi da copertina e i ladri sono in prigione…
“O Pola, Pola, porto di guerra/sei la rovina della gioventù” cantava i Taliani Istriani. “Pola, Pola, mia città sfortunata/ a causa tua piangono tutte le ragazze” cantava i Croati Istriani.
E ora, dopo i fasti dell’Antica Roma e dell’Austria imperiale, e conclusa l’epoca dell’industrializzazione socialista, ma anche quella del ristagno negli anni della democrazia Pola sta riconquistando un posto rilevante sulla cartina europea. La città delle legioni imperiali e della marina militare è oggi la Città del Libro.
David Becham e Naomi Campbell non vengono a Pola, ma questa è frequentata da Orhan Pamuk, da Peter Esterhazy e da Umberto Eco. Claudio Magris è tornato nella città dell’Arena per il secondo anno di fila, qui si sente a casa esattamente come e quanto nella sua Trieste. A Pola c’è anche un gruppo di poeti italiani e sloveni di Trieste che presenta la sua antologia bilingue. Insomma, a Pola assistiamo a due settimane dense di appuntamenti culturali di prim’ordine che vedono la partecipazione di scrittori famosi, di redattori e di giornalisti provenienti da tutti i Paesi balcanici, dall’Austria, dall’Ungheria, dalla Spagna, dall’Italia, dalla Germania…
Ho avuto così modo di incontrare nuovamente molti amici che non vedevo da tempo. È stato un piacere salutare nuovamente un Tedesco a Trieste, Veit Heinichen, che ha raccontato ai suoi amici giunti dalla Germania di quanto aveva riso quando in occasione di un’intervista per l’HTV gli avevo chiesto DOVE COMINCIANO I BALCANI. Mi rispose che suo padre gli aveva spiegato che i Balcani cominciano SUBITO DOPO ULMA (ULM). A Milano affermano che i Balcani cominciano a Venezia, per i veneziani il confine è a Trieste e per i triestini a Scoffie – e hanno ragione questi ultimi, anzi, avranno ragione dal 21 dicembre 2007. A partire da quella data per entrare nel Paradiso occidentale dovremo superare una terribile costruzione metallica di colore grigio…
A partire dal 1947, a Pola, noi ragazzini davamo vita a amicizie spontanee, ci tenevamo alla larga unicamente dai nuovi arrivati aggressivi che ci guardavano dall’altro in basso comodamente sistemati su quello che oggi oserei definire l’ingiustificato piedistallo balcanico dei vincitori. In verità tutti noi eravamo figli dei vincitori, degli antifascisti istriani locali, eravamo, in prevalenza, orfani di guerra. Loro costruivano la loro rete di relazioni ignorandoci e noi ci ritiravamo nei nostri circoli, la drio l’Arena, Croati e Italiani. Sono queste le cose alle quali penso mentre assisto a questa emozionante Fiera, penso a come davanti alla mia amata città si stia spianando la strada che porta a un futuro migliore…
Sono diverse le città nelle quali ho abitato: Zagabria, Spalato, Belgrado, Fiume. A Pola sono arrivato negli anni in cui dalle rovine si alzava ancora il fumo delle bombe alleate e lì, nell’appartamento che ci era stato assegnato, sfogliavo il libro “Storia naturale del regno vegetale” abbandonato da un bambino della mia età che aveva lasciato per sempre la città nella quale era nato. “Strade perdute della gioventù” canta Sergio Endrigo nella sua canzone “Pola 1947”.
Poi, nel 1953 la vita mi ha portato in altre città, e vent’anni dopo mi ha riportato in quella Pola dalla quale sono ripartito un’altra volta dieci anni più tardi. Non so se tornerò mai a viverci, ma Pola rimane comunque la mia unica città, la città della mia iniziazione urbana. È vero, ad un certo punto ho scritto testi in cui ho criticato ferocemente il provincialismo paraurbano di Pola facendo andare su tutte le furie Boris Biletić il quale sosteneva che Pola è la migliore, l’unica città di tutta l’Istria e non soltanto dell’Istria e che mi sbatteva sotto il naso le mie stesse parole, quelle con le quali affermavo che Pola è la mia unica città.
L’Uljanik – con l’industria che gli si affiancava, con il turismo, con i media e con gli artisti – ha creato la Pola del dopoguerra. Oggi credo di poter dire che Pola e l’Istria si trovini in una fase di passaggio tra un passato glorioso che le ha visto ospitare quella mente geniale di Karl Krauss (“se hai qualcosa da dire, alzati e – stai zitto!”), l’inerizia socialista, il lessez-faire liberal-capitalista, la rinnovata tradizione e le grandi ambizioni culturali. Tutto questo, e molto altro ancora – in primo luogo la scrupolosità professionale, la competenza, e la ragion critica – dà vita a quella rete dalla quale nascono iniziative, progetti, progrogrammi e idee sane, creative, culturali, mediatiche, e alla fine dei conti politiche. In tale contesto la Fiera del Libro di Pola di quell’irresistibile “strega” istriana Magdalena Vodopija raggiunge le cime più alte e indica a tutti noi nuove sfide da cogliere oltre l’orizzonte della grigia realtà…
Ecco, si avvicinano le festività, quanto è rimasto della classe media partirà per raggiungere le località sciistiche in Austria – ricordo che alcune banche propongono prestiti appositi –, e i Balcani diventano sempre più una realtà che non mi piace perché temo che molti di noi si affretteranno a spendere qualche migliaio di euro per acquistare la carne da portare a tavola per il cenone, per brindare all’anno nuovo all’Esplanade e per sciare a Cortina. Un sondaggio indica che la classe media occidentale non corre dietro al lusso: i diamanti e le automobili di grossa cilindrata non significano quanto una vita comoda e culturalmente ricca. Ecco, è questo è l’obiettivo al quale dovremmo ambire anche noi. E a Pola non mancano che gli esempi che stanno ad indicare che la via d’uscita dall’ansia balcanica sono la cultura, la qualità, l’umanesimo…

8.12.2007
In attesa del Governo
arrivano i rincari

L’ex presidente della Bundesbank affermò che l’inflazione è come il dentifricio, una volta uscito dal tubetto – disse –, diventa impossibile farlo rientrare. Mi chiedo se la cosa debba preoccupare la Croazia. Stando a quanto scrivono i giornali mangiamo il cibo più caro di tutta Europa e l’ondata di rincari sta travolgendo tutto: il latte, il pane, la carne, la verdura… Sul prezzo della benzina, poi, non ha più senso nemmeno spendere parole e tutto sta a indicare che si prospetta una stangata anche nel comparto delle bollette del gas e della luce. Al contempo il debito estero e quello interno aumentano a ritmi galoppanti – siamo sempre più vicini alla “sindrome argentina”. Che cosa dire? Dal momento che non sono un esperto di economia non posso far altro che riproporre il consiglio “della nonna” – riponete i soldi nel materasso!
A tal proposito però mi viene in mente un mio amico di Verona che faceva proprio così, però xe riva el patatrac, el ribalton del fascismo e tutto ghe xe anda in fumo…
Pertanto, mi consolo pensando che in realtà in Croazia il problema non si pone dal momento che rimane ben poco da destinare al capitolo risparmi. Pochi giorni fa i sindacati hanno calcolato che per acquistare il paniere medio bisogna spendere ben tre quarti del reddito medio della famiglia media (in cui lavorano due componenti su quattro). Il quarto rimanente non basta per pagare le spese di regia e le rate dei prestiti bancari. Quindi possiamo spendere in tutta tranquillità tutto quello che abbiamo e attendere con pazienza il momento in cui si presenterà alla porta l’ufficiale giudiziario incaricato di procedere con l’esecuzione del pagamento oppure di vederci recapitare la decisione che sancisce la rescissione del credito ipotecario per poi incamminarci tutti assieme verso la prigione o verso la sede della Caritas per farci dare un pasto caldo!!!
Il carovita, però, sembra non essere un tema interessante (figurarsi quanto sono interessanti le possibili soluzioni a questo!!!) per i candidati premier indipendentemente siano questi dell’opzione azzurrina o di quella rosa. Loro si occupano soltanto di questioni generali e generiche, senza però offrire alcuna soluzione nemmeno a queste.
E così mentre rimaniamo in attesa di sapere chi formerà il Governo veniamo sommersi da un’ondata di rincari. Per “consolarci” possiamo pensare al fatto che la stessa sorte colpisce anche i vicini più benestanti – la Slovenia e l’Italia anche se, a onor del vero, più che consolarci questo fatto ci rende ulteriormente preoccupati e impauriti e ci porta a interrogarci sul che fare per vivere o semplicemente per sopravvivere.
Di politica non si vive, soprattutto non di questa sua variante liberal-capitalistica alla croata. Non si vive nemmeno di sport, indipendente da quanto possiamo essere fieri del fatto che in questo momento Slaven Bilić sia la stessa più luminosa dell’universo calcistico e che il prezzo da pagare per rilevare il cartellino del giovane Modrić abbia toccato quota cinquanta milioni di euro e a prescindere da quanto sia simpatico il messaggio lanciato ai tycoon russi – non regalateci le Mercedes, regalateci i canadair…
Tornando allora alla politica, saria interesante (e non impossibile) una situassion: a una delle parti, sia i rosa sia i celesti, ghe manca un deputato al Sabor e xe el bon Radin che devi decider “a quale impero chinarsi”. Ma per quanto le barzellette siano barzellette penso che la realtà ci proporrà proprio una situazione del genere: sarà un paio di deputati delle minoranze a decidere chi salirà al potere.
Il presidente della Repubblica si è assunto un compito difficile: obbligare il candidato premier a dimostrare anticipatamente di poter contare in Parlamento sul deputato in più. Stando alla cronaca si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere per entrambi gli aspiranti premier perché anche nel caso l’alleanza HSS-HSLS prenda una decisione – e sappiano che sono restii a farlo – rimane comunque da assicurare i consensi di un ulteriore numero (uno, due, tre…) di deputati necessari per raggiungere la famosa maggioranza assoluta al Sabor. E, non dimentichiamo, in sottofondo rimane aperto anche il problema della governabilità perché pur potendo contare sui 77 voti di fiducia siffatto Esecutivo avrà qualche problema a governare e dunque non si può escludere che in futuro saremo testimoni di situazioni in cui per poter approvare alcune decisioni si richiameranno i deputati dalle ferie o dai permessi malattia…
Rimane un fatto positivo: le opzioni condividono la stessa posizione in merito ai due programmi nazionali di fondamentale importanza: l’UE e la NATO. Anche se, non dimentichiamolo, entrambe le opzioni devono affrontare gli stessi problemi di fondo: come controllare l’inflazione, come riformare il sistema applicando gli standard europei.
Insomma, il colore del Governo che verrà è assolutamente indifferente.

24.11.2007
Nostalgia? No, depressione!

E mentre proseguono gli antagonismi balcanici (Kosovo, Bosnia ed Erzegovina…) e Olli Rehn ci incoraggia ad accelerare con le riforme per ricevere, all’inizio del 2009, LA PROPUSSNIZZA per l’UE, e Vesna Pusić ci invita a guardare un po’ a Oriente, verso l’Ucraina e la Russia; è necessario guardare attorno a noi, e in noi, per vedere come stanno le cose…
Sto proprio preparando un testo sulla yugo-nostalgia per la splendida coppia scientifico-mediatica (e allo stesso tempo coniugi) Barbara Costamagna-Stefano Lusa (ribadisco le mie felicitazioni per il figlio Noam!), e mentre mi affretto a raggiungere Iž (Esso) per raccogliere le olive, mi incontro con una persona con la quale discuto gli stessi temi. Perché i popoli di queste terre, del sud-est europeo, si stanno piano piano risvegliando dai dolci sonni dell’indipendenza dei popoli e degli Stati, e dagli incubi di Vukovar e Srebrenica…
A Zara, prego questa persona, di portarmi in città, sede, un tempo, della rinomata fabbrica di liquori “Maraska”; un autentico simbolo di questa transizione tragicomica. Dapprima, la fabbrica del celebre “Maraschino” è stata confiscata dal potere jugoslavo al proprietario italiano, ma la produzione non è venuta meno; è venuta meno quando è crollato lo Stato jugoslavo (e la Croazia nel suo ambito). E così, l’uomo è uno kunst-storico, ma lavora come guardia giurata, mi conosce, per cui parliamo serenamente.
Ad un certo punto mi chiede, senza cattiverie, ma Lei, mi sembra, è un nostalgico del passato sistema? Passato sistema, dico. No, non sono un nostalgico del passato sistema, ma credo che questo sia l’unico sistema possibile nel futuro, in Croazia e nel mondo, e mi riferisco al socialismo, o come vuole chiamarlo, mio giovane signore, mi capisce? Credo di capire, ma questo sistema è fallito, vero?, proprio per il fatto che non era all'altezza da un punto di vista economico e storico?.
No, mio caro, dico a questo zaratino che è una persona molto curiosa e, evidentemente, stanca delle fanfaronate croate, stando alle quali la Jugoslavia non era all'altezza di se stessa, ossia la Jugoslavia socialista, ovvero i suoi e le nazionalità, non erano maturi per svilupparsi perché alcune Repubbliche lavoravano e guadagnavano, mentre le altre godevano dei fondi per i sottosviluppati. Peccato, dico al giovane signore, perché i popoli degli Slavi del sud, potevano restare insieme, quindi, ha ragione, sono un po’ nostalgico, poteva nascere una confederazione, poteva esserci anche un’alleanza degli Stati. Ma depressione, è un termine migliore rispetto a nostalgia – non è possibile che i Balcani siano sempre destinati al continuo fallimento, è ciò che mi passa per la testa, caro mio giovane signore!
Perché, in questo modo, i problemi tra di noi restano tremendi – la Bosnia ed Erzegovina per la quale non c’è soluzione, lo Stato del Kosovo che la Serbia non vuole riconoscere.
È normale il desiderio storico degli albanesi di unificarsi – ma un fatto del genere frantumerebbe tutti i Balcani – gli albanesi in Albania, in Grecia, in Macedonia, nel Kosovo, in Serbia, in Montenegro… Però anche in Bosnia ed Erzegovina, in Croazia, in Slovenia, in Italia…
Ma lasciamo ora da parte i nostri sentimenti, mio caro, parliamo del socialismo, e non della nostalgia o di una profonda depressione che soffoca l’uomo ex-Yu; parliamo invece del socialismo, quale possibile prospettiva che può salvare l’Europa dall’economia in ebollizione dell’Oriente, della Cina, dell’India, del Giappone, della Corea…
Di questo si tratta, mio signore: la civiltà bianca, cristiana, è diventata assai cara; è caro lo Stato, è cara la Chiesa, è caro il lavoro e il lavoratore come pure il prodotto di questo lavoro, sono alte le tasse, enormi i profitti dei proprietari, ancora più alti quelli del sistema bancario e assicurativo…
E per queste ragioni la vecchia e viziata Europa è colta dall'affanno: a soffocarla ulteriormente è il palliativo della sicurezza, delle guardie giurate, dell’armata e della polizia e dei gorilla, come l’atavico timore del terrorismo, degli stranieri diventa un pauroso peso per la collettività europea, e di ciò dobbiamo meditare anche in vista delle elezioni.
L’uomo mi ascolta con attenzione, non so quanto mi senta, mentre l’organo marino – premio europeo per l’architettura all’autore di questa splendida opera - suona, come se stessero suonando qualche ouverture di Wagner, una musica europea per le nostre orecchie stanche del turbo-folk e dei tediosi slogan politici di queste giornate preelettorali.
La Croazia, evidentemente, si sta europeizzando a fatica, e quando affermo questo, penso alla legalità e alla legittimità, penso alla giustizia e alla sfera sociale, penso alla cultura del dialogo e alla pluralità; proprio oggi, quando si fanno avanti nuovamente gli alfieri dei nostri miti nazionali, per convincerci dei loro inganni.
Ecco, ho discusso di questo con una persona sconosciuta a Zara, e gli ho chiesto alla fine, se conosce la canzone “da Trieste fin’ a Zara go impegnà la mia chitara”, sì, conosce questa canzone; vedete, è proprio nel tono di questa canzone che sta la salvezza, per navigare quanto prima liberamente sull’Adriatico, per fare sparire i confini, specialmente i confini dei nostri pregiudizi…

17.11.2007
Tempi nuovi?

“Tempi nuovi, nuovi, nuovi! Tempi nuovi, nuovi, nuovi! Tempi nuovi, nuovi, nuovi!”. Questo il ritornello di una canzone sarcastica che il complesso “Buldožer” cantava più di venticinque anni fa ironizzando sullo sfacelo del sistema impostato sulla retorica della fratellanza-e-unità che si intravedeva all’alba del “Big Bang” jugoslavo.
I TEMPI NUOVI sono evidentemente davanti a noi in questo momento. Il territorio dell’ex Jugoslavia e anche tutta l’area balcanica sono nel caos più totale; la Bosnia ed Erzegovina, la Serbia, il Kosovo, la Macedonia; ma, in verità, oggi non intendo dedicarmi alla situazione nei Balcani.
Sembra che in Croazia i TEMPI NUOVI siano grottescamente contraddistinti anche dai partititi che del scetticismo nei confronti sia dei Balcani sia dell’Europa hanno fatto una bandiera nonché da una campagna elettorale che si distingue per gli effetti speciali degni del Circo Barnum.
Tutto sta ad indicare che queste elezioni saranno interessanti. La campagna è segnata da tre elementi mediatici: il primo, entrambi i leader dei principali partiti sfondano i teleschermi (per entrare nelle nostre case, in noi!) come fossero due cow-boy e ci raccontano storielle poco credibili sullo splendido futuro che ci aspetta omaggiando, al contempo, uno l’altro con parole censurabili. Secondo, in campagna elettorale sono comparsi nuovi “commissari” (penso qui agli onnipotenti commissari di guerra di un tempo, ma anche a quelli di polizia) – lo affermo dal momento che in termini chiari, come mai prima d’ora, i vertici della Chiesa si sono espressi in modo poco velato a favore del centrodestra. Il terzo elemento, infine, va individuato nel fatto che mai prima d’ora in sede di campagna elettorale l’eccellenza dello sport si era schierata in modo così diretto al fianco di un partito come hanno fa ora a sostegno dell’HDZ, e qui va menzionata anche la presa di posizione di due squadre di calcio – la Dinamo o lo Zadar.
L’assenza di idee e di programmi è evidente già dagli slogan che ci sono stati proposti fino a qui. Chi è che sta saccheggiando quelli coniati da Milošević? ANDIAMO AVANTI è uno degli slogan da lui usati nelle sue campagne elettorali: dapprima l’SDP ha accusato l’HDZ di “furto” di aver “saccheggiato” Milošević e poi è emerso che sempre lo stesso slogan era stato “rubato” a Slobo già nel 2001 dall’SDP.
In realtà tutta la campagna fa annoiare – sia quella predisposta dai due partiti principali sia quella che ci propongono le piccole forze politiche. Anzi no, scusate, i partiti piccoli e gli emeriti sconosciuti che si sono decisi di partecipare alla corsa per i seggi al Sabor sono meno noiosi, ergo più interessanti – forse perché nel loro caso di tratta di un’occasione unica per comparire nei media e così capita di vedere dei personaggi bizzarri e di avere un buona ragione per farsi una risata!
Intanto, qua xe tutto un brodo, chi vinci vinci, savemo ben che perdemo, fin che no entremo nell’UE. E fino ad allora, dunque, non ci rimane altro se non ascoltare la voce di Dio, la voce della Madre Chiesa – votare le persone che rispettano e ascoltano la chiesa e se Srakić dice una cosa, Bozanić un’altra e Lozano una terza a sciogliere i dubbi ci pensa l’ordinario militare Jezerinac che dice sempre la stessa cosa: Croati cattolici – il 99 per cento della nazione – guardatevi dai demoni rossi. Ma se i Croati cattolici sono il 99 per cento della popolazione come leggere i sondaggi che indicano la destra e la “sinistra” in perfetta parità per quanto riguarda le chance di conquistare il potere? Dobbiamo interpretare questa cosa come un’indicazione del fatto che noi elettori non siamo dei bravi cattolici o sono i pastori di Dio a credere che siamo delle – pecore?!
I sociologi e gli studiosi dei fenomeni sociali possono dirsi soddisfatti perché non è da escludere che questa campagna elettorale sia una delle ultime scosse della “transizione democratica” o forse – ipotesi dal mio punto di vista più credibile –, l’anticipazione del nuovo ordine sociale che sta appena prendendo forma all’orizzonte – come quando da PARS VENEXIAE in pien sol nasse le nuvole e subito diventa el temporal infernal, e garbinada spaca tutto. Forse c’è di mezzo una nuova differenziazione europea perché l’affaticamento del quale risente la politica democristiana e il degrado del socialismo lasciano libero lo spazio ideologico in un momento in cui la società non è in grado di vivere senza idee chiare e logiche capaci di indicare la via da seguire e di raccogliere quanti la pensano allo stesso modo. Un obiettivo che nemmeno questo mondo “post” ideologico nel quale viviamo riesce a raggiungere – per dirla tutta la mancanza di idee che domina sovrana cozza con la natura umana e quindi dev’essere proprio dalle necessità di questa stessa natura degli uomini che deriva la formazione dei circoli nei quali – va da sé – attecchisce benissimo la fraseologia populista che non rappresenta una novità, ma è sempre meglio del nulla che dilaga!
Il tutto, insomma, sembra quasi essere una “nuova rivoluzione croata”, o no? Alle volte ho l’impressione di rivedere gli eventi successi all’inizio del processo di indipendenza della Croazia, la partita “Dinamo”-“Zvezda” interrotta dai lacrimogeni e dai manganelli, l’arrivo della statua del bano Jelačić nella piazza a lui intitolata, il concerto della band “Prljavo kazalište” tenutosi in quella stessa piazza…
Ritengo che la risposta sia di una semplicità estrema: punto primo: né l’HDZ né l’SDP sono certe di riuscire a ottenere la maggioranza assoluta. Punto secondo: non ci sono differenze programmatiche di rilievo tra i due partiti menzionati. Le risposte che propongono alle questioni centrali sono identiche: sì all’UE, sì alla Nato – tutto il resto sono semplicemente delle sfumature.
Intanto, sui temi importanti per il cittadino non si spende nemmeno una parola – non si parla di occupazione, di carovita, di prospettive di sviluppo, di riforme del sistema Giustizia, di riforme fiscali, di libertà dei media, di diritti dell’Uomo… Per questo i TEMPI NUOVI appaiono essere null’altro se non una farsa transitoria e dopo le elezioni chi uscirà vincente dalle urne dovrà innanzitutto far ordine nel Paese facendosi guidare dagli standard europei e poi guadagnarsi il visto d’ingresso nella grande famiglia dei popoli. Perché è soltanto dopo che diventeremo membri di questa famiglia europea che avremo le basi sulle quali impostare la metamorfosi del Paese.

10.11.2007
Camerieri, semafori e pastori

“In questo Paese lavorano soltanto i camerieri e i semafori!”, mi ha detto con tono rassegnato un cameriere zagabrese. Ho raccontato questo appunto pungente alla cameriera di un altro bar e questa ha aggiunto “anche i ladri!”.
E dopo aver letto e sentito le dichiarazioni rese da alcuni pastori di Dio della nostra umile Madre Chiesa ho concluso che lavorano anche i pastori!
“Compro prodotti croati” – il patriottismo non c’entra – dalla mia Danica della Dalmazia, una persona cara e sorridente che vende i suoi cappucci, la sua insalata, il suo radicchio, le sue carote, i suoi limoni e i suoi mandarini. Lei, assieme al marito e ai figli, produce tutto il necessario per la sua famiglia e anche quantità sufficienti da proporre agli acquirenti su un banchetto del mercato. La vedo tutti i giorni dietro al suo banco in “Kvatrić” dove omaggia ogni compratore con un dono per le feste: uno o due limoni, una cipolla, un pugno di fichi secchi.
Dunque, ci si chiedeva se oltre ai camerieri e ai semafori ci siano anche altri che lavorano.
Un collega di orientamento liberale, impiegato alla famosissima Radio 101, cerca di convincermi che in Croazia si vive bene come non mai. Come, come? Sì – gli rispondo –, un centinaio di migliaia di ricchi e mezzo milione di persone della classe media, ovvero quello che è rimasto della borghesia. Sì – mi risponde a sua volta –, sono pienamente d’accordo.
Dunque? Rimango esterrefatto, ma comincio a comprendere quello che il rispettabile collega mi suggerisce: vivono bene come non mai i circoli d’élite che possono contare sui profitti delle società scippate e derubate, del riciclaggio del denaro sporco, del contrabbando. Ma, in fondo, sono loro la NAZIONE, sono loro la CROAZIA, tutto il resto, suppongo, sia il popolino, il margine della società, il popolo senza nome.
Leggo un testo di Giorgio Bocca e mi accorgo che in questo viene proposto un ragionamento simile. Bocca afferma che l’uscita alle urne di tre milioni e mezzo di persone rappresenta un vero e proprio referendum dell’Italia operosa, dell’Italia che lavora, o meglio ancora di quella metà dell’Italia che si è espressa non soltanto a favore del nuovo Partito democratico, bensì anche contro “i picchiatori di borgata… razza padrona… privilegi, indulgenze… per l’Italia peggiore, furba e ladrona”…
Dall’altro canto, dalle nostre parti la “razza padrona e ladrona” croata sfida con arroganza l’elettorato senza promettere nulla! Questa vuole conformare fino in fondo la CLASSE OPERAIA CHE NON CONTA, la CROAZIA CHE LAVORA. La “razza padrona” nostrana, non si fa scrupolo di chiamare in aiuto i prelati e di ricevere il loro beneplacito che si accompagna alla demonizzazione di noi pecorelle di Dio, povere e spaventate. Questa squalifica è indirizzata contro tutti quelli che non stanno a sentire la parola di Dio.
In verità nessuno dei cosiddetti grandi partiti parlamentari ha offerto la sua ala protettrice né al lavoro né ai lavoratori; continuo a non credere ai miei occhi e alle mie orecchie quando leggo e quando sento che i partiti della “sinistra” e quelli della destra hanno raggiunto l’accordo in tema di semplificazione della procedura di LICENZIAMENTO DEI LAVORATORI!!!
Ma forse sono io a sostenere posizioni strane, forse questa generale “rifeudalizzazione” della società imposta dal capitalismo “liberale” è tutelata dai meccanismi sociali “sublimi”: dallo Stato e dalla Chiesa. La rifeudalizzazione suppone, a quanto pare, la direzione in cui muove il mondo, in primis quello cattolico – il ripristino di rapporti simili a quelli che esistevano prima della Rivoluzione francese, il nuovo “afflato pastorale” della civiltà, il nuovo “rimbecillimento” della cultura, la nuova burocratizzazione della democrazia.
Mi sono spinto troppo in là cercando di fare luce su nient’altro se non una simpatica affermazione fatta da un cameriere zagabrese, e spiegando la stessa a modo mio. In tale contesto non penso che il cameriere abbia voluto dire in modo ironico che SOLTANTO i camerieri e i semafori lavorano mentre gli altri riposano, bensì ho in mente l’altra interpretazione possibile – in questo Paese non c’è lavoro, per questo motivo lavorano soltanto i camerieri e i semafori. E i pastori, certamente.
E per questo motivo ripropongo una preoccupante constatazione formulata dal summenzionato stimato collega, qui viviamo bene. Certo soltanto alcuni di noi.
E gli altri? E il popolo? In simili occasioni amo riproporre le parole pronunciate circa cento anni fa dal presidente del Governo del Regno di Serbia e più tardi del Governo del Regno di Jugoslavia Nikola Pašić detto “Baja” (interessante, “Baja” è anche il soprannome di Stipe Mesić, che saria Ganaz o Sgaio). Quando gli agenti dissero a “Baja” Pašić che il popolo è scontento, che protesta lui replicò seccamente: “Quale popolo?! Il popolo xe gentaglia, e la gentaglia xe malfattori”
È così che ragiona anche l’odierno MANAGER, un manager liberale che AMA IL SUO POPOLO. Ricordo che a suo tempo i patrioti che affermavano di “amare il loro popolo croato” facevano accapponare la pelle a Miroslav Krleža.
È interessante in tal senso anche il consenso generale – non soltanto tra i vescovi –, sullo stato delle cose; la famiglia, la chiesa, lo Stato, la Guerra patriottica. Da nessuna parte si parla del lavoro, del lavoratore, dell’occupazione, dei diritti dell’Uomo, dello sviluppo, del benessere…
E senza queste cose il Paese continuerà ad essere un Paese povero, nell’UE e fuori da questa, un Paese senza lavoro e senza lavoratori, senza occupazione e senza paghe, senza vendite e senza profitti…

3.11.2007
L'Istria imperiale

Per dir la verità no vedo l’ora quando entreremo nell’UE, ma solo per una cosa; el primo giorno che sparirà el confin sula Dragogna (sparirà, ma quando?), farò el pien, e via un Tour D’Istrie Libre: su e so per la Dragogna e l’Isonzo – Buie, Capodistria, Muggia, Trieste, Basovizza, Villesse, e indrio per Sesana, e dopo Caldania, Castelvenere e daghe oltre‘l ponte qua-e-là-là-e-qua…
Insomma, sarà el più bel giorno della vita mia, come se legessi el bon Cergoly che se vantava che‘l circolava da Cracovia a Venessia, da Salisburgo a Ragusa, da Timisoara a Cormòns senssa passaporto!
Questa sì che sarà L’ISTRIA IMPERIAL. E gavemo anche l’erede del trono von Habsburg, che el ga la citadinanssa sia croata, sia slovena, sia austriaca…
La scorsa settimana nel “circolo” di Capodistria (consentitemi di continuare a chiamarlo con il suo vecchio nome che sento maggiormente mio) abbiamo parlato dell’Istria sotto l’Austria – il titolo di queste righe è al contempo anche il titolo dell’intervento che ho presentato all’incontro. Spiego: ai tempi dell’Austria l’Istria era anche formalmente una PROVINCIA IMPERIALE (Litorale austriaco – Österreichische Küstenland), il mio titolo suggerisce, invece, di considerare la possibilità di costituire l’ISTRIA IMPERIALE. Ovviamente si tratta di una metafora che mi sento in obbligo di spiegare dal momento che la intendo nel suo significato simbolico e futurologico. Infatti, conoscendo bene le rivalità e gli antagonismo inter-etnici che contraddistinguono quest’area tranfrontaliera e nel tentativo di controllare il nazionalismo latino (italiano) e quello slavo (croato e sloveno) che si confrontavano in un feroce scontro circa l’appartenenza dell’Istria l’Austria l’aveva posta sotto il diretto Governo della Corona. Ben presto, però, entrambi i popoli contrapposti – per quanto ironizzassero sul fatto che K. und K. stia per KAKANIA – compresero che tutto quanto avvenne dopo il 1918 fu esclusivamente a loro danno.
Nel XX secolo l’Istria ha perso circa mezzo milione di persone (due guerre, due esodi…) e oggi ci appare ben chiaro che non esistono né Vittorie, né Libertà né Patria che valgano tutte queste vittime! Comprendiamo anche che nessuna Patria è la nostra tranne quella nella quale possiamo – tutti assieme – possiamo vivere in libertà, circolare, lavorare, cantare le canzoni siano queste le nostre o dell’altro…
Per essere chiaro fino in fondo dirà anche che in occasione della tavola rotonda organizzata nella Comunità degli Italiani di Capodistria è stata posta una domanda sul perché non organizzare a Capodistria una cerimonia in memoria di Nazario Sauro.
È seguito un breve silenzio (tutti i partecipanti erano nostrani) che ho rotto dicendo: non sono né Sloveno né Italiano e pertanto posso esprimersi sul tema con maggiore libertà.
Quando di recente qualcuno ha proposto di rimettere il monumento all’ammiraglio Tegetthoff a Pola ho aderito pubblicamente all’iniziativa e ho aggiunto che a Pola vanno restituiti – in modo simbolico – tutti i suoi personaggi importanti, tutti – tranne i criminali; sia Nazario Sauro sia l’imperatrice Elisabetta (La Nostra Cara Sissy) sia Max von Habsburg sia, soprattutto, Gabriele Emo (il quale ha impedito la distruzione pezzo per pezzo dell’Arena ai tempi della Serenissima) e alcuni antifascisti ai quali i “democratici” hanno tolto l’intestazione delle vie e distrutto i loro monumenti. Per farla breve: Nazario Sauro sì, ma Italo Sauro no perché questo proponeva in forma scritta a Hitler che tutti gli “Slavi” dell’Adriatische kusterland (quale parte del Terzo Reich) vengano semplicemente messi sui treni e deportati!
Penso che il progetto transregionale di unificazione di parti dell’Austria, dell’Ungheria, dell’Italia, della Slovenia e della Croazia in un nuovo LITORALE EUROPEO sia del tutto realizzabile. E quando dico unificazione non penso alla forma bensì alla libertà di circolazione e di azione che sarà raggiunta comunque vada.
Sentiamo la necessità di individuare nuovi modelli di unificazione, di azioni comuni, di scambi commerciali, di interazioni culturali e mediatiche e nel momento in cui ci troveremo tutti ad essere parte di uno spazio senza confini e senza controlli doganali proprio noi in quest’area potremo realizzare un nuovo progetto europeo, una sorta di nuova TERRA IMPERIALE dove l’attributo imperiale non sarà null’altro se non un qualcosa di simbolico, di attinente alla storia nella quale la K. und K. rappresenta l’unico esempio di realtà nella quale si è cercato di mantenere l’equilibrio interetnico e pluriculturale con tutte le forze che si avevano a disposizione.
Certo, possiamo anche scegliere di mantenere intatta l’inerzia che contraddistingue gli attuali rapporti interstatali che da un lato vedono sventolare le bandiere della parità dei diritti e dell’amicizia e, dall’altro incrociare di nascosto le dita tutte le volte che si tocca in modo serio un argomento attinente al regolamento dei rapporti transfrontalieri – ovvero, se preferite, la regolamentazione delle realtà sub-statali. Così noi oggi in quet’area abbiamo alcune (almeno due?) regioni transfrontaliere il che rappresenta un buon inizio, ma lo Stato-in-quanto-tale guarda a queste nuove strutture con diffidenza. E a voler essere sinceri tale atteggiamento ha una sua ragion d’essere dato che queste nascono proprio perché lo stato nazionale diventi superfluo, come di fatto già è.
L’ISTRIA IMPERIALE non è soltanto una trovata simpatica (per qualcuno sovversiva) bensì un’occasione che la storia ci offre, un’occasione da cogliere.

27.10.2007
Tra minoranze e maggioranze

Ritengo siano due le novità importanti che interessano l’area a cavallo dei confini. La creazione di un polo portuale unitario nell’Alto Adriatico e il pacchetto di leggi minoritarie siglato FVG testimoniano quanto seriamente vengano affrontate le tematiche che consentono al processo di CREAZIONE DELL’EUROPA di progredire.
Proprio attraverso i testi pubblicati su queste pagine ho già espresso il mio sostegno al diritto della MINORANZA (del gruppo etnico, nazionale) a godere di PARI OPPORTUNITÀ IN TEMA DI DIRITTI, e proprio questi ultimi passi avanti fatti dalla coscienza collettiva e dalle strutture psico-sociali sia in Istria sia a Trieste (e in tutto l’FVG) confermano come la NUOVA EUROPA INTESA COME UNA SALDA COMUNITÀ debba nascere proprio qui tra le Alpi e l’Adriatico.
È evidente che noi Germani, i Latini e gli Slavi – che già da secoli ci destreggiamo sulla lama della spada del nazionalismo –, stiamo creando una cultura comune e, oserei dire, diamo forma a uno splendido esempio di comunità post-statale sulla quale si potrebbe costruire quell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” sognata ed auspicata da De Gaulle e Adenauer, da Brandt e da Palme…
Spero che non mi ascriverete tra le colpe i miei sentimenti per i quali ritengo che il fatto che gli alunni italiani a Trieste studieranno anche la lingua slovena rappresenti la vittoria della ragione, un germoglio della futura CONVIVENZA, un GERMOGLIO DI UN GIGANTE.
Perché quando parliamo della nuova Europa, quella il cui ombelico si trova proprio qui perché e qui che sono confluite le correnti della civiltà europea – fenicia, egiziana, bizantina, ellenica, turca, armena, e nondimeno ILLIRICA – dando vita al codice genetico e culturale dei futuri grandi conquistatori e possidenti di questi territori – dei Germani, dei Latini e degli Slavi.
Pertanto, noi oggi possiamo bere una goccia di tradizione, e far nostre le attuali magiche e onnipotenti scoperte archeologiche e le possibilità che ci offre la biochimica. Lo possiamo fare come ai tempi dello JURASSIC PARK, possiamo farlo sia in modo virtuale sia in modo culturale. Possiamo “ricostruirci” e trasformarci in nuovi cittadini del continente, in discendenti di tutti questi nostri antenati MINORITARI perché almeno un gene di ognuno di loro ancora oggi circola in noi. Possiamo farlo dato che oggi le ricerche non si limitano all’etnogenesi, bensì guardano letteralmente alla genetica – come se questa fosse in grado di renderci migliori dal momento che la patetica etnogenesi è fallita nella missione!
Ma forse mi sono allontanato un po’ dalla banalità del tema che intendevo proporre.
Immaginavo che una nuova ventata dei benevoli flussi occidentali sarebbe arrivata fino da noi già ai tempi in cui, per fare un esempio, l’EDIT aveva dei problemi con la sua stessa struttura (Unione Italiana), quando era sottoposta alla PRESSIONE DOGANALE, quando si ipotizzava di fare DUE UNIONI, una in Slovenia e una in Croazia. A quei tempi scrissi, non senza ricorrere all’ironia, che l’Unione Italiana è l’unica istituzione degli Slavi del Sud ad essere sopravvissuta e che La Voce è l’unica voce italiana che si sente da tutte le parti – su entrambe le sponde della Dragogna e dell’Isonzo e su entrambe le sponde dell’oceano. Di tutti gli oceani.
Ma, voglio ricordarlo, mi ero schierato pubblicamente dalla parte della voce (La Voce) di alcuni miei amici, soprattutto nel Glas Istre, nel Novi List e ne La Voce sia quando questi facevano sentire la loro, sia quando erano alti a sollevarla nei loro confronti; Ligio Zanaini, Ezio Mestrovich, Sandro Damiani, Giacomo Scotti, Franco Juri, Luciano Kleva – e mi fermo qui. E affermavo pubblicamente il DIRITTO della minoranza a cancellare dai vocabolari la parola MINORANZA.
No, no non intendo scrivere un trattato, né è mia intenzione pubblicare un pamphlet. Tutte le parole e i pensieri qui espressi si propongono un solo obiettivo: cancellare dall’uso comune i concetti di MAGGIORANZA e di MINORANZA in riferimento a un gruppo appartenente a una certa cultura o legato da una lingua o di un popolo.
Pensavo allora e continuo a pensare oggi, scrivevo allora e continuo a scrivere oggi che la cosiddetta MINORANZA è già diventata MAGGIORANZA e che si richiama a questo suo diritto con sempre maggiore frequenza e con sempre maggiore convinzione, indipendentemente dagli usi e dai costumi dei più e dal chiacchiericcio rispettoso del politically correct. Il vero nocciolo dell’Europa del domani è rappresentato dalla posizione dei gruppi “che parlano un’altra lingua” sbagliano quanti credono che la questione centrale sia quella del come arrivare all’unione degli stati nazionali ottocenteschi che altro non è poi se non l’attuale UE. La posizione? Quale posizione?
LA POSIZIONE DI PARITÀ RISPETTO A QUELLA DI TUTTI GLI ALTRI GRUPPI DI QUALSIASI TIPO, a quella del GRUPPO DI MAGGIORANZA, ma anche dello stesso sacrosanto STATO o NAZIONE!
Non so se sia ipotizzabile una tale metamorfosi dell’idea europea, ma senza questo passaggio, senza l’equiparazione della MINORANZA E DELLA MAGGIORANZA, ripeto – di qualsiasi tipo – l’Europa-Stato non sorgerà mai. E la stessa MINORANZA nel momento in cui smetterà di essere tale – un processo che è in atto davanti ai nostri occhi (gli Italiani in Croazia, gli Sloveni in Italia – ovvero il rapporto degli appartenenti alla MAGGIORANZA verso gli appartenenti alla minoranza in queste realtà territoriali) diventerà il modello, il paradigma del nuovo ordinamento europeo.
Non è mia intenzione dar adito alle illusioni, desidero semplicemente indicarle come si indica una possibilità, una possibilità che guarda all’utopia come a un qualcosa di realizzabile, se non un’arcadia.
Non conosco altre vie da percorrere per trovare i germogli della fantasia in grado di competere con il triste riciclaggio del sogno napoleonico di UN’UNICA EUROPA. Un sogno triste, dico semplicemente perché questo sogno viene riciclato in modo triste, patetico e retorico come fosse una frase surreale nella quale dovremmo credere. E per finire, il problema non è la trasformazione delle minoranze in maggioranze, il problema è la trasformazione delle maggioranze in minoranze – temo che queste non saranno felici di doversi adeguarsi al nuovo ruolo…

20.10.2007
Cercando el Grillo croato

La Croazia è uno dei membri non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Un risultato conseguito in virtù del livello di democrazia che contraddistingue il Paese? Un obiettivo raggiunto perché la comunità internazionale, nonostante tutto l’impegno profuso, non riesce a districarsi nei meandri dell’area Balcanica e spera che la Croazia possa assumere il ruolo di paciere? I risultati delle prossime elezioni parlamentari riveleranno se corrisponde al vero l’affermazione che abbiamo superato la fase di “transizione” nel percorso che porta alla democrazia. Personalmente ritengo che assisteremo a una corsa di tipo americano alla quale parteciperanno due opzioni molto simili tra loro, entrambe – dal punto di vista oggettivo – di stampo liberal-capitalista. E questo proprio nel momento in cui sarebbe opportuno fare quel fatidico passo avanti capace di farci avanzare in tema di autoeuropeizzazione, di democratizzazione profonda; insomma preferissi un modello all’italiana!
Dico questo perché mentre dieci anni fa il volontarismo – il teatro&circo – delle destre trionfava in Italia portando una preoccupata Germania a interrogarsi sulla possibilità che dalle pendici delle Alpi si sviluppi un nuovo fascismo, e mentre gli Euro-populisti guadagnavano seggi nei vari parlamenti scrivevo che l’Italia è l’ultimo Paese al mondo in cui potrebbe attecchire qualsiasi forma di fascismo, persino nel caso in cui una delle sue espressioni democratiche vincesse le elezioni.
Oggi l’Italia dimostra con efficacia questo mio pensiero, l’Italia assiste oggi a un’espressione di vera democrazia: in Italia tre milioni e mezzo di persone hanno dato vita, con il loro voto diretto, a un nuovo partito e hanno eletto i suoi vertici. Oggi in Italia registi, giornalisti e attori vestono i sublimi panni dei portavoce dell’antipolitica e portano in piazza centinaia di migliaia di persone. Tutto questo da noi, purtroppo, non è ancora possibile. Non lo è in Slovenia, non lo è in Croazia e non lo è in Serbia…
Il “Bombardiere del Quarnero” Vladimir Bebić è già da anni, a modo suo, il “Beppe Grillo croato”, ma l’essenza stessa della democrazia – IL POPOLO NEL RUOLO DEL PROTAGONISTA – impedisce sul versante orientale dell’Adriatico alle persone come Bebić di raccogliere le masse nelle piazze e davanti ai teleschermi e di dare il via all’azione – semplicemente perché la nostra gente è ancora lontana dal far suo un atteggiamento da Cittadino, da Protagonista che scrive la storia. La nostra gente – proprio come avveniva ai tempi di Checo-Bepi, del re Aleksandar, di Tito, di Tuđman e dell’altra bella ditta balcanica – ha ancora in mente lo status di SUDDITO e così continua ad atteggiarsi.
In realtà dovremmo essere contenti. I Croati e i cittadini della Croazia, ovvio tutti quanti, hanno raggiunto un obiettivo ambito da molti Paesi – il biparititismo all’americana! Inoltre, il fatto che a capo degli “elefanti” e degli “asini” croati ci siano due personaggi carismatici quali Ivo Sanader e Zoran Milanović dovrebbe renderci ancora più contenti dato che serbiamo ancora nitidi i ricordi di ben altri volti – “muso duro” è un archetipo di leader ben più tipico per queste latitudini! Dunque, dovremmo essere soddisfatti perché a conti fatti dalle nostre parti i partiti sono soltanto due – HDZ e SDP – e le prossime elezioni lo confermeranno.
Fortunatamente però l’Europa non è ancora completamente americanizzata e i casi di vittoria netta di un partito rappresentano un’eccezione, e lo stesso dicasi anche per la Croazia dove, da quanto risulta, né l’HDZ né l’SDP raccoglieranno la maggioranza assoluta il che significa che la formazione del Governo sarà preceduta da un giro di consultazioni dalle quali dovranno scaturire le coalizioni postelettorali.
Non era mia intenzione analizzare la situazione muovendo dal “grillismo”, un fenomeno molto interessante che ricorda le tribune popolari dell’Antica Grecia: quando il Demos è insoddisfatto uno dei Tribuni lo conduce lungo la via del rinnovamento.
In verità oltre al menzionato “Bombardiere del Quarnero” è comparso sulla scena, inaspettatamente, Tonči Tadić di Lesina, un’isola che ha lottato per la democrazia già ai tempi della Serenissima, che si è distinta durante la lotta antifascista e che ha dato una serie di intellettuali di prim’ordine tra i quali Grga Novak, Grga Gamulin, Jure e Marin Franičević.
Tonči Tadić – per il solo fatto di aver abbandonato le file dell’HSP, il partito che poteva portarlo a essere rieletto al Sabor –, potrebbe assumere ora il ruolo di un nuovo tribuno dalmata che raccoglie gli indipendenti di tutta la Dalmazia. Ma, dato che anche la lista degli imprenditori di Spalato fa parte di questa coalizione regionale preelettorale Tadić non ha sfruttato l’occasione.
Ad ogni modo anche i tycoon locali (tra i quali il ben noto “Jambo”) rappresentano un’alternativa al menzionato tandem neoliberale HDZ-SDP. Le liste indipendenti fiorivano anche negli anni scorsi, soprattutto a livello locale, ma sembra stiano perdendo le forze. Di recente una simile lista ha “celebrato” a Pola il suo ingresso nella DDI.
In altre parole, proprio gli esempi di “Jambo”, della lista di Pola, del cestista Jerkov dimostrano che anche queste liste assomigliano sempre più all’imprenditoria “forzista” e sempre meno a una valida alternativa democratica.
Ad ogni modo, emerge in modo chiaro sin da ora che nemmeno le prossime elezioni produrranno dei cambiamenti “drammatici”. Chiunque vinca il potere rimarrà nelle mani della struttura liberal-centrista, il che è in parte una buona cosa perché ciò consente al Paese di attuare una politica di stabilità. Guardando, però, il tutto attraverso le lenti della storia ciò toglie la possibilità di realizzare le grandi opere, di cavalcare l’onda dello sviluppo – perché nessuno dei partiti non dice quello che afferma, ad esempio, Stjepan Mesić: sono necessari quei programmi che consentiranno alla gente di vivere del loro lavoro…

13.10.2007
Scudelin, l'ultima thulae

Immaginiamo che la Croazia dal 1.mo gennaio 2008 dia applicazione al regime della Zona ittico-ecologica nell’Adriatico e che la Slovenia, richiamandosi al ruolo di presidente di turno dell’UE, imponga uno stop ai negoziati sulla direttrice Zagabria-Bruxelles. Und so wass?
Xe la storiella vecia de nostre parti; Gesù ghe domanda a un picio se ‘l savessi dove sa va, disemo, a Scudelin-Busini-ecc. Come no, fa el picio, però non te digo! A no, fa Gesù, ara che non ti ‘rivera mai in paradiso. E ti no ti ‘rivi mai a Scudelin…
Ecco, ora Scudelin & Busini diventeranno per l’Istria (e per la Croazia) l’ultima thulae, e la Dragogna sarà il Rubicone!
Mi sembra che i rapporti slo-cro – nonostante tutto l’impegno di Janša e di Sanader, di Kolinda e di Dimitrij teso a sottolineare gli atteggiamenti cordiali, a non dare proprio tutto in pasto al pubblico e al pieno rispetto (di tanto in tanto) del principio del politically correct – assomiglino sempre più ai giochi infantili.
Račan non ha attuato l’accordo sul confine marittimo raggiunto con Drnvšek, e Janša non ha attuato l’accordo sullo stesso confine raggiunto con Sanader. La situazione è pertanto quella di parità “a reti inviolate”. In altre parole, sia la Croazia sia la Slovenia sono a quota ZERO. In verità, lo 0-0 del quale sto parlando potrebbe anche essere uno “zero positivo” – una trovata degli economisti coniata ai tempi dell’autogoverno jugoslavo: non hai guadagnato nulla, ma non hai segnato perdite eccessive, pertanto sei sullo “zero positivo”…
Giorni fa, dopo che il Comitato parlamentare europeo ha approvato una decisione che pur essendo indirizzata alla Croazia non parla della Zona ittico-ecologica alla stregua di un problema europeo, Boris Pahor non ha nascosto la propria delusione. La Slovenia aveva insistito in tal senso, ma nonostante il (flebile) appoggio dell’Italia e dell’Ungheria a tale richiesta il Comitato non ha accolto l’emendamento.
Di seguito, Ivo Vajgl – un eccellente diplomatico di carriera in servizio da decenni che di solito si distingue per la sua sensibilità –, ha fatto fatica a controllare la rabbia e partecipando alla trasmissione dell’HTV “Otvoreno” (mercoledì, 3 ottobre) ha minacciato – in modo assolutamente aperto (in piena sintonia con il titolo del programma?) – che la Slovenia imporrà uno stop ai negoziati europei della Croazia se questa proclamerà “unilateralmente” la Zona ittico-ecologica. Al contempo Vajgl non ha mancato di sottolineare che la Slovenia sarà il presidente di turno dell’UE nel primo semestre del 2008. La Slovenia sarà dunque sul ponte di comando e noi dovremmo concludere che a quel punto il problema BILATERALE diventerà un problema MULTILATERALE, CONTINENTALE?
Mi chiedo dove sia il problema? L’anno scorso l’Italia ha proclamato la sua zona ecologica nell’Adriatico – unilateralmente. Un anno prima la Slovenia ha proclamato la sua piattaforma continentale – anche qui unilateralmente. Come dire: “quod licet Iovi, non licet bovi”. Potremmo concludere che i nostri vicini sono pronti a sfruttare lo stato di Paese membro dell’UE e il nostro forte desiderio di unirci a loro, potremmo però dire anche che lungo il percorso che ci porta a diventare anche noi un Paese membro dell’Unione siamo appunto noi quelli chiamati a dimostrare un grado più alto di saggezza – perché in buona parte dipendiamo dalla loro buona volontà!
La stessa toponomastica rivela qui tutto il suo carico grottesco, al contempo la sua simbologia ci aiuta a comprendere meglio. Scudelin e Busini – piccole realtà istriane, proprio come la Dragogna… C’era una volta il gigante Dragogna che ha arato la vallata. Una volta che ha terminato il lavoro vide scorrere timidamente un fiume… La popolazione locale trasformò i suoi fazzoletti di terra attorno a questo in vigneti, frutteti, orti…
“THE GARDENING STAFF” (cose da ortolani) disse sarcasticamente un diplomatico americano alla vigilia della sottoscrizione del Trattato di pace di Parigi nel 1947 dopo essersi stufato dei battibecchi che nascevano attorno a ogni centimetro del confine tra Italia e Jugoslavia.
Ecco, gli attuali giochi – che cominciano a diventare bizzarri – tra la Slovenia e la Croazia si distinguono per le loro dimensioni storiche ben più ridotte di quelle che erano, appunto, in gioco circa sessant’anni fa.
Il tutto sta assumendo, però, connotati preoccupanti. Non dimentichiamo che tra due anni sarà assolutamente indifferente da quale parte del confine-che-non c’è si troveranno Scudelin &Busini e altrettanto indifferente sarà il confine marittimo che-non-c’è!
Mi chiedo come sia possibile che el bon Ivo e el bon Janez – che hanno lavorato sodo per trovare una soluzione che è stata poi rifiutata dai loro collaboratori e sudditi! – non vedano la via più semplice, quella più ovvia per uscire da questa farsa che sta diventando tragicomica. Si tratterebbe di proclamare nel Golfo di Pirano un condominio o di definire AD INTERIM dell’attuale stato delle cose.
E invece no perché il sacro nazional-egoismo fa pronunciare a un politico una frase del tipo “Non vorremmo mica permettere ai Croati di legare le loro navi davanti al casinò di Portorose???!!!”. E quello stesso sacro nazional-egoismo fa rispondere al politico croato: “Nemmeno una goccia del nostro Adriatico deve andare allo straniero!”.
Certo, noi Istriani abbiamo ben altre preoccupazioni (che sono poi condivise anche dagli Italiani, dagli Sloveni, e dai Croati). Dal 21 dicembre 2007 (ma non potevano farci la “cortesia” di consentici di trascorrere le festività di Natale e fine anno potendo contare sul regime della libera circolazione?) ci attendono insopportabili “file indiane” che colpiranno tutti: sia i cittadini europei, sia gli “extracomunitari”. Beata la K. Und. K!!! I nostri nonni – senza dover esibire documenti personali e senza dover subire controlli doganali – andavano a Trieste, a Pest, a Timisoara, a Zemun, a Praga, a Cracovia… Ora, invece, se uno desidera andare a Trieste e guardare la Barcolana, o se vuole venire da Trieste a Livade per gustarsi i tartufi deve attendere al confine più di quanto non si doveva attendere ai tempi di Osimo, dell’ERA DELLO SHOPPING (per noi) e della DATTERI-CONNECTION (per i triestini).
Cussi che per passar el buso de Busini e Scudelin ghe volerà una scodela con marenda, e un romanzo per passar el tempo; disemo “IL MALE VIENE DAL NORD” del nostro Fulvio Tomizza. Me ricordo come disperava Fulvio vedendo che ‘l grande sogno euroregionale istriano – resta un sogno…

6.10.2007
La rivoluzione dei blog

Nell’eccellente biografia di Lev Trotsky, Isaac Deutscher propone i pensieri che potremmo definire “premonitori” di un trockista italiano di cui mi sfugge il nome che negli Anni Trenta del secolo scorso, durante il suo periodo parigino predisse che una nuova aristocrazia avrebbe governato il mondo: aveva in mente i tecnici delle apparecchiature informatiche, delle “macchine pensanti”. Da allora dovette passare più di mezzo secolo perché il filosofo della comunicazione Marshall Mc Luhan crei la filosofia dell’ERA INFORMATICA, e altri due decenni trascorsero prima che l’onnipotente mondo dell’elettronica ci conquisti tutti.
Al momento siamo tutti a cercare la risposta al quesito vertente sul se la società dell’informazione porterà alla liberazione dell’uomo o a una nuova forma di schiavitù.
Nello splendido testo pubblicato su La Repubblica il 15 di settembre Stefano Rodotà ha scritto:
“Nell’ottobre del 1847, pochi mesi prima della pubblicazione del MANIFESTO DEI COMUNISTI, Alexis de Tocqueville redigeva la bozza di una dichiarazione politica che avrebbe poi trascritto nei suoi SOUVENIRS, e così rifletteva: ‘Ben presto la lotta politica si svolgerà tra quelli che possiedono e quelli che non possiedono; il grande campo di battaglia sarà la proprietà. Quel conflitto è continuato, ininterrotto e continua ancora, anche se al centro dell’attenzione non c’è più la terra, ma piuttosto il vivente, l’immateriale, IL SAPERE NEL SUO INSIEME”. (evidenziato da M.R.).
Il sapere assume, quindi, sempre più i connotati del capitale primario e “tutto ad un tratto” scopriamo che le “macchine pensanti” non sono null’altro se non un mezzo ausiliario che, è vero, dispone di innumerevoli informazioni e riesce a calcolare le probabilità, le possibilità, le chance di riuscita di un affare, in una frazione di secondo. Rimane comunque il fatto che (per ora) queste macchine onnipotenti non possono creare il nuovo, che non possono partorire le idee; in questo senso rimane ancora indispensabile l’attività di un essere mortale – dell’uomo.
Proprio come è ancor sempre l’uomo a stabilire come possono venir usate le informazioni e quale tra queste si può accedere. Questo perché il principio base del nuovo cittadino, del nuovo popolo, del POPOLO di Internet – per dirla con Rodotà – né garantisce tale libertà né assicura la conoscenza di Internet, perché – afferma ancora Rodotà – se si ricorre alle garanzie, se si impongono limiti quali “il brevetto e il copyright, che stanno determinando un movimento di ‘chiusura’ simile a quello che in Inghilterra portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili.
DOBBIAMO CONCLUDERE CHE LA TECNOLOGIA APRE LE PROPRIE PORTE E IL CAPITALE LE CHIUDE? CERTO CHE INTORNO AL DESTINO DI NUOVI E VECCHI BENI COMUNI SI GIOCA UNA PARTITA DECISIVA PER LA LIBERTÀ E L’UGUAGLIANZA”. (evidenziato da M.R.)
“Questo significa, ovviamente, rifiuto della censura, di monopoli e posizioni dominanti e, insieme, accesso diretto alle fonti, trasparenza delle informazioni… così è possibile uscire dagli ARCANA IMPERII, liberarsi da poteri avvolti nel segreto, e perciò solo oppressivi… L’informazione è potere, si è sempre detto. Ma ci si è sempre chiesti: potere di chi?”…
Rodotà, insomma, allarma l’opinione pubblica proponendo un ragionamento lucido, puntando il dito, da un lato, verso il POPOLO DI INTERNET e i potenti che si pongono tra la tecnologia e l’informazione, e dall’altro, verso quanti cercano di assicurarsi il controllo del libero flusso delle informazioni fino a questo NUOVO POPOLO, fino al DEMOS dell’era che potremmo definire post-nazionale, o se preferite del demos inteso come un ideale della democrazia classica, quella dell’Antica Grecia.
Per fortuna da questa spinta tesa a contrastare il potere nasce un potere nuovo, il potere dei NUOVI ARISTOCRATICI di cui parlava il trockista che ho menzionato in apertura, dei conoscitori della tecnologia, dei maestri della maestria capaci di opporsi al vero potere. È proprio in questo che risiede la chance di questo nuovo popolo: nel fatto che anche il VERO POTERE è impotente davanti ai tecnici e ai programmatori del POTERE VIRTUALE.
YOU TUBE rivela l’onnipotenza di tipo anarchico della RETE, perché nonostante la censura anche le informazioni “sovversive”, le denunvie e i pamphlet riescono a passare senza compromessi, e i blogger sono la nuova versione rivoluzionaria degli HACKER che ancora ieri erano considerati “famosi”.
Va detto anche che entrambi questi MOVIMENTI, e anche altri – addirittura gli appassionati delle CHAT non sono altro se non dei prodotti originali e radicali dell’ERA INFORMATICA e al contempo delle anticipazioni della rivoluzione planetaria che un giorno sicuramente regolerà i rapporti sulla Terra. Ho visto ed ascoltato dal vivo, ad esempio, dei blog-letterati all’ultima edizione della Fiera del libro a Pola – la cosa migliore in assoluto che l’Istria ha realizzato sulla direttrice cultura-media-mercato – e devo dire che mi aspettavo di incontrare dei personaggi bizzarri, quasi virtuali assomiglianti ai personaggi dei giochi elettronici.
Invece, “miracolosamente” si trattava semplicemente di giovani, capaci di scrivere (bene) e ricchi di talento dai quali abbiamo appreso che la cultura dei blog rappresenta una novità assoluta e che i veri blogger non accetterebbero mai di venire tra i “comuni mortali” per condividere la VITA NORMALE in quanto per loro LA REALTÀ È QUELLA DEI BLOG. Devo ammettere che questa cosa mi è piaciuta molto. Mi sono immaginato un mondo popolato da Spartaci della nostro tempo o se preferite da nuovi Newton, un mondo abitato da forze capaci di assicurare la libertà alla RETE. Ecco è questa la grande chance per – controllare i controllori.

22.9.2007
«Off-limits»

Dopo un ciclo di celebrazioni organizzate nell’area di confine da parte dell’Italia – da quelle legate al Giorno del Ricordo a quelle che ricordano il “Diktat” del 1947 – si susseguono, ora, in Slovenia e in Croazia festeggiamenti in onore della Liberazione e del Ricongiungimento con la Patria. Qui, attorno ai confini, l’Europa viene costruita su modello “vintage”. Si potrebbe dire che a queste latitudini si stia sviluppando la rinascita del mito nazional-statalista il quale va ad affiancarsi alla crescita dei sentimenti collettivi di matrice regionalista.
Sul tema Hans Habe scrisse un romanzo incentrato sulle zone americane nella Germania del dopoguerra, zone off-limits per i tedeschi. Ora Jože Pirjevec, che con la sua famiglia slovena si trasferì in Italia ai tempi dell’esodo, si richiama alla Legge sulla tutela della minoranza slovena in Italia firmata di recente dal presidente Giorgio Napolitano e scrive: “Ma dato che la lingua slovena rimane per la maggioranza della popolazione un tabù, la città (Trieste, M.R.) rimane off-limits. Questo significa che l’élite cittadina persiste nel promuovere la politica dell’apartheid etnico”.
Dal momento che la stessa Unione europea deve confrontarsi con problemi simili a quello triestino da questa parte della nuova “cortina di ferro” (sì, va bene, una cortina elettronico-poliziesca) le vecchie diaspore nei nuovi stati mantengono alta la tensione balcanica. Questo perché lungo i Balcani da una parte nascono nuove democrazie che guardano all’UE, ma al contempo dall’altra parte si mantengono in forza sia i vecchi sia i nuovi settori di quella che abbiamo definito “zona OFF-LIMITS”: la Repubblica Serba nel bel mezzo della Bosnia ed Erzegovina, ma anche il Distretto di Brčko e il Kosovo, lo Stato-che-non-è-ancora-uno-Stato, e poi gli Albanesi in Macedonia, ma anche il milione di Albanesi scontenti in Grecia.
L’APARTHEID etnico, politico, culturale, religioso, razziale lo si incontra oggi nei Balcani. E non di rado (Bosnia, Kosovo, Macedonia) si tratta di una realtà legalizzata dai patronati dell’UE e della Nato. I Balcani sono però “lontani”, mentre il fiume Dragogna è invece proprio qui, quasi a rappresentare l’aorta del nostro sistema sanguigno transfrontaliero e le diverse forme di OFF LIMITS e di APARTHEID si mantengono in vita con ostinazione non soltanto a Trieste. Gli Italiani in Slovenia e in Croazia potrebbero dire qualcosa sul tema. Ad esempio, nell’Istria croata continuano a non veder completamente realizzato il bilinguismo nonostante un’analisi oggettiva indichi che sul territorio godono di un buon status in primo luogo grazie alla TOLLERANZA DELL’AMBIENTE ovvero all’atteggiamento della maggioranza nei confronti della minoranza. In Slovenia, a livelli formali i loro diritti sono regolati bene. Le tabelle e i documenti bilingui sono presenti da tutte le parti, ma nella realtà delle cose il tutto è molto distante dall’essere ideale. Nella realtà l’attuazione dei diritti dipende dalle associazioni dell’Etnia – in Croazia. E ancora, cosa potremmo dire degli Sloveni in Croazia o dei Croati in Slovenia che “non esistono” semplicemente perché non si tratta di minoranze “autoctone”…
L’inizio del 2008 siglerà la cancellazione formale del confine tra Italia, Austria, Ungheria e, dall’altra parte, la Slovenia. La Slovenia riceverà così anche dal punto di vista formale l’occasione per incorporare (culturalmente, socialmente, economicamente, politicamente, ovviemente non anche territorialmente) le sue componenti etniche nei tre Paesi succitati. Dal punto di vista teorico si tratta di un qualcosa che potrebbe verificarsi, sappiamo però bene che nella prassi non sarà così. Sempre in teoria lo stesso diritto – occuparsi direttamente dei loro connazionali oltre-il-confine-che-non-c’è – compete anche all’Italia, all’Austria e all’Ungheria in Slovenia. E ancora una volta si tratta di una possibilità che non si realizzerà nella prassi!
La mia citazione di Pirjevec è una citazione tendenziosa, lo ammetto. Conosco bene la posizione degli Sloveni a Trieste, in una città il cui cosmopolitismo rileva generosamente il ruolo degli Ebrei, degli Austriaci, dei Greci, degli Armeni, dei Serbi, persino dei Croati, una città che storce il naso soltanto nel momento in cui vengono menzionati gli Sloveni. Ma da questa parte dell’Isonzo e della Dragogna siamo subito pronti a mobilitarci non appena qualcuno interferisce “nei nostri affari interni”, dimostra un interesse troppo grande per, ad esempio, gli Italiani o, non sia mai, i Tedeschi, per non parlare dei Serbi, degli Albanesi, dei Bosgnacchi…

15.9.2007
Prodi come Tommaseo

Romano Prodi proprio ghe rompi le togne a zerti de qua e de là. Ma cossa el pensa ‘sto omo, magari xe anca el Premier, quando el disi un unico porto Trieste-Capodistria-Fiume?
El vol far qua un’EUROPETA?
O el vol qualche iredentismo portuale?
O el vol rifar la Serenissima?
I gerarchi sloveni, italiani e croati sono confusi, o almeno così sembra. Sono confusi perché Prodi non si comporta né da premier, né da italiano. Prodi, nonostante sia soltanto il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana, continua a comportarsi come fosse il primo uomo dell’Europa, ovvero dell’UE. Altrimenti detto: Romano Prodi È INNANZITUTTO UN EUROPEO.
E questo è un fatto che NO NE VA, LO SO. La sua offerta – i gnocchetti-tre-gusti – non ci va giù perché si tratta di un’offerta che, almeno in apparenza, non tiene conto degli interessi nazionali. Perlomeno, non tiene conto di tali interessi quanto ne tenevano conto altre situazioni del passato: i negoziati Ciano-Stojanović o l’accordo Aldo Moro-Miloš Minić. Prodi non è uno statista bilaterale, nazionale e burocratico – PRODI GUARDA SOPRATTUTTO ALLE INTEGRAZIONI EUROPEE!
Ancora, Prodi guarda all’economia; i porti dell’Alto Adriatico hanno oramai dimenticato i fasti dell’epoca della K.undK. (Trieste) e della crescita realizzata nel periodo socialista (Capodistria e Fiume) quando i carichi sicuri provenienti da un’area vasta ben 500 chilometri –Monaco, Praga, Vienna, Pest – davano a loro lo status di “signori dei trasporti”. Va detto però che nel caso in cui si addivenisse a un accordo di collaborazione questi tre scali potrebbero ridiventare un fattore rilevante nel traffico marittimo mondiale. Attualmente però – negli ultimi quindici anni – il loro status è quello di porti periferici, provinciali e – diciamolo –nazionali. Si tratta di porti in cui la mentalità dominante è quella che contraddistingue la piccola borghesia e il commercio al dettaglio; in cui lo schema mentale (e anche quello psico-emotivo) è condizionato da due premesse. La prima di queste afferma che la prosperità è possibile soltanto in un contesto che vede un porto fare concorrenza all’altro; la seconda indica che può operare soltanto nel contesto del sistema fiscale-economico-commerciale nazionale.
È per questi motivi che le ottime idee di Prodi si imbattono in un’accoglienza fredda.
Circa dieci anni fa scrissi un libro sul ruolo di quest’area di scontri dei tre oceani etnici (germanico, latino e slavo). Inizialmente lo intitolai “ISTRIANIZZARE L’EUROPA” poi lo slancio euro-regionalista (del tipo: Istria – un’oasi sperimentale dell’Europa) cominciò a perdere presa e quindi feci alcune correzioni al testo e lo intitolai “ISTRIA – LE CHIAVI DELL’EUROPA”. A qual punto lo slancio euro-regionalista si era completamente assopito e io mi ritrovai a riscrivere il libro e a cambiargli titolo ancora una volta, l’ultima, in “ISTRIA – LA CROCE E CROCEVIA dell’Europa”.
Per dirla in altre parole, dalla passione di matrice tomizziana che avevo fatto mia ero ripiombato nel clima che aveva contraddistinto il 1848 e avevo ripreso come progetto e programma – senza lasciare spazio ad eventuali ripensamenti – le fasi sovversive e rivoluzionarie di un altro nostro grande personaggio (repubblicano, federalista, dalmata, italiano e croato, omo de mondo…): di Tommaseo.
La mia ostinazione nel ripetere in modo testardo e con atteggiamento utopistico la formula coniata da Tommaseo ha tediato, oramai, tutto e tutti. Ho scritto e riscritto le sue parole da tutte le parti, anche su queste pagine, e oggi tornerò a farlo: FEDERAZIONE DELLE LIBERE REPUBBLICHE DELL’ADRIATICO!
Immagino, magari bruciando le tappe, che il socialista-democristiano-Europeo Romano Prodi si muova lungo questa linea, lungo un percorso teso al nuovo internazionalismo europeo. Ripensiamo per un attimo all’euro-Prodi che in sella alla sua bicicletta attraversa l’Istria, incontra Račan e nell’aprirgli le porte dell’Europa lo stringe in un freddo abbraccio.
Attualmente Prodi è impegnato in una serie di attività pensate per non far cadere il governo prima dello scadere del mandato. È incompreso non soltanto al di là dei confini nazionali, bensì anche in Italia, e a non comprenderlo non sono soltanto gli esponenti dell’opposizione – che questa utilizzi tutti gli strumenti a disposizione per farlo tornare a casa è un fatto normale – va detto che nemmeno la sinistra, il centrosinistra, i democristiani e gli altri partner di coalizione lo capiscono e lo accettano. Ma non è questo il tema del quale intendo scrivere oggi, sui temi italiani tornerò alla vigilia della convention programmata per ottobre nel corso della quale Walter-l’americano dovrà dar vita al Partito democratico, un partito che nasce nell’ombra di Prodi, mentre la maggior parte dei suoi partner infilerà le mani nelle tasche e incrocerà le dita…
Ma diamine, crediamo davvero che un’amministrazione comune dei tre porti – Trieste, Capodistria e Fiume – rappresenterebbe un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi che questi si pongono, che non farebbe gli interessi dei tre scali, dei tre Paesi e dell’Europa del futuro?
No, questi porti unificati potrebbero diventare un serio concorrente ai megascali del Nord – Rotterdam e Amburgo – semplicemente perché la linea Suez-Alto Adriatico e quelle che collegano i porti del Mediterraneo (Istanbul, Pireo, Latakia, Haifa, Alessandria, Tripoli, Tunisi, Tangeri) è la più lunga via mare e la più breve via terra (per raggiungere Vienna, Monaco, Budapest…).
Quindi, cos’è che fa aggrottare la fronte alle autorità portuali e si scontra con il silenzio dei gerarchi politici, locali e nazionali nel momento in cui qualcuno esprime il suo supporto a un serio progetto transfrontaliero, trilaterale, multilaterale ed economico? La chiusura mentale, i pregiudizi, il local-patriottismo, l’egoismo… un elenco di categorie che dobbiamo sconfiggere. Prima lo faremo, meglio sarà.

8.9.2007
Carestia

In epoca antica le tribù si dichiaravano guerra per assicurarsi il controllo di un torrente, di una zona di caccia o di un campo coltivabile. Nel (prossimo!) futuro assisteremo a guerre dichiarate non più in nome dell’oro o del petrolio, bensì in nome dell’acqua o del pane.
Carestia – una parola che con il suo suono atavico riemerge nei miei pensieri dai cassetti in cui conservo i ricordi inerenti agli anni della mia infanzia. Nel mio paese vivevano famiglie che facevano il pane soltanto in occasione della Pasqua e del Natale. Carestia – una parola tremenda che fa persino più paura della guerra! E pensare che ora gli esperti dell’ONU prevedono nuove minacce, nuove carestie, e indicano che già oggi quasi un sesto dell’umanità soffre la fame e che ben due quarti della popolazione vivono ai margini della povertà.
Nei giorni scorsi si è tenuto in Islanda un forum dell’Onu sullo sviluppo sostenibile. In quella sede gli scienziati hanno presentato una serie di informazioni che invitano alla riflessione. Nell’anno 2050 l’umanità conterà circa nove miliardi di persone. Di conseguenza, nei prossimi decenni la quantità di cibo necessaria per la sopravvivenza della specie umana sarà superiore alle quantità di generi alimentari mangiati dai nostri antenati nei scorsi diecimila anni.
La scienza indica anche che già ora in gran parte del mondo “studi seri rivelano forti incertezze in tema di alimentazione”: l’Africa centrale, l’America centrale, l’Iraq, il Pakistan, lo Sri Lanka, l’Indonesia, la Corea del Nord, la Mongolia e circa 840 milioni di persone “non dispongono di quantità di cibo sufficienti a soddisfare le necessità che corrispondono a uno stile di vita sano e attivo”.
Seguono ulteriori avvertimenti che incutono timore. Tra questi il dato che attualmente circa il 40 per centro delle superfici agricole soffre di un serio degrado. Particolarmente difficile appare la situazione in America centrale dove addirittura il 75 p.c. dei terreni agricoli non è più fertile, ma danno da pensare anche la situazione relativa all’Africa dove la percentuale si aggira attorno al 20 per cento, e quella in Asia nonostante qui la percentuale sia soltanto dell’uno per cento. Tra le cause che hanno portato a questa situazione una menzione particolare va alle inondazioni e alle siccità, ma non vanno dimenticati nemmeno i venti, il disboscamento, i metodi di lavorazione della terra non adeguati, i concimi di scarsa qualità e le mancanze registrate in tema di investimenti nella qualità…
Il caso Kyoto avverte: il sistema mondiale non è pronto a rispondere ai serissimi problemi che assillano il pianeta Terra! In verità, alcuni scienziati affermano che l’attuale surriscaldamento del globo altro non sia altro che una fase di passaggio che precede una nuova era glaciale. In altre parole, stiamo assistendo a un evento ciclico che non ha molto a che fare con l’attività umana, nell’ambito della quale figura, ad esempio, l’inquinamento del suolo, dell’acqua o dell’atmosfera.
Ma anche quelli che concordano sul fatto che l’uomo può fare molto per la conservazione della specie umana, e per la conservazione della vita in generale, a patto che metta un freno alla corsa allo “sviluppo” (leggi – all’industria). Mi viene in mente il caso dell’isola di Sansego (Susak) dove un’invenzione umana ha salvato non soltanto la vita sull’isola bensì l’isola stessa, un’isola salvata dalle piantagioni di canna palustre che hanno impedito al mare di inghiottirla. O la Libia – Gaddafi non è di certo un uomo che raccoglie molti elogi, ma lui da decenni terraforma il deserto; e il petrolio. Il deserto del Sahara viene crivellato fino a quando non viene trovata una fonte d’acqua (che a grandi profondità c’è). A quel punto si costruisce un villaggio e si pone in essere un sistema di irrigazione e di produzione agraria…
O ancora, prendiamo l’esempio dei piani (delle idee, delle intenzioni) di terraformazione di Marte o di Venere, che stando ad alcuni futurologi rappresenta un tassello fondamentale per il mantenimento dell’uomo. Ma allora, diamine, non sarebbe saggio, innanzitutto, TERRAFORMARE LA TERRA?
La siccità che ci siamo appena lasciati alle spalle ha dimostrato che anche noi siamo in – Africa. Improvvisamente da uno dei Paesi agricoli più importanti, qual era la Jugoslavia – e quindi anche la Croazia in quanto sua parte – siamo diventati un Paese in cui la siccità fa scattare i campanelli d’allarme. I contadini annunciano che il raccolto di grano sarà misero e temono guadagni bassi, e gli allevatori di bestiame fanno loro da eco: ed ecco che il pane ha già subito un rincaro, a breve anche i prezzi della carne saranno ritoccati al rialzo e il tutto si tradurrà in un duro colpo allo standard di vita che è già basso.
Sono anni che percorro in lungo e in largo il mio territorio natale e rifletto sul fatto che per quanto sia necessario capire che il progresso richiede che gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia abbandonino i paesi per trasferirsi nelle città rimane incomprensibile che in gran parti del territorio l’unica vegetazione sia la macchia. Prendiamo come esempio le valli della Mirna e del Quieto che di per sé potrebbero dare quantità di generi alimentari superiori al bisogno della popolazione istriana e contribuire, quindi, all’approvvigionamento di Fiume, Trieste e dei loro hinterland con olive, uva e altra frutta e verdura di ottima qualità.
Ricordo che negli Anni Settanta del secolo scorso un certo signor Zaninović, originario della Dalmazia, nato a Pola, cittadino americano con un importante ruolo in una multinazionale agricola insisteva affinché la valle del Quieto (bonificata nel Ventennio fascista ) venga affittata con contratto pluriennale alla citata multinazionale affinché questa vi possa avviare la coltivazione dei pomodori. Ovviamente, l’accordo non fu mai raggiunto. Per quanto mi è dato a sapere di recente le autorità istriane hanno proposto ai reduci di guerra di avviare la produzione agricola nella valle del Quieto – non so quanti abbiano accettato l’offerta…
Gli investimenti nella terra che ci dà il cibo è senz’ombra di dubbio l’investimento migliore da fare, il più pulito e il più conveniente. Pertanto, se Gaddafi trasforma il deserto in granaio forse potremmo evitare di trasformare il granaio in deserto…

1.9.2007
L'arbitrato arbitrario

TUTTO quanto avviene tra Lubiana e Zagabria è POLITICA! Di conseguenza, anche dopo l’incontro di Bled e l’arbitrato al quale si arriverà – ma anche nel caso il nodo sui confini non arrivi agli arbitri – TUTTO sarà POLITICA.
Risulta che lungo la direttrice Lubiana-Zagabria i colloqui procedano bene. Dico risulta in primo luogo perché el bon Janez e el bon Ivo si impegnano molto per dar a vedere che i loro rapporti sono buoni e cordiali e, dunque, che entrambi sono seriamente interessati a individuare una soluzione capace di chiudere i contenziosi. Si impegnano tanto, forse, PROPRIO PERCHÉ OPERANO IN SEGRETEZZA! Dico risulta perché mi preoccupa tutta questa “trasparenza”. Tutto viene riportato dai media e di conseguenza sono portato a concludere che non sia stato raggiunto un accordo serio!
Per quanto mi concerne ritengo che il compito di noi giornalisti sia quello di “scovare” le notizie, tutte le notizie e soprattutto quelle che vengono nascoste sotto i sette veli di Salomè del tipo “sicurezza nazionale e di ogni altro genere”. Parimenti, credo che nessun operatore mediatico possa scoprire un segreto se chi tale segreto lo conosce non desidera svelarlo.
Dunque, cos’è che sto suggerendo? Suggerisco che proprio il fatto che tutto – ma proprio tutto – viene reso noto – in entrambe le metropoli – in tempi così brevi rappresenta di per sé un motivo per nutrire dei dubbi (forti) circa la serietà dei suddetti colloqui.
Concretamente, due delle tre condizioni poste dalla Slovenia circa l’arbitrato sono assolutamente arbitrarie: la prima – che impone di dare risposta a tutte le controversie confinarie ovvero sia a quelle legate alla frontiera marittima sia a quella terrestre – e la seconda – che chiede che la decisione venga presa in base alle “circostanze storiche” (?) e al “principio di equità” (?). Tra parentesi trovate i punti interrogativi perché a ben guardare tali richieste escludono qualsiasi arbitrato, l’arbitrato è null’altro se non una sentenza, e pertanto non tiene conto né della “storia” né dell’“equità”, bensì esclusivamente dei fatti giuridicamente rilevanti!
Certo, la ragione impone di tener conto sia della “storia” sia dell’“equità”, ma prima ancora la ragione impone di essere – ragionevoli! E la ragionevolezza latita a Lubiana come a Zagabria. Infatti, la ragionevolezza porterebbe a fare un bel pacchetto slo-cro, a sciogliere il fiocco legato con il nastro di seta (ovviamente di colore Euro-blu!) e di avviare i negoziati – discutendo, cercando accordi, acquistando, vendendo, proponendo sconti, occasioni e premi.
I Governi croato e sloveno, invece, giurano che non ci saranno né pacchetti slo-cro, né approcci commerciali! Però il pacchetto lo vediamo già: il Golfo di Pirano, la Mura, la centrale di Krško, la zona ittico-ecologica nell’Adriatico, la demolizione dei ponti, le autostrade Fiume-Trieste e Zagabria-Maribor, le seconde case degli sloveni, i cancellati, ecceccecc – l’elenco è aperto ai vostri suggerimenti!
Certo che TUTTE queste sono questioni importanti, ma spaventa il fatto che il PACCHETTO slo-cro del quale stiamo parlando non possa essere risolto nella sua interezza. Anche se questa appare essere l’unica strada. Pertanto, i due Paesi continueranno con un tiremmolla infinito, continueranno a perdere un’occasione dopo l’altra, ad accumulare un problema accanto all’altro… e i rapporti bilaterali continueranno ad essere avvelenati.
La dichiarazione resa da quel ministro che afferma di non aver mai trascorso le vacanze in Croazia è grottesca – forse l’intenzione era quella di invitare gli sloveni a non andare in vacanza nelle località dell’Adriatico? – anche perché a smentirlo sono stati testimoni credibili (ricchi!), suoi amici nella cui villa a Ragusa (Dubrovnik) ha trascorso un periodo di ferie.
È grottesco il fatto che un ministro (che, del resto, proprio a ZAGABRIA e da nessun altra parte al mondo, viene considerato un nome importante nel campo letterario!) possa lanciare ai suoi concittadini un invito di tale contenuto.
Ma la cosa peggiore sta nel fatto che alcune persone (partiti e associazioni di cittadini) dell’Istria slovena rappresentino il bizzarro irredentismo sloveno – in verità va detto che i programmi di queste formazioni sono diversi l’uno dall’altro: alcuni chiedono soltanto il Golfo, altri il territorio fino al Quieto (Lubiania ha ricevuto questo nome – affermano – in riferimento a quanti vi si sono trasferiti da Lubiana!), e quelli più “coerenti” arriverebbero fino a Fiume e alle isole quarnerine.
Il raggio di luce in tutto questo buio è rappresentato dai media del Litorale sloveno – dunque dai media LOCALI, ASSOLUTAMENTE NON DA QUELLI NAZIONALI –. Questi, per la fortuna del territorio, non si fanno portare dall’onda del razzismo-local-nazionale (cosa che del resto vale anche per i media italiani e croati di carattere locale!). Così i sostenitori degli Alti Interessi Nazionali trovano molto spazio nei media e nella politica a Lubiana e a Zagabria, ma a Trieste, a Capodistria, a Pola e a Fiume non significano nulla!
Nel caso qualcuno ritenga che stia esagerando lo invito a fare nelle città che ho menzionato e nelle regioni frontaliere un sondaggio e di chiedere agli intervistati un qualcosa sull’interesse NAZIONALE. Sono convinto che da un tale sondaggio scaturirebbe un risultato scoraggiante per gli “Alti Interessi Nazionali” croati e sloveni.
Ecco, è questo il motivo che mi fa temere che anche il prossimo arbitrato sarà arbitrario. Lo temo perché già dalle prime battute emerge che nonostante la reale buona volontà del Ivo e del Janez l’intenzione è quella di imporre all’arbitro l’oggetto e le modalità dell’arbitrato.

25.8.2007
Numeroclatura

Sono davvero rare le occasioni in cui nel scrivere i testi per la rubrica “Del sì, del da, dello ja” mi richiamo a una qualche autorità esterna, oggi però mi accingo a farlo. Negli ultimi giorni di luglio La Repubblica ha pubblicato un colloquio con l’olandese Saskia Sassen, sociologa ed economista, docente universitaria nonché autrice di diversi libri. L’intervista nasceva proprio in seguito alla pubblicazione della sua opera più recente intitolata “Territory, Authority, Rights” (Territorio, autorità, diritti) nella quale analizza lo sviluppo e le prospettive delle società contemporanee contraddistinte dalla globalizzazione.
Dice, Saskia Sassen:
“In alcuni casi c’è una ri-nazionalizzazione, come risposta alla globalizzazione. Quando però il globale diventa interno, endogeno al nazionale, il risultato è una de-nazionalizzazione di ciò che è stato storicamente costruito come nazionale. Questo tipo di analisi e interpretazione sta anche a significare che il globale e il nazionale non si escludono a vicenda”…
Poi aggiunge:
“La globalizzazione è lo strumento dei progetti di economia globale delle corporations… L’Europa resta però soprattutto un progetto politico… il tipo di confederazione verso cui si sta andando in Europa è una forma importante per il futuro, che in nessun modo può essere paragonata alla globalizzazione creata dalle corporations”…
Ed ora? Che cosa possiamo aspettarci se anche gli studiosi competenti in materia dichiarano la loro rinuncia? La prof.ssa Sassen cerca di stabilire la diagnosi sociale, esattamente come cerca di farlo Jeremy Riffkin che supporta una globalizzazione di senso inverso – una globalizzazione dove a dare la spinta dovrebbero essere i Paesi del Terzo mondo, rispettivamente le classi povere dei Paesi sviluppati, e soprattutto gli investimenti Occidentali nel Terzo mondo ossia gli investimenti destinati a innalzare il loro grado di sviluppo e a rendere più equilibrato il rapporto tra gli Stati sviluppati e quelli che ancora non lo sono. Ma è cosa nota che i padroni del mondo non sono né i Parlamenti né i Governi, questo ruolo è già detenuto dalla CORPORAZIONE e della BANCA.
Il giovane scrittore tedesco Ingo Schulze (nato e vissuto nella DDR) analizza la situazione drammatica nella Germania unita:
“L’economia occidentale era così forte che le è bastato produrre un po’ di più e costruire un po’ di autostrade per inghiottirci… Ma l’idea che un Paese diventi semplicemente un mercato da conquistare è inquietante”…
Eh sì, l’idea del mercato globale trasforma interi Paesi e intere città in supermercati, e l’epoca nella quale viviamo rappresenta, a tutti gli effetti, l’apice del capitalismo; ma tutto questo si risolve in un incubo inquietante e non in un bellissimo sogno
Non importa quello che scrivi – dice Schulze, uno scrittore di successo tradotto in molte lingue – bensì quanti libri (giornali) vendi: “Il numero ha cancellato la parola. Forse esagero, ma la perdita del significato della parola nel nostro mondo è per me un fatto drammatico”.
Il numero-nel ruolo-della-parola si propone prepotentemente ad arbitro supremo, diventa il signore e il padrone di vita e di morte. E per questo c’è da temere che le formule di salvezza proposte dai veri Galbraith o Riffkin cadano nel vuoto. Per dirla in parole povere i Signori dei Numeri NON HANNO BISOGNO DELLE PAROLE! A momenti rimpiango i tempi dei “delitti verbali” in cui i censori cancellavano interi articoli prima di avviare la rotativa e facevano uscire i giornali con tanto di pagine bianche; l’epoca in cui gli scrittori rispondevano nei tribunali, come Zola, perché erano considerati un fattore sociale.
La nuova nomenclatura è in realtà una NUMEROCLATURA che non ha bisogno né di censori né di prigioni; anche nel caso non potesse (ancora!) acquistare proprio tutti gli autori potrebbe pur sempre ricorrere a una trovata eccezionale che si riassume in un: “Lascia tuonare lo scrittore, anzi fai di più, pubblica il suo lavoro ed elogialo, ma non prestargli attenzione e fai di testa tua”. “I cani abbaiano e le carovane passano!” recita un vecchio proverbio arabo…
Ed ora, a voler essere coerente devo scivolare nell’incoerenza: perché visto che le cose stanno come stanno – e la realtà è peggiore di quanto non immaginiamo –, la RI-NAZIONALIZZAZIONE, anche laddove venisse intesa come un palliativo dello sviluppo dell’umanità, è pur sempre migliore della DE-NAZIONALIZZAZIONE.
Seguendo lo stesso schema logico, un percorso confermato dalla Sassen, il regresso all’interno dell’UE è progressivo, l’unica consolazione sta nel fatto che i tempi di creazione della debole confederazione sono molto lunghi e che il nazional-protezionismo funziona ancora. La fase di passaggio dell’europeizzazione dell’Europa consente pertanto al sistema di sopravvivere fino al momento in cui prenderà forma un sistema nuovo, diciamo uno che sarà al contempo globalista e antiglobalista???
Certo, questo beato pensiero liberal-fiolosofico rifugge dal nocciolo del problema esattamente come il diavolo rifugge l’acqua santa; lo fa perché per quanto Milovan Đilas fosse nel giusto negli Anni Settanta del Novecento quando affermò “IL COMUNISMO È UNA FORZA SPENTA” oggi è altrettanto evidente che anche il CAPITALISMO È UNA FORZA SPENTA, consumata, lisa, obsoleta. La cosa si denota già dall’apparente dicotomia indicata dalla Sassen; la re-nazionalizzazione equivale alla de-nazionalizzazione; la nazione è un fattore di regresso, ma è anche il motore della globalizzazione.
Ho menzionato John Galbraith e ora devo menzionare anche un altro grande cittadino, Marshall Mc Luhan. Due persone che già quarant’anni fa offrivano formule nuove le quali vengono però realizzate soltanto in una minima parte. Galbraith sosteneva che si sarebbe tornati allo scambio delle merci e all’abolizione dell’epoca del conio. Dal canto suo, Mc Luhan parlava dell’informatizzazione totale come del fattore di moderazione della produzione-a seconda-delle necessità e non a seconda-del mercato.
Pertanto, diamine, non posso fare a meno di chiedermi quanto ci impiegheranno ancora i saggi che siedono a Wall Street per capire che stanno tagliando il ramo sul quale stanno seduti…

18.8.2007
Il minimo e il massimo

Leggo la statistica ufficiale relativa alle paghe minime nei Paesi membri dell’UE e noto che da questa emergono alcuni dettagli oltremodo interessanti. Tra i Paesi dell’UE-15 e i cosiddetti nuovi Paesi membri lo scarto è drastico: la paga minima garantita in Lussemburgo (1503 euro) è di ben 17 volte maggiore rispetto a quella corrisposta in Bulgaria (216 euro) o in Romania (204 euro)!
Comunque, l’ineguaglianza all’interno della grande famiglia di Stati è ancora più grande se si guarda un altro dato: sette Paesi membri non conoscono nemmeno la categoria di paga minima garantita! Inoltre, altrettanto interessante è anche il fatto che in alcuni Paesi membri indiscutibilmente più poveri, meno sviluppati si registrano pochi lavoratori che percepiscono il reddito minimo. In Spagna la percentuale è inferiore all’uno per cento dei lavoratori, a Malta si arriva all’1,5 per cento, nella Repubblica Slovacca all’1,7 per cento. Al contempo il maggior numero di lavoratori che percepiscono entrate minime si registrano nei Paesi più sviluppati – in Francia e in Lussemburgo –, nonché in quelli meno sviluppati quali la Bulgaria, la Lettonia e la Lituania dove più del quindici per cento dei lavoratori deve accontentarsi di un reddito misero.
La statistica tante volte porta a fare conclusioni sbagliate. Conosciamo tutti il detto che recita – Tu mangi la carne, io mangio patate e quindi in media mangiamo tutti il gulash! Ma riflettiamo bene, il fatto che il 16 per cento dei lavoratori bulgari percepisca la paga minima di circa 200 euro non indica una situazione rosea, ma questa non è poi tanto buia se soltanto una piccola percentuale tra quelli che hanno un posto di lavoro in Olanda, in Lussemburgo, in Gran Bretagna e in Belgio percepisce la paga minima garantita che in quei Paesi ammonta a più di 1.200 euro al mese.
Il lavoratore bulgaro e rumeno sarebbero ben felici di percepire un minimo sindacale di mille euro; per loro questo importo rappresenta l’irraggiungibile reddito massimo! Lo stesso discorso potremmo farlo anche in riferimento al lavoratore croato, per non parlare di quello della Bosnia, della Serbia, della Macedonia… In altre parole il MINIMO in Occidente rappresenta l’irraggiungibile MASSIMO in Oriente. E per “consolarci” possiamo pensare che nemmeno nell’area mediterranea le cose stanno molto meglio.
Mi chiedo se in tutta questa vicenda abbia un qualche ruolo il destino, o si tratta dell’influenza degli stereotipi. Quello dell’Occidente e sul Settentrione più sviluppati perché protestanti, nonché arricchiti ulteriormente grazie alle colonie, dell’Oriente ortodosso con le sue élite, le sue pigre strutture sociali di matrice comunista (prima ancora feudale) e del Mediterraneo cattolico con la sua dolce vita?!
Certo che la tradizione influisce sullo “stato dell’arte”, l’ambiente mentale e quello emotivo sono fattori importante che incidono sulla società e sulla sua organizzazione, ma non è l’elemento determinante. Il “trucco” che sta dietro a una sproporzione di simili dimensioni si nasconde in primo luogo nel sistema fiscale e più in generale nel sistema di stato e di governo. È questa la chiave di lettura che consente di comprendere, ad esempio, l’improvviso balzo in avanti dell’Irlanda (un Paese cattolico poco sviluppato!) la sua veloce trasformazione da un Paese che versava in uno stato di povertà a una società dinamica e benestante?!
L’Oriente e il Meridione condividono la stessa tradizione; lo Stato (l’amministrazione) viene visto come l’arbitro supremo, come il regolatore di ogni cosa, e in primo luogo dell’economia. Questo Stato (la Spagna, il Portogallo, ma anche la Bulgaria o la Romania) poggia sulla sua stessa autorità, che non può venir messa in discussione, e su aliquote fiscali alte. Sin tratta dell’idea della “restituzione del valore aggiunto”, della creazione di budget statali enormi che poi vengono ridistribuiti.
Bene – direte – ma anche l’Olanda vanta un budget enorme!
Dieci hanno fa, circa, ho girato un documentario sull’Olanda. In quell’occasione ho capito diverse cose, tra queste anche il funzionamento del meccanismo sociale che consente la stabilità e la costante crescita economica di questo Paese non eccessivamente grande, ma tra i più forti al mondo dal punto di vista dell’economia. L’Olanda spende quasi il settanta per cento del suo budget per finanziare i servizi pubblici, i trasporti, la scuola, la scienza, la sanità, i servizi sociali, la cultura.
L’Oriente e il Meridione spendono in media tre quarti del budget nazionale per corrispondere la paga ai funzionari statali, all’esercito, alla polizia, alla diplomazia. Ricordo che non tanto tempo fa un economista mi spiegava che l’ex Jugoslavia contava tra i suoi dipendenti circa 100.000 (!!!) autisti di auto blu! Fantastico – non si trattasse di una cosa fantasmagorica! Ovvio, l’essenza di tutta questa vicenda va individuata nel sistema economico – quando si può fare affidamento su un forte comparto produttivo e (soprattutto) sul settore delle vendite, anche prevedendo aliquote fiscali basse il budget sarà ricco e a quel punto la spesa non incontrerà ostacoli – perché le casse saranno piene!
A suo tempo il direttore dell’“Uljanik” Karlo B. aveva impiegato poco tempo per farmi ragionare. Era l’epoca in cui il cantiere di Pola costruiva petroliere gigantesche ed era una delle realtà produttive più concorrenziali del Paese e io dissi che tra dieci anni avremmo raggiunto i 10.000 dollari pro capita. Mi rispose osservando: Sì, ma a quel punto la Germania avrà raggiunto i 50.000 dollari pro capita! Come dire: un circolo vizioso e trovare così ancora una volta la “via d’uscita” o addirittura la “soluzione” nel fatalismo?!
Le cose non staranno esattamente così; la questione sta appunto nella ridistribuzione del cosiddetto valore aggiunto, ovvero nella distribuzione del profitto. Se il valore aggiunto viene investito nello sviluppo (l’economia, la scienza, la formazione…) si vedono crescere la produzione, il profitto, il budget!
Forse sto banalizzando troppo il problema, ma non conosco un altro modo per scuotere la società di buona parte dell’Europa dal letargo nel quale si è ritirata. Del resto, ammesso che queste spiegazioni non siano scientifiche, non vi trovate d’accordo con me sul fatto che una prova seria della fondatezza di simili tesi stia proprio nell’unico sforzo davvero EUROPEO dell’UE: il controllo della spesa pubblica, ovvero dell’indebitamento dello Stato ossia dei budget e dei sistemi fiscali?! Il sistema monetario europeo è l’unico che si comporta in modo – europeo proponendo il rafforzamento della società, la riduzione della spesa, e promuovendo lo sviluppo della produzione e delle vendite…

11.8.2007
La nuova democrazia

Walter Veltroni nel ruolo del salvatore della sinistra italiana (europea)? Veltroni autore del disegno che porterà alla definitiva caduta della sinistra (ovvero, del suo principale assioma – la rivoluzione)? Walter Veltroni contribuirà all’“amenicanizzazione” della politica in quanto fermamente deciso ad accogliere la sfida del bipartitismo lanciata da Berlusconi?
Sono domande che rimangono in attesa di una risposta. Almeno fino all’autunno ossia fino alla convention elettorale della nuova formazione politica, il Partito democratico. A quel punto bisognerà vedere quale risultato emergerà dalle elezioni per la guida del Pd anche se quella del summenzionato Veltroni è indubbiamente la candidatura più forte sia in termini di coerenza dimostrata nel corso della sua carriera, sia perché i grandi personaggi (Prodi, D’Alema…) hanno rinunciato alla corsa in proprio, ed hanno espresso il loro appoggio all’attuale sindaco di Roma.
Comunque, non intendo dilungarmi oltre scrivendo del beniamino di molti rappresentanti della “sinistra liberale” (qualsiasi cosa significhi questo sintagma!) che rimaniamo dell’opinione che il PCI ha perso un’occasione importante quando non ha affidato le redini del partito a personaggio quali, appunto, Veltroni o Cacciari quando c’era da percorrere la strada della transizione che lo ha portato a diventare un partito ex-comunista. Veltroni, dal canto suo, ha saputo dimostrare il suo valore pure in un altro ambiente – al Campidoglio – e oggi fa il suo grande rientro nella “grande politica” che gli si addice perfettamente. È per questo motivo che Vetroni mi ha fatto da spunto per avviare una riflessione non troppo approfondita, ma necessaria sul (prossimo) futuro della scena partitica italiana ed europea.
Ho affermato già parecchio tempo fa che l’Italia è uno specifico barometro o, se preferite, termometro della democrazia europea. Penso che il più grande abbaglio degli analisti contemporanei (Huntington, Fukuyama…) – condiviso anche dai partiti – in riferimento al periodo della post-transizione siano le tesi sul suo inizio. Personalmente ritengo che in Europa prospettive del genere siano assurde.
Si tratta di un’impostazione che la democrazia europea – profondamente radicata nel bipolarismo che vede contrapposti democristiani e socialdemocratici –, sta pagando a caro prezzo. In altre parole, se la democrazia in quanto tale riesce in qualche modo a mantenersi in vita la storiella del periodo post-ideologico non fa altro se non togliere il respiro ai partiti storici dei Paesi europei indipendentemente dal fatto appartengano questi all’area di sinistra o a quella della destra. Anzi, a farne le spese maggiori sono proprio le forze politiche più vicine alla società civile che si riconoscono in un centro moderato, liberale, europeo e che per decenni hanno rappresentato l’ago della bilancia del potere. Almeno in quanto fino a ieri senza un accordo di coalizione con queste i grandi partiti della sinistra e della destra non potevano nemmeno pensare di governare un Paese.
Dagli Stati Uniti abbiamo importato anche molte cose buone: i chewing gum, il rock’n’roll, perché no, l’hamburger (anche i poveracci possono abbuffarsi a volontà) e metto nell’elenco anche Gardaland. Due cose tipicamente americane sono però assolutamente inadeguate allo STILE DI VITA EUROPEO (perché mai soltanto gli Americani dovrebbero rilevare il loro AMERICAN WAY OF LIFE?): Halloween e il bipartitismo!
Noi abbiamo il nostro carnevale, abbiamo le nostre galassie di partiti, di società, di enti, di chiese e abbiamo alle nostre spalle un’esperienza di modernità politica lunga duecento anni dalla quale emerge in modo chiaro la conclusione che il bipartitismo alto non è se non il monopartitismo raddoppiato e che di conseguenza non consente una vera e propria scelta!
Ed è proprio muovendo dall’esperienza in tema di monopartitismo (in primis di stampo nazifascista o stalinista) che nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale è nato il modello europeo di pluripartitismo in cui le formazioni si moltiplicano. Un sistema del quale l’Italia e la Francia rappresentano la cartina al tornasole, un punto di riferimento per quanti in Europa (e soprattutto in quella Orientale) diffondevano le idee borghesi e quelle della società civile. Va detto qui che Roma e Parigi hanno assunto questo ruolo in virtù del fatto che lì era difficile governare, che lì i Governi cadevano un anno dopo la loro nomina, perché proprio l’INGOVERNABILITÀ rappresenta l’essenza stessa della democrazia…
Mi rendo conto del fatto che queste pillole di saggezza che vi propongo in piena estate sono un po’ pesanti, che siamo in un periodo in cui i testi più gettonati sono quelli più leggeri. D’altronde anche il Parlamento e il Governo italiani di questi tempi predilige questioni non troppo serie… Ma l’autunno arriverà molto presto e noi rimaniamo in attesa di vedere cosa porterà di nuovo all’Italia e all’Europa questo nuovo Partito democratico.
Vetroni è famoso anche per il fatto di essere un filoamericano. Nonostante questo sono convinto che il Pd non sarà organizzato su modello americano, bensì su quello italiano, anzi europeo. L’idea è, infatti, quella di fondare lo stesso partito anche negli altri Paesi membri dell’UE. E se il tutto non si rivelerà essere pura e semplice retorica nascerà il primo serio partito europeo, un partito che agirà a livello internazionale – il lascito della sinistra – e così dopo la moneta unica avremo, forse, finalmente qualcosa di VERAMENTE, ESSENZIALMENTE EUROPEO. In altre parole un qualcosa che sin dalla sua nascita non dovrà fare il conto con una malattia ben nota: il nazional-egoismo.

4.8.2007
INTERCULTURA

Durante la recente tavola rotonda a Trieste, organizzata da Dialoghi europei, Giorgio Rossetti, mio vecchio compagno e amico, ha enunciato questa formula per me nuova: INTERCULTURA. Ovviamente, sentiamo subito in questi casi una certa stanchezza per qualcosa che sa di retorica: fratellanza, convivenza, multiculturalità, plurilinguismo. Questa stanchezza è più di natura psico–politica, di quanto lo sia di natura verbale. L'abitudine di sentir parlare soprattutto di regionalismo, e specialmente euroregionalismo, chiaramente richiede da noi nuovi sforzi, nuove idee, come pure una nuova retorica.
Dell'intercultura ho sentito parlare in questi giorni da vecchi partigiani dalmati. A Mali Iž è appena stata celebrata la giornata dell'Insurrezione, quando il 25 luglio 1942 i giovanotti hanno strappato di mano ai fascisti dell'olio requisito, hanno catturato una nave e sono andati in guerra. Dei 1200 abitanti di Mali Iž, ben 405 (!!!) combattevano nelle linee dei partigiani – vale a dire un terzo della popolazione totale; se fosse stato così da tutte le parti, Tito avrebbe potuto vantare un'armata di cinque milioni di combattenti! Di questi combattenti 162 sono caduti durante le operazioni delle gloriose brigate dalmate in Dalmazia, Erzegovina, Lika, Istria, fino a Trieste...
Ho scritto di loro numerose volte, e ho girato un documentario; se la salute e l'ingegno mi assisteranno, scriverò anche un libro: ho già in mente il titolo QUANDO ACCADDE QUELLO! E quando si dice ancor oggi questo a Iž (Esso) allora si pensa sempre e solo all'insurrezione di Mali Iž. Il legame di questa storia con l'INTERCULTURA è tanto curioso quanto logico, naturalmente; scrivendo di Mali Iž, ricordo bene come i partigiani mi hanno ammonito in ripetute occasioni, una volta anche severamente, quando ho detto "italiani" – loro usavano e usano ancora oggi i termini OCCUPATORE, NEMICO, FASCISTI.
Uno di loro mi raccontava con il massimo rispetto e tristezza la storia di un partigiano che aveva sempre ammirato: VICENZO DI NAPOLI. Durante le battaglie per Mostar, poco prima della fine della guerra, Vicenzo, giovane e robusto, correva completamente eretto oltre il celebre ponte di Mostar con un mitragliatore pesante in mano, come fosse un giocattolo, e mitragliava le postazioni nemiche. "Fermati! Mettiti in riparo!" gli gridava questo commilitone, "No! Io sono comunista!", replicava Vicenzo tra le risa e la rabbia e le raffiche, e cadde falciato.
Forse in modo inopportuno, quando ho sentito il termine INTERCULTURA mi sono ricordato di Vicenzo Di Napoli, con malinconia e orgoglio. Ancora meno confacentemente, pensando a come sviluppare questa INTERCULTURA, come un insieme di entità complesse, mi è venuta in mente anche una pensata colossale, qui già scritta, di un italiano locale, business–man di successo; " PER NOI CROATI L'EUROPA LA XE MALA BEBA!"
Ragionando in questo modo, ormai anche stanco dello sprofondare delle nostre migliori idee e intenzioni in una palude di permissivismo e retro–nazionalismo, mi sono chiesto che cosa sia l'INTERCULTURA. Un altro neologismo, certo, ma in essa potremmo forse trovare una nuova fonte? Dopo che alcuni slogan simili che esibivamo con forza negli ultimi 15 anni (tipo multi–culti) sono diventati oramai abusati, di sicuro abbiamo bisogno di una fraseologia e di metodi diversi...
Il peso della storia, anche di questa nostra adriatica, è evidente; ma, e lo diceva Machiavelli, quando la Repubblica si ritrova in crisi, deve ritornare alle sole ragioni della sua nascita, e la nostra ragione si trova realizzata nella storia dimenticata della tradizione liberal–repubblicana della Serenissima, dell'alfabetizzazione e della tolleranza glagolitica, della cultura istroveneta; e della nostra comune INTERCULTURA latino–slava!
Essa ci ha concepiti e ha creato l'equilibrio tra noi, un sistema di contrappesi, un armonioso rapporto e una partnership; sono i valori di base di questi territori che siamo stati costretti a ripudiare accogliendo un modello imposto dall'Ottocento. Questo ci ha gettati nel secolo del male. E ora, mentre sta nascendo l'Europa, contrastata proprio da questo Stato–Nazione, noi semplicemente dobbiamo rinunciare a questa obsoleta formula statalista, e più audacemente ricostruire il Modello-Serenissima; una solida collaudata plurisecolare formula, attorno alla quale armoniosamente ruotavano due cerchi di etnie, due ruote dello stesso carro – l'Istria!
Direte che questa è la stessa fraseologia che ascoltiamo già da decenni; convivenza de qua, fratelanza de la, multilinguismo, pluricultura – e adesso INTERCULTURA. Ma certo che si tratta della stessa storia, solo che l'inter–cultura offre ancora più spazio, non solo qui a noi, ma in generale a qualunque tipo di apertura, e il cielo stesso già sa che soltanto una continua e ininterrotta apertura di tutte le finestre e porte può portarci in Europa; un'Europa intesa come patria, perché tutto il resto è solo un mantenimento della tragicomica succitata formula dell'Ottocento.

7.7.2007
La piovra croata

I tentacoli della piovra croati si sono diffusi ovunque. Ora la stagione di caccia è aperta. La domanda che mi pongo è: ne vedremo i risultati? Ovviamente non mi riferisco a degli effetti eclatanti anche perché in quel caso non sarebbero sufficienti nemmeno tutte le carceri d’Europa! Immagino che ora siano in molti a porsi delle domande circa il filo del mio ragionamento. Ebbene, tanto per rendere la cosa più chiara: gli arresti di alcune decine di tycoon, giudici, politici, narcotrafficanti pongono fine alla vicenda? Penso proprio di no. Ritengo che la vicenda sia ben più complessa di quanto non immagini l’opinione pubblica. Perché al sistema che ha preso vita con i processi di “privatizzazione” e “transizione” hanno aderito – a titolo volontario, ovviamente (!) – centinaia di migliaia di persone. OK è vero, ad alcuni le vicende di cui sopra hanno fruttato diversi milioni, ad altri qualche centinaio di miglia e a terzi non più di qualche decina di migliaia (di euro o di dollari…). Di conseguenza, non tutti hanno lo stesso “peso”, né si può parlare di identiche situazioni di conflitto con le leggi.
L’UE segue attentamente l’azione “mani pulite” croata, ma siate pur certi che anche l’UE sa porre termini e obiettivi ragionevoli. E dubito si arriverà all’attuazione del sogno di alcuni – ALLA REVISIONE DELLA PRIVATIZZAZIONE. Dubito che sarà QUESTO quanto l’UE chiederà alla Croazia! Perché la legge di tutte le leggi, la morale di tutte le morali e l’etica di tutte le etiche delle richieste che i Paesi occidentali rivolgono ai Paesi in via di transizioni non possono dirsi prive di limiti! La legge di tutte le leggi è una soltanto: la privatizzazione assoluta, NULLA deve mantenere lo status di proprietà COLLETTIVA e praticamente nulla può essere proprietà DELLO STATO.
L’UE chiede sia messo in atto un sistema GARANTE dello sradicamento di ogni residuo del socialismo, del comunismo, del bolscevismo… Quindi, l’UE – dunque l’Occidente – vuole sradicare la criminalità diretta, ma NON anche la PRIVATIZZAZIONE, indipendentemente dai percorsi seguiti per arrivare a questa! E pensare che la metastasi della società e dello stato croato è identificabile proprio nella privatizzazione. In altre parole, cos’è che possiamo aspettarci? Poco o nulla!
Immagino che ora vi chiederete che senso abbia in questo contesto l’azione MAESTRO? A che cosa serve se il tutto non è altro se non un’operazione di trucco, di liposuzione, di lifting della compromessa signora croata? Beh no, non si tratta di un semplice ritocco da fare per ridare luce a una vecchia fotografia – una delle operazioni culturali più importanti nei tempi passati vedeva la famiglia mettersi in posa davanti alla camera oscura, a quel punto il fotografo chiedeva un sorriso che non arrivava mai. A QUEL PUNTO LA TRISTE FAMIGLIA CHIEDEVA CHE LA FOTO VENGA RITOCCATA, e il MAESTRO esaudiva la richiesta!
I dirigenti di MAESTRO, Bajić e Cvitan sono la risposta a tutti i nostri dubbi e a tutte le nostre delusioni riferite alla democrazia: la GIUSTIZIA è il terzo pilastro del potere (accanto a quello parlamentare e a quello esecutivo, dei funzionari) che qui in quest’area che si trova tra l’Occidente, l’Oriente e il Settentrione, nel Meridione europeo, o se volete nei Balcani non ha mai trovato le forze necessarie per staccarsi dagli altri due pilastri.
Per questo motivo MAESTRO rappresenta un’operazione cruciale per la democrazia in Croazia, per la separazione della GIUSTIZIA (dei tribunali) dagli altri poteri e per la sua autonomia. Certo, sarebbe bellissimo se la giustizia potesse arare i campi minati della privatizzazione croata, ma si trova con le mani legate. La revisione della privatizzazione è possibile comunque. Ora però tutto dipende degli altri due pilastri della società, dello stato, della nazione – dal potere e dal Governo. Se il Governo, il Parlamento e il capo dello Stato troveranno le forze necessarie a mettere fuorilegge i crimini della privatizzazione – il che significa modificare non soltanto le leggi in vigore, bensì anche la stessa Costituzione (E PERCHÉ NO?!) in quel caso la Giustizia potrebbe rimettersi al lavoro. In merito alla revisione della privatizzazione sono anni che si va avanti a suon di promesse, ma fino a qui nessuno ha mosso un passo. Forse è giunta l’ora per farlo.

30.6.2007
Sul «gufo» e su altri volatili

Mi trovo completamente d'accordo con le parole dell'altro giorno di Damir Kajin proferite nell'ambito della trasmissione Otvoreno della HTV; scommettiamo che non ci sarà più una guerra tra pescatori, a la Goldoni, nel Golfo di Pirano. Tutti sono d'accordo che questa cosa slo-cro sia andata troppo lontano, ed è un bene che sia scoppiato questo affaire riguardo alla SOVA slovena. Ma è ovvio che i servizi segreti lavorino in segreto, e una delle cretinate di questo nuovo mondo così "trasparente" e "in transizione" e ancora "politically correct" è l'idea che le intelligence debbano operare a termini di legge. A cosa servono altrimenti i servizi segreti; sbiri i spioni i fa suo mestier, de nascondin, altroché trassparensse!
Davvero a Lubiana e a Zagabria concordavano gli incidenti legati alla pesca nel Golfo di Pirano? Certo che sì! Perbacco, scrivo di questa cosa da ben 15 anni, ho addirittura redatto una commedia a riguardo, che è stata messa in onda come dramma radiofonico sul programma sloveno di RTV Koper–Capodistria! Ad ogni modo, questo lo intuisco, non ho intenzione di dimostrarlo. Ciononostante, sono pienamente convinto di questo, ovvero che questi due Paesi abbiano sistematicamente costruito i propri intrecci intestinali e abbiano permesso si infettassero e pertanto vogliate permettermi di enumerare la serie di incidenti INSCENATI e di gaffe e di ordinarie fesserie sulla direttrice Zagabria–Lubiana:
il conflitto ecclesiastico a Raskrižje (un prete croato in una località slovena), le case slovene per le vacanze in Croazia, i risparmi croati nella Banca di Lubiana, i totalmente stupidi scontri sulla Mura, fino alla sequenza di incidenti (ci sono stati anche degli spari!) nel Golfo di Pirano...
E ora, mentre aspettiamo il verdetto del Tribunale di Trieste per i risparmiatori della Banca di Lubiana che fu, e mentre la Slovenia trema per il gufare della SOVA, si attende El momiento de verdad, il momento quando Lubiana e Zagabria capiranno la propria miopia e il nazional–egoismo che chiude loro la vista verso l'orizzonte. Alcuni progressi sono visibili, penso soprattutto al fatto che le due diplomazie stiano discutendo del confine marittimo – l'UE le ha costrette, e una soluzione deve essere trovata. Altrettanto, i "toni" della tensione si sono attenuati e i sedicenti "cartografi" che esortano a un plebiscito anticroato rimangono isolati e ridicoli. Proprio come gli xenofobi croati, i quali sostengono che gli sloveni siano per i croati un male maggiore di quanto lo siano i serbi!
Parallelamente alla SOVA, se ga fato viva anche la Zia, ossia la C.I.A. – intanto, tutto un fumo e un fisciamento de usei spie che ne canta ritornelli strani ed interessanti:
La CIA ha dato in pasto al pubblico documenti segreti di trent'anni fa, e tra questi un capitolo dedicato alla Jugoslavia, nel quale si prevede il suo sfascio, con l'interessante constatazione su come i "croati siano nazionalisti, mentre la Dalmazia sia open minded", e su come Zagabria sia il cuore dello sgretolamento del sistema.
Compiendo un salto pindarico mi ritrovo a leggere la polemica di fronte al Tribunale dell'Aja tra Slobodan Milošević e Milan Babić, nella quale Babić rimprovera al proprio "Vožd": Lei ha reso infelici dapprima i croati, poi i musulmani e dipoi ancora i serbi...
Voglio dire, questi servizi segreti sono del tutto effimeri, sempre che non facciano il proprio lavoro nel modo in cui va fatto; mentre scrivo queste righe, contemporaneamente al Sabor sta avendo luogo un dibattito sulla richiesta dell'HNS che richiede le dimissioni di tutto il Governo croato: Bajić e Cvitan stanno certamente facendo il loro lavoro, e qui appoggio al cento per cento la polizia e i servizi segreti; bisogna soltanto tentare di lasciargli carta bianca, dimodoché ripuliscano le stalle di Augia croate!

23.6.2007
Euroregioni e ragioni

All'ombra della colossale operazione “Maestro” (tale se nella sua rete dovessero finire anche i pesci grossi!), sulla quale mi soffermerò di più un'altra volta, passano inosservati gli sforzi per la definitiva costituzione di due euroregioni nel nostro territorio.
Quali sono le ragioni e le reali prospettive di due euroregioni che hanno ambedue l'Istria-nel-cuore? La mega-regione adriatica, presidente Nino Jakovčić, ha già aperto il proprio ufficio nella capitale dell'UE e annuncia una partecipazione comune per accedere ai fondi e realizzare i progetti dell'UE. La seconda, alpino-adriatica, per la quale si batte in modo strenuo Riccardo Illy, con la partecipazione di Galan, Haider, Komadina e Jakovčić (la Slovenia non ha ancora regioni, per cui neanche un legittimo rappresentante), comprende il territorio più piccolo e compatto dell'Oesterechische kuestenland (Litorale austriaco) di una volta.
Per il momento, ambedue queste euroregioni però, temo siano più retoriche e politiche che organizzate, più d'effetto che efficaci.
A che cosa ci serviranno le euroregioni, quando anche la Croazia entrerà nell'UE, mi chiedono.
Ebbene, come si vede, i membri dell'UE con ostinazione si attengono ai ben collaudati principi del nazional-statalismo, del protezionismo e del clientelismo come tutti gli altri Paesi. E stiamo creando l'Europa, credendo che essa un giorno diventerà il nostro Stato comune e non solamente un'associazione di Stati con diritti e doveri non del tutto definiti; a parte la moneta comune (non tutti i membri) e la libertà di circolazione – ma non di occupazione e gestione...
Il regionalismo è diventato un modo di vita, un modo di pensare e di comunicare. Ovviamente, i portatori dell'orgoglio nazionale, coloro che cantando gli inni cadono in trans, gli sventolatori di bandiere nazionali e tutta l'altra consorteria Ottocentesca, arricciano il naso per queste ragioni; a Trieste, Capodistria e Pola, essi sono The Past, Prošlost, il Passato, per cui intendono sorprendere l'opinione pubblica con qualche allarme scavando tombe e creando incidenti (dicono anche in accordo sulla direttrice Lubiana-Zagabria!). L'europeismo è regionalismo, per cui anche se in Europa circola la più sciocca battuta dalla Rivoluzione francese fino a Joerg Heider e ditta bella sull'era “post”-ideologica; ebbene allora il regionalismo (euroregionalismo) è diventato o una nuova ideologia oppure una post-ideologia la quale offre al Cittadino l'occasione per il mantenimento della democrazia.
Ricordo che le ideologie “morte” e da destra e da sinistra, trattano ugualmente il regionalismo, con profondo rigetto, perché, ovviamente, il regionalismo significa “attacco all'unità, minaccia per i grandi sistemi (Partito, Nazione, Stato) e l'UE ha ora un solo problema serio. No, no, non si tratta della Costituzione, giacché è logico che l'UE approverà qualche Carta transitoria, perché in qualche modo l'Euro-unione possa funzionare, ma si tratta dello Stato Nazionale che sabota, manipola e erode le basi stesse per l'unificazione. Lo Stato in quanto tale tiene in vita ad ogni costo il dominio di questo stesso Stato-Nazione quale elemento fondamentale sistematico dell'Europa unita. E questa non è un'unica Europa unitaria, ma un gioco burocratico palliativo che mantiene in sella il cavaliere stanco e invecchiato – lo stesso Stato-Nazione.

16.6.2007
Il «Feral» non deve chiudere

Un insieme di circostanze stupido e cattivo ha voluto che apprenda in contemporanea due notizie riferite al settimanale spalatino FERAL TRIBUNE: una bella e una brutta. La notizia bella: Viktor Ivačić, il redattore e giornalista del FERAL è stato insignito a Roma di un importante riconoscimento internazionale. La notizia brutta: lo stesso numero del FERAL che riporta la notizia del premio dà spazio anche a un commento redazionale inerente al fatto che l’amministrazione fiscale sta, di fatto, togliendo aria, e dunque spegnendo, questo giornale irrinunciabile per tutti coloro sanno leggere e scrivere. Non ci sono profitti, nessuno acquista spazio pubblicitario, e ora lo Stato si dimostra impietoso (SOLTANTO nei confronti del Feral, perché a molti altri condona milioni di debiti – Dinamo, Hajduk…!) e chiede il pagamento del PDV. La redazione annuncia, pertanto, di non escludere la possibilità di “chiudere” il settimanale e di rinunciare già alla pubblicazione del prossimo numero. E, infatti, oggi, martedì 12 giugno apprendo da Viktor che il prossimo numero del FERAL TRUIBUNE non sarà in edicola!
È vero, quell’assordante FERAL che ci portava a ridere a squarciagola, che ci dava speranza sin da prima dello sfascio della Jugoslavia non è più lo stesso giornale. Alcuni autori sono andati via (Dežulović, Senjanović…) l’ambiente è cambiato, e negli ultimi anni il FERAL fa ridere sempre meno e, in compenso, sempre più spesso propone lacrime e sofferenze; ma d’altronde è questa è la nostra quotidianità…
Mi ricordo che non è questa la prima volta che scrivo di fatti del genere, mi ricordo di un viaggio fatto in compagnia di Branimir Bošnjak e Igor Mandić da Zagabria a Montona dove ci eravamo diretti per partecipare a quei simpatici incontri tra intellettuali organizzati da Aldo Kliman e Armando Debeljuh. Tre scrittori, e noi scrittori siamo “nient’altro che vanità, vanità e vanità!”, cioè soltanto vanità – che viaggiando non si allietavano con le pillole della propria saggezza, non facevano a gara per scoprire chi dei tre è il più intelligente o il più divertente, ma parlavano del Feral e esprimevano ammirazione per i “ragazzi del Feral”.
Eravamo completamente d’accordo sul fatto che questi giovani erano quanto di meglio e quanto di più originale fosse capitato alla cultura, al giornalismo e alla letteratura croata negli ultimi decenni. Il FERAL poteva venir tranquillamente accostato ai SOLISTI ZAGABRESI o alla SCUOLA ZAGABRESE DEL CARTONE ANIMATO… Personalmente ritengo che “Robi K.” in quanto a livello artistico ed estetico possa venir paragonato con il “Pomet” di Držić o con le “Ballate di petrica Kerempuh” di Krleža.
Dunque, ora a causa di 500.000 kune di debito per il PDV il FERAL rischia la chiusura. Mezzo milione di kune, circa quarantamila euro???!!! Ebbene, il Governo o la Città di Spalato o la Dalmacija potrebbero vendere un “A8” blindato e pagare da sole, a nome dell’opinione pubblica, il debito di questo inevitabile quotidiano. OK, lo so che molti rinuncerebbero a un’automobile costosa esattamente per il motivo opposto, perché il FERAL non ci sia più. Ma si potrebbe fare una colletta, si potrebbero raccogliere offerte. Anzi, è proprio questa la mia proposta: depositiamo ciascuno una kuna sul conto del FERAL o invitiamo una redazione ad attivare una linea telefonica attraverso la quale raccogliere i soldi per il Feral…
Ricordo sia la nascita sia la morte di alcune riviste umoristiche croate: i vari “Kerempuh”, “Vjetrenjača”, “Paradoks”. Ma è un’altra storia. Il fallimento del FERAL significa il fallimento di una struttura critica, tagliente e necessaria alla società, il fallimento di un osservatore lucido dei corsi e dei ricorsi del corpo nazionale croato e dunque va evitato.
Credo che le associazioni dei giornalisti, degli scrittori, l’accademia e l’opinione pubblica non mancheranno di far sentire la loro voce. Sono convinto che anche la Croazia dovrà dire la sua e impedire la chiusura del FERAL.

2.6.2007
Rose e fiori & tombe

Mesić e Napolitano in atteggiamento affabile, cordiale e saggio: de novo rose e fiori sora l’Istria e dintorni, magari resta qualche spin, che xe anche giusto. E ‘desso, i farà un altro passo, i due presidenti?
Ribadisco anche da queste pagine una proposta che avevo avanzato quindici anni fa in occasione di una tavola rotonda organizzata da Il Piccolo e che da allora non ho smesso di ribadire: tre presidenti e sei rose da deporre sui patiboli del sanguinoso Ventesimo secolo.
È davvero così difficile fare un gesto alla Willy Brandt?
Almeno una volta ogni tanto ogni politico dovrebbe fare un gesto forte, dovrebbe fare scacco matto e chiudere la partita a scacchi desueta e grottesca che si gioca oramai da un secolo e che tiene in vita tutti i nostri stereotipi inerenti agli esodi, ai campi di concentramento e/o di lavoro, alle foibe e alle fobie.
Vi chiedete il perché di questo tono nel quale riecheggia un avvertimento?
I due presidenti si soffermino ad ascoltare i loro concittadini: da queste parti gli Italiani parlano nelle lingue di ceppo slavo e i Croati e gli Sloveni parlano in italiano. Perché? Perché qui sono già in atto l’interferenza e l’interazione, perché il traguardo al quale si vuole arrivare sono la piena libertà e la collaborazione interculturale!
Non sarebbe un bene se le cortesi acclamazioni politiche rese dai due presidenti bastassero a chetare “la bufera in un bicchiere d’acqua” (by Saftich) che avevano sollevato in precedenza. Questo bellissimo mare e la splendida gente che abita le sue coste necessitano di più, chiedono un qualcosa che vada oltre i proclami, che duri nei secoli: solidi legami reciproci, fiducia, amicizia, partnership, e anche, ovviamente, rivalità.
Per fare un esempio, quando, a Zagabria, incontro il mio amico Fabrio, in altre parole quando si incontrano due Croati, ciacolemo solo in istroveneto, cussi che i altri del nostro circolo i ne guarda un pochetin de sbiego; che rassa de Croati i xe ‘sti do’ che i parla la lingua iredentista-fascista invece de sospirar i versi de Nazor sul povero galeota crovato incetenado sulla galea veneta: “pokle su me prikovali zlizane za ove daski/ja nisan već doma videl no svoje zagledal majki/ more, more sinje”. (“dopo mi hanno incatenato a queste tavole lise/io non ho visto la mia casa né mia madre/ o mare, mare azzurro”).
Inutile se Danilo Klen, defunto storico fiumano, sloveno gaveva scrito un intiero libro “ŠĆAVUNSKA VESLA” (I remi degli Schiavoni) spiegando a noi altri (me incluso) che in cadene iera si tanti – ma criminali. E invesse i altri iera in servissio militar batendose per la Serenissima (per el budget dei Dogi, ciaro), che tra altro el iera anche pagado. Altroche cadene; va ben, dai, se moriva anche, però noi altri sempre morivimo per tute ‘ste bandiere, dai. Cussi l’una o l’altra, ma te ga voia!
Anssi, ghe iera i ZONTARIOLI; ti ricon te dovevi andar in galea, nessun problema – te me pagavi a mi che iero povero, ma la pagavi salada, una casa, un possesso de valor, e mi povera bestia, magari finivo in tei mari profondi (by Franci Blašković), ma almeno la mia familia iera a posto…
Ora dunque ci troviamo ad un passo dal veder realizzata la nuova armonia adriatica e la maggior parte di noi Mediterranei di quest’area non guarda più con cieca ammirazione alla propria nazione, alla propria bandiera, al proprio inno. E questo importante numero di persone è pronto ad accogliere proprio voi signori presidenti delle nostre care Repubbliche; venite e saremo con voi, al vostro fianco…

26.4.2007
Territorio libero - pars secunda

HIC SUNT LEONES, ossia I BARBARI SUL DRAGOGNA. Certi amici i me disi che el titolo del FORUM TOMIZZA 2007 xe forte, e non tropo bel. Ciaro che nol xe politically correct; ma xe propio quel che volevino (cussi se disi a Pola!) dir. Sul Dragogna Anno Domini 2008 non sarà nissun Europa bella e pulita e ordinada e tutto quanto – ma sarà un novo Muro de Berlin.
So che a furia di parlare di Schengen sono diventato noioso, me ne rendo perfettamente conto. Ma cari lettori de La Voce, credetemi, è un bene che io annoi tutti quanti con questo tema perché quanto avverrà il 1 gennaio 2008 non sarà una sorpresa piacevole e quindi è meglio prepararci per tempo. Noi CHI? Noi Croati, ma anche noi Sloveni, Italiani, Austriaci…
E mi me ricordo benon le zone A e B, e massimalmente el posto de blocco, e le propusnizze; ma più che altro le tessere, che la mia mare me mandava del pek ale sei de matina per comprar una strussa de pan, e le bone done polesane le diseva – lasse, lasse pur ‘sto povero picio che’l va ‘vanti…
Oramai mi conoscete e sapete che amo divagare, allontanarmi dal tema per poi tornare, cogliere il nocciolo della questione e tornare a parlare di una maledetta sedia da dentista chiamata Schengen, del purgatorio rappresentato dall’anticamera d’Europa. In tutta sincerità devo dirvi che sia dell’Europa sia del mio Paese m’importa ben poco, ma con altrettanta sincerità devo ribadire la mia grande, grandissima preoccupazione per la prospettiva che indica interminabili code sul Dragogna. Ecco, è questa la prospettiva che mi fa andare fuori di testa. Esattamente come andranno fuori di testa i triestini che si ritroveranno nel bel mezzo di una colonna di automobili dopo essere partiti per raggiungere una delle osterie istriane. Pertanto non posso far altro che ripetere a Trieste: presentate un’interpellanza al Parlamento europeo – perché, ripeto, noi NON aspetteremo sul Dragogna, noi VOGLIAMO che venga trovata una soluzione atta a garantire che il traffico al confine sia scorrevole.
Bene; ora, dopo essermi liberato del rospo posso scrivere un paio di righe dedicate al Forum Tomizza. Anche perché quando leggerete questo articolo noi saremo al cimitero a rendere omaggio a un nostro grande amico, umanista, scrittore, Istriano, a Fulvio Tomizza. E ci saremo già lasciati alle spalle l’edizione 2007 del Forum, un’edizione tutta dedicata a Schengen.
Il fatto è, cari miei, cari nostri Italiani che la Croazia, la Slovenia e credetemi anche l’Europa possono venire da queste parti e imparare che cosa sono il bilinguismo, la multiculturalità, la tolleranza, la convivenza. Per quanto mi riguarda l’Istria si estende ben al di là del Dragogna e comprende anche le Isole, il Friuli e persino la Carinzia… insomma, per farla breve, quello che propongo xe un iredentismo istrian e di conseguenza non comprendo per quale motivo i controlli al confine dovrebbero riguardare anche noi.
Per intenderci, quello che chiediamo noi del Forum Tomizza consiste nel rendere ancor più privi di senso questi confini che già da sé non hanno senso. E, detto per inciso, il confine più stupido in assoluto in tutta la lunga storia istriana è proprio il confine sul Dragogna. No, no calmite ciò… Va detto, però, che questo è di certo il confine meno europeo in tutta l’Europa. Ecco, è per questo motivo che facciamo il possibile perché la vita attorno a questi confini sia quanto più gradevole possibile…
Voio dir, qua noi altri gavemo el TERITORIO LIBERO, punto e basta! Perché noi altri semo gente libera, e questa xe la unica soluzion. Cussi che né Schengen ne niente pol cambia el stato d’animo. C’è però una cosa che continuo a non capire: dato che Ivo e Kolinda fanno così bene il loro lavoro in Europa PERCHÉ la Croazia non lavora affinché a proposito di confini il Paese non abbia lo status che ebbe la Slovenia quando era Paese candidato all’ingresso nell’UE???!!!

14.4.2007
Viva le minoranze

Passeggio per Trieste, e guardo attorno a me la babelica struttura di una città completamente cambiata: i muratori serbi nei caffè aspettano un lavoro; i commercianti cinesi acquistano i negozi e vendono tutto-a-maca; gli africani "vu cumprà" hanno invaso i marciapiedi; i rom romeni suonano lo swing nei saxophon; gli unici abitanti locali per le strade sono i pensionati triestini che si fanno largo tra questo miscuglio cosmopolita, e le nonnine del Carso le quali, in silenzio, come fossero suore, vendono ora ciclami, ora asparagi. Così, ad un tratto, mi accorgo di camminare in UNA CITTÀ NELLA QUALE TUTTI SONO UNA MINORANZA!
Forse era così a Trieste ai tempi di Maria Teresa?, quando qui arrivavano i carpentieri dai Carpazi, i meccanici dalla Cechia, i gendarmi dalla Lika e dall'Ungheria, gli impiegati dalla Stiria, gli artigiani dal Friuli, i marittimi dalla Dalmazia, i muratori ed i facchini dall'Istria e dal Carso?...
Scrivo adesso, come raramente finora, praticamente lo stesso tema per "La Voce" e per il "Primorski", i due giornali a me più cari con i quali collaboro, solo che per gli sloveni in Italia, questa settimana, mi occupo del "protocollo" cro-slo nel rapporto con l'Unione Italiana e per voi, nostri italiani (in Croazia e in Slovenia) ecco, un tema "minoritario" generale (che menziono anche per il "Primorski dnevnik"). Per quanto riguarda l'Unione Italiana, voglio anche qui sottolineare di ritenere che Zagabria e Lubiana devono rispettare alla lettera gli accordi raggiunti, i quali permettono l'unitarietà e la collaborazione transfrontaliera degli italiani nei due Paesi, anche quando gli enti minoritari eludono un fatto del genere...
E così a Trieste, e attorno ad essa, si sta nuovamente CREANDO LA STORIA, qui ci sono nuovamente ondate di immigrazioni, che interessano già anche le nostre città, Capodistria, Pola e Fiume, intese almeno quali centri di transito per lo sconfinamento in Occidente. Ma anche Trieste è appena un luogo di transito per quei fortunati che illegalmente varcano il Rubicone di Schengen. Perché costoro desiderano andare a Milano, a Francoforte, a Parigi, a Londra, essi vogliono acchiappare la gallina che, ovviamente, dà le uova d'oro. Vengono convinti dai meccanismi propagandistici occidentali, già a partire dal XV secolo, dei primi missionari e dei conquistadores con la croce e la spada, della compagnia delle Indie orientali che paga con la bigiotteria il tè, per il quale è stato creato il tea-clipper, il più veloce veliero (mai costruito!) al mondo, per offrire alla classe borghese europea il primo godimento aristocratico; nel contempo un prologo alla rivoluzione industriale, al nazional-statalismo, al colonialismo, dunque quella tesi hegeliana sul popolo "storico", che ha il "diritto" di conquistare le altre terre.
A me qui, interessa qualcos'altro, e non questa parte "hegeliana" della storia, alla quale questo grande filosofo ha fornito l'alibi per il banale imperialismo dell'Ottocento. Mi interessa questo (e lo desidero con tutto il cuore): stanno forse diventando le megalopoli europee delle NUOVE BABELI?! Perché godo, in questa stessa Trieste tra questi incomprensibili e interessanti suoni di lingue a me sconosciute, e vorrei comprendere tutto, tutti questi sconosciuti e derelitti nostri fratelli dai piedi stanchi e dagli sguardi disperati, che sono venuti fra di noi in cerca di "fortuna", come si suole dire, ma in effetti solamente per un pezzo di pane. Dò loro qualche centesimo, ma non ho abbastanza nemmeno per me stesso, e, essendo un ficcanaso per natura, alle volte riesco a conoscere qualcuno, come il guardiano di un garage, un giovane nativo del Bangladesh, che guadagna alcuni euro al giorno e attinge a questa misera paga per inviare un aiuto a casa. Va a casa ogni due anni, perché non ha abbastanza soldi ("non ne ho ancora, ma risparmio", mi dice) per fare venire la famiglia a Trieste.
Osservando tutta questa babele portata dalle onde della povertà sulle rive europee, penso anche ai nostri destini in queste terre di confine. E mi sembrano affimeri, indegni di gente seria, i problemi per i quali, nei giorni scorsi, tremavano Roma e Zagabria, Lubiana e Zagabria, tutte queste passioni, tutti questi nostri tiremmolla per alcuni metri di confine marittimo...
E mi sembra evidente che tutti questi gruppi etnici, e non solo gli "autoctoni", sono il meglio che ha oggi l'Europa, e l'Europa potrebbe guardare dietro alle proprie spalle il vicino passato, e guardare i precedenti in primo luogo della Germania del dopoguerra distrutta dagli eventi bellici e lo sviluppo dopo il piano Marshall, quando ha accolto milioni di lavoratori stranieri: italiani, spagnoli, portoghesi, slavi del sud, albanesi, greci, marocchini, turchi... La Germania ha permesso loro di integrarsi nella sua società, ha offerto loro la cittadinanza, ma non li ha assimilato, visto che ha consentito il mantenimento delle loro culture.
Ora in Europa arrivano nuovi milioni di persone, da tutti i continenti, come nel dopoguerra in Germania, o in Francia e in Inghilterra dalle loro colonie; negli ultimi anni si sono creati e si creano continuamente nuovi gruppi minoritari, e la logica burocratica ed economica dell'Unione europea e dei suoi membri non reagisce a queste sfide; non risponde alla marea che ha invaso le sue rive. E la risposta è una sola: integrazione, socializzazione, rispetto delle culture altrui. La risposta è - tutti quanti siamo minoranza, per cui viva le minoranze!

7.4.2007
Come cancellare la figura di Tito

Al primo convegno di cultura in Istria, il mese scorso alle isole Brioni un ‘Talian, laureado, amico mio de Pola e mi ciacolemo de questioni nostre e el me fa che ghe xe tanto de far, perché dopo quel film de due soldi “Il cuore nel pozzo” e ‘ste Giornate della memoria e tutto quanto l’Italia ga dimenticado i fascisti, e pensa che i unici boia iera i partigiani, massimamente croati e sloveni. Tutta la colpa storica xe de Tito! Ma, dopo quel film de due bori, tre anni fa, Andreotti diseva all’Italia che Tito iera l’unico e vero alleato dell’Italia, che el fermava i cari armati sovietici in Bulgaria, Romania e Ungheria.
Comunque, la “nomenklatura da lustrazione” alla pari della memoria collettiva – sia in Italia sia in Croazia sia in Slovenia – cercano di cancellare il ricordo di Tito e di presentarlo come un criminale. Scrivo questo per un motivo preciso: un antifascista di Fiume mi ha scritto dopo essere rimasto esterrefatto nel leggere che, a Fiume, in occasione della recente presentazione del libro “Berlusconismo” di Damir Grubiša avrei parificato Tito con Mussolini, Hitler, Stalin e Berlusconi. Nulla di più falso. Non ci penso nemmeno! Quello che ho detto è che Tito, forte dello charme che lo contraddistingueva, non avrebbe mai raccontato un aneddoto antipatico sul proprio conto come fa invece Berlusconi ad esempio quando dice che sorvolando in aereo una piazza gremita di gente aveva detto al figlio “Lancia un milione di euro e fai contente alcune migliaia di persone” e che si era sentito rispondere: “Lanciati tu e fai contenta tutta l’Italia”. Ma, per dirla con i latini… verba volant!
Penso che questa sia una buona occasione per dire qualche parola su Tito. Lo penso in primo luogo perché proprio Tito, assieme a De Garsperi, Pella, Andreotti, Moro chiuse le pagine delle incomprensioni adriatiche per aprire la pagina del confine di Scoffie; un valico che consentì a noi di andare a fare shopping a Trieste e agli Italiani di venire a mangiare gli scampi in Istria. Fu con quel confine che prese il via una splendida collaborazione tra le due sponde, una collaborazione che, di seguito, venne definita nell’Accordo di Osimo del 1975. Ecco, quel livello di amicizia, un’amicizia vera, basata sugli interessi – che vide il suo coronamento nella produzione delle prime “Fićo” a Kragujevac, nel grande ingresso degli investitori italiani in Jugoslavia e nel turismo italiano di massa nelle località dell’Adriatico orientale – è il livello al quale dovremmo ambire anche oggi.
Tornando all’infanzia, me ricordo che Pola iera piena de graffiti “W TITO”. Per Tito iera tutta l’Istria “rimasta” dopo el 1947; quella croata, quella slovena e quella ‘taliana, l’Istria partigiana e antifascista. E ‘sta ISTRIA RIMASTA laboriosa e fiera iera e xe l’Istria vera e pura! Per Tito iera tutto el mondo democratico, perché el iera contro Stalin, e el sentava a tavola con i capi storici dell’Ovest come Churchill e Truman, e dell’Est come Naser e Nehru…
Quando semo ‘rivadi a Pola, nel 1947, mia mare, mio fradel e mi, me ricordo che non capivo come pol eser ‘Taliani antifascisti, comunisti come noi altri. No gavevo ancora otto ani e, per mi, tutti ‘Taliani iera fascisti e basta.
Mia mare vendeva giornai al Centro stampa Giardini e mi legevo tanto, ma fumeti ‘taliani tipo “Forza John” o “Mandrake” ‘rivadi de contrabando. Cusi che pian pianin vedevo in giro tanti ‘Taliani che proprio me piaseva come el mulo Toio tutto muscoli che se tufava dal trampolin a Valcane come Tarzan e sonava la chitara; altroché banda neoiredentista e neofascista!!! O come una ‘Taliana Mirella, una bella mula che lavorava insieme con mia mare. E dopo vedevo ogni giorno giornai ‘taliani: Il Nostro giornale, La nostra lotta, La Voce del Popolo. E dove che abitavo i vicini iera tanti ‘Taliani, siora Gianna e su marì Mario arsenaloto, e sior Gigi fachin del porto altro come un gigante, e l’altro Mario partigian, e i muli Adriano, Pino, Franco, Bepi, ma prima sul Monte Paradiso iera un signor che me gaveva regalado un sachetin pien de s’chinche, de suo fio unico morto da partigiano…
E per Primo maggio iera la banda de ottoni che sonava le marce all’alba e tuti vestirse de festa e darghe sui camion “dodge” a Siana per cantar, festegiar e magnar le “Kranjske” e bever la passaretta – chi gaveva schei –o pan e marmelata preparado a casa – noi altri. A volte qualche compagno me pagava una passaretta…
Spero mi perdonerete queste righe intrise di ricordi. Noi più grandi abbiamo il dovere di mantenere viva la MEMORIA ISTRIANA, una memoria che non è selettiva ma complessa e che deve pertanto essere conservata e tramandata in tutta la sua completezza. Fratellanza e convivenza non erano soltanto una frase patriottica da pronunciare in occasione dei meeting, esprimeva la VITA DELL’ISTRIA, di quell’Istria dalla quale dopo il 1918 fuggivano Croati e Sloveni e dalla quale dopo il 1945 fuggivano gli Italiani; dell’Istria abbandonata a se stessa e sottosviluppata, di quella provincia economica distrutta dalla guerra che è rimasta è che ha ricostruito – se stessa e gli Istriani. Il tutto senza intaccare l’essenza stessa della convivenza, ma puntando sulla forza della ragione. Dell’Istria che anche oggi si confronta con i nazionalismi e con il liberal-capitalismo. È questa l’altra faccia della storia, quella che viene minimizzata e falsificata con i metodi da lustrazione che attuano le società in via di transizione e le strutture “postideologiche”. Ma né noi, né la MEMORIA COLLETTIVA lo permetteranno…

31.3.2007
Il giaguaro nella Jaguar

La nazione è sotto choc. Quelli che fino a ieri erano i “signori e padroni”, quelli che ci insegnavano le nozioni di patriottismo e di democrazia compaiono sui mandati di cattura internazionali e il popolo non sa più cosa pensare. Un clima in cui tornano a far sentire la loro voce gli euroscettici che provengono dalle fila degli interpreti del senso e della storia, quelli che usando ancora una volta un vocabolario ben noto si presentano come saggi. Un contesto nel quale l’unica cosa che riesce a stupire davvero è che il cittadino confuso – invece di optare per la ragione e per l’ordine civile, per la normalizzazione e per la democrazia – tentenna.
Un esempio incredibile di questa “esercitazione alla democrazia” lo si è avuto dal vertice della società – perché, diamine, che cos’è il vertice della società se non il Consiglio di programma dell’HRT, della “cattedrale dello spirito croato” come amava dire l’ex direttore dell’emittente pubblica Tonči Vrdoljak???!!! Due membri del Consiglio, due rappresentanti della “crema della crema” del circolo intellettuale croato – per non parlare del fatto che si tratta di persone nominate dal Sabor –, se le sono date esattamente come facevano un tempo i “facchini del porto” di Pola nel contendersi le valigie del turista viennese. O sarebbe, forse, più opportuno chiamare in causa Krleža? Una bettola balcanica nella quale non si fa altro se non attendere che le luci si spengano per cominciare con il pestaggio?! Il caso citato è avvenuto, però, in pieno giorno, nel corso della seduta del sunnominato Consiglio. E, forse, non si tratta d’altro che di una logica conseguenza considerato che, in fondo, il Consiglio è composto da null’altro se non da uomini. E già lo stesso concorso per il nuovo direttore dell’HRT, ovvero le ventidue persone di vari profili – dai semianalfabeti ai casi psichiatrici – rivela lo stato delle cose nella società.
E poi ancora scandali delle strutture postbelliche, il generale-dei-diamanti che fugge dalla legge, un altro generale che mena le mani nei bar, tre generali all’Aja il cui processo scuoterà certamente le fondamenta stesse dello Stato. Sono tante le cose che stanno venendo alla luce e che incidono sui nostri punti di vista, sui nostri convincimenti, sui nostri stereotipi e sui nostri miti!
In casi del genere accadono cose che appaiono essere al limite dell’impossibile. O siamo, forse, noi a dare una valenza simbolica a fatti che non hanno proprio niente dello straordinario?
Seduto in macchina percorro le strade di Zagabria. Vedo attorno a me automobili costose e cerco di immaginare le persone sedute dietro ai vetri oscurati. Mi chiedo se cercano di nascondersi dall’opinione pubblica, dalla giustizia o se fanno come gli sceicchi che infilando gli occhiali scuri vogliono tagliare la strada agli sguardi malefici, alle fatture, al destino malevolo?
Pieno centro di Zagabria: un’elegante Jaguar blu si ferma nel bel mezzo della strada. Si fermano i tram, si fermano le macchine e dalla Jaguar scende una bionda elegante vestita da giaguaro! E va bene. Forse la signora ha una pelliccia di giaguaro ecologica, e non ci sarebbe nulla di male, anche se va detto che la sostanza non cambia in dipendenza dal fatto si tratti di giaguaro vero o di un giaguaro finto. Rimane il fatto che ho assistito a un vero e proprio “status symbol show” all’americana nel bel mezzo di una città che si è lasciata alle spalle i bei tempi e nella quale i marciapiedi sono strapieni di povera gente che suona il violino (un bambino), il flauto (un trio di studentesse) o l’armonica (un vecchio Rom) per raggranellare qualche spicciolo…
Il tutto è talmente paradigmatico e sintomatico nonché simbolico che non posso credere ai miei occhi; il mondo virtual-reale dei tycoon croati illustra ai cittadini della metropoli di tutti i croati lo stato delle cose: noi siamo ricchi e importanti e potenti, e tu lavoratore anzi, scusate, “dipendente”, tu scrittore, tu sei NESSUNO, SEI UN UOMO SENZA NOME, non sei più nemmeno un lumpenproletario.
Ed è PER QUESTO che siamo imbrigliati nelle redini delle loro paranoie, è PER QUESTO che sono contro l’Europa, è PER QUESTO che sono per la cosiddetta Croazia neutrale, anche se forse dovrei chiedere PERCHÉ? Perché questa società nevrotica ha cominciato a diventare un posto in cui si rispettano le regole, perché i cittadini hanno compreso che soltanto la LEGALITÀ porta con sé la LEGITTIMITÀ e che questi due termini così simili non sono altro se non la condizione perché ci sia LEALTÀ. E l’“élite” croata da oramai più di quindici anni conta sulla cieca lealtà senza che le due condizioni per la stessa siano state realizzate.
Sulla scena c’è, però, qualcosa di nuovo, i tempi degli interpreti arroganti dei nostri convincimenti sono passati e anche gli operatori mediatici hanno preso coraggio e pertanto ci sono giorni in cui non sai se ascoltare lo scrupoloso e competente sociologo istriano Sandi Blagonić o il balbettio di Šarinić, o di Tuđman jr. e compagnia mentre parlano del prossimo processo all’Aja. Il processo di democratizzazione dipende in primo luogo dall’ATTEGGIAMENTO DELL’OPINIONE PUBBLICA, e questa misura esterrefatta il polso della nazione e comincia a pretendere spiegazioni. Ecco QUESTA è l’europeizzazione: pretendere le risposte alle domande che incutono paura, alle domande avvolte nella nebbia del silenzio e dei furti, dei crimini di guerra, della corruzione, dell’illegalità. Ora si sta creando questa opinione pubblica critica, ora sta prendendo forma la maturità storica della nazione, ora stiamo assistendo alla normalizzazione.
Ed ora, finalmente, lo Stato dovrà rendere conto alla società. E non bisogna dimenticare che la cosa fondamentale non è assicurare alla giustizia ogni singolo ladro, ogni singolo criminale anche perché appare improbabile che una cosa del genere avvenga senza che si arrivi alla rivoluzione. La cosa veramente importante è che il meccanismo sociale e civile si sia avviato, che sia stato individuato il filo di Arianna che ci indicherà la strada per uscire dal labirinto della recente storia croata, della “teoria e delle prassi” croata.

24.3.2007
U.A.I.S. ieri, UE domani

Ma alora, i presidenti, i se incontrerà, si o no?
E se si, quando e dove e cossa mai i farà e coss’che i dirà?
O giogheremo come sempre el nostro stupidastro giogo dell’oca, qualche frase politicamente corretta pronunciada a denti streti co’l soriso gelido vampiresco tipo “foto tessera”, e qualche patafa de destra e qualche altra de sinistra?
Oramai, se conto tuti i stati in quai vivevo, me basta e avanza, anzi, – che no me spostavo, ma xe i stati che vegniva e andava; e noi povere bestie cristiane dovevimo sempre cigar o VIVA, o A MORTE; Regno d’Italia, Terzo Reicht, V.U.J.A. (zona militare jugoslava), Zona B (con le lire co’l mus), Jugoslavia, Croazia…
E ‘deso daghe de novo. La Slovenia farà la GUARDIA D’EUROPA, e non poso far altro, aspetando in fila indiana sul Dragogna, che cantar “el mio paese xe tutto el mondo” come Franco Juri, Dario Marušić; Marino Kranjac… E va ben dai, semo nel PURGATORIO D’EUROPA.
Nei giorni scorsi ho attraversato praticamente tutti i valichi di frontiera croato-sloveni situati nell’area litaranea; quelli sulla direttrice Fiume-Trieste, quelli sulla Pinguente-Capodistria e quelli sulla Pola-Capodistria. Ho visto una quantità impressionante di acciaio, un acciaio che spaventa, forse perché verniciato in un grigio-verde dal sapore orwelliano. È questa l’immagine paradigmantica di Schengen. E così attendiamo tutti il D-day, come quello dello sbarco alleato in Normandia nel 1944. Al momento sono pervaso dallo stesso sentimento di allora. Il D-day sarà il 1.mo gennaio 2008, e l’INVASIONE AMICA, ovvero la FRONTIERA AMICA dovrebbe ridestare in noi nobili sentimenti; in fondo la sognata e agognata EUROPA sta per raggiungere i nostri confini. Anche se, in verità, l’Europa proprio adesso ci taglierà fuori dalla sua realtà. Ma si di un qualcosa che abbiamo già vissuto.
In Slavonia cantano ancora “ABBIAMO FATTO LA GUARDIA AL CONFINE SULLA SAVA”. Ora, non saprei dire se gli stessi abitanti dell’area nel canticchiare questo verso sanno che si trattava del confine dell’Europa e che già oltre alla Sava e al Danubio c’era l’Impero ottomano. È per questo motivo che anche quest’anno il FORUM TOMIZZA si riunirà per discutere il tema HIC SUNT LEONES. Noi che viviamo qui, da questa parte della Drava, della Mura, della Sutla, della Kupa e della Dragogna siamo diventati i “leoni” ossia i “barbari”.
Sono numerosi i ricordi che riaffiorano dalla memoria. E dai ricordi nasce la domanda tesa a sapere se c’è sincronia tra alcune dichiarazioni che arrivano dall’Italia e dalla Slovenia che possono tutte essere sintetizzate in un STAI BUONO E ZITTO. Mi chiedo se questa pressione, direi, psicologica – almeno così desumo dall’atteggiamento ministeriale che interpreto come un “se vole entrar dovè esser puliti, politicamente corretti, mostrar più creanza e più collaborazion?!” intenda essere il MESSAGGIO EUROPEO.
E poi leggo che il misurato HANNES SWOBODA, parlando per il “DNEVNIK” di Lubiana, ha inviato sia alla Slovenia sia alla Croazia un paio di messaggi che non si prestano a interpretazioni: “Per quanto riguarda il confine marittimo, trovare una buona soluzione non rappresenterà un problema, ma, a mio avviso, questi due Stati non riusciranno a trovarla da soli. Il mio messaggio è pertanto chiaro: rivolgetevi a un terzo”… “Ritiene forse che la Slovenia potrebbe sfruttare la presidenza di turno dell’UE per accelerare il raggiungimento di una soluzione che sia a suo vantaggio?” “No, penso che non farà una cosa del genere. Penso che sia nel suo interesse raggiungere un ACCORDO CON LA CROAZIA CIRCA LA PROCEDURA DA SEGUIRE PER RISOLVERE IL CASO PRIMA DELL’INIZIO DEL SUO SEMESTRE DI PRESIDENZA” (evidenziato da M.R.). È evidente, quindi, che l’UE si è stufata del tiramolla sloveno-croato inerente al Golfo di Pirano ed è per questo motivo che ho intitolato queste righe U.A.I.S. – Unione antifascista italo-slava –. Si tratta di un titolo paradigmatico che vuole richiamare alla comprensione internazionale lungo questi confini. L’U.A.I.S. accomunava i Croati, gli Sloveni e gli Italiani durante e dopo la guerra esattamente come lo fecero nel passato Osimo, e prima ancora la convivenza veneziana, e come lo farà l’UE domani. E quindi perché mai in queste querelle tra Roma-Lubiana-Zagabria non ci si richiama ai precedenti dei quali conosciamo già le formule!
La cerchia di persone che decidono il nostro destino si fa sempre più ampia, e NON MI VA NÉ DI PRONUNCIARE NÉ DI SCRIVERE I LORO NOMI E COGNOMI. Si tratta di un proliferare: si va da quella figura patetica che disconosce pubblicamente il confine e mette in atto un IRREDENTISMO PRIVATO fino ai ministri di UN PAESE CONTERMINE CHE VORREBBERO CENSURARE I GIORNALI DEL PAESE VICINO. E va bene, anch’io ho diritto alle mie scelte in fatto di punti di riferimento e di preferenze. Mi sembra però che sarebbe il caso di fare una seria riflessione. Considerato che l’ambiente in cui viviamo è sempre più pervaso da una certa Forse è davvero il caso di stare tutti BUONI E ZITTI, Forse bisogna davvero staere tutti buoni e zitti, se il nostro ambiente è sempre più pervaso da una certa CENSURA DELLE AUTORITÀ???!!!
Personalmente mi associo alla protesta dei giornalisti italiani contro una legge che tutelerebbe la privacy e che invierebbe i giornalisti in prigione dai sei mesi ai due anni. Il diritto all’informazione, il diritto alla parola sono l’ultimo rifugio della democrazia e questa va tutelata e difesa!

17.3.2007
La sfida dei Balcani

L’unico “difetto” dell’UE potrebbe rivelarsi utile per il suo futuro ventottesimo membro – il primo in fila nella sala d’aspetto –, la Croazia. Parlo, ovviamente, della meticolosità burocratica sulla quale si è soffermato nella sua ultima apparizione davanti alle telecamere il recentemente scomparso Ivan Supek.
Perché chi altri se non gli euro-burocrati con la loro maniacale pedanteria possono contribuire al riordino della situazione interna che sta diventando ingovernabile – basti pensare all’ultimo caso, quello di Fiume; un caso che nemmeno George Simenon, Agatha Christie e Marija Jurić Zagorka lavorando assieme alla stesura di un testo sarebbero riusciti a descrivere. Probabilmente si sarebbero scontrati con un insuccesso anche se si fosse unito a loro Emilio Salgari – detto per inciso, l’unico degli autori citati del quale ho letto le opere. Perché uccidere tre persone e poi dare alle fiamme sia i cadaveri sia l’appartamento significa davvero fare un lavoro certosino.
A conti fatti, e soprattutto considerato che tra gli eurodeputati della sinistra e quelli della destra c’è in merito un avvicinamento delle posizioni sempre più evidente, la Croazia diventerà Stato membro dell’UE in tempi brevi, nel 2009 o nel 2010. Ora non vorrei fare l'uccello del malaugurio, ma temo che le lievi differenze che si colgono nella retorica delle due parti dell’emiciclo dell’Europarlamento siano riconducibili ai nodi dei rapporti tra la Croazia e la Serbia dato che quest’ultima non ha accettato il potenziale premio europeo – la corsia preferenziale verso l’Occidente – che poteva arrivare in seguito alla rinuncia al Kosovo.
Il risultato finale è che sia l’UE sia la Serbia sia il Kosovo si ritrovano tra le mani una patata bollente. Il caos nell’area Sud-orientale aumenta anche a causa della situazione sempre più difficile nella Bosnia ed Erzegovina. Haris Silajdžić dopo il suo rientro al vertice della BiH ribadisce che la frammentazione del Paese è stata dettata dai contenuti dell’Accordo di Dayton e che ora bisogna lavorare a un nuovo assetto costituzionale.
Nei fatti il Kosovo è indipendente, a prescindere da cosa le varie istanze dicano in merito. E tra le istanze va inserita anche l’ONU che, del resto, del resto in questioni di questo tipo non ha mai deciso nulla di importante e che ora, considerata la ferma opposizione della Russia, ha ancora meno voce in capitolo.
La frammentazione etnica, e non soltanto etnica, si vede anche in Macedonia dove le zone occidentali del Paese sono, di fatto, completamente albanesi.
L’atteggiamento dell’Albania è corretto, il Paese evita di intromettersi nelle questioni che attengono al vicinato, ma si dice che gli Albanesi del Kosovo e della Macedonia che viaggiano in Albania non incontrano alcuna difficoltà nell'oltrepassare i confini. Certo che il modello della Gran Bretagna rappresenta un modello irrealizzabile, ma il corpo nazionale albanese, demograficamente agile, è già compatto e direttamente collegato geograficamente e territorialmente, e dal punto di vista culturale etnico e linguistico è un insieme unitario e né i confini né gli Stati né i sistemi possono cambiare questo stato delle cose. Pertanto, gli Albanesi più ricchi, quelli che risiedono fuori dai confini dell’Albania – in Kosovo e in Macedonia – investono alla grande nel Paese: fondano società, costruiscono villaggi vacanze, si cimentano nel campo immobiliare. Il tutto senza chiedere il prezzo.
Tutto questo per l’Occidente non rappresenta un motivo per indurre all’ottimismo. L’Occidente, infatti, si sa, ama avere a che fare con situazioni chiare. E in questo contesto va osservato anche il “caso Croazia”. La Croazia è indubbiamente agli occhi dell’UE un Paese che collabora e – assieme alla Slovenia, potrebbe assumere il ruolo di regolatore della tradizionalmente difficile realtà balcanica – quindi il suo ingresso nell’integrazione renderebbe più facile il lavoro che l’UE deve fare nell’area Sud-orientale…
Inoltre, non bisogna dimenticare che l’UE è afflitta da numerose crisi: da quella costituzionale, ma anche da quella che investe la stessa idea di Europa unita e da quella economica. Penso, però, che sbaglino gli analisti che ritengono che l’UE si sfascerà a causa della sua incapacità di individuare i collanti, gli elementi di coesione in grado di tenere uniti gli Stati membri e quindi di porre in essere la più forte realtà sovrastatale tra tutte quelle del mondo “sviluppato”. Lo penso perché tutta la genesi dell’UE è contraddistinta dalla lentezza, dalla correttezza, dalle complicazioni, dalla rigidità; tutto è tremendamente protocollare, cerimonioso e retorico ben più che non fattivo, ma nonostante tutto, l'Europa unita è costantemente in ascesa.
Anche per questo l'UE nel Sud-Est piuttosto che vedere un ostacolo vedrà una sfida. E non soltanto perché si tratta di un'area in cui è difficile portare l’ordine e la pace o convincerla a collaborare sul piano locale e continentale, ma soprattutto perché è questa l'area strategica per l’Europa e per l’Occidente al crocevia dei continenti. In altre parole il Sud-Est è il grande problema dell’Europa, la CATASTROFE DI SARAJEVO è una lezione tremenda e lo SCANDALO SREBRENICA è uno schiaffo morale e giuridico stampato sulla faccia dell’Europa. Ritengo che l’Europa abbia imparato la lezione, in ultima analisi che abbia capito che è l’ora di reagire, di creare e di dar vita alla fiducia reciproca. I Balcani non possono rimanere la “zona del crespuscolo” perché ciò screditerebbe l’Europa. Ne sminuirebbe la valenza etica e ridurrebbe il significato politico delle integrazioni continentali…

10.3.2007
La maledizione veneta come prospettiva

Perché i Croati considerano offensivo sentirsi dare del “Veneziano” e nessuno si offende se viene tacciato di essere un “Austriaco”? Questa la domanda che si è posto lo scrittore Jurica Pavičić dopo che l’allenatore della zagabrese Dinamo ha lanciato quest’offesa all’allenatore dell’Hajduk.
Personalmente mi ritengo "un Veneziano" e sono fiero di esserlo, alla pari di Pavičić; anzi, forse anche un qualcosina in più e per questo sono portato a dire che la mia, la nostra croaticità (istriana e dalmata) sia la nostra ricchezza.
Dunque, pur non essendo invitato a dire la mia mi siedo al tavolo della polemica intitolata perché essere “Veneziano” è un’offesa ed essere Austriaco no. Lo faccio in modo indiretto scrivendo sulle pagine de “La Voce” e non su quelle del giornale per il quale scrive Jurica Pavičić che dopo aver affrontato una questione storica psicopatologica croata ha dato, a tutti i patrioti, una risposta provocatoria: “Sì, io sono un Veneziano… È questa la cultura che mangio, che cucino, che pronuncio, attraverso la quale penso!”.
Di seguito, Pavičić ha confrontato l’influenza “austriaca” e quella “veneziana” in Croazia, ma, va detto, che in generale noi Istriani accettiamo di essere sia “Veneziani” sia “Austriaci” nella stessa misura in cui siamo Croati, Sloveni e Italiani. In fondo, nell’epoca in cui nelle terre sotto l’Austria (l’area di Pisino) vigeva il sistema feudale, la Serenissima aveva contribuito, tra l’altro, alla diffusione del concetto di “libertà”. Ed è stato dopo la caduta di Venezia che gli Asburgo hanno sviluppato lungo il “Litorale austriaco” – che era sotto l’ingerenza diretta della corona – il miglior sistema mai registrato in fatto di mantenimento dell’equilibrio interetnico, nel bel mezzo delle rivalità italo-croate e delle lotte innescate per il predominio nazionale.
Certo, la cultura veneziana è un elemento importante della cultura croata in primo luogo perché le due summenzionate culture hanno vissuto assieme, hanno coabitato da Capodistria fino a Ulcinj, e secondo, ma non meno importante, perché la cultura croata scritta è nata, si è sviluppata e si è mantenuta nella sua lingua e nella sua scrittura ESCLUSIVAMENTE NEI TERRITORI CHE ERANO SOTTO IL POTERE DI VENEZIA (la maggior parte dell’Istria e della Dalmazia), e nelle aree che erano sotto la sua influenza, in primo luogo a Ragusa. Nelle altre parti della Croazia, infatti, erano lingue ufficiali – fino al XIX secolo – il tedesco, l’ungherese e il latino.
Mi riferisco ovviamente alla plurisecolare attività dei cultori del glagolitico (fino alla controriforma), dei circoli dei petrarchisti e dei commediografi di Spalato, di Lesina e di Zara (che spesso scrivevano sia in croato sia in italiano sia in latino). In fondo, il tema che stiamo trattando è inerente a quella Venezia nella quale per secoli sono stati dati alle stampe libri croati in lingua croata.
In questi tempi contraddistinti da una crisi di identità sempre più profonda non vanno dimenticate le “deviazioni” regionali e plurietniche che hanno contraddistinto il “corpus croato” in quel XIX secolo che ha rappresentato un periodo chiave per la nascita dell’idea nazionale croata. In questo contesto, spesso si dimentica il “Movimento illirico”, un movimento culturale ma anche politico fondato da Ljudevit Gaj che proponeva agli Slavi del Sud programmi integrativi che andavano dal nome comune “Illiri” che doveva indicare sia tutti gli Slavi del Sud (e le altre comunità etniche presenti sul territorio). Un movimento che aveva perso le sue energie in poco tempo, ma che nella seconda metà del XIX era stato contraddistinto fortemente dalle idee dell’arcivescovo Strossmayer che aveva sostituito i termini di “Illiria” e di “Illiri” con “Jugoslavia” e “Jugoslavi” e che aveva arricchito il tutto con l’ecumenismo cattolico e con la fondazione della JAZU, oggi HAZU, l’Accademia jugoslava delle scienze e delle arti. Va ricordato anche che oltre alla retorica degli “Illiri” e alla serietà degli “Jugoslavi” la seconda metà del XIX secolo è stata contraddistinta dalla figura di Ante Starčević e dal primo partito serio che ha puntato alla statualità – il Partito croato dei diritti i cui affiliati erano Croati e soltanto Croati. Nulla di più e nulla di meno. Anche se va detto che questi intendevano per Croati praticamente tutti gli Slavi del Sud esattamente come per Vuk Karadžić – e più tardi per Ilija Garašanin – questi erano soltanto ed esclusivamente Serbi.
Insomma, a conti fatti, un atteggiamento di romantico "sogno piemontese" piuttosto che non un’idea seria volta all’assimilazione, all’unificazione di tutti gli Slavi del Sud sotto il nome di “Illiri” o di “Jugoslavi” o di Croati o di Serbi; un progetto irrazionale che alla fine si disgregherà in modo definitivo nel corso delle Guerre balcaniche che hanno segnato gli ultimi anni del XX secolo.
Da dire anche che nel corso del XIX secolo in Croazia si erano profilati numerosi movimenti etno-politici. Dopo il 1918 quel variegato quadro etno-politico presente sul territorio dell’odierna Croazia non aveva avuto la forza di mantenersi di fronte alle opzioni nazionali contraddistinte dal metodo dell’aut-aut. Ma oggi, in un’epoca contrassegnata dalle integrazioni europee e dalla globalizzazione liberal-capitalistica quello che va sottolineato è l’importanza della creazione delle zone di passaggio, del rafforzamento del regionalismo che attingendo a una tradizione storica fissata nelle memorie collettive individuerà le nuove formule di collaborazione attraverso le quali costruire il DEMOS – il popolo – e non esclusivamente la nazione e men che meno lo stato nazionale. È questo il nocciolo delle recenti polemiche tra i Croati “Veneziani” e i Croati “Austriaci”. Siamo stati sia l’uno che l’altro e quello che conta è trovare nei flussi e nei riflussi della storia i lati buoni dei legami interculturali mitteleuropei e mediterranei… Partendo dalle lotte per l’Adriatico importanti scrittori croati hanno creato il mito antiveneto: dapprima August Šenoa, poi Vladimir Nazor. E questa “maledizione veneta” si è mantenuta fino ai giorni nostri. Il fatto che a questa tesi si sia opposto Jurica Pavičić (come io lo faccio da una vita) fa ben sperare. Perché mentre Nazor demonizzava i "Mlečići" (Venetini), Silvije Strahimir Kranjčević gli indicava che gli antichi palazzetti e i dialetti veneti sono parte integrante della cultura NAZIONALE croata…
(Un ampio servizio sulla polemica inerente all'"epiteto veneziani" e al coraggioso intervento di Pavičić lo riportiamo oggi a pagina 8 dell'Inserto Dalmazia)

24.2.2007
L'importanza di una rosa

La rosa è importante, credimi; così cantava, a suo tempo, Gilbert Becaund davanti a una strapiena sala “Lisinki”. La scorsa settimana ho scritto dell’importanza che avrebbe un fiore deposto sui patiboli del Ventesimo secolo. Ho scritto, anche, che le parole dure pronunciate dai due presidenti segneranno, forse, l’inizio della catarsi che noi che viviamo attorno a questi confini attendiamo da oramai più di cinquant’anni.
Chissà se Napolitano e Mesić deporranno quei fiori che potrebbero rappresentare la riconciliazione storica adriatica? Chissà se a loro si unirà anche Drnovšek. Ho scritto, tempo fa, della carovana della riconciliazione: mi sembra già di vedere le limousine che partono da Basovizza, si calano verso Trieste, proseguono per Dolina, superano il confine “che non c’è” e arrivano a Bertocchi e a Šmarje (Monte di Capodistria), si avvicinano a un altro confine, lo superano ed entrano a Kućibreg (Villa Cucciani). Basterebbero un minuto e un fiore deposto da ciascun presidente sui patiboli che incontrerebbero lungo il percorso: una strada lungo la quale si incrociano foibe, luoghi che hanno visto la fucilazione degli ostaggi, paesi dati alle fiamme per mano delle opposte fazioni, crimini commessi da tutte le parti contro tutte le parti. Si tratterebbe di fare un viaggio lungo un’ora di macchina, di pronunciare una dichiarazione congiunta e di consumare un pranzo seduti allo stesso tavolo: il tutto in nome del comune futuro europeo.
Siamo tutti piacevolmente sorpresi dalla velocità con la quale si è giunti alla rappacificazione bilaterale, e la soddisfazione raggiunge un livello pari a quello toccato dallo sbigottimento provocato dalla durezza delle due “uscite” presidenziali (e conta poco che non mancano quelli che trovano drastiche soltanto le dichiarazioni di uno dei due presidenti in quanto, a essere obiettivi, va detto che si trattava di due provocazioni forti che difficilmente potevano passare sotto silenzio). Va detto anche che già l’annuncio di un incontro dei due capi di Stato, previsto in primavera, rappresenta una cosa buona, la migliore che ci poteva capitare.
Gli annunci indicano anche la volontà tesa a rifondare la commissione storica congiunta. Non so quanto questa iniziativa sia realizzabile. La commissione italo-slovena ha portato a termine il suo lavoro sette anni fa, ma dai rapporti che questa ha presentato non emerge una vera utilità. Per questo motivo ritengo che la deposizione di un fiore, un gesto alla Willy Brandt, avrebbe per i rapporti bilaterali (trilaterali) un significato ben maggiore rispetto ad ogni altra cosa. Ma dal momento che ho menzionato Brandt non posso non parlare di Grass e delle sue lezioni – nelle quali dimentica che una linea di sangue lega in maniera indissolubile i crimini e le malefatte commesse sia in tempo di pace sia in tempo di guerra dal 1919 al 1945 e nelle quali “scorda” il fascismo. In entrambe le parti si può individuare una passione storica di matrice nazionalisti e per questo motivo le scuse ideologiche e la tradizione diabolica vanno, sempre, condannate in toto e non soltanto in parte. Deve esserci almeno una condanna politica, simbolica, culturale, civile.
Deve esserci una condanna perché è difficilmente ipotizzabile ci sia un’indagine storica congiunta che sarà portata avanti fino a quando non si arriverà alla verità storica. E quanto dissento da Grass – a causa del velo di silenzio steso sui crimini fascisti – tanto concordo con Valdevit quando dice – riprendendo entrambi i presidenti per il loro insistere sulla verità storica – che la VERITÀ STORICA ATTIENE ALL’INTERPRETAZIONE INDIVIDUALE (DI GRUPPO). È per questo motivo che il gesto simbolico assume una valenza maggiore.
Ma ritengo che la cosa più importante sia il fatto che non sia stata intaccata la pace e che non siano stati lesi i rapporti che legano noi, gente di confine. Penso questo perché ero pervaso dal timore che qualcosa di brutto poteva abbattersi sul nostro microcosmo, su questa nostra area, triangolo, pube, cuore, foglia, grappolo, cima della spada (romana) a doppio taglio Trieste-(Capodistria)-Pola-Fiume – una lezione che ho appreso da Tomizza al quale sono grato di avermela insegnata – che per noi rappresenta non soltanto la sintesi del nostro habitat e della nostra patria (poco importa di quale patria!), ma anche di tutto il continente, di tutto il mondo!
Per dirla in tutta sincerità mi sento stordito perché questi erano giorni pericolosi, sembrava fosse tornata la guerra fredda e mi chiedo che cosa stia succedendo alle persone che rispondono delle nostre vite?
Temo che l’Europa ci incuta paura ovvero che ci spaventi il giorno in cui supereremo l’Isonzo e la Dragogna e scopriremo che i confini sono scomparsi. Penso ai confini formali, fisici dove troviamo le guardiole, i poliziotti di frontiera e i doganieri nei quali, in un certo senso, ci eravamo abituati a vedere un’effimera protezione, che ci davano un senso di sicurezza e che rappresentavano la nostra linea di demarcazione e psicologica. Odio questi confini che oltrepasso così spesso per scambiare quattro chiacchiere con gli Italiani, con gli Sloveni e con i Croati e sono convinto che anche loro guardano con intrepida attesa al giorno in cui rimarranno senza lavoro!
È questo il motivo per il quale tutto è preferibile alle parole taglienti che non tengono conto del senso della misura. Ognuno porti il fardello del suo dolore e dei suoi ricordi, ma, al contempo, ognuno cerchi di guardare oltre l’orizzonte e di vedere il percorso comune lungo il quale passeggeranno tranquilli i nostri figli e i nostri nipoti. Dai prossimi, annunciati e attesi, incontri al vertice sull’Adriatico non bisogna attendersi grandi cose, ma già gli incontri in sé rappresentano di certo una via migliore rispetto ai messaggi pericolosi e provocatori che fioccavano nei giorni scorsi.

10.17.2007
Ma ora basta

Il ruolo del saggio non mi è mai andato a genio. E oggi dovrei indossare i panni del saggio. Ebbene, non ho intenzione di farlo. Ritengo che sia un bene – sia per la Croazia sia per l’Italia – che i due presidenti abbiano detto quello che hanno detto! Lo penso e cercherò di spiegarne il perché.
Faccio questo mestiere – il mestiere più bello del mondo: il giornalista – da oramai più di trent’anni. L’ho imparato dai migliori. Uno era un nostro Istriano, Ive Mihovilović, “barba Ive”; l’altro era Serbo, Dušan Timotijević, “čika Duda”. Entrambi erano interessati alla QUESTIONE ADRIATICA. Timotijević era stato l’unico giornalista non alleato dell’Italia ad avere, nel 1936 – epoca della guerra d’occupazione –, il ruolo di corrispondente dall’Etiopia. E mi ha raccontato dei giovani croati e sloveni nelle file dell’esercito italiano. All’istituto jugoslavo di giornalismo insegnava forme giornalistiche e ci diceva: “LA NOTIZIA È LA REGINA DEL GIORNALISMO!”, limitatevi a scrivere i fatti, scegliete le parole con cura, e date spazio alle posizioni di entrambe le parti!
Mihovilović, alla fine degli anni Venti del Ventesimo secolo dovette fuggire dal regime fascista, da Trieste. Si arrabbio moltissimo quando apprese che avevo scelto il giornalismo. Ma che se ne fa? Lei è uno scrittore! E sia uno scrittore! Il giornalista è sempre frustrato. Le capiterà di scrivere che Roma ha deciso di congelare i rapporti, di consegnare il testo, di sapere che la rotativa è partita e di ricevere, un secondo dopo, la smentita di Roma. Ma il giornale sarà già stampato! Comunque, se proprio lo vuole… Ricordi, però, di occuparsi soltanto di politica estera o di sport. Tutto il resto è insicuro e pericoloso!
Menziono questi due – ma potrei fare anche altri nomi – per indicare le responsabilità che comporta questo mestiere. Lo faccio perché ho iniziato a scrivere queste righe affermando una cosa che a prima vista appare irresponsabile. Ebbene, eccoci arrivati alle spiegazioni, al perché ritengo che le dichiarazioni di Napolitano e di Mesić siano entrambe benvenute. Escludiamo subito una possibilità, non credo si tratti di affermazioni benvenute perché ricalcano i ragionamenti fatti su misura dei circoli “patriottici”, nazionalisti, di entrambe le sponde dell’Adriatico (questo è soltanto il motivo per il quale non le trovo scandalose: sono decenni che le ascoltiamo). Il motivo vero risiede nel fatto che LA POLITICA NON HA MAI AFFRONTATO LE MALEFATTE DI ENTRAMBE LE PARTI (COMMESSE IN QUELL’INDISCINDIBILE EPOCA STORICA CHE VA DAL 1918 AL 1954) E CHE LE STESSE NON SONO STATE CHIARITE DAL PUNTO DI VISTA SCIENTIFICO. PERSONALMENTE RITENGO CHE NON LO SARANNO MAI! PERCHÉ? PERCHÉ IL SACRO NAZIONAL-EGOISMO DI ENTRAMBE LE SPONDE DELL’ADRIATICO DAL 1918 AD OGGI IMPEDISCE QUALSIASI ATTIVITÀ CULTURALE SERIA (L’ACCERTAMENTO DEI FATTI) E PARIMENTI RENDE IMPOSSIBILE UN ATTO POLITICO DI SINCERA RICONCILIAZIONE. E IL SACROSANTO NAZIONAL-EGOISMO SA SEMPRE TROVARE LA VIA CHE PORTA DIRITTO AL CUORE… A TUTTI I CUORI INDIPENDENTEMENTE SI TRATTI DI CUORI MONARCHICI, REPUBBLICANI, FASCISTI O COMUNISTI!!!
Vi chiedete quali siano le argomentazioni che stanno alla base del mio ragionamento? Eccole qua: una quindicina di anni fa, a una tavola rotonda organizzata dal quotidiano “Il Piccolo”, avevo proposto che i tre presidenti depongano assieme un fiore sui patiboli del Ventesimo secolo. Sappiamo che di patiboli ce ne sono molti in quella piccola area che va da Trieste a Pola a Fiume. Non se ne fece nulla… Qualche anno fa, Ciampi e Mesić dovevano far un gesto simile a Vines a poche centinaia di metri dal sito dove si trovano la foiba e il monumento alle vittime del fascismo. Non se ne fece nulla… Ciampi, Mesić e Drnovšek avevano annunciato a più riprese un gesto – simbolico politico e storico – di riconciliazione trilaterale. Non se ne fece nulla… La stessa idea è stata riproposta anche dopo la nomina di Napolitano al Quirinale. Forse un giorno ne vedremo la realizzazione, chissà… Per quanto riguarda, poi, gli storici, la Commissione mista italo-slovena ha concluso, qualche anno fa, il suo lavoro e ha pubblicato un LIBRO COMUNE e la cosa non ha prodotto alcun cambiamento nei suddetti nazional-egoismi bilaterali. Del resto, dopo aver letto questo studio posso affermare trattarsi un testo molto corretto dal punto di vista storico e molto attento a non urtare le sensibilità – che rappresenta pertanto, nella sua essenza, più un testo politico che non un trattato scientifico!
Ora è arrivata al Sabor la proposta di approvare una dichiarazione congiunta sui crimini commessi nel Ventesimo secolo. Un’idea che prende spunto da quanto hanno già fatto la Germania e la Repubblica Ceca. Un ottima proposta, ma, mi chiedo, sarà realizzata? Qui abbiamo a che fare con tipi Mediterranei dal sangue caldo (vedi le dichiarazioni Napolitano-Mesić!) con gente del Sud, con Latini e con Slavi… È buona anche la proposta vertente sulla possibilità che esperti forensi (di entrambi i Paesi, ovviamente) analizzino i patiboli e appurino i fatti. Dubito che si potrà fare… È buona anche la proposta di riavviare i lavori della Commissione di storici italo-croata. In verità non conosco la ragione per la quale questa Commissione non ha mai fatto nulla, o forse la conosco, ma la temo – e questa è un’ipotesi che nasce dalla consapevolezza che dalla stessa Commissione si era ritirato il defunto Fulvio Tomizza!
Ecco, sono queste le ragioni che mi fanno dire che le parole forti dei due presidenti sono delle belle parole. Riassumendo: nei pochi giorni successivi entrambe le parti non hanno lesinato a proporre buone proposte. Forse perché sono tutti stufi – ma ora non posso non citare un altro dei miei maestri, Giorgio Bocca, e dire: MA ORA BASTA! Vogliamo una buona volta anche noi, gente delle sponde adriatiche, discutere seriamente dei nostri problemi?
Ma di questo si occupino i due Stati. Noi Istriani, io Istriano, Croato abbiamo qui un compito solo quello di PRENDERE – CON TUTTI I MEZZI A NOSTRA DISPOSIZIONE E SENZA ALCUNA CONDIZIONE – LE DIFESE DEI NOSTRI ITALIANI PERCHÉ SONO LORO GLI UNICI SOPRA LE CUI TESTE STANNO SORVOLANDO MINACCE IPOTETICHE. DOBBIAMO FARLO SOPRATTUTTO IN QUANTO ABBIAMO GIÀ REGISTRATO ALCUNI ATTACCHI EFFETTIVI ALLE ISTITUZIONI ITALIANE PRESENTI NELL’AREA! È QUESTO ORA IL COMPITO PRIMO, SOPRATTUTTO NELL’AREA DI RESIDENZA DEGLI ITALIANI! Si tratta di un sentimento che mi accompagna in modo confuso sin dal 1947 quando, da bambino, ho visto la gente partire, un sentimento che tradotto in FRATELLANZA E CONVIVENZA ho fatto mio, come scelta ragionata, da adulto. Ed è per questo motivo che anche per questa via invito tutti a ragionare a mente fredda – una condizione che si trova sempre, sembra persino tra i politici che in questo momento appaiono un po’ agitati ma che – ne sono certo – non rimarranno a lungo in preda alle passioni…

10.2.2007
Razzismi nostrani

La corsa alla creazione di dell’Europa-Casa comune dei popoli – una casa che, forse, un giorno nelle sue vesti di stato sovranazionale sostituirà gli stati che attualmente conosciamo – ha luogo in primo luogo in quest’area che, già integrata nell’Euroregione Adriatica (presieduta da Nino Jakovčić), guarda con interesse all’Euroregione Alpe-Adria (promossa da Riccardo Illy). Al contempo, in quest’area assistiamo anche a una rinascita del fenomeno noto come nazionalismo/sciovinismo/razzismo di frontiera che ha dell’incredibile. In Istria e in Dalmazia “vandali” prendono di mira le istituzioni e i simboli italiani. A Trieste “vandali” appiccano il fuoco a un asilo nido che ospita bambini italiani e sloveni. A Lubiana “vandali” demoliscono un’automobile croata. Una spiegazione: nel dire vandali uso le virgolette non per insinuare dubbi sul fatto trattarsi di atti vandalici, ma per indicare che non si tratta di vandali qualsiasi bensì di vandali nazional-fascisti. Una definizione che stona con il linguaggio in auge nell’Europa che ha fatto suo il movimento di idee noto come politically correct e che pertanto non ama le posizioni chiare e predilige il clima che potremmo definire “brand&trend”. Un clima nel quale si inseriscono bene i politici: D’Alema che minaccia con la revisione dei trattati di Roma del 1983, i diplomatici croati e sloveni che rispondono con un secco “pacta sunt servanda” (qui, a onor del vero, va detto che, a differenza della Slovenia, la Croazia non ha ancora versato la sua parte di debito equivalente a circa trenta milioni di dollari), Rupel che minaccia il disco rosso all’ingresso della Croazia nell’UE (???!!!), Mesić che parlando di confini croato-sloveni menziona la possibilità di contrassegnarli metro per metro (!), Pavliha che invita a non trascorrere le vacanze nelle località della costa adriatica, Rupel che concorda con quest’ultimo e i Croati che rispondono – ma godetevi le vacanze sul Tricorno…
Ma che maniere, ma che idee, ma che modi, ma che gente. “Pa še to” (“E ancora questa” è il titolo di una rubrica che il quotidiano di Lubiana “Delo” pubblica in ultima pagina, una rubrica nella quale di giorno in giorno trova spazio una “notizia piccante” non firmata. Ad esempio, giorni fa la rubrica “avvertiva”: “Il presidente Mesić, oltre a negare alla Slovenia lo sbocco in mare aperto, aggiungerebbe volentieri per la Croazia qualche miglio di contatto confinario diretto con l’Italia. E il progetto nasconde pure una trappola: il presidente croato dovrebbe stare attento con la storia del desiderio non realizzato degli istriani di collegarsi maggiormente con la penisola appenninica (???!!! – by M.R.) affinché non gli capiti invece il confine terrestre con l’Italia. E questo vicino a Fiume”.(!!!??? – by M.R., one more time!). Aj, brižan Bog. Oh povero Dio. Se diria in Istria!
Ma dato che ho toccato il tema “avvertimenti stupidi” tengo a sottolineare che gli stessi sistematici vaneggiamenti delle autorità politiche e mediatiche di Roma, Lubiana e Zagabria non impediscono a questi ultimi di far presente, con tono aulico, che in realtà sulle coste adriatiche assistiamo a un vero e proprio idillio. Un idillio del quale cercano di convincerci a suon di frasi diplomatiche, di sorrisi ebeti, di calorosi abbracci e di pacche sulle spalle. Ovviamente tutti privi di senso.
Nella sostanza, non esistono né una “Ostpolitik” italiana né una “Sudpolitik” slovena o croata. Esistono però l’inerzia degli egoismi nazionali, le interpretazioni date dalle diplomazie adriatiche alle buffe “strategie” ottocentesche e i resti retorici degli statalismi sopravvissuti. Pertanto, a quanti vivono attorno a questi confini e che conoscono bene lo stato delle cose nell’area non rimane altro se non la possibilità di denunciare i denuncianti e di combattere senza tregua per far sì che vincano le idee della collaborazione, dell’amicizia, della convivenza. Una lotta che va affrontata anche in considerazione del fatto che non stiamo parlando né di un “brand” né di un “trend”, ma del ritorno dell’orgoglio nazionale e della chiusura all’interno di confini-che-non-ci-sono-più.
Nella primavera del 1945 Pier Antonio Quarantotti Gambini espresse e scrisse un’incredibile dichiarazione sugli Sloveni (Slavi): una dichiarazione che nel caso in cui non fosse stata dettata del cuore e non rivelasse un’essenza squisitamente letteraria rappresenterebbe una dichiarazione drasticamente razzista. Nel preparare la relazione che presenterò a un convegno dedicato a questo nostro scrittore istriano (il cui romanzo è stato pubblicato per i tipi del Čakavski sabor, edizione “Istria attraverso i secoli”) sono partito proprio da questa sincera quanto grottesca e bizzarra riflessione di P.A.Q.G. – dopo aver notato che i partigiani sloveni erano “piccoli e dal naso ricurvo” P.A.Q.G. notava che gli Slavi che conosceva erano alti ed eleganti e giungeva pertanto alla conclusione che “si trattava certamente di Croati, di Dalmati o di intellettuali”!
In un primo momento ho cercato di sciogliere il nodo analizzando il pensiero di P.A.Q.G. dal punto di vista fisico e antropologico. Forse – ho ipotizzato – aveva visto i Balcanici (provenienti dalla Bosnia o dal Kosovo…) che non mancavano nelle file della Quarta armata dalmata. Di certo – ho pensato, nonostante nei confronti di Pier Antonio non mancassero lo accuse di antisemitismo – non aveva visto gli Ebrei (piccoli dal naso aquilino) ritratti nei manifesti nazifascisti. Poi ho concluso che P.A.Q.G. doveva aver visto, nel 1945 a Trieste, gli spietati “titini”, i conquistatori che deportavano i nemici e ricorrevano a tutti i mezzi per creare la Settima repubblica jugoslava… e ho pensato che situazioni di questo tipo le aveva descritte egregiamente il poeta dignanese Igor Ferenac “Fere”: “Un po’ noi/sulle loro splendide/montagne/poi un po’ loro sul/ nostro splendido/mare/poi noi/sulle loro bellissime/donne/e quindi loro/ sulle nostre bellissime/poi noi una bomba/a loro/e quindi loro/una bomba/a noi/e così per l’eternità/per l’amicizia non ha/fine”…
Ecco, è per questo che tutti coloro desiderano mantenere e sviluppare i buoni rapporti adriatici hanno l’obbligo morale e intellettuale di richiamare l’attenzione sulle dichiarazioni date alla leggera che richiamano lo stile del “bla-bla” da Grande fratello. Perché vanno gettati a mare tutti i sentimenti che poggiano sul “nostro” e sul “loro”. Perché tutto attorno a questi confini è sia nostro sia loro. Perché è questa l’unica via che porta all’Europa unita…

20.1.2007
Berlusconismo

Damir Grubiša il noto politologo di Fiume ha scritto di recente un libro che dovremo leggere con attenzione. Il libro è intitolato “Berlusconismo” perché nonostante Silvio Berlusconi sia all’opposizione il “berlusconismo” (termine che avevo usato già la prima volta che il Cavaliere era salito al potere) rappresenta non soltanto un nuovo potente fenomeno politico italiano, ma anche – come indicano numerosi osservatori degli andamenti in Europa – la più forte “postideologia” europea.
Grubiša ricorda che ad esempio Martin Jacques, nel “Guardian”, indica che “oggi il fenomeno politico più pericoloso in Europa è Berlusconi” e poi aggiunge di suo pugno egli “ha portato all’erosione della qualità della democrazia e all’intossicazione dei processi politici in Italia… Dobbiamo pertanto preoccuparci di una nuova comparsa di un fascismo vestito di nuovo, di un fascismo che saprà adattarsi alle nuove condizioni globali, economiche e culturali e al tempo nel quale viviamo”…
I risultati conseguiti nel campo degli affari che hanno una grandissima eco, la politica intesa come un business, la pompa mediatica, il disprezzo delle “obsolete” istituzioni dell’Occidente e della sua democrazia. Sono questi gli elementi della ben nota retorica del nuovo populismo europeo che da nessun altra parte come in Italia ha ricevuto contorni, forme ed espressioni politiche talmente precise e definite che non solo sono state programmate e pianificate, ma anche messe in atto. L’Italia intesa come un’impresa, a quanto pare, non è un retaggio di una retorica che appartiene al passato, né il berlusconismo ha smesso di esistere dopo le elezioni politiche di aprile. Il fatto che l’Occidente non abbia ancora capito tutta la forza eruttiva, organizzativa e mediatico-politica del nuovo populismo europeo che reca l’impronta di Silvio Berlusconi è preoccupante.
Personalmente è già da tempo che indico che il populismo che oggi dilaga in Europa affonda le sue radici nei meandri dei Balcani in transizione. Non bisogna, infatti, dimenticare gli “accadimenti dei popoli”, i meeting che si susseguivano a nastro e che, sorridendo, avevamo definito “rivoluzione allo yogurt”. Il sorriso,però, si era spento sulle labbra quando il tutto si era sviluppato nella “rivoluzione dei tronchi” e quando le raffiche dei Kalashnikov uccidevano i Balcani e lasciavano sgomenta l’Europa. Eppure, poco tempo dopo, il banditismo balcanico da transizione, seppur senza il suo seguito fatto di armi, divenne un modello seguito dai nuovi occidentali efficienti e ad effetto. A partire da quelli austriaci (Haider) e italiani (Berlusconi) ma anche olandesi, belgi, irlandesi, norvegesi…
Questo nuovo populismo, o berlusconismo, è fuor d’ogni dubbio la nuova struttura – dinamica e attraente – di un’Europa stanca del permissivismo e del probabilismo, degli euro-burocrati politicamente corretti e della loro “sterilità”. Volendo esagerare – e la mia predilezione per le espressioni forti non è un mistero – direi che il berlusconismo è oggi un fenomeno socio-politico dinamico alla pari di quanto lo era il leninismo novant’anni fa. A Lenin ascrivono un’interessante definizione del popolo (della nazione, della massa…): il popolo è come il mare, in movimento continuo, alle volte calmo, alle volte mosso, talvolta in burrasca; lo può governare soltanto quel politico che sa adattarsi alla sua natura.
Ho conosciuto alcuni “forzisti” e posso dire che di regola rilevano il polso della massa per poi seguire con la forza dell’intuizione il movimento della “gentaglia” – un termine italiano che non trova corrispettivo nelle altre lingue, un termine crudo e preciso. E la storia ci insegna (anche la storia recente fatta di guerre e di anni postbellici in Croazia e nei Balcani!) che, complici la leggerezza e la faciloneria, ogni popolo può trasformarsi in gentaglia. Ed è in questo che sta la forza del nuovo populismo europeo: nella politica che nasce in piena sintonia con l’onda del mare chiamato popolo. Del resto Berlusconi ha presieduto il Governo italiano più longevo del dopoguerra, e potrebbe tornare al potere, sia personalmente sia con i suoi seguaci.
Il “dono” più grande che Berlusconi ha fatto all’Occidente è la sua formula contagiosa, il suo modello semplice ed efficace che tradotto in parole povere recita: se un qualcosa ti ostacola nel compiere il tuo percorso, cambialo. Leggi, Costituzione, persone nelle posizioni di potere, regole del gioco, anche quello del parlamentarismo (che altro non è se non un gioco politico dell’Occidente): tutto incluso. Si potrebbe dire che anche George Bush ha imparato molte cose – non sottolineava invano “my friend Silvio” e in Francia prende ora forma un nuovo fenomeno che poggia sulla stessa esperienza, il pericoloso Sarkozy – che potrà essere fermato alle prossime elezioni soltanto dall’affascinante e decisa Royal. C’è di mezzo, credo, il fenomeno più pericoloso per la democrazia occidentale, il mimetismo con il quale le forze politiche democratiche tradizionali, con sempre maggior frequenza, fanno propri i metodi populistici, ovvero portano al potere ordinari populisti.
Le tranquillizzanti ideologie occidentali si fanno sempre più lontane, quella democristiana si regge a malapena sulla sella del cavallo europeo sempre più stanco, la socialdemocrazia ha già abbandonato la corsa, il liberalismo è sempre più stretto nelle maglie del globalismo, e così nel cielo politico l’unica formazione forte e flessibile rimane il populismo. E la sua presa del potere – che si accompagnerà alla scrittura della parola fine alla democrazia – è solo questione di tempo. Ma forse questo non è nemmeno il male peggiore che può capitare all’Occidente (e a tutti noi).

5.1.2007
L'Europa oltre il Bosforo

Guardo con preoccupazione la carta geografica dell'Europa e noto che siamo rimasti nella sua ZONA GRIGIA, ovvero forse siamo una CHIAZZA SCURA, e mi ricordo delle indicazioni degli antichi cartografi che a proposito dei paesi sconosciuti (a sud di Cartagine, a occidente di Finisterae e a est della Dacia), scrivevano "HIC SUNT LEONES". Dunque, nei Balcani occidentali, almeno per ora siamo rimasti "leoni" ovvero "barbari". Ma non si tratta solamente di retorica cartografica, ovviamente, bensì queste terre, ossia i loro popoli, inclusi naturamente i croati, hanno contribuito eccome a meritarsi un simile trattamento. È chiaro che non bisosgna esagerare; però il fatto stesso che soltanto la Slovenia e proprio la Slovenia sia la prima dei dieci nuovi Paesi "integrati" dall'UE, rappresenta una sorta di consolazione per noi. Voglio dire che la Slovenia, che è stata l'unica dell'ex Juga a salvaguardare in un certo qual modo la propria economia e parzialmente a svilupparla, ci dimostra che una certa "inerzia economica socialista" include anche la Croazia, in ultima analisi, e non solo per motivi inerziali, nei Paesi in transizione economicamente solidi. E questo è l'unico indicatore per noi. E proprio per questo la CEFTA è la miglior notizia possibile e non rappresenta affatto una spinta all'ingresso della Croazia in una qual nuova Jugoslavia e neppure un modo per delimitare la zona balcanica contaminata.
È consolante forse anche il fatto che la Turchia sia parzialmente un Paese europeo e balcanico, specie perché è anch'essa candidata all'ingresso nell'UE. E anche se da decenni è parte integrante della NATO e del solido modello capitalistico occidentale, pure la Turchia deve effettuare preparativi per l'adesione ancora più seri di quelli degli altri Paesi balcanici: la Turchia, Paese euro-asiatico, Paese musulmano, la Turchia militarista e nazionalista, la Turchia conquistatrice che ancor oggi in occidente suscita imbarazzo e un'aperta resistenza, pure vista come Paese "barbaro" E in questo contesto a nessuno in occidente non disturba il militarismo brutale che mantiene in piedi il sistema parlamentare ed economico, bensì si guarda alla violazione dei diritti umani, al comportamento verso i curdi e in particolare ai peccati del passato, come il massacro degli armeni...
Credo che ci sia per la Turchia eccome posto in Europa, sul cui territorio del resto in parte si trova: ma soprattutto per il fatto che la Turchia rappresenta un anello di congiunzione, un passaggio tra l'Europa e l'Asia che permette il funzionamento dei collegamenti – d'affari, politici, culturali e interreligiosi – tra i due continenti.
Scrive Claudio Magris sulla Turchia: "Un Paese dalle molte anime che è parte della nostra storia". La Turchia vuole l'UE e l'UE si interroga su di essa ancor peggio che sul conto dei Paesi balcanici, nonostante tutto parli a favore dell'europeizzazione della Turchia, in particolare l'interesse reciproco.
Cito qui alcune annotazioni salutari, tranquillizzanti, lucide, pubblicate da Magris sul Corriere, specie quale nostro orientamento locale, interno:
"Istanbul, la Città che è per eccellenza una ricchissima stratificazione di civiltà, tutte presenti; le cupole islamiche coprono un universo che non è solo turco o musulmano, ma anche greco, latino, bizantino, genovese, veneziano, tradizionalista, modernista; un crogiolo e una mescolanza di culture, lingue, religioni. Il fondamentalismo è un nemico di questa Turchia e di questa Istanbul, di questo frastagliato arcipelago di diversità; di quella pluralità che, fin da tempi remoti, è stata la culla mediterranea, medio-orientale dell’Europa"…
"… I miti di questi mari e di queste coste sono miti fondanti per l’Occidente (per esempio gli Argonauti) e per quegli scambi (ora pacifici, più spesso sanguinosi) fra Oriente e Occidente che sono una linfa della civiltà europea"…
"… Arrivati in Europa come avanguardia delle steppe asiatiche, i turchi hanno finito a poco a poco per diventare un baluardo dell’Europa contro successive ondate dell’Asia, in un sincretismo culturale di cui l’impero ottomano, con la sua struttura amministrativa erede della Seconda Roma e la sua malinconica poesia orientale della corrosione di ogni bramata ed esorbitante grandezza, e la grande espressione statale"…
Comunque, non devono tuttii ragionare in maniera STORICA, in modo hegeliano, come Claudio Magris. Però visto che la stessa UE ragiona in realtà in maniera "hegeliana" – anche se a dire il vero in maniera solamente burocratica – non soltanto quando si tratta della Turchia, si impone per l'Europa un modo di ragionare più europeo, tanto più che esiste già il precedente chiamato Romania e Bulgaria. Questi due Paesi sono stati accolti con procedura d'urgenza nell'UE e nella NATO, nonostante in base a molti dei criteri che vigono per i dieci nuovi Stati membri, per la Croazia, gli altri Paesi dei Balcani occidentali e la Turchia, si tratti di due Paesi – se parliamo con chiarezza e in maniera "politicamente non corretta" – parecchio arretrati da un punto di vista storico, politico, economico, culturale, sociale. Alcuni miei amici occidentali vogliono convincermi che la Romania sia stata accolta solo perché in base alla "sua cultura latina è piaciuta alla Francia". E la Bulgaria? A questo quesito non c'è una chiara risposta "occidentale" E la risposta è chiara: la Bulgaria e la Romania sono state accolte soprattutto per completare la linea difensiva verso la Russia e l'Asia.
Anche questo mio giudizio potrebbe "passare" un esame di logica se non fosse per il fatto che tutti i Paesi del Balcani occidentali rappresentano da tempo, da un punto di vista storico e psicologico un ANTEMURALE CHRISTIANITATIS. E questo è oggi un enorme vantaggio, specie dall'ottica americana. I Paesi balcanici, inclusa la Croazia e anche la Turchia divengono un fattore rilevante della politica mondiale quale CORDON SANITAIRE verso l'Islam e l'Asia (e se serve verso la Russia). Questi poveri Paesi e popoli che si sterminano a vicenda ogni qualche decennio, possono diventare nuovamente SOGGETTI della politica internazionale e non solo OGGETTI ubbidienti. Serviranno però uomini nuovi per liberare i Balcani dai miti e dai pregiudizi...