17.2.2007
Evviva la filosofia
di Claudio Deghenghi
Dove mai possono incontrarsi per la prima volta e fare presto cordiale amicizia due intellettuali, ambedue “polesani patochi”, se non alla Fiera del Libro a Pola in dicembre, dopo aver vissuto quasi contemporaneamente la loro migliore stagione della vita umana nelle stesse case, nell’orto e nei cortili del rispettivo quartiere, nei nostri boschi, nelle stesse strade e nelle stesse piazze, sulle pietre delle belle spiagge e nel mare della città natale, Pola, e che il destino ha poi catapultato nel mondo per ragioni diverse e diverse destinazioni? Ecco, il professore di filosofia, Luciano Lukšić di Zagabria ed io da Torino siamo stati colà avvicinati e presentati dal nostro comune amico, lo scrittore Milan Rakovac, e abbiamo stretto subito amicizia, che sarebbe troppo lungo da descrivere e da spiegare. Nell’occasione il professore mi donò rispettosamente una copia senza dedica del suo libro nuovo di stampa e messo in vendita alla Fiera, intitolato “Hrvatska politička pedagogija”, Publika, Zagreb, 2005. Siccome la sua immediata e attentissima lettura mi conquistò prepotentemente, ho deciso di farne una breve recensione per i lettori de “La Voce”, anzitutto per fare un atto di cortesia verso il mio caro conterraneo, eppoi per allentare in qualche modo la morsa e la stretta del libro, che già riusciva a togliermi il sonno, se non me ne fossi presto liberato, leggendolo tutto, naturalmente.
Il prof. Luksic nacque a Pola da famiglia polesana che parla due lingue standard e il dialetto istro-veneto, alle quali egli ha aggiunto un perfetto inglese utile a insegnare persino la filosofia. Superato le prove delle scuole inferiori e superiori a Pola, a Zagabria conseguì due lauree, quella in ingegneria elettronica e quella in folosofia, che fu un’ottima combinazione per visitare insieme ambiti del mondo reale assegnati sia alle scienze naturali che a quelle storico-sociali. Cultura vastissima, dunque, soprattutto umanistica. La tesi del magistero l’ha dedicata ai “Grundrisse”, quest’opera sempre ancora monumentale di Karl Marx, mentre quella del dottorato, ancora in corso d’opera, a un filosofo inglese contemporaneo ch’io sinceramente non conosco. Il nostro professore insegnò discipline scientifiche e umanistiche a Fiume, presso la Scuola Media Superiore Italiana, e, a Zagabria, filosofia presso il XV Ginnasio dal 1984, mentre teoria della conoscenza in inglese dal 1995 presso la Scuola Internazionale che rilascia diplomi di equipollenza internazionale.
Il suo libro raccoglie ben 37 tra discorsi, comunicazioni e interventi alla TV, in congressi, convegni e tavole rotonde dedicati alla filosofia e alla pedagogia, ed articoli sugli stessi argomenti pubblicati su riviste (uno anche sul nostro "Panorama"” e quotidiani vari -– alcuni dei quali inediti – ch’egli tenne e scrisse nelle funzioni di membro del Consiglio di Stato per i concorsi di filosofia e di logica, e di presidente dell’Associazione dei professori di filosofia delle scuole medie superiori della regione metropolitana della città di Zagabria, ruolo coperto tuttora.
Senza rispettare neanche minimamente l’ordine cronologico della loro apparizione, l’editore si preoccupò, inutilmente, di raccogliere quegli scritti secondo il criterio dei temi trattati, per cui il libro si presenta diviso in due parti: 22 scritti etico-politici e 15 scritti filosofico-pedagogici. Doppio gravissimo errore, poiché gli scritti abbracciano il periodo più turbolento e più tragico della storia contemporanea della Repubblica di Croazia, che va dal 1990 al 2004, in cui nasceva e si costituiva in fretta e in furia uno stato indipendente, dapprima in guerra, poi in un processo pesantissimo di cambiamento coatto degli ordinamenti costituzionali e del regime economico e politico sui modelli del capitalismo selvaggio e della democrazia solo formale della globalizzazione mondiale. Lo scrittore è infatti impegnato a denunciare anche le storture, le illegalità, le ruberie, le ingiustizie, i miti, le corruzioni, il nepotismo e le consorterie che lentamente, insistentemente e continuamente mandavano all’aria a uno a uno tutti gli ideali e la gioia dei cittadini croati per la riconquistata indipendenza e libertà occidentale europea. L’affondamento dell’autorità moraleggiante dello stato “tout court” e della nazione portava e porta con sé a fondo pure l’autorità della scuola e dei corpi insegnanti pauperizzati all’inverosimile. La scuola e la società, messe sotto tutela della chiesa cattolica per un contratto segreto dello stato con il Vaticano, che l’autore vuole sia reso di pubblico dominio, si trovano a dover rinunciare improvvisamente all’esperienza storica della laicità e della fede naturale autosufficiente godute ininterrottamente per ben quarantacinque anni. Così la scuola stessa e le scienze naturali e umanistiche nulla possono per contrastare ed arginare pure la mancanza di autorità della famiglia e della società civile, e men che meno l’anarchia che ne consegue, in cui languono le giovani generazioni.
A questo punto non è neanche il caso di tentare di isolare qualche tema particolare del libro da proporre all’attento esame del l Ettore. È il caso però di invitare tutta la CNI, e in modo particolare il suo Ente giornalistico-editoriale “Edit” o il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, o entrambi gli enti insieme, a fare in modo che la sua traduzione e la sua pubblicazione in italiano possano entrare pure nelle nostre case. Ed è il caso allora di aggiungere che i giudizi dell’autore sullo stato della nazione croata, della scuola e dell’università, del sistema scolastico e della politica pedagogica, nonché dell’insegnamento dell’etica e della filosofia così descritto nel libro è pienamente condiviso pure dal grande filosofo croato Milan Kangra, che del libro si cura e pregia di firmare la premessa. I giovani lettori de “La Voce” devono a questo punto sapere che l’unico grande dissenso politico progressista esistente nella Jugoslavia socialista di Tito (eccetto quello più piccolo ma più drammatico della CNI sotto la guida del compianto prof. Antonio Borme) fu quello messo in vita e diffuso dalla scuola di pensiero filosofico-umanistico della rivista filosofica “Praxis”, che raccoglieva intorno a sé tutti i migliori filosofi progressisti “jugoslavi” del tempo, nella stragrande maggioranza croati, fra i quali il nostro Milan Kangrga era una delle figure più prestigiose. “Praxis” fondò e operò per anni pure mediante la cosiddetta “Scuola estiva” dell’isola di Curzola, in Croazia, dove si davano convegno annuale pure i filosofi progressisti del mondo intero, europei in prima fila. C’è dunque una continuità manifesta bellissima della grande tradizione di pensiero umanistico universale in Croazia, in tutte le sue dimensioni, epistemiche, morali ed estetiche, di cui il nostro prof. Luciano Luksic è validissimo e fedelissimo testimone ed interprete. Questi suoi scritti però possono anche inviperire furiosamente il lettore, è vero; ma allora bisogna anche aggiungere che essi infondono una tale chiarezza di idee che conforta e rasserena sempre gli animi. Non solo, ma essi suscitano inevitabilmente pure un tal bisogno di “utopia” nuova, catartica e riparatrice dei mali e delle ingiustizie del mondo intero, che il nostro carissimo autore, nel testo, purtroppo, neanche riesce a vagheggiare. Ed è proprio questo il solo vuoto del libro che rattrista, perché noi lettori, quando non si danno anche speranze, perdiamo pure la gioia di vivere.
20.1.2007
Il gioco delle parti
di Claudio Deghenghi
Fu un vero e proprio gioco delle parti tra noi, l’amica Nelida Milani Kruljac e me, che ora continuo poiché sono io a parlarne, e che forse si concluderà giustamente con l’intervento della mia stessa cara amica, magari per rettificare le inevitabili stortura ch’io non ho voluto o non ho saputo evitare.
Era dunque uno dei primi giorni della Fiera del Libro Edizione 2006 a Pola allorché, sentendoci telefonicamente, la mia cara amica mi invitò a pranzo in uno dei migliori ristoranti della città. Io, da cavaliere impenitente, invitai a mia volta la mia cara amica a pranzare nello stesso ristorante dicendo che pagavo io. Naturalmente, finì che vinse la prassi della democrazia contemporanea: andammo al luogo e all’ora convenuti e dividemmo il conto a metà, poiché donna e uomo erano ormai uguali, e non c’era più niente da fare. (Magari fosse così in tutte le altre cose!).
Fu un gioco delle parti, poiché né lei disse né io aggiunsi anticipatamente qual era il motivo di quell’invito a pranzo e quale sarebbe stato il tema della nostra conversazione. Ecco, era un fatto di antichissima reciproca amicizia, profonda, bella e buona, e basta. Ma il gioco poteva comunque farsi azzardato, se non pericoloso, poiché lei era la solita Nelida con il suo essere gigante e definitivo, celebrata da tutti, mentre io ero lo scapestrato il cui essere sempre provvisorio cercava ancora in un’altra Utopia nuova la propria definitiva determinazione e probabilmente l’ultima sua identità.
È vero che noi due eravamo e siamo ancora tra gli ultimi nostri mohicani – “baracheri” – che proprio per questo si amano e si stimano all’inverosimile, e continueranno senz’altro ad essere e a fare così fino alla scomparsa di ambedue. Le “barache” furono e sono ancora il quartiere più proletario e più popolare dell’amata città di Pola, un tempo il più socialista e il più comunista di tutti, abbarbicato intorno alla Fabbrica Cementi, dove nacquero, vissero e vivono ancora dei formidabili combattenti per la più alta delle umanità possibili, che ci onorano ancora. Ma è pur vero che lei ed io abbiamo col tempo e le vicissitudini della vita acquisito, nostro malgrado, una visione del mondo e una corrispondente ed elaborata concezione del mondo personali, costruite e costituite ognuno con estrema fatica, difficoltà e sofferenze indicibili, alle quali nessuno ormai poteva più abdicare o rinunciare, per cui, nel confronto diretto fra di noi, nella tenzone culturale, esse potevano essere esposte anche alla prova di resistenza, o comunque alla mercé della pietà, della comprensione e della cortesia della persona per fortuna amica. La conversazione invece fu proprio un gioco delle parti. Durò addirittura due ore e mezza, e fu condotta amichevolmente nella più beata e felice delle leggerezze dell’essere collettivamente. Non furono menzionati Gesù Cristo né Marx, non il triste cattolicesimo né il defunto marxismo, non la sua fede filosofica né la mia fede naturale e cosmica, non la sua riconosciuta e apprezzata opera né la mia Utopia, ancora incompiuta e problematica. I temi furono comunque altroché impegnativi, e degni di noi. Ma fu altresì un vero divertimento, con tante risate e tante prese in giro di noi medesimi e del mondo intero.
Così capitò per caso che discutemmo molto seriamente proprio sull’ultimo articolo pubblicato da “l’Unità”, ch’io avevo con me, intitolata ”Capire senza pensare”. Il fatto era che un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma diretto dal prof. GIACOMO RIZZOLATTI, aveva scoperto le zone del cervello, animale ed umano, ove risiedono i cosiddetti “neuroni specchio” - citiamo – che “saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia”. Detto in parole povere, secondo la nostra semplicistica interpretazione, quei “neuroni specchio” davano e danno la possibilità all’uomo di considerare unificate le funzioni della percezione, della cognizione e dell’azione, per cui risulta che “visione del mondo” e “concezione del mondo” sono due cose diverse fondate la prima nell’intuizione e la seconda nel concetto, sì, ma l’uomo agisce unitariamente secondo il primato ora dell’una e ora dell’altra, per cui il nostro dualismo è congenito e invincibile. Nella ricerca della “verità” dunque, fatti e valori, esperienza e conoscenza acquistano un uguale peso specifico. E l’unità dell’essere umano, dov’è? E la “verità”, quella di cui facciamo tesoro per costituire l’unità dell’essere, come la si scopre? Semplice: l’uomo vede che il leone e la gazzella si rincorrono; egli può anche pensare che essi lo facciano per gioco, che stanno facendo una gara di velocità; ma alla fine del processo naturale egli vede che il leone acchiappa ed atterra la gazzella, la sbrana e se la mangia, e, come un lampo a ciel sereno, la ”verita” gli si dispiega davanti tutt’intera, diventa esperienza di vita, poi trasformata mediante concetti in conoscenza, e il gioco è fatto. Così si fa pure nell’UTOPIA.
La mia amica ed io rimanemmo estasiati. Proposi allora di collegare subito la cosa con la “Logica” di Kant, e precisamente con il primo paragrafo di quell’opera, dove si tratta dell’intuizione, del concetto e della conoscenza per concetti che si chiama pensiero.Kant non poteva sapere che fatti e valori, intuizioni e concetti dovevano avere la stessa importanza, che non andavano affatto separati, e che la cosa in sé valeva tanto quanto la cosa per sé. Insomma, noi constatammo definitivamente che la nostra “concezione del mondo” non era altro che una elaborazione discorsiva di quella stessa ”visione del mondo”, che pure gli animali hanno in forma elementare a loro disposizione, con la differenza, non di poco conto, che mentre gli animali erano e sono sempre sicuri di quello che fanno, anche quando sbagliano, noi uomini, no, poiché di solito la cruda realtà e quindi la verità del mondo o la si rifiuta o la si tradisce o la si cela o la si occulta o la si perde sempre nei meandri del linguaggio o dei discorsi, e noi, soprattutto nelle conversazioni politiche, invece di agire per vivere una vita degna di tutti noi non facciamo altro che bisticciare fra di noi, a vuoto e inutilmente. Da tutto ciò risulta che la certezza, la sicurezza di noi medesimi sono fondate nella convinzione ferma, che effettivamente può diventare o anche solo funzionare come autentica ”fede”. E qui ebbe fine pure la nostra conversazione, poiché la mia amica poteva offrire solo la propria fede filosofica, mentre io soltanto la mia fede naturale, e non ci fu affatto il tempo per esaminare la questione. L’Utopia nuova non fu neanche menzionata, ma la mia amica mi pregò di farle pervenire via e-mail il testo delle sue prime cento pagine, segno che se ne riparlerà senz’altro in altre occasioni. E pensare che non abbiamo fatto in tempo a chiarire neanche che cosa centravano tutte queste cose con questa concezione del mondo che io imperterrito e sereno continuo a chiamare UTOPIA…