I nostri commenti


Culturando
di autori vari

In piu

22.12.2007
Magris vuol dire
coscienza morale

30.11.2007

2.11.2007

25. 9.2007
Istria Nobilissima,
l'Ex Tempore e oltre...

21. 7.2007
Il Valiani liberato

23. 6.2007
Biennale di Venezia
e l'arte nel presente

31. 5.2007
Una lezione antibarbara

30. 4.2007
L’ora di Ramous

30. 3.2007
Istria culturissima

17. 2.2007
Evviva la filosofia

20. 1.2007
Il gioco delle parti

22.12.2007
Magris vuol dire
coscienza morale

di Predrag Matvejević

Nella vita culturale italiana la voce di Claudio Magris è una delle più riconoscibili ed è diventata la parola di un testimone eccezionale, di un pensatore, di un uomo libero. Dopo ogni evento che risulti importante per il lacerato ambiente italiano e il nervoso ambito di un’Europa che cerca di ritrovare se stessa e di riunirsi, aspettiamo con impazienza le sue riflessioni ed i suoi commenti, imparziali, indipendenti, pertinenti. Claudio Magris è diventato una coscienza morale, di cui la nostra cultura e la vita hanno bisogno.
Il pubblico letterario, non soltanto quello d’Italia, ha conosciuto lo straordinario interprete, tradotto in varie lingue, che ha contribuito a riportare in auge il mito asburgico e la cultura della Mitteleuropa. Basti citare: “Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna” (1963), “Lontano da dove – Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale” (1971), “L’Anello di Clarisse – Grande stile e nichilismo nella letteratura moderna” (1984). I suoi studi sugli autori come Hoffman, Ibsen, Musil, Svevo, Biagio Marin ci hanno svelato un’erudizione rara, legata ad un’eleganza di stile eccezionale. A differenza di tanti altri che, seguendo la moda degli anni Ottanta, davano un significato troppo ideologico alle specificità della Mitteleuropa – un significato derivato prevalentemente dai rapporti occasionali Est-Ovest – Magris si era sforzato invece di sollevare il proprio approccio al di sopra dei simili presupposti. Aveva visto in questa parte del nostro continente, meglio di qualsiasi altro studioso moderno, le diversità al tempo stesso complementari e contraddittorie: tendenze “all’individualità e all’analisi”, “volontà di opporsi ai grandi sistemi filosofici e alle loro sintesi unitarie”, un senso particolare “del fatto linguistico” e una percezione originale del malessere, varie “interferenze fra centro e periferia”, “gusto della critica e della parodia”, “crisi dell’io”, diversi tentativi di riesaminare “le forze motrici della Storia universale”. Simili sentimenti ispirano le sue prose giornalistiche: “Dietro le parole” (1978), “Itaca e oltre” (1982), “Utopia e disincanto” (1999) e altre ancora…
Il professore triestino, parlando della sua città natia, ha sviluppato profonde riflessioni su “l’identità di frontiera”, dimostrando che tutte le particolarità non sono a priori dei valori confermati e che i valori stessi non stanno nella differenza, ma nei rapporti fra le differenze: “La definizione di un’identità finisce per estrarre ed astrarre dei connotati tipici – scrive Magris – e per conferire loro un valore esemplare e assoluto, considerando rappresentativo soltanto ciò che rientra in quel valore.”
La sua produzione letteraria, nel senso più stretto della parola, comprende vari capolavori: “Illazioni su una sciabola” (1984), “Microcosmi” (1997), il testo teatrale “Stadelmann” (1998) e soprattutto “Danubio” (1991), libro di fascinosa affabilità a metà fra saggio e romanzo, incentrata sul patrimonio culturale delle regioni che si affacciano sul grande fiume. L’opera di Claudio Magris cresce sempre e sempre si approfondisce. Negli ultimi anni abbiamo potuto leggere un lacerante dramma intitolato “Mostra” (2001) e un libro difficile da definire, una specie di Bildungsroman, ovvero “Alla cieca” (2005) che non è un “romanzo storico” nel senso riconosciuto a tale forma dalla tradizione europea, ma un moderno “romanzo della storia” che esplora ed esprime le dolorose alternative che abbiamo vissuto durante un “mondo ex” e che lasciano le tracce indelebili sulle soglie del nuovo millennio. La sua recente opera, intitolata “L’Infinito viaggiare”, osserva gli spazi lontani da non si sa dove e contiene nella sua intimità una poetica del viaggio. Non voglio dimentico, infine, neppure quella fatica straordinaria, difficile da classificare, intitolata “Lei dunque capirà”, l’ultimo lavoro di Magris che abbiamo potuto leggere.
Nell’insieme della sua opera, Claudio Magris si è interrogato sulla crisi della ragione e della civiltà europea senza tuttavia mai abbandonarsi allo smarrimento. La pietas, l’epifania e l’umiltà sono i termini che assumono talvolta connotazioni religiose, che questo autore usa con perfetta laicità. Nel tempo in cui tanti scrittori, anche i più conosciuti, godono solo di un ascolto nazionale, Magris è riuscito ad acquistare una chiara fama europea ed internazionale.

30.11.2007
Coscienza critica
tutta da educare

di Patrizia Venucci Merdžo

"Minoranza è impegno/Minderheit verpflichtet", è l’argomento che Paolo Santarcangeli nel “Porto dell'aquila decapitata” tratta sul filo del pensiero di York-Steiner, filosofo ebreo di Vienna, secondo il quale, una minoranza per sopravvivere in un ambiente maggioritario fagocitante - quando non ostile -, deve eccellere, deve essere migliore, e perciò “impegnarsi”. Ora, se c'è una dimensione in cui la nostra CNI ha dimostrato impegno, tenacia e passione, questa è, senza tema di smentita, quella della cultura e delle varie arti; le cui interessanti germinazioni da quarant'anni a questa parte confluiscono copiosamente in quell'emblematico contenitore di variegate tensioni creative e culturali che è il concorso Istria Nobilissima.
A metà novembre, su iniziativa del Cenacolo degli operatori culturali della Comunità Nazionale Italiana, a Palazzo Modello di Fiume ha avuto luogo per la seconda volta la “Giornata degli artisti, poeti e scrittori della CNI in Croazia e Slovenia”, dedicata agli autori premiati della quarantesima edizione di “Istria Nobilissima” 2006/2007 per la prosa, la poesia, la musica e l’arte cinematografica, il video e la tv.
Una giornata ricca di parole e di suoni, di riflessioni e di immagini, un evento di primo piano che avrebbe dovuto attirare connazionali e personaggi della cultura dell'Istria e di Fiume; e se la sessione pomeridiana dedicata alla lettura di poesie e prosa, alla musica e al video, è stata seguita con interesse da un folto pubblico, la tavola rotonda mattutina, che ha visto la partecipazione delle saggiste Nelida Milani Kruljac, Irene Visintini, Ellis Deghenghi Olujić, Gianna Dallemulle Ausenak e del critico Sandro Manzin - i quali hanno disquisito sulla letteratura degli autori premiati - è stata clamorosamente disertata dagli esponenti politici della CNI, dagli operatori scolastici (quanti insegnanti e studenti contano le SEI e SMSI d'Istria e Fiume?), dai soci della(e) CI (che però in occasione del cenone di Capodanno, delle serate danzanti, delle gare di crostoli e pasta e fasoi, o ai tornei di briscola e tressette, “straripano”). Ciò non depone a favore di una nostra (pretesa?) coscienza culturale e di una nostra vivacità intellettuale che, si suppone, dovrebbero essere piuttosto diffuse nella nostra realtà minoritaria, dal momento che emanazione di essa sono ben “trecento autori (letterari) di livello medio – alto e centinaia e centinaia di premiati a Istria Nobilissima nelle varie discipline”. Si saranno involati tutti a Umago alla Giornata della creatività delle CI che si è svolta in contemporaea (!) con la Giornata degli artisti, poeti e scrittori della CNI in Croazia e Slovenia ? (Che seccatura il coordinamento!). O sarà forse che i saggi da antologia e gli “abbondanti” tempi di relazione dei nostri eccellenti saggisti e letterati abbiano l'effetto di scoraggiare il fruitore (connazionale) di cultura media, il quale preferirebbe magari un linguaggio più snello e dei concetti comunicati con maggiore immediatezza? Non sarebbe stato forse più funzionale alla tavola rotonda se i relatori si fossero concentrati unicamente sull'analisi letteraria dei lavori premiati, invece che sulla produzione integrale dei singoli poeti e scrittori? Sempre che si voglia instaurare un contatto vivo con il nostro pubblico, intrigandolo e coinvolgendolo nel racconto letterario della nostra memoria, intesa come “zoccolo duro sul quale si edifica una coscienza nazionale”.
Nella sua illuminante indagine panoramica inerente “lo stato dell’arte” della letteratura della CNI e delle dimensioni istituzionali (e non solo) minoritarie connesse ad essa, Nelida Milani Kruljac ha evidenziato con forza il ruolo della scuola come strumento fondamentale nella trasmissione della tradizione letteraria e culturale, e perciò anche della memoria, tramite l’introduzione graduale, sistematica e mirata di testi di autori della CNI nei programmi scolastici. Allo stato attuale delle cose, l’impressione è che la scuola non solo non adempia – se non sporadicamente - a tale ruolo, ma che tra essa e le varie istituzioni del gruppo nazionale (la CI in particolare) persista un divario relazionale preoccupante (sia ben chiaro che non intendiamo colpevolizzare “unicamente” la scuola, in quanto il “venirsi incontro” presuppone l'impegno di almeno due parti); da qui l’esigenza urgente di una strategia di coordinamento, collaborazione, sinergia tra le varie istituzioni che, partendo dal livello più alto, si espanda capillarmente verso “la base”. Insomma, un po' di ingegneria dell'organizzazione e coordinamento tra i vari ingranaggi e rotelle della nostra macchina minoritaria per farla andare avanti senza troppi intoppi.
Un' assenza di collaborazione all'interno della CNI è emersa pure dalla dichiarazione di Scotti – presidente del Cenacolo e organizzatore della Giornata – il quale ha lamentato “un senso di abbandono”. I nostri “Patriarchi”, i vari Borme, Pellizzer, grandi progettisti delle sorti culturali del GNI, erano persone di “visione”. Speriamo, che noi, gli eredi, si sia all'altezza di un lascito ideale così impegnativo e cruciale per la nostra sopravvivenza.
“Focalizzarsi su se stessi”, è uno degli imperativi categorici per la conservazione di una comunità minoritaria, secondo il pensiero di Kafka, come ha evidenziato la Milani Kruljac nel suo intervento. Parlava bene lui, che viveva cent'anni fa in uno dei templi culturali mitteleuropei ed aveva tutta la “libertà” di trincerarsi, assieme ai suoi correligionari, nel suo ghetto materiale e spirituale. Mica doveva fare i conti con i “diktat” tsunamici e uniformanti della globalizzazione, macchinaccia centrifuga che sminuzza ed inghiottisce giornalmente - trasformandoli in splendidi “hamburger” - culture, etnie, linguaggi, dialetti. Che comunque esisteva dai tempi dei romani, ed anche prima. Solo che oggi – grazie ai mezzi tecnologici sofisticati, TV, cinema e internet in primis – ti lavano-eutanizzano il cervello, ti bevono l'anima, ti disintegrano la tua essenza particolare d’individuo, di persona.
Da qui, secondo noi, la necessità urgente di un'educazione della COSCIENZA CRITICA, rivolta ai giovani in particolare, di un selettivo distacco nei confronti della global-colonizzazione; educazione che dovrebbe essere portata avanti in primo luogo dalla scuola, con il sostegno e concorso di tutte le istituzioni della CNI. Forse allora i nostri giovani, meno “distratti” e più “focalizzati” sulla loro identità umana e culturale, si potranno sentire maggiormente eredi e depositari del nostro lascito comunitario; e magari leggeranno un po’ di più. Sentimenti e pratiche sempre più fievoli presso i giovani, come lamentato da Nelida Milani Kruljac…
I nostri avi erano dei cosmopoliti - noi il cosmopolitismo ce l'abbiamo nel sangue – , non dei globalizzati. Il globalizzato è una specie di “bidoneaspiratutto”, o meglio, un “nessuno”, uno smemorato identitario e spirituale che “fluttua” (tra un hamburger e l’altro) nel virtuale con altri “nessuno”. Il cosmopolita invece è uno che sa esattamente chi è, ed è capacissimo di navigare anche nei mari più lontani portando la ricchezza della propria identità nella sua integralità.
Tra poco è Natale. Invece della solita “trovata” commerciale imposta come indispensabile ed “in” da martellanti battage, regaliamo ai nostri cari una delle tante e belle pubblicazioni dell’EDIT.
E insegnamo ai nostri ragazzi “Quel mazolin de fiori”…”Adeste fideles”…

2.11.2007
Giornali con eccesso di memoria
di Silvio Forza

Il libro che presentiamo in quest’edizione de “La Voce in più cultura” non è nuovo; è uscito nel 2005, ma considerati il tema, ma ancor più le finalità e il pubblico al quale si rivolge – e che coincidono con i nostri – abbiamo ritenuto giusto presentarlo pure nel contesto di nicchia del nostro inserto. Si tratta di “Memoria e identità nei giornali istriani in lingua italiana”, scritto dalla giornalista di Tv Capodistria Monika Bertok e pubblicato dalla Comunità degli Italiani di Pirano nelle sue edizioni “Il Trillo”. Per sottolineare l’attualità del tema, vale ricordare che anche papa Wojtyla, poco prima di morire, scrisse un libro intitolato “Memoria e identità”. Era cosa diversa, ma per certi versi uguale.
Il libro, oltre ad offrire stimolanti spunti di riflessione sui temi peculiari della nostra realtà (memoria, identità, lingua, storia, “punto di vista”, coscienza nazionale, nazionalismo, Europa, chiusure, ecc.), è importante anche perché va a colmare una grossa lacuna storiografica, quella del silenzio quasi assoluto sul giornalismo italiano in Istria. A parte i titoli “La stampa periodica italiana in Istria: (1807-1947)” di Marcello Bogneri e “ Le riviste culturali italiane pubblicate in Istria nel Novecento” di Elis Deghenghi Olujić (EDIT), le “penne sulle penne” mancano del tutto. Basti pensare che ancora non è stata scritta una storia de “La Voce del Popolo”, né dell’EDIT tutta, né di TV Capodistria, né delle radio italiane. Sul tema, a parte qualche tesi di laurea occasionale, si segnalano unicamente gli interventi pronunciati in occasione di convegni dedicati all’argomento, oppure le riflessioni, riportate specialmente dalla rivista “La Battana”, da “Panorama” e da “La Voce del Popolo”, firmate da Ezio Mestrovich, Alessandro Damiani, Silvano Sau, Ezio Giuricin e pochi altri.
Ecco allora che il libro di Monika Bertok assume un’importanza che va oltre le parole scritte nelle 192 pagine. E accanto a questo merito storiografico ce n’è un altro anche più grande: quello della Bertok è il primo saggio (adattato nel libro ad un taglio più pubblicistico) in cui per la prima volta, senza paure d’altri tempi e colpevoli omissioni, nell’analisi della stampa si parla a chiare lettere della vicenda dell’esodo, del travaglio dei rimasti e della grossa frattura che attraversa quel territorio, che si vorrebbe unico, in cui esuli e rimasti condividono destini e passioni ideali.
Nel suo volume, Monika Bertok prende in esame otto testate: non si tratta di giornali realizzati da professionisti, bensì di “giornalini” curati dai soci della Comunità (da parte dei rimasti) e dai membri delle “territorialmente speculari” varie Associazioni e famiglie (famee) dell’esodo. Così, se da una parte c’è “Il Trillo” pubblicato dalla Comunità degli Italiani di Pirano, dall’altra ci sono “La Voce di san Giorgio” – bollettino parrocchiale di Pirano pubblicato a Trieste e “L’eco de Piran”, “periodico della famea piranese”, edito sempre a Trieste sotto l’egida dell’Unione degli Istriani e la sua testata programmatica “Periodico della libera provincia dell’Istria in esilio”. Per Capodistria, la locale CI realizza “La città”, mentre a Trieste, la “Fameia Capodistriana che aderisce all’Unione degli istriani” pubblica “La Sveglia”, che riprende una testata del 1903 che usciva “a cura di un gruppo irredentista”. A Isola, infine, ognuna delle due Comunità pubblica un proprio foglio: la “Pasquale Besenghi degli Ughi” stampa “Il Mandracchio”, mentre la “Dante Alighieri” edita “La Colomba”. Dall’altra parte, a Trieste gli esuli isolani hanno dato vita ad “Isola nostra”. Già da questa presentazione in sintesi si nota la specificità tutta istriana delle due campane per un campanile: una sdoppiatura, questa, dettata dagli esiti della seconda guerra mondiale e che, considerate le vere o presunte differenze ideologiche del tempo e le “scelte” diverse operate allora, risulta inevitabile.
La decisione di occuparsi di testate amatoriali, scritte con il cuore, piuttosto che di altre di taglio professionale, non toglie di certo dignità al lavoro della Bertok; lavoro grazie al quale sono venute a galla le posizioni più autentiche e sentite da parte di chi redige i giornalini. Infatti, se le testate minoritarie realizzate da professionisti, in cui scrivere coincide con un posto di lavoro, spesso trionfano informazioni e opinioni ingabbiate dalla cautela e dalla necessità del politically correct, i “giornalini”, di politicamente corretto hanno sì la schieratissima fedeltà al gruppo, ma per il resto appaiono più liberi, più audaci, più inclini alle sentenze, forse più ingenui.
Monika Bertok scrive giustamente che “per una minoranza i mezzi di informazione sono uno dei pochi strumenti per salvaguardare la lingua, la storia e la memoria consentendo nel contempo di mantenere una coesione all’interno del gruppo”. E in questo caso, per “minoranza” possiamo intendere sia i rimasti (come sempre), sia gli esuli, poiché i temi e la retorica dei loro giornali li collocano di fatto in una posizione diversa, specifica e, visti i loro numeri, appunto minoritaria. Come la nostra.
Cosa scopre la Bertok “auscultando” le due campane? Scopre cose che forse avvertivamo già per conto nostro, ma che finora non era state ancora documentate in modo così chiaro. Grazie a Monika Bertok, ora, senza tema di smentita, possiamo asserire che nelle pagine pubblicate dai rimasti i temi ricorrenti sono legati alla tutela dei diritti minoritari, a quelle che la Bertok definisce “le battaglie storiche della CNI”, quali la toponomastica, il bilinguismo, la bandiera, la tutela del patrimonio autoctono, la voglia d’Europa e il fenomeno dell’identità istriana. Il rimprovero che l’autrice muove ai periodici della CNI è quello di una certa chiusura nazionale, diagnosticata quale “occasione mancata dei periodici CNI”. D’alta parte, nelle testate degli esuli, molto più militanti, denotate da una retorica piuttosto obsoleta spesso accompagnata da slogan che ai giorni nostri risultano al quanto anacronistici, tornano praticamente in ogni numero le rivendicazioni storiche legate alla, secondo loro, italianità dell’Istria, al Trattato di Parigi (diktat) alla foibe, all’esodo, ai beni abbandonati, alla tutela dei cimiteri alla critica della quasi totale indifferenza dell’Italia ufficiale rispetto alla loro tragedia. La Bertok nota una differenza anche nel modo in cui le due parti trattano la storia: i rimasti preferiscono vicende identitarie meno spigolose, quali il passato veneziano e i personaggi della cultura italiana dell’Istria, mentre gli esuli concentrano la loro attenzione in maniera quasi esclusiva sulle vicende della Seconda guerra mondiale, con escursioni a ritroso su Roma e Venezia usate strumentalmente quali “prove di italianità”. Da parte sua, il giornalista triestino Pierluigi Sabatti nel lavoro della Bertok vede anche un implicito rimprovero agli esuli, rei di usare la memoria in contrapposizione con gli altri, specie i rimasti.
Come scrive nella sua prefazione lo storico e giornalista piranese Stefano Lusa, “l’analisi della Bertok fa emergere chiaramente le profonde differenze tra storia e memoria ed anche quanto strumentale possa essere l’uso della storia”, ma anche, prosegue Lusa, “ci fa vedere in maniera chiara come in questi giornali, dall’una e dall’altra parte, vi sia soprattutto un bisogno di costruire una propria identità collettiva diversa ed esclusiva”. Del resto, Monica Bertok lo dice sin dall’introduzione: “esuli e rimasti conservano una memoria storica non condivisa, spesso in contrasto”. Ovvio che la speranza dell’autrice è questa frattura venga risanata.
Il testo si chiude molto opportunamente con una citazione del libro di Stefano Tomassini “L’Istria dei miracoli”, in cui il giornalista romano notava “un eccesso di memoria, una virulenta concentrazione della memoria su un punto e un solo punto” della storia istriana. E di riflesso, pur cosciente che “la memoria costruisce l’identità di una persona, di una famiglia, di un gruppo, di un popolo”, Monika Bertok chiude chiedendosi se “averne troppa non rappresenti un limite”. È un invito a fare attenzione ai danni collaterali della memoria.
Anche se limitato all’analisi dei periodici delle CI dell’Istria slovena (sarebbe oltremodo utile che ora, altri, analizzassero almeno “La Tore” della CI di Fiume ed “El clivo” della CI di Pola), il libro, è arricchito da una serie di citazioni molto significative, quali quelle da Diego De Castro, Fulvio Molinari, Paolo Murialdi, Arrigo Pitacco, Paolo Rumiz e Gianpaolo Valdenit. Un capitolo dedicato all’identità fra globalizzazione e localismi ne allarga ulteriormente il respiro. Un libro da leggere, per comprenderci meglio.

25.9.2007
Istria Nobilissima,
l'Ex Tempore e oltre...

di Silvio Forza

Il prossimo fine settimana si svolgerà a Grisignana la XIV edizione dell’Ex Tempore di pittura. Si tratta di una delle migliori manifestazioni organizzate dall’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste, un appuntamento che in quanto ad eco culturale supera persino lo storico concorso “Istria Nobilissima”. Ma più che di rivalità tra le due manifestazioni, sarà meglio parlare di complementarità. “Istria Nobilissima” è ed è stato lo strumento principale di stimolo e valorizzazione della creatività artistica e dello slancio culturale della nostra gente: senza “Istria Nobilissima” avremmo tanti poeti e tante poesie in meno, tanti prosatori e tanti racconti non ci sarebbero, tanti artisti e tante opere mai avrebbero visto la luce. E mancherebbe tanta cultura italiana, perché “Istria Nobilissima” è anche uno strumento di convergenza culturale identitaria, uno dei modi per mantenere ancora pulsante la cultura italiana in Istria e nel Quarnero L’Ex Tempore di Grisignana è invece una cosa diversa: è una manifestazione di maggior richiamo, capace di portare nel piccolo borgo istriano artisti provenienti da tutti i continenti e che trovano il minimo comune denominatore nell’arte, non nell’italianità. Ciò, evidentemente, non è un male: l’arte non conosce confini, l’arte non divide ma unisce, l’arte ha un linguaggio universale che mal sopporta le gabbie delle culture e dei confini nazionali. Da questo punto di vista, il fatto che una manifestazione di questo tipo venga promossa da un’organizzazione attenta in primo luogo agli interessi di una minoranza (l’Unione Italiana), va inteso come segnale di grande apertura e di promozione di quella diversità e specialmente della valorizzazione della diversità senza la quale l’esistenza stessa di una minoranza sarebbe impossibile.
Gli aspetti nobili e positivi di Istria Nobilissima e dell’EX Tempore di Grisignana sono dunque tanti e fondamentali. Tuttavia, siccome non è cosa astuta “dirsela e godersela”, vediamo cosa c’è dall’altra parte della medaglia. E troviamo che Istria Nobilissima da una parte è un ottimo propulsore identitario, dall’altra però e troppo autoreferenziale, ad uso e consumo della minoranza stessa. L’Ex Tempore invece, che di buono ha la proposta della diversità, della convivenza, dell’universalità dell’arte, tralascia quasi del tutto la componente identitaria alla quale noi, purtroppo non possiamo rinunciare. Ciò non vuol dire che queste due manifestazioni non vanno bene: questa breve analisi ci dimostra che forse avremmo bisogno di una terza manifestazione con la quale chiudere il cerchio, di una manifestazione che parta dalla cultura italiana, ma da una cultura italiana di qualità tale da richiamare artisti e gente di cultura di ogni etnia. Quasi come avviene per l’Ex Tempore: con la differenza che il richiamo fondamentale non dovrebbe essere l’arte in quanto tale, ma la grande cultura italiana.
L’Ambasciata italiana di Zagabria e il Consolato italiano di Fiume hanno già dato prova del loro interesse a promuovere in loco la grande cultura italiana. Inoltre, durante la sua visita di pochi giorni fa, il Viceministro Franco Danieli ha descritto l’Italia come una grande potenza culturale a livello mondiale. E noi qui, minoranza italiana, siamo quel famoso ponte che traghetterebbe volentieri cultura rispetto a polemiche e veleni storici come spesso gli tocca fare. E visto che le risorse finanziarie si potrebbero trovare con una certa agilità, rimaniamo in attesa di vedere un giorno, tra un anno, due, o tre, l’inaugurazione di un fine settimana dedicato alla cultura italiana, aperto a tutti. Dopo “Istria Nobilissima” che è un “noi per noi”, l’EX Tempore che è un “l’Altro per gli tutti” – che vanno bene entrambi – ci piacerebbe vedere anche le “Giornate della cultura italiana” intese quali un “noi per tutti”.

21.7.2007
Il Valiani liberato

Meno sappiamo e più lunghe sono le nostre argomentazioni. Questa è di Ezra Pound. E dato noi abbiamo le idee un po’ confuse (sono i tempi), per mascherarlo cercheremo di essere possibilmente sintetici. Prendiamo Fiume e le sue istituzioni italiane: la Comunità, il Liceo, la compagnia del Dramma Italiano, che si chiamano soltanto così. Eppure questa è un’epoca celebrante: le leggende e i miti si sprecano e sui giornali ritrovi “famoso” anche il vicino di casa che facevi piuttosto scemo.
E invece noi (noi come comunità italiana) che cosa facciamo per promuovere, celebrare, ficcare in testa ai profani, ad esempio, di storia fiumana gli emeriti di questa città ? Forse poco o non abbastanza. Facciamo alcuni nomi di fiumani davvero illustri: Leo Valiani, Irma Grammatica, Giovanni Kobler, Osvaldo Ramous, Romolo Venucci. Ad eccezione del Venucci, a nessuno di loro è dedicato niente, sono prigionieri dell’oblio. Il buon vecchio Liceo si chiama soltanto e nient’altro che, burocraticamente, “SMSI” (Scuola media superiore italiana): se proprio non si pensa di rinominarlo “Galileo Galilei”, facciamolo diventare “Kobler” o “Ramous”, da pareggiare - poniamo – con la compagnia del Dramma Italiano intitolata a “Irma Grammatica” per arrivare alla Comunità degli italiani che potrebbe esserlo a “Leo Valiani”, senatore della Repubblica Italiana, anzi uno dei suoi Padri Fondatori.
Naturalmente, questa è soltanto una proposta di riflessione rivolta alle sedi deputate e a tutti coloro – nomi e accostamenti a libera scelta – che vorrebbero ridare ai nomi di tanti benemeriti fiumani il posto che gli spetta nel pantheon cittadino.

Te la Fo io la “commedia”


“Mistero buffo”, la “Divina Commedia”, l’Orchestra Italiana, ovvero Fo, Benigni, Arbore: in loro c’è, come dire?, buona parte dell’Italia che piace. Solo a sentirli nominare, e nonostante taluni disincanti dell’età che avanza, ci fermiamo a sognare. E se li invitassimo a venire in Istria e a Fiume e a stupirci dal “vivo”? E se loro accettassero ? Impossibile ? Forse soltanto difficile.
Proviamoci allora, anche con il sostegno dei diplomatici italiani di Croazia e di Slovenia, con il supporto degli Istituti italiani di cultura di Zagabria e di Lubiana, che non sono obbligati a promuovere la cultura italiana solo nelle due capitali. La maggioranza è anche dove c’è la minoranza, cioè noi, che abbiamo bisogno di iniezioni ricostituenti, soprattutto culturali.
E a proposito di “numeri uno”: le menti CNI ci sono, sono tante, hanno pure gli strumenti istituzionali. Si riuniscano, inventino qualcosa di più grande che non sia il campionato locale di promozione. Di ampio respiro. A costo che sia il Mestolo Internazionale della Pasta al Pomodoro!

23.6.2007
Biennale di Venezia
e l'arte nel presente

"Pensa con i sensi, senti con la mente": questo l'assunto concettuale da cui muove la cinquantaduesima edizione dell'Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia - inaugurata il 10 giugno e visitabile fino al 21 novembre 2007 -, diretta per la prima volta da un critico statunitense, Robert Storr, per dodici anni curatore del MoMa di New York. È anche il titolo, piuttosto ambizioso, della rassegna, che, nelle intenzioni di Storr, è pensata per un pubblico per nulla elitario, ma vasto e motivato. Perché l'arte, secondo lui, non deve essere concepita in funzione dei desideri e delle inclinazioni di coloro che ne fruiscono, e le mostre non devono rivolgersi a nessun "visitatore ideale". "Le biennali - sostiene - non sono fatte per coloro che Stendhal ebbe a definire i “pochi eletti”, ovvero, stando a lui, coloro con i quali condivideva non solo lo stesso ambiente sociale e la stessa impostazione culturale, ma anche una particolare sensibilità. E non sono fatte nemmeno per fare sì che il mondo dell'arte - i professionisti e i curiosi - possa incontrarsi come a un congresso. Le biennali sono piuttosto luoghi che vedono l'incontro di mondi artistici disparati alla presenza di un pubblico che è vasto, vario e - contrariamente a quanto sostengono i commentatori delle più diverse posizioni politiche - appassionato e imprevedibile".
Con questo spirito si è appena inaugurata un'edizione della Biennale già ammantata di primati, da quello dei costi (circa il 30% in più dei 6 milioni previsti) a quello del numero dei Paesi rappresentati (77) e degli artisti selezionati.
Il sottotitolo è "L'arte nel presente", e la modernità, è, dunque, il filo conduttore delle opere degli oltre cento artisti che espongono nella mostra centrale internazionale (allestita presso le Corderie e Artiglierie dell'Arsenale) e nei Padiglioni internazionali (ai Giardini), dallo stile imponente e diversificato.
Novità significativa, il nuovo Padiglione Italia che debutta con una mostra dedicata a Francesco Vezzoli e Giuseppe Penone, C’è anche un nuovo padiglione dedicato alla Turchia all'interno della mostra centrale e un'esposizione dedicata all'arte africana contemporanea, curata dagli angolani Fernando Alvim e Simon Njami. Molti i giovani, ma non mancano nomi blasonati - come Louise Bourgeois, León Ferrari, Gerhard Richter, Bruce Nauman, Robert Ryman, Ilya Kabakov - e maestri scomparsi, quali Felix Gonzales-Torres, Jason Rhoades e Sol LeWitt. Senza dubbio interessante la splendida nave di Siwa di Ilya ed Emilia Kabakov, realizzata con gli studenti di Manchester ed i bambini di Siwa, in Egitto. Tra i nuovi progetti realizzati appositamente per la Biennale, si segnalano un'installazione di Bruce Nauman, un nuovo video di Sophie Calle e inedite creazioni di Yang Fudong e Steve McQueen. Numerosi gli "esordi" nazionali: dall'Azerbaijan al Messico, dal Libano alla Moldova, al Tajikistan alla Bulgaria ed alla Siria.
Accanto alla pittura e alla scultura - tradizionali "regine" della rassegna - ai video e alle installazioni, notevole spazio è attribuito alla fotografia (il Leone d'Oro alla carriera di quest'anno, il primo mai andato ad un africano, è assegnato ad un fotografo del Mali, il settantaduenne Malick Sidibé) e al fumetto, rappresentato dalle belle tavole di "Un éternitè a Tanger" - storia di un fallito passaggio dall'Africa all'Europa - degli africani Eyoum Ngangué e Faustin Titi.
Ad Emilio Vedova, scomparso nell'ottobre dello scorso anno, è tributato l'omaggio allestito all'interno del rinnovato Padiglione Venezia. Infine, debutta quest'anno Cornice Art Fair, vera e propria fiera d'arte contemporanea per collezionisti. (rai italica)

31.5.2007
Una lezione antibarbara
di Franco Sodomaco

È calato il sipario anche sull’ottava edizione Forum Tomizza, svoltasi dal 21 al 26 maggio nelle città di Trieste, Capodistria e Umago. Accanto ai principi fondanti di questa manifestazione, ovvero la promozione della convivenza, del multiculturalismo, del multilinguismo, quest’anno, sfruttando le maglie allentate del titolo del simposio “Hic Sunt Leones - Aspettando i barbari”, il ventaglio dei valori si è ampliato ulteriormente al più generale tema della diversità quale condizione della contemporaneità: una diversità rapportata al mondo dell’ emigrazione, delle religioni, della condizione della donna e intesa in un contesto che reclama la necessità del rafforzamento dei valori e delle istituzioni della democrazia. Ma i temi trattati hanno indubbiamente segnato un passo avanti anche in relazione ai soliti problemi di casa nostra: in questo momento, i cui orizzonti appaiono obnubilati dalla prossima barriera di Schengen, è venuta a galla una maggiore consapevolezza dei problemi legati al tratto di strada Umago-Trieste, interrotto dai valichi di confine e dove la tabella UE, per certi versi segnerà la fi ne di un’epoca in qui tutti gli istriani erano liberi di muoversi nella loro zona di riferimento naturale e al contempo l`inizio di una nuova (speriamo breve) era nella quale gli istriani di Croazia saranno degli extracomunitari a tutto tondo. Volenti o nolenti, le cose non sono andate propriamente come avrebbe voluto lo scrittore di frontiera Fulvio Tomizza, né com’era negli auspici degli Istriani.
Durante la settimana del simposio in molti hanno evidenziato la necessità di “uccidere il barbaro che c’ e` in noi”, il che vuol dire che la vera uguaglianza e la vera parità di opportunità verranno raggiunte non soltanto quando, con l’ingresso nell’Unione europea, un popolo cessa di essere “barbaro”, bensì quando tutti saranno in grado di “non considerare barbari gli altri”. Stando a Milan Rakovac, promotore del Forum, e agli altri convenuti al dibattito, un ragionamento sereno sul confi ne richiede libertà di pensiero: quella di cui non godono i politici e che invece è propria al mondo della cultura. E da questo punto di vista, il Forum Tomizza vuole essere anche un momento di libertà di pensiero, magari con lo scopo, neanche tanto celato, di smuovere un po’ le acque della politica. Ma, anche dopo otto anni, cambiare non sarà facile. Dietro all’ angolo c’é Schengen, la cui applicazione non ci porterà di certo una maggiore “liberta di movimento”.
All’insegna del multiculturalismo anche la seconda edizione del concorso letterario Lapis Histriae, che ha visto l’adesione di 46 autori tra croati, sloveni, italiani, bosniaci e serbi. La giuria ha assegnato un primo premio ex aequo a Snježana Pejović di Buie e Bogislav Marković di Belgrado. La scultura Lapis Histriae, per i premiati, è stato realizzata dallo scultore Ljubo de Karina. Va rilevato inoltre che la città di Umago fi nora ha dimostrato una grande sensibilità, sia per il Forum Tomizza, sia per tutta una serie di manifestazioni internazionali legate allo scambio fra regioni contermini. Umago infatti mantiene ottimi rapporti di collaborazione, per esempio con Monfalcone, e come detto nei giorni scorsi in una conferenza stampa, non ha gradito quando la Slovenia ha negato il permesso per l’organizzazione della gara ciclistica Monfalcone- Umago-Monfalcone. Con questi atteggiamenti si rischia di vanifi care tanta fatica e tanti buoni propositi, hanno commentato a Umago, e non senza motivo. In primis l’assessore Dimitrij Sušanj al cui impegno, unitamente a quello di Neven Ušumović della Biblioteca civica di Umago e di Irena Urbič delle Primorske Novice di Capodistria, si deve il buon esito del Forum Tomizza.

30.4.2007
L’ora di Ramous
di Thomas Kaiserwald

Chiunque, per preciso interesse culturale o per semplice nuda e cruda “militanza minoritaria”, si sia avvicinato alla letteratura degli italiani di Croazia e Slovenia, si è imbattuto quasi subito nel nome di Osvaldo Ramous. Lo sanno praticamente tutti, come recita una frase consumatissima, che “Ramous è stato il nostro più grande poeta” tanto che, da qualche tempo, la sezione “Letteratura” del concorso “Istria Nobilissima” s’intitola appunto “Premio Ramous”. Eppure, lo iato che c’è tra la semplice conoscenza nozionistica e la reale possibilità di “frequentare” le opere del letterato fi umano è enorme. Specie per le generazioni nate negli anni Sessanta: quando, per fare un esempio, i ragazzi del Sessantacinque stavano varcando l’età della ragione (e dunque potevano essere interessati a quello che Ramous aveva da dire), il poeta, nel 1981, moriva stroncato da un infarto. E siccome fi no ad allora Ramous aveva pubblicato le proprie opere tanto tempo prima, oppure per editori italiani le cui edizioni non erano facilmente raggiungibili, la voce di Ramous per oltre trent’anni è rimasta sostanzialmente muta. Se si pensa poi che Ramous scriveva per giornali italiani quali “La fi era letteraria” oppure per il nostro “Panorama” si capisce che, con la scomparsa, sono venuti a mancare anche i suoi preziosi testi giornalistici.
Come fare, dunque, per conoscere Ramous? Per valutarlo, per apprezzarlo o eventualmente svalutarlo? Per anni le possibilità erano ridottissime: una di queste, avere la fortuna di possedere la collezione del 1984 di “Panorama”, che ha pubblicato postumi alcuni racconti ramousiani intitolati i “Figli della cometa”, poi confl uiti nell’ormai introvabile ”Antologia della piccola biblioteca” di Panorama pubblicata dall’EDIT nel 1987 . Oppure bisognava conoscere lo sforzo editoriale più compiuto, quello dell’Unione Italiana e dell’Università Popolare di Trieste che nel 1996, con la presentazione di Alessandro Damiani, hanno pubblicato “Tutte le poesie” di Ramous nell’ambito della collana “Biblioteca istriana”. Una collana nobilissima, dalla grafi ca solenne, che purtroppo non è mai entrata seriamente nei circuiti distribuitivi e dunque purtroppo di scarsa diffusione. Insomma, per entrare in possesso delle poesie di Ramous ci volevano pazienza, tempo, contatti.
Dunque, dopo un silenzio di quasi trent’anni, in questi mesi stiamo assistendo ad un autentica riscoperta di Ramous. A fi ne anno è uscita per i tipi dell’EDIT la raccolta di racconti “Lotta con l’ombra”, a fi ne inverno, per merito della Comunità degli Italiani di Fiume e della professoressa Gianna Mazzieri Sanković, fi nalmente è uscito dalla frustrante quarantennale condizione di inedito il “capitale” romanzo, fi umano, italiano, nostro, “Il cavallo di cartapesta”: poi il Dramma italiano ha proposto nelle Comunità degli italiani una pièce originale, multimediale e d’ispirazione encomiastica intitolata “Intervista a Ramous”. A maggio ci sarà un convegno dedicato alla poesia, alla prosa, al giornalismo, all’attività di drammaturgo e a quella di promotore culturale di Osvaldo Ramous che porterà a Fiume esperti di varie università. Siamo dunque in pieno periodo ramousiano ed è l’occasione buona per scoprire, accanto alla fi ne dimensione letteraria, anche la tensione politica di un uomo impegnato a smascherare gli equivoci che avevano contaminato identità e ideologie subito dopo la fi ne della seconda guerra mondiale. Da qui anche l’amara critica alle strutture rappresentative e ad alcuni esponenti della minoranza stessa. Leggere per credere.

30.3.2007
Istria culturissima
di Silvio Forza

Giungere ad una strategia della cultura in Istria e, possibilmente, per l’Istria. Questa la conclusione del primo “Convegno di cultura istriana” svoltosi alle isole Brioni il 23 e il 24 marzo scorsi al quale hanno aderito circa duecento tra operatori culturali di istituzioni ed enti e artisti protagonisti dei processi creativi della cultura istriana. L’iniziativa, di per sé originale e abbastanza stimolante, è stata voluta dalla Regione istriana e in primis dallo “zupano” Ivan Jakovčić: a loro andrebbe ora il nostro plauso sincero se avessero avuto la pazienza e la lungimiranza di redigere la Dichiarazione finale sulla base del meglio del dibattito che si è svolto durante la due giorni in arcipelago: invece, alineatissimi funzionari dell’assessorato regionale alla cultura, a fine lavori hanno praticamente imposto ai presenti di sottoscrivere una Dichiarazione precompilata e desunta dall’intervento inaugurale (dalle idee?) dello stesso Jakovčić. Insomma, a Guantanamo prima di farti firmare quello che vogliono loro, ti torturano, a Brioni ti lasciano dibattere facendoti credere per un momento che la tua opinione possa contare qualcosa.
A voler essere cattivi, a Brioni l’amministrazione regionale ha “strappato” agli operazioni culturali istriani una Dichiarazione dalla quale risulta che gli uomini di cultura in pratica “chiedono” una strategia culturale per l’Istria da studiare entro il 2009. Forti di questa “spontanea richiesta”, ora i vertici regionali potranno rivolgersi all’Assemblea istriana per dir loro: “guardate che gli addetti alla cultura in Istria ci chiedono una strategia e siccome per fare una strategia ci vuole un “master plan”, dateci i soldi per pagare l’agenzia che ci predisporrà questo piano miliare”. Un po’ come è stato già fatto per il turismo, quando l’appalto è finito ad un’agenzia spagnola. Ecco, non vorremmo che questa scelta venisse riproposta per filo e per segno anche stavolta che c’è di mezzo la cultura: personalmente non posso immaginare un “gruppo di lavoro” per la stesura degli indirizzi fondamentali della strategia culturale istriana senza Nelida Milani Kruljac e Milan Rakovac, senza Gorka Ostojić Cvajner e Bojan Šumonja, senza Igor Galo e Maurizio Frlin, senza Magdalena Vodopija e Giovanni Radossi, senza Elis Deghenghi Olujić e Robert Matijašić, senza Miroslav Bertoša ed Elis Barbalich. Ma anche senza Dario Marušić, Lidija Nikočević, Robert Rabonja, Đeni Dekleva Radaković…
Ma non tutto a Brioni è andato male. Se è vero, come lo è, che la Regione ha forzato l’approvazione delle proprie posizioni, vero è anche che queste posizioni, pronunciate da Jakovčić, sono stavolta tutt’altro che male. Si va dalla volontà di trovare delle formule che consentano l’identificazione immediata della cultura istriana (marchio), alla necessità di rivedere la strategia di conservazione e presentazione museale, ivi inclusa la fondazione di nuovi enti: primo fra tutti il Museo d’arte contemporanea (l’Istria ora non dispone di un solo spazio espositivo / galleria / pinacoteca a carattere stabile), il Museo della marina e quello di arte sacra. C’è poi la volontà della regione di figurare tra i fondatori del Teatro istriano di Pola, quella di istituire un assessorato alla cultura autonomo, quella di attivare l’IKA (Agenzia di cultura istriana) e di formare quadri nel campo del management culturale. Si vuole potenziare la collaborazione internazionale puntando anche sull'ufficio della Regione istriana a Bruxelles e si intende proseguire nella rivitalizzazione delle cittadine abbandonate dell’Istria centrale. A patto che, come ben notato da Magdalena Vodopija, puntando tutto sui borghi interni non si trascuri, come fatto finora, la cultura urbana delle città, specie di Pola. E si dovrà pensare, come ha suggerito Bojan Šumonja, anche a strumenti che favoriscano l’”esportazione” della cultura istriana che ora nella mappa della cultura europea conta nulla o quasi. Insomma, dirla con Jakovčić, si vuole che l’Istria venga riconosciuta come la terra della cultura e del sapere.

17.2.2007
Evviva la filosofia
di Claudio Deghenghi

Dove mai possono incontrarsi per la prima volta e fare presto cordiale amicizia due intellettuali, ambedue “polesani patochi”, se non alla Fiera del Libro a Pola in dicembre, dopo aver vissuto quasi contemporaneamente la loro migliore stagione della vita umana nelle stesse case, nell’orto e nei cortili del rispettivo quartiere, nei nostri boschi, nelle stesse strade e nelle stesse piazze, sulle pietre delle belle spiagge e nel mare della città natale, Pola, e che il destino ha poi catapultato nel mondo per ragioni diverse e diverse destinazioni? Ecco, il professore di filosofia, Luciano Lukšić di Zagabria ed io da Torino siamo stati colà avvicinati e presentati dal nostro comune amico, lo scrittore Milan Rakovac, e abbiamo stretto subito amicizia, che sarebbe troppo lungo da descrivere e da spiegare. Nell’occasione il professore mi donò rispettosamente una copia senza dedica del suo libro nuovo di stampa e messo in vendita alla Fiera, intitolato “Hrvatska politička pedagogija”, Publika, Zagreb, 2005. Siccome la sua immediata e attentissima lettura mi conquistò prepotentemente, ho deciso di farne una breve recensione per i lettori de “La Voce”, anzitutto per fare un atto di cortesia verso il mio caro conterraneo, eppoi per allentare in qualche modo la morsa e la stretta del libro, che già riusciva a togliermi il sonno, se non me ne fossi presto liberato, leggendolo tutto, naturalmente.
Il prof. Luksic nacque a Pola da famiglia polesana che parla due lingue standard e il dialetto istro-veneto, alle quali egli ha aggiunto un perfetto inglese utile a insegnare persino la filosofia. Superato le prove delle scuole inferiori e superiori a Pola, a Zagabria conseguì due lauree, quella in ingegneria elettronica e quella in folosofia, che fu un’ottima combinazione per visitare insieme ambiti del mondo reale assegnati sia alle scienze naturali che a quelle storico-sociali. Cultura vastissima, dunque, soprattutto umanistica. La tesi del magistero l’ha dedicata ai “Grundrisse”, quest’opera sempre ancora monumentale di Karl Marx, mentre quella del dottorato, ancora in corso d’opera, a un filosofo inglese contemporaneo ch’io sinceramente non conosco. Il nostro professore insegnò discipline scientifiche e umanistiche a Fiume, presso la Scuola Media Superiore Italiana, e, a Zagabria, filosofia presso il XV Ginnasio dal 1984, mentre teoria della conoscenza in inglese dal 1995 presso la Scuola Internazionale che rilascia diplomi di equipollenza internazionale.
Il suo libro raccoglie ben 37 tra discorsi, comunicazioni e interventi alla TV, in congressi, convegni e tavole rotonde dedicati alla filosofia e alla pedagogia, ed articoli sugli stessi argomenti pubblicati su riviste (uno anche sul nostro "Panorama"” e quotidiani vari -– alcuni dei quali inediti – ch’egli tenne e scrisse nelle funzioni di membro del Consiglio di Stato per i concorsi di filosofia e di logica, e di presidente dell’Associazione dei professori di filosofia delle scuole medie superiori della regione metropolitana della città di Zagabria, ruolo coperto tuttora.
Senza rispettare neanche minimamente l’ordine cronologico della loro apparizione, l’editore si preoccupò, inutilmente, di raccogliere quegli scritti secondo il criterio dei temi trattati, per cui il libro si presenta diviso in due parti: 22 scritti etico-politici e 15 scritti filosofico-pedagogici. Doppio gravissimo errore, poiché gli scritti abbracciano il periodo più turbolento e più tragico della storia contemporanea della Repubblica di Croazia, che va dal 1990 al 2004, in cui nasceva e si costituiva in fretta e in furia uno stato indipendente, dapprima in guerra, poi in un processo pesantissimo di cambiamento coatto degli ordinamenti costituzionali e del regime economico e politico sui modelli del capitalismo selvaggio e della democrazia solo formale della globalizzazione mondiale. Lo scrittore è infatti impegnato a denunciare anche le storture, le illegalità, le ruberie, le ingiustizie, i miti, le corruzioni, il nepotismo e le consorterie che lentamente, insistentemente e continuamente mandavano all’aria a uno a uno tutti gli ideali e la gioia dei cittadini croati per la riconquistata indipendenza e libertà occidentale europea. L’affondamento dell’autorità moraleggiante dello stato “tout court” e della nazione portava e porta con sé a fondo pure l’autorità della scuola e dei corpi insegnanti pauperizzati all’inverosimile. La scuola e la società, messe sotto tutela della chiesa cattolica per un contratto segreto dello stato con il Vaticano, che l’autore vuole sia reso di pubblico dominio, si trovano a dover rinunciare improvvisamente all’esperienza storica della laicità e della fede naturale autosufficiente godute ininterrottamente per ben quarantacinque anni. Così la scuola stessa e le scienze naturali e umanistiche nulla possono per contrastare ed arginare pure la mancanza di autorità della famiglia e della società civile, e men che meno l’anarchia che ne consegue, in cui languono le giovani generazioni.
A questo punto non è neanche il caso di tentare di isolare qualche tema particolare del libro da proporre all’attento esame del l Ettore. È il caso però di invitare tutta la CNI, e in modo particolare il suo Ente giornalistico-editoriale “Edit” o il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, o entrambi gli enti insieme, a fare in modo che la sua traduzione e la sua pubblicazione in italiano possano entrare pure nelle nostre case. Ed è il caso allora di aggiungere che i giudizi dell’autore sullo stato della nazione croata, della scuola e dell’università, del sistema scolastico e della politica pedagogica, nonché dell’insegnamento dell’etica e della filosofia così descritto nel libro è pienamente condiviso pure dal grande filosofo croato Milan Kangra, che del libro si cura e pregia di firmare la premessa. I giovani lettori de “La Voce” devono a questo punto sapere che l’unico grande dissenso politico progressista esistente nella Jugoslavia socialista di Tito (eccetto quello più piccolo ma più drammatico della CNI sotto la guida del compianto prof. Antonio Borme) fu quello messo in vita e diffuso dalla scuola di pensiero filosofico-umanistico della rivista filosofica “Praxis”, che raccoglieva intorno a sé tutti i migliori filosofi progressisti “jugoslavi” del tempo, nella stragrande maggioranza croati, fra i quali il nostro Milan Kangrga era una delle figure più prestigiose. “Praxis” fondò e operò per anni pure mediante la cosiddetta “Scuola estiva” dell’isola di Curzola, in Croazia, dove si davano convegno annuale pure i filosofi progressisti del mondo intero, europei in prima fila. C’è dunque una continuità manifesta bellissima della grande tradizione di pensiero umanistico universale in Croazia, in tutte le sue dimensioni, epistemiche, morali ed estetiche, di cui il nostro prof. Luciano Luksic è validissimo e fedelissimo testimone ed interprete. Questi suoi scritti però possono anche inviperire furiosamente il lettore, è vero; ma allora bisogna anche aggiungere che essi infondono una tale chiarezza di idee che conforta e rasserena sempre gli animi. Non solo, ma essi suscitano inevitabilmente pure un tal bisogno di “utopia” nuova, catartica e riparatrice dei mali e delle ingiustizie del mondo intero, che il nostro carissimo autore, nel testo, purtroppo, neanche riesce a vagheggiare. Ed è proprio questo il solo vuoto del libro che rattrista, perché noi lettori, quando non si danno anche speranze, perdiamo pure la gioia di vivere.

20.1.2007
Il gioco delle parti
di Claudio Deghenghi

Fu un vero e proprio gioco delle parti tra noi, l’amica Nelida Milani Kruljac e me, che ora continuo poiché sono io a parlarne, e che forse si concluderà giustamente con l’intervento della mia stessa cara amica, magari per rettificare le inevitabili stortura ch’io non ho voluto o non ho saputo evitare.
Era dunque uno dei primi giorni della Fiera del Libro Edizione 2006 a Pola allorché, sentendoci telefonicamente, la mia cara amica mi invitò a pranzo in uno dei migliori ristoranti della città. Io, da cavaliere impenitente, invitai a mia volta la mia cara amica a pranzare nello stesso ristorante dicendo che pagavo io. Naturalmente, finì che vinse la prassi della democrazia contemporanea: andammo al luogo e all’ora convenuti e dividemmo il conto a metà, poiché donna e uomo erano ormai uguali, e non c’era più niente da fare. (Magari fosse così in tutte le altre cose!).
Fu un gioco delle parti, poiché né lei disse né io aggiunsi anticipatamente qual era il motivo di quell’invito a pranzo e quale sarebbe stato il tema della nostra conversazione. Ecco, era un fatto di antichissima reciproca amicizia, profonda, bella e buona, e basta. Ma il gioco poteva comunque farsi azzardato, se non pericoloso, poiché lei era la solita Nelida con il suo essere gigante e definitivo, celebrata da tutti, mentre io ero lo scapestrato il cui essere sempre provvisorio cercava ancora in un’altra Utopia nuova la propria definitiva determinazione e probabilmente l’ultima sua identità.
È vero che noi due eravamo e siamo ancora tra gli ultimi nostri mohicani – “baracheri” – che proprio per questo si amano e si stimano all’inverosimile, e continueranno senz’altro ad essere e a fare così fino alla scomparsa di ambedue. Le “barache” furono e sono ancora il quartiere più proletario e più popolare dell’amata città di Pola, un tempo il più socialista e il più comunista di tutti, abbarbicato intorno alla Fabbrica Cementi, dove nacquero, vissero e vivono ancora dei formidabili combattenti per la più alta delle umanità possibili, che ci onorano ancora. Ma è pur vero che lei ed io abbiamo col tempo e le vicissitudini della vita acquisito, nostro malgrado, una visione del mondo e una corrispondente ed elaborata concezione del mondo personali, costruite e costituite ognuno con estrema fatica, difficoltà e sofferenze indicibili, alle quali nessuno ormai poteva più abdicare o rinunciare, per cui, nel confronto diretto fra di noi, nella tenzone culturale, esse potevano essere esposte anche alla prova di resistenza, o comunque alla mercé della pietà, della comprensione e della cortesia della persona per fortuna amica. La conversazione invece fu proprio un gioco delle parti. Durò addirittura due ore e mezza, e fu condotta amichevolmente nella più beata e felice delle leggerezze dell’essere collettivamente. Non furono menzionati Gesù Cristo né Marx, non il triste cattolicesimo né il defunto marxismo, non la sua fede filosofica né la mia fede naturale e cosmica, non la sua riconosciuta e apprezzata opera né la mia Utopia, ancora incompiuta e problematica. I temi furono comunque altroché impegnativi, e degni di noi. Ma fu altresì un vero divertimento, con tante risate e tante prese in giro di noi medesimi e del mondo intero.
Così capitò per caso che discutemmo molto seriamente proprio sull’ultimo articolo pubblicato da “l’Unità”, ch’io avevo con me, intitolata ”Capire senza pensare”. Il fatto era che un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma diretto dal prof. GIACOMO RIZZOLATTI, aveva scoperto le zone del cervello, animale ed umano, ove risiedono i cosiddetti “neuroni specchio” - citiamo – che “saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia”. Detto in parole povere, secondo la nostra semplicistica interpretazione, quei “neuroni specchio” davano e danno la possibilità all’uomo di considerare unificate le funzioni della percezione, della cognizione e dell’azione, per cui risulta che “visione del mondo” e “concezione del mondo” sono due cose diverse fondate la prima nell’intuizione e la seconda nel concetto, sì, ma l’uomo agisce unitariamente secondo il primato ora dell’una e ora dell’altra, per cui il nostro dualismo è congenito e invincibile. Nella ricerca della “verità” dunque, fatti e valori, esperienza e conoscenza acquistano un uguale peso specifico. E l’unità dell’essere umano, dov’è? E la “verità”, quella di cui facciamo tesoro per costituire l’unità dell’essere, come la si scopre? Semplice: l’uomo vede che il leone e la gazzella si rincorrono; egli può anche pensare che essi lo facciano per gioco, che stanno facendo una gara di velocità; ma alla fine del processo naturale egli vede che il leone acchiappa ed atterra la gazzella, la sbrana e se la mangia, e, come un lampo a ciel sereno, la ”verita” gli si dispiega davanti tutt’intera, diventa esperienza di vita, poi trasformata mediante concetti in conoscenza, e il gioco è fatto. Così si fa pure nell’UTOPIA.
La mia amica ed io rimanemmo estasiati. Proposi allora di collegare subito la cosa con la “Logica” di Kant, e precisamente con il primo paragrafo di quell’opera, dove si tratta dell’intuizione, del concetto e della conoscenza per concetti che si chiama pensiero.Kant non poteva sapere che fatti e valori, intuizioni e concetti dovevano avere la stessa importanza, che non andavano affatto separati, e che la cosa in sé valeva tanto quanto la cosa per sé. Insomma, noi constatammo definitivamente che la nostra “concezione del mondo” non era altro che una elaborazione discorsiva di quella stessa ”visione del mondo”, che pure gli animali hanno in forma elementare a loro disposizione, con la differenza, non di poco conto, che mentre gli animali erano e sono sempre sicuri di quello che fanno, anche quando sbagliano, noi uomini, no, poiché di solito la cruda realtà e quindi la verità del mondo o la si rifiuta o la si tradisce o la si cela o la si occulta o la si perde sempre nei meandri del linguaggio o dei discorsi, e noi, soprattutto nelle conversazioni politiche, invece di agire per vivere una vita degna di tutti noi non facciamo altro che bisticciare fra di noi, a vuoto e inutilmente. Da tutto ciò risulta che la certezza, la sicurezza di noi medesimi sono fondate nella convinzione ferma, che effettivamente può diventare o anche solo funzionare come autentica ”fede”. E qui ebbe fine pure la nostra conversazione, poiché la mia amica poteva offrire solo la propria fede filosofica, mentre io soltanto la mia fede naturale, e non ci fu affatto il tempo per esaminare la questione. L’Utopia nuova non fu neanche menzionata, ma la mia amica mi pregò di farle pervenire via e-mail il testo delle sue prime cento pagine, segno che se ne riparlerà senz’altro in altre occasioni. E pensare che non abbiamo fatto in tempo a chiarire neanche che cosa centravano tutte queste cose con questa concezione del mondo che io imperterrito e sereno continuo a chiamare UTOPIA…