I nostri commenti


Il punto
di Christiana Babić

In piu

17. 1.2008
Il Paese dei maghi Merlino

10. 1.2008
Iniziata la stagione delle fiere

3. 1.2008
Salari, la priorità del 2008

27.12.2007
Welfare, un obiettivo comune

20.12.2007
La caduta dei confini invisibili

13.12.2007
Precarietà del lavoro e del futuro

6.12.2007
Obiettivo prioritario: la crescita

29.11.2007
Affari d'oro per la Dea bendata

22.11.2007
Campagna con tappa in Borsa

15.11.2007
Economia tra problemi e prospettive

8.11.2007
La sfida e la magia del mare

25.10.2007
La stagione delle promesse

18.10.2007
Fare impresa, fare cultura

11.10.2007
Come cambia la pubblicità

4.10.2007
Mercati e sentimenti

27. 9.2007
La corsa alle azioni

20. 9.2007
Quali e quante
privatizzazioni

26. 7.2007
Tassi & usurai

19. 7.2007
Le conquiste dei pensionati

12. 7.2007
Lingue ed economia

5. 7.2007
Le politiche della conoscenza

28. 6.2007
Tra maternità e carriera

21. 6.2007
Sindacati alla deriva

14. 6.2007
Matrimonio e benessere

31. 5.2007
Il marketing e la politica

24. 5.2007
Professione: usuraio

17. 5.2007
Lavoro, tra passato e futuro

10. 5.2007
L'innovazione firmata Sarkozy

5. 5.2007
I rischi della riforma

26. 4.2007
Competitività e integrazione

19. 4.2007
Studi e mobilità
sociale

12. 4.2007
Europa, stiamo arrivando

5. 4.2007
Il greggio cambia rotta

29. 3.2007
Questioni di welfare

22. 3.2007
Business e morale

15. 3.2007
Informazione, università e occupazione

8. 3.2007
Scandalo e visibilità

1. 3.2007
La verità sta nel mezzo

22. 2.2007
Formazione e mobilità

15. 2.2007
La sfida del lavoro

8. 2.2007
Un calcio al pallone

1. 2.2007
Casa dolce casa

25. 1.2007
Meritocrazia e responsabilità

18. 1.2007
Invenzione e innovazione

11. 1.2007
Il business della sanità

4. 1.2007
Le note dolenti dell'economia

17.1.2008
Il Paese dei maghi Merlino

Quest'anno i cittadini croati dovranno impegnarsi al massimo per trasformarsi in tanti maghi Merlino perché soltanto in questo modo potranno sopravvivere. L'anno nuovo ha portato tanti di quei rincari che arrivare alla fine del mese sarà davvero un miracolo. Il tasso di inflazione registrato nello scorso mese di dicembre è stato del 5,8 per cento, il più alto registrato negli ultimi sette anni, con la tendenza di aumento nei mesi successivi. La colpa è del prezzo del petrolio che ha subito un'impennata, sostiene il ministro Šuker, e che ha generato tutta una sfilza di aumenti. Il governo può decidere di ridurre il prezzo della benzina, ma questo aumenterebbe il debito pubblico, già per sé consistente. Per non parlare di quello estero. Insomma un circolo vizioso. Molto meglio dunque che a farne le spese siano i cittadini. Il governatore Rohatinski non è d'accordo con la tesi del ministro Šuker. A suo avviso l'inflazione, la siccità e le alluvioni sono soltanto alcune delle cause che hanno provocato l'aumento dell'inflazione. La chiave del problema sta appunto nella riduzione del deficit pubblico. La seconda metà del 2007 è stata caratterizzata da una serie di pagamenti consistenti, quali il rimborso del debito ai pensionati e i versamenti ai fruitori del bilancio. Per quanto riguarda la possibilità di inserire il tasso di inflazione nelle paghe, Rohatinski pensa che ciò potrebbe provocare un ulteriore aumento dell'inflazione.
Tornando ai lavoratori e ai pensionati che ancora una volta dovranno cimentarsi in impegnativi corsi di sopravvivenza, bisogna precisare che il costo del paniere è di circa 6.000 kune, la paga media in Croazia di 4.579 kune. Ora sarebbe interessante capire come arriverà a fine mese un pensionate che ha a disposizione 1.500 - 2.000 kune al mese. Soltanto con la bacchetta magica. E i prezzi continuano ad aumentare. Dopo gli alimentari sono arrivati i medicinali in libera vendita, quelli più comuni come l'aspirina per abbassare la febbre e curare le malattie di stagione. Chissà quali sorprese ci riservano i giorni e i mesi a venire. L'aumento dei prezzi va sempre a pari passo con il calo dello standard di vita e qui dovrebbero entrare in gioco i programmi sociali studiati apposta per far fronte alle emergenze. Tra tutti questi aumenti non potevano mancare le banche che hanno annunciato l'aumento dei tassi di interesse, naturalmente di quelli sui crediti bancari.

10.1.2008
Iniziata la stagione delle fiere

L'ente nazionale per il turismo spenderà quest'anno 22 milioni di kune per la presentazione dell'offerta turistica croata. Si tratta del 20 per cento in meno rispetto all'anno scorso, il che non significa che si punta soprattutto sulla qualità e non sulla quantità delle presentazioni. La stagione delle promozioni inizierà con la fiera "Vakantiebeurs" nella città di Utrecht, in Olanda. Il potenziale turistico della Croazia verrà proposto complessivamente in 80 fiere, 35 in meno che durante il 2007.
Il programma dell'ente turistico nazionale prevede una spesa di 17 milioni di kune per la partecipazione alle fiere e ulteriori cinque milioni per le presentazioni, che comprendono le Giornate del turismo, laboratori professionali e presentazioni ad hoc. Lo slogan continuerà a rimanere lo stesso: "Il Mediterraneo com'era una volta". Comunque nelle fiere più importanti, come quella di Stoccarda, Monaco di Baviera, Berlino, Milano, Mosca e Londra, si punterà di più sull'immagine dello stand con lo scopo di attirare un maggior numero di interessati.
Previste le presentazioni tradizionali, ovvero quelle che vengono realizzate in collaborazione con le ambasciate croate nei Paesi dove l'ente non dispone di una filiale propria.
La fiera a Utrecht è stata inaugurata qualche giorno fa e si concluderà domenica prossima. Si tratta di un appuntamento importante soprattutto per il turismo istriano, in quanto è prevista la presentazione dell'azienda turistico-alberghiera "Valalta" di Rovigno, dell'"Istraturist" di Umago e dell'"Arenaturist" di Pola, come pure quella dell'Associazione nazionale dei piccoli albergatori. Da parte degli olandesi saranno presenti le aziende turistiche "ID Riva Tours" e "Sail Events".
I rappresentanti dell'ente turistico nazionale sono fiduciosi per quanto riguarda i risultati di questo esordio sulla scena internazionale del turismo perché il numero dei turisti olandesi che decidono di trascorrere le vacanze in Croazia è in continuo aumento, soprattutto nel segmento dei campeggi. Secondo i dati dell'Istituto nazionale per la statistica, da gennaio a ottobre del 2007 sono stati registrati 263.000 turisti olandesi, il 9 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2006. Si tratta di un ottimo risultato ottenuto anche grazie al Congresso dei tour operator olandesi tenutosi l'anno scorso a Ragusa.

Viviana Ban

3.1.2008
Salari, la priorità del 2008

Sarà il tema del 2008: che cosa fare per aumentare i salari? Si ritroveranno accomunati dalla ricerca delle risposte migliori con le quali affrontare la questione non soltanto i vertici politici, gli imprenditori e i sindacalisti croati, bensì anche quelli di tutti gli altri Paesi del continente sempre più integrato e sempre determinato dai confini nazionali. Una soluzione al nodo dei redditi vedrà, infatti, impegnati tutti coloro che non chiudono gli occhi davanti al fatto che, praticamente ovunque, le retribuzioni dei lavoratori dipendenti sono mediamente basse, indubbiamente insufficienti a garantire quella giusta dose di sicurezza e di fiducia nel futuro con le quali affrontare la sempre più presente “paura inflazionistica” che avanza implacabile.
Lo confermano anche i dati che scaturiscono dalle innumerevoli ricerche sul tema realizzate sia in Croazia sia all’estero: operai, impiegati, quadri e perfino dirigenti sono tutti pagati poco quasi a dispetto del fatto che le aziende, tutto sommato, stiano andando bene e guadagnino punti anche nelle classifiche improntate sul criterio della competitività. Insomma, detto in altri termini, il problema del recupero del potere d’acquisto – per rilanciare i consumi –, non è un problema che riguarda soltanto noi e il nostro piccolo. Si tratta di una questione iscritta a chiare lettere nell’agenda di praticamente tutti i Governi europei: basti pensare alle proposte del presidente francese Nicolas Sarkozy tese a consentire l’aumento dei salari attraverso la monetizzazione di tutti gli straordinari. O a quelle avanzate dai sindacalisti italiani che rilanciano un vecchio, ma sempre attuale, adagio: “Bisogna lavorare meglio, lavorare di più e guadagnare di più” e raccolgono dal Governo un’apertura sulla necessità di agire su due versanti ovvero sia sul modello contrattuale sia sulla riduzione della pressione fiscale.
Uno scenario simile appare delinearsi anche all’interno dei confini croati dove l’economia brinda al 2008 senza far mistero del fatto che i timori non mancano: da quello dovuto all’impennata del prezzo del petrolio a quello segnato dagli imprevisti che potrebbero scaturire da un’eventuale correzione degli indici di borsa, per non parlare di quello che potrebbe seguire all’avveramento dell’ipotesi che indica il tasso di inflazione superiore al 4 p.c. Un pacchetto di incognite che rappresenta la cornice nell’ambito della quale individuare le soluzioni attraverso le quali garantire alla realtà economica croata una posizione migliore in termini di competitività sul mercato globale. Un pacchetto di incognite che non incide comunque su quelle che sono le priorità: la lotta all’economia sommersa, alla corruzione, l’attuazione delle riforme strutturali, l’approvazione di incentivi alle imprese e al comparto agricolo, l’introduzione di importanti novità nei comparti della pubblica amministrazione e della giustizia, la riduzione delle spese finanziate con fondi di bilancio…

27.12.2007
Welfare, un obiettivo comune

Manca ancora soltanto una manciata di giorni alla fine dell’anno. Nella notte tra lunedì e martedì prossimo brinderemo al 2008 con lo sguardo rivolto alle nuove sfide che questo ci porrà dinanzi. Tra queste numerose, saranno quelle attinenti al sistema economico e in particolare alla previdenza. Infatti, nell’elencare le priorità dell’Esecutivo nel mandato 2007-2011 il mandatario Ivo Sanader non ha mancato di porre l’accento sul rafforzamento dell’economia, Al contempo, una delle maggiori sigle sindacali, l’SSSH, nell’illustrare il proprio programma di lavoro per il prossimo periodo ha fatto sapere che si attende di ricevere risposte concrete a tutta una serie di problemi che riguardano da vicino il mondo del lavoro e quello delle pensioni. Le priorità in questo senso – ha rilevato Ana Knežević –, sono l’approvazione di una legge regolante la paga minima, la predisposizione di norme che consentano di ridurre in maniera significativa il numero di lavoratori a tempo determinato e l’avvio di una nuova fase del dialogo attinente alla riforma del sistema pensionistico per addivenire a una riforma delle regole relative al cosiddetto secondo pilastro ovvero a quella realtà integrativa che unitamente a quello che viene definito terzo pilastro pensionistico rappresenta un’alternativa al ruolo dello stato, seppur con modalità differenti: piani aziendali o industriali nel primo caso, assicurazioni individuali nel secondo.
A tal proposito va indicato che mentre le parti sottolineano la volontà di addivenire a soluzioni condivise emerge in modo chiaro che un successo pieno in ambito di revisione del sistema pensionistico pubblico passa per il raggiungimento di un consenso sui concetti fondamentali da applicare in sede di lavori. Un percorso che non potrà ignorare i tre principi base: quello della flessibilità, quello della certezza dei diritti e quello dell’equità dei trattamenti. L’accettazione dei questi consentirebbe, infatti, di porre in essere un sistema in base al quale ogni lavoratore si vedrebbe garantita la possibilità di scelta sul quando andare in pensione contando ovviamente su un ammontare della prestazione correlato non soltanto ai contributi versati bensì anche agli anni dedicati all’attività lavorativa. Tutto questo con una garanzia importante rappresentata da una sorta di “patto” tra lavoratori e sistema in base al quale una volta maturato il diritto alla pensione il soggetto potrà continuare a lavorare senza l’assillo che in futuro le regole relative alla sua posizione vengano modificate il che riporterebbe la “propensione al pensionamento” a livelli fisiologici mentre oggi, per paura, si “scappa” in pensione appena si può. Infine, l’“equità dei trattamenti” consentirebbe che sia all’interno della stessa generazione sia tra diverse generazioni ci sia una stretta correlazione tra contributi versati e prestazioni.

20.12.2007
La caduta dei confini invisibili

Dalla mezzanotte fra il 21 e il 22 dicembre salgono da 15 a 24 i Paesi aderenti alla Convenzione di Schengen, che prevede fra l’altro l’abolizione alle frontiere interne e il rafforzamento dei controlli all’esterno. Entrano nello spazio Schengen i 10 che hanno aderito nel 2004 all’Europa unita meno Cipro. Raggiungono gli attuali Paesi Schengen che sono gli ex 15 dell’UE tranne Gran Bretagna e Irlanda, ma più Norvegia e Islanda. La Convenzione di applicazione dell’intesa di Schengen – dal nome del villaggio lussemburghese dove si riunirono i rappresentanti di Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo nel 1985 –, fu firmata il 19 giugno 1990 da quegli stessi cinque Paesi. L’Italia aderì pochi mesi dopo, il 27 novembre (ratificando però nel 1993). Nel 1991 aderirono Spagna e Portogallo, ma la Convenzione entrò in vigore soltanto nel 1995 per i primi sette paesi. Italia e Grecia, entrarono fra il 1997 e il 2000 insieme con l’Austria. Nel 2001, si unirono al gruppo Danimarca, Finlandia e Svezia più i primi due non UE, Islanda e Norvegia. I Paesi che entrano ora sono i tre baltici, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, Malta e la Slovenia.
Si tratta quindi di una data simbolica e storica, non pochi però indicano che lo spostamento del confine esterno dell’Europa unita – una frontiera che non appartiene soltanto agli Stati che sono posti ai confini esterni dell’UE, in quanto questi sono una vera e propria “frontiera comune” dell’Europa – apra parecchie domande e susciti qualche timore. E se per la Comunità Nazionale Italiana la preoccupazione è quella che i 670 km di confine tra Slovenia e Croazia (che saranno sorvegliati da quasi 2.000 poliziotti) segni una nuova frattura nel territorio di insediamento storico dell’etnia che si estende in entrambi i Paesi, il mondo imprenditoriale teme che la caduta dei “confini che non si vedono” faccia scattare l’allarme delocalizzazione. Una paura che gli addetti ai lavori combattono affermando che le risposte auspicate vanno ricercate nell’ambito dei percorsi votati alla programmazione, alla progettazione e alla stabilità dello sviluppo. Tre concetti che a detta di chi ha una forte esperienza in fatto di problematiche transfrontaliere sono capaci di dare alle nostre aree il ruolo fondamentale di “collante” dell'Europa in attesa che si apra la terza fase del cammino europeo. Questa, infatti, oltre all’allargamento dovrebbe dare ampio spazio anche al tema dell’approfondimento che significa anche “realizzazione di un unico mercato del lavoro e previdenziale”. Due sfide rispetto alle quali il territorio parte avvantaggiato dalla “diversità” che lo contraddistingue, dalla compresenza di lingue e di culture diverse che si traducono in creatività.

13.12.2007
Precarietà del lavoro e del futuro

In questi anni sempre più difficile è diventato l’accesso al lavoro per le giovani generazioni: molte, molti trovano occupazioni precarie e sottopagate, fanno lavori dispersi sul territorio o lavorano da casa. Molte e molti altri si trovano in grandi imprese o in enti pubblici con contratti e compensi diversi da chi lavora lì da più anni, senza gli stessi diritti pur svolgendo le stesse mansioni. Al contempo le politiche del lavoro premono per flessibilizzare il lavoro in un contesto che vede il mondo dell’occupazione soggetto a cambiamenti importanti che si ripercuotono su tutti gli aspetti dell’esistenza. Le novità che prendono piede, però, va detto non si ripercuotono soltanto sull’esistenza di quanti lavorano: il peso delle novità si sente sulle pensioni, sul costo della vita, sulla possibilità di sostenere contemporaneamente l’affitto o il mutuo, per esempio, e le spese per gli studi di figlie e figli. O di curarsi adeguatamente e di ricevere una retribuzione se ci si ammala.
La vita di sempre più gente è così sempre più caratterizzata dalla precarietà: precarietà del reddito, del lavoro, ma anche di qualsiasi progetto di futuro, come decidere di lasciare i genitori, intraprendere una vita adulta, mettere su casa, avere dei figli. Ma anche, spesso e più banalmente, di decidere di fare una vacanza, un viaggio. Di iscriversi a un corso sapendo che si potrà pagarlo e frequentarlo fino alla fine…
Sempre più spesso anche chi ha un posto fisso non sa più come arrivare a fine mese. Quindi, a conti fatti, è il salario che diventa precario, determinando una realtà sociale in cui non sono più garantiti né beni, né diritti, né un sapere comune. In altre parole la tendenza alla globalizzazione si esprime in una trasformazione delle leggi in tutti i campi, nella crescente erosione dei diritti delle persone: i servizi, il sistema pensionistico, il diritto allo studio, alla salute, gli stessi diritti civili non sono più gli stessi di dieci o quindici anni fa. Ma le modifiche più rilevanti sono state fatte nel lavoro con l’istituzione di nuove forme di precariato che, non poche volte, assumono il significato di negazione non tanto di un reddito minimo quanto di un progetto di vita, del diritto al futuro.

6.12.2007
Obiettivo prioritario: la crescita

Un’economia che funziona, ma che ha bisogno di riforme in campo fiscale e per liberalizzare il mercato del lavoro: è questo il “quadro italiano” delineato a Trieste da alcuni dei sei premi Nobel per l’Economia intervenuti ai “Nobels Colloquia”. Secondo Robert Mundell, il Nobel 1999, però, l’Italia soffre di una situazione demografica dove mancano i giovani e “ci sono molte riforme che si potrebbero fare”. Inoltre, a sentire il Nobel 2004, Edward Prescott, il rilancio dell’economia e della produttività italiane passano per il taglio delle tasse e attraverso il percorso della liberalizzazione del mondo del lavoro. Il tutto, non senza un occhio particolarmente attento a quelle che sono le tendenze indicate dal mondo dell’imprenditoria. A rilevarlo, e ad argomentarlo, è stato Edmund Phelps, premiato a Stoccolma lo scorso anno il quale ha sollecitato a favorire l’ingresso di nuovi imprenditori sul mercato, ma – ha sottolineato –, senza scoraggiare la creazione di nuove aziende.
Questa la sintesi di un “quadro” che Riccardo Illy ha commentato osservando come questo sia “migliore di quello che abbiamo di noi stessi”. “Abbiamo – ha aggiunto proponendo un ragionamento che rivelava il suo ‘essere imprenditore’ –, indubbiamente notevoli svantaggi competitivi, ma le riflessioni di questi due giorni – ha concluso –, ci inducono a cogliere con maggiore consapevolezza le cose buone di cui disponiamo”. Una consapevolezza che se veicolata nel modo più opportuno, va detto, consente di trasformare i pregi in quei vantaggi competitivi che consentono di proseguire lungo quella strada che fino a qui a consentito di rendere, anche attraverso lo sviluppo economico, nonché in virtù della diversità linguistica e culturale dei suoi abitanti, l’area dell’FVG in uno tra i territori più dinamici e attrattivi di questa parte dell’Europa.
La chiave di questo disegno – ha rilevato in quel contesto Illy –è l’innovazione, la capacità di promuoverla e poi di applicarla, mettendo nello stesso tempo a disposizione delle imprese le risorse (conoscitive, finanziarie, materiali e anche amministrative) di cui hanno bisogno per competere. Ma anche, o forse soprattutto per svilupparsi in piena sintonia con quelle che sono le richieste della sostenibilità sociale che, come, noto rappresenta una delle maggiori sfide che contraddistinguono la società sempre più ricca di conoscenze e competennze, ma al contempo anche sempre più globalizzata in uno scenario che rende difficile fare previsioni

29.11.2007
Affari d'oro per la Dea bendata

Quando la situazione economica della gente comune diventa tale da non saper più dove sbattere la testa, quando i debiti minacciano l'esistenza delle famiglie si cerca una via d'uscita. Molto spesso questa è rappresentata dai giochi d'azzardo e dalle lotterie. Non è un caso che il numero delle ricevitorie sportive aumenti a vista d'occhio. E gli affari vanno a gonfie vele. Nel corso del 2007 le ricevitorie in Croazia hanno incassato ben 3,14 miliardi di kune. Se l'andamento continuerà di questo passo alla fine dell'anno tale cifra raggiungerà i 4,19 miliardi. A titolo di vincite sono stati versati 2,56 miliardi il che significa che il guadagno si aggira intorno ai 580 milioni di kune. Il pratica i croati hanno "scommesso" 660mila paghe medie di 4.700 kune, oppure 102 paghe medie al giorno, o ancora due paghe ogni minuto.
Un grande affare anche per lo Stato. Le ricevitorie infatti pagano il 5 per cento della somma complessiva delle puntate. In questo modo da gennaio a settembre lo Stato ha incamerato oltre 157 milioni di kune. Del resto è proprio lo Stato ad aver dato luce verde alle ricevitorie sportive visto che operano anche nell'ambito della Lotteria croata, un'azienda statale. Anche per quanto riguarda la lotteria gli affari vanno bene.
Tutto ciò denuncia un grave malessere della popolazione che tenta di arricchirsi in questa maniera. Ma la Dea bendata si sa, colpisce soltanto pochi fortunati. Gli altri rischiano di finire sul lastrico, o ancora peggio in mano agli usurai. Soltanto pochi ci guadagnano. Gli altri continuano a sognare quella vincita miliardaria che li farà vivere da nababbi per tutta la vita rischiando invece di rovinarsela per sempre. Forse è bene tenere in mente che chi ci guadagna davvero sono i titolari delle ricevitorie e lo Stato, tutto il resto è un'illusione. Non a caso il numero delle ricevitorie sportive, gli uffici della Lotteria di Stato, ma anche i casinò, che a Fiume hanno peraltro sostituito diversi cinema, è iniziato ad aumentare con l'avanzare della crisi economica in Croazia.

Viviana Ban

22.11.2007
Campagna con tappa in Borsa

In Borsa le comunicazioni ambigue o travisabili sullo stato di avanzamento di determinate riforme e sullo “stato di salute” dell’economia di riferimento non sono una novità. Né lo è il fatto che i titoli azionari delle società coinvolte subiscano forti scossoni sulla base di aspettative economiche più vicine alla teoria che alla pratica. Del resto gli operatori di Borsa sono esperti di finanza, non di politica. Di questi giorni, caratterizzati in Croazia da una campagna elettorale che ha fatto tappa anche all’incontro annuale organizzato dalla Società degli economisti croati, gli operatori di Borsa non hanno però potuto fare a meno di raccogliere le dichiarazioni provenienti dalle sedi politiche esattamente come i leader del partito non hanno potuto ignorare i movimenti sulla Borsa di Zagabria. Questa è stata, infatti, dapprima investita da un importantissimo calo – che soltanto nella giornata di martedì ha fatto segnare un ulteriore – 5 per cento – per poi riprendersi e chiudere con un dato positivo grazie a un giro di transazioni – pesanti 270 milioni di kune – operate dai “grandi investitori” che hanno valutato essere maturi i tempi per procedere con gli acquisti.
Ma si diceva del dialogo instauratosi tra politica ed economia. In tal senso va indicato che l’andamento in Borsa ha suscitato commenti dei leader delle principali formazioni politiche, che, evidentemente, hanno riconosciuto entrambi nei “piccoli investitori” un importante bacino elettorale.
Il primo a esprimersi sulle conseguenze scaturite dall’importante numero di azioni immesse sul mercato dai piccoli azionisti colti dal panico dopo gli annunci riferiti al pericolo rappresentato dalla “sindrome argentina” è stato Ivo Sanader.
“Il capitale si distingue per un’altissima sensibilità e pertanto i mercati finanziari reagiscono a modo loro a qualsiasi annuncio relativo, ad esempio, all’introduzione della tassazione dei profitti capitali. Si tratta – ha osservato – di un effetto che registrano tutti i Paesi del mondo, e la Croazia in questo senso non è un’eccezione”. Chiaro il riferimento a uno dei punti di forza del programma elettorale siglato dall’SDP da dove non è tardata ad arrivare la replica. “Eravamo tutti testimoni di una bolla gonfiata dalle dichiarazioni fatte dagli esponenti dell’HDZ e dalla politica da questi attuata. Una politica – ha precisato Zoran Milanović – che suggerisce ai cittadini l’esistenza di percorsi che consentono di arricchirsi senza dover lavorare. Tornando all’andamento segnato in Borsa – ha concluso – gli analisi seri parlano di tre cause degli scossoni: il calo dei prezzi degli immobili negli States, la crisi nel Kosovo e l’ultimo rapporto siglato dal FMI”.
Affermazioni che appaiono contrastanti ai non addetti ai lavori, ma che a chi di Borse si intende confermano l’opinione stando alla quale i programmi illustrati dall’HDZ e dall’SDP non si presentano differenze importanti, né sono il frutto di ragionamenti diametralmente opposti.

15.11.2007
Economia tra problemi e prospettive

La pubblica amministrazione non deve solo risolvere i problemi e realizzare quei progetti che il cittadino chiede, deve anche saperlo comunicare in modo corretto e trasparente e mantenere con il cittadino un rapporto costante e costruttivo. Questo il ragionamento proposto con sempre maggiore frequenza dagli addetti ai lavori i quali fanno notare anche che sulla comunicazione vi sono alcune domande di fondo: perché va fatta, per cosa, rivolta a chi, come, quando. È dalla risposta a questi quesiti – fanno notare ancora – che dipende il miglior esito dell’interlocuzione. Ora, posto che l’obiettivo principale dell’amministrazione sia il miglioramento della qualità della vita dei cittadini, esso si raggiunge attraverso lo sviluppo economico per aver le risorse necessarie per agire sulla coesione sociale e sulla sostenibilità di quello sviluppo: una sostenibilità in primo luogo economica, ma anche sociale.
E di sostenibilità economica negli ultimi due giorni si è fatto un gran parlare. Ad introdurre il tema è stato il governatore della Banca centrale croata (HNB) Željko Rohatinski che con il suo intervento di martedì ha portato l’attenzione dell’opinione pubblica su un rischio serio: quello dell’aumento dell’inflazione che punta dritta dritta a superare quota 4 per cento nel 2008. I motivi: tanti e variegati. Questi vanno, infatti, dall’aumento del prezzo del petrolio all’aumento delle spese necessarie all’acquisto delle materie prime; dall’incremento delle spese necessarie a comprire i fabbisogni di generi alimentari alla bolla immobiliare, il tutto senza eludere il richiamo dell’investimento in borsa.
Uno scenario, quindi, che non lascia indifferenti e che richiede venga avviata una seria riflessione sul come affrontare la situazione per ridurre i rischi valorizzando al contempo le potenzialità che emergono dallo scenario congiunturale. E le prime proposte non sono tardate. L’occasione per formularle è stato il tradizionale incontro organizzato ad Abbazia dalla Società degli economisti croata intitolato appunto “I problemi della politica economica croata e le proposte per la loro risoluzione”. Ad esporle i candidati premier delle due principali forze politiche HDZ e SDP: Ivo Sanader e Ljubo Jurčić che, ancora una volta, con i loro interventi hanno indicato poca disponibilità nei confronti della tesi che punta alla grande coalizione rosso-blu su modello tedesco.

8.11.2007
La sfida e la magia del mare

Non ha fondo./Immagine dell’infinito./Dà grandi ispirazioni./Sulla riva del mare/bisogna sempre saper guardare lontano./Contemplandolo esclamare:/ “Quanta acqua! Quanta acqua!”. La poesia “Il mare” scritta da Gustave Flaubert nell’1850 torna oggi ad essere più attuale che mai. Il mare, infatti, ci proietta in dimensioni non definibili da consuete categorie. È incanto, è meraviglia, è sfida: non è un caso che sulle sponde dei mari siano sbocciate e cresciute le nostre civiltà. Né è un caso che tutto un patrimonio di saperi nello scorrere dei secoli si sia è intrecciato creando esperienze, fatti, pensieri e vicende che hanno ispirato, e che continuano a ispirare, il mondo. Ma il mare è anche immaginazione, sogno e forza vitale. Soprattutto il mare è abolizione dei confini siano questi politici o del pregiudizio. Si diceva che i versi di Flaubert sono di forte attualità. Lo si affermava avendo a mente quella voglia instaurare rapporti di collaborazione e di coordinare gli stessi attorno a un unico concetto chiave – quello di sinergie – espressa dai porti di Trieste, Capodistria e Fiume. Con uno scopo che dovrebbe essere caro a tutti: l’ottimizzazione dello sviluppo nei settori dei trasporti, economico, istituzionale e quindi anche in quello culturale e nondimeno in quello sociale.
Si tratta di un progetto le cui basi sono già state impostate e che ha al suo centro il mare Adriatico. Un mare che, da linea di confine, si trasforma oggi in elemento unificatore di popoli e nazioni facendo sì che anche tra realtà che nel passato sono state terreno di scontri anche molto pesanti e molto violenti diventino ora partner di una società che punta sulle potenzialità del mare Adriatico. Ora, per tagliare il traguardo di questa importante iniziativa a tutti i soggetti coinvolti viene richiesto di porre in essere un lavoro funzionale all’attuazione di questo ambizioso programma. Quindi, anche in futuro alle parti sarà richiesto di impegnare le proprie capacità, le proprie potenzialità, la propria creatività in una cooperazione che sia in grado di esaltare le peculiarità di ogni popolo e la diversità delle culture intese come fattore di accrescimento delle vocazioni territoriali in un contesto di unità.
L’importanza di tutto questo è visibile già oggi se ci si sofferma sul contenuto di quello che dovrebbe diventare un “polo dell’Alto Adriatico” capace di unire in un unico progetto di crescita realtà nazionali e regionali diverse accomunate da un esaltante obiettivo di sviluppo e di crescita nell’ambito dei valori europei di pace, di democrazia e quindi anche di stabilità nell’area.

25.10.2007
La stagione delle promesse

Conto alla rovescia per l'inizio ufficiale della campagna elettorale per le parlamentari del prossimo 25 novembre. In pratica la "stagione delle promesse" è iniziata già da parecchio tempo e in queste ultime settimane gli impegni dei ministri e delle autorità statali, capo dello Stato incluso, sono davvero tanti. Una giornata di sole 24 ore non basta davvero per inaugurare, posare prime pietre, avviare importante costruzioni e progetti, parlare della crescita economica del Paese. Tutto ciò sempre con il sorriso in bocca, sempre molto disponibili alle telecamere e lieti di rispondere alle domande dei giornalisti. Non a tutte naturalmente, perché quando arriva quella un po' cattivella ci si mette di mezzo l'addetto stampa facendo presente che il tempo è scaduto e che bisogna partire per qualche altra destinazione.
Così nelle scorse settimane Fiume ha avuto il piacere di ospitare il Capo dello Stato, Stjepan Mesić, che ha posato la prima pietra per il nuovo ospedale. Un progetto davvero ambizioso anche a livello nazionale e non solo regionale e ancora sempre interessante per pubblicizzarlo quando arrivano le elezioni. Poi si sono susseguiti una serie di ministri che hanno posato le prime pietre per la mensa del Campus universitario di Tersatto, per la Facoltà di economia e il Politecnico e per i dipartimenti universitari di scienze naturali. Il ministro Dragan Primorac, da poco nelle file dell'HDZ, ha puntato in questo caso sui giovani elettori, promettendo loro che il tutto sarà realizzato entro il 2009. Visto che si tratta di una promessa elettorale, noi facciamo il nodo al fazzoletto (come gli inviati del tg satirico "Striscia la notizia"), per tornare sul tema a tempo debito. Stesso discorso per il "progetto ospedale".
Settore sanità. Nei giorni scorsi il Ministero della sanità ha donato cinque apparecchi per la risonanza magnetica agli ospedali di Fiume, Spalato, Osijek e due a Zagabria. Una donazione da48 milioni di kune e visto che il ministro Neven Ljubičić non ha il dono dell’ubiquità, la consegna ufficiale è stata fatta in maniera virtuale, tramite videoconferenza. Ottima mossa comunque. Ora, gli elettori avranno dedotto che finalmente non bisognerà attendere mesi e qualche volta anche anni per fare una risonanza magnetica, con questo apparecchio nuovo fiammante, pronto ad essere messo in funzione. Conclusione errata, perché basta chiamare per telefono l'ospedale di Sušak, dove è stato sistemato l'apparecchio, chiedere una prenotazione e ascoltare la risposta: "Spiacenti, l'apparecchio entrerà in funzione fra un mese circa. Chiami l'ospedale di Fiume per fare la prenotazione". E qui la domanda sorge spontanea. La risonanza magnetica a Fiume verrà inaugurata un'altra volta tra quattro anni?

18.10.2007
Fare impresa, fare cultura

È cosa nota a tutti che poter costruire una strategia di sviluppo potendo contare anche sull’apporto prezioso quanto silenzioso di un importante patrimonio artistico significhi poter prevedere, non soltanto sotto il profilo culturale, tutta una serie di notevoli riflessi sul piano dell’economia nazionale. A differenza, però, di quanto accaduto all’estero i profili economici del patrimonio artistico e culturale nostrano sono stati fino a tempi recenti spesso e volentieri trascurati, forse in conseguenza di una gestione del sistema dei beni culturali impostata su una logica che prediligeva la tutela del patrimonio. Una logica opposta a quella preferita in diversi altri Paesi in cui l’attenzione è stata tutta per il come arrivare a una “visione evolutiva”, a quell’impostazione che pone al centro delle attenzioni il “cliente”, e che, quindi, tutta orientata verso il mercato.
Negli ultimi tempi, però, anche dalle nostre parti la situazione sta cambiando: si promuovono progetti di ricerca e si presta sempre maggiore attenzione alla gestione e alla promozione dei beni artistici e culturali. Al punto di svolta nel quadro delle attività promozionali – e al contempo di sviluppo e tutela del patrimonio storico, artistico e culturale – si è arrivati grazie alle ricerche di mercato i cui dati indicano quanto i consumatori siano interessati al mondo dell’arte e della cultura, quanto siano favorevoli all’investimento dell’impresa nelle attività culturali e quanto preferiscano acquistare prodotti, a parità di prezzo e qualità, di un’azienda socialmente responsabile.
Ne è conseguito che l’investimento in cultura, inteso come collaborazione attiva alla realizzazione e promozione di un progetto culturale, è diventato di colpo per le imprese una speciale opportunità di comunicare in modo nuovo ed efficace i valori della marca e i tratti distintivi della loro identità. Ed ecco che, quasi per magia, le aziende scelgono con frequenza sempre maggiore la via della comunicazione culturale quale elemento strategico della propria comunicazione d’impresa e creano un legame tra un intervento socialmente responsabile e la mission aziendale. A tutto vantaggio della nascita di “rapporti virtuosi” tra impresa e cultura in grado di produrre risultati tangibili, ma anche a tutto vantaggio di un migliore posizionamento del marchio e della qualificazione delle relazioni interne ed esterne. Investire in cultura, insomma, genera sulla marca una ricaduta di valori, di garanzia, di progresso, di responsabilità sociale e di affidabilità tali da favorire l’avvicinamento tra impresa e consumatore e la costruzione di valore non solo in termini d’immagine ma anche di investimento economico.

11.10.2007
Come cambia la pubblicità

Non esiste medium più di massa, unidirezionale, dell’affissione: poster, manifesto, locandina o adesivo che sia. Lo sanno bene i pubblicitari che la inseriscono nel media mix delle campagne di comunicazione per presidiare un’area di transito e per diffondere messaggi brevi, limitati all’immagine e al nome della marca. Anzi, lo sanno benissimo quanti – sempre più numerosi – nel momento in cui devono “inventarsi” una campagna per promuovere prodotti e iniziative ricorrono, appunto, alla cosiddetta “pubblicità outdoor”. I vantaggi sono numerosi: dai budget ridotti, al forte impatto sui consumatori. Il rischio, però, è che a volte l’affollamento di proposte possa valorizzare poco alcune trovate, che devono puntare tutto sull’originalità. Magari esagerando o cercando percorsi alternativi alle forme classiche scommettendo su media alternativi.
È in questo filone che si inseriscono, ad esempio, le operazioni di ambient marketing e quelle di affissione interattiva. Alla prima è ricorso lo Shopping Center di Curitiba, in Brasile, che per promuovere i saldi di fine ha scommesso sulle strisce pedonali. Utilizzandole in tutta la loro grandezza, per creare un codice a barre “alternativo”, il centro commerciale ha tappezzato le carreggiate di Curtiba con la sua iniziativa, invitando pedoni e automobilisti a visitare i negozi. Posizionati in punti nevralgici della città, a ridosso dei semafori più importanti e degli incroci a maggiore densità di traffico, le strisce pedonali “pubblicitarie” sono state l’attrazione di Curitiba per settimane, anche grazie alle loro dimensioni giganti. Stampato nel verso degli automobilisti, in modo da essere leggibili facilmente, l’advertising dello Shopping Center , fotografato da curiosi e semplici passanti, è finito sui blog di tutto il mondo. Dove non sono mancati i confronti con simili iniziative di minore impatto visivo, ma ugualmente forti. In Giappone, invece, chiunque possiede un telefonino può scaricare su questo i messaggi audio che i media di informazione immediata aggiungono per via digitale a chi vuole ascoltarli, come pare faccia il 70 per cento dei giapponesi. Sono diffusi così body copy dell’annuncio, buoni sconto per gli acquisti, informazioni sul punto vendita più vicino in cui si può trovare il prodotto, URL del sito del produttore. Il cliente potenziale può entrare in rapporto con l’annunciatore ed essere talvolta premiato per la sua manifestazione d’interesse, con la possibilità di scaricare una suoneria per il telefonino o di partecipare a un sorteggio o di essere iscritto in una lista di persone che l’azienda informerà in futuro prima delle altre.

4.10.2007
Mercati e sentimenti

La teoria tradizionale della finanza poggia sull’ipotesi che gli individui agiscano in modo razionale e tenendo in considerazione tutte le informazioni disponibili. Nulla di più sbagliato, avvertono gli studiosi della cosiddetta finanza comportamentale impegnati a esaminare i mercati finanziari. E non si tratta di tesi bizzarre da liquidare con un sorriso. Infatti, la tesi che sino i sentimenti quali la paura e l’avidità a giocare molto spesso un ruolo cruciale nelle decisioni di investimento degli individui scaturisce da studi che negli ultimi anni si stanno imponendo con sempre maggiore credibilità. Come dire che i modelli di riferimento afflitti da irrazionalità, incoerenza e incompetenza nel momento in cui si devono affrontare eventi caratterizzati da incertezza non la fanno da padrone esclusivamente nei contesti legati ai rapporti umani, al lavoro, allo shopping… Questi hanno trovato casa anche nei mercati azionari. E così quelle che vengono definite “trappole mentali” – del tipo: un’operazione sicura all’80 per cento è sempre preferibile a un intervento con una possibilità su cinque di fallire – insidiano i nostri conti quotidiani. Per un motivo semplicissimo: sia che l’impegno sia rivolto a scegliere la bibita da portare in tavola sia che il dubbio riguardi le azioni da acquistare in Borsa il ragionamento muove sempre dalla parte istintiva, limbica, primordiale della nostra mente. Un percorso che gli economisti hanno analizzato giungendo alla conclusione che le violazioni alla razionalità registrate in tema di comportamento economico non soltanto abbondano, bensì sono diffuse e sistematiche.
Va però tenuto a mente che gli errori che vengono commessi nel formulare un giudizio o nel prendere una decisione in molti casi si possono prevedere. Spesso questi errori dipendono dai processi cognitivi che comunemente vengono messi in atto; si verificano cioè nel selezionare e nell’elaborare l’informazione rilevante per una determinata decisione. Nel trafficare con il rischio e l’incertezza non vengono alla luce rapidi ed efficienti calcolatori di costi e benefici. Molto spesso ci si affida a “scorciatoie” mentali che semplificano i problemi, ma che possono produrre errori sistematici, prevedibili e ben documentati sperimentalmente. Ma c’è anche da dire che anche a investire contando esclusivamente sulla razionalità si rischia di perdere un sacco di soldi.

27. 9.2007
La corsa alle azioni

La notizia è ancora ufficiosa, ma importante: l’interesse dimostrato dalla cittadinanza per l’iscrizione delle azioni della T-HT è andata ben oltre ai livelli previsti. Fino a sabato scorso, infatti – stando alle indiscrezioni circolate nelle ultime ore –, gli sportelli della Erste, della HPB e della Fina avrebbero raccolto complessivamente addirittura 210mila cittadini. E la corsa al pacchetto azionario della società di telecomunicazioni non si è ancora chiusa: il termine ultimo è stato fissato nella mezzanotte di oggi, giovedì 27 settembre.
Il quesito che sembra attanagliare tutti, in questi giorni, non appare essere quello inerente al se le azioni immesse sul mercato dal Governo saranno sufficienti a soddisfare l’impulso di chi si è scoperto – quasi all’improvviso – affetto dalla febbre dell’investimento in Borsa; bensì quello inerente al come prepararsi al meglio per affrontare la fase due dell’operazione: quella della vendita. Un dato che illustra in modo limpido quello che è il vero motivo di un interesse così importante o che, perlomeno, aiuta a comprendere le dimensioni del fenomeno. Un fenomeno che per quanto non sia al riparo dai rischi che tradizionalmente accompagnano gli investimenti sul mercato azionario indica comunque che finalmente anche a queste latitudini il clima è cambiato, che forse alla luce della mutata percezione della pubblica opinione nei confronti del processo di privatizzazione possiamo considerare avviato alla chiusura quel periodo lungo decenni in cui l’attività economica veniva guardata con sospetto.
Rimane, però, il fatto che l’alto numero di persone coinvolte dal tema abbia fatto sì che questo diventi parte integrante delle agende relative agli interventi e alle prese di posizioni politiche in questa fase che precede l’inizio ufficiale di quella che sarà una campagna elettorale “all’ultimo voto”. Così dal Governo confermano che “sono tutti consapevoli dell’eccezionale interesse dimostrato dai cittadini croati per l’acquisto delle azioni”, ma precisano “in conformità con quelle che sono le regole del prospetto non si può e non si parlarà dei numeri”. E, sempre su questa linea il premier Ivo Sanader precisa che l’unico compito dell’Esecutivo è quello di “assicurare la piena trasparenza della procedura di vendita delle azioni”. “Da parte nostra non sono state espresse indicazioni – ha rilevato – ogni potenziale acquirente delle azioni assume su di sé il rischio, il ruolo del Governo è quello di assicurare che il tutto avvenga in sintonia con le regole del mercato”.
Un atteggiamento squisitamente neutro dunque rispetto al quale non sono mancate le reazioni. Tra queste quella del presidente del maggior partito di opposizione, l’SDP, Zoran Milanović che ha rilevato la contrarietà alla messa in atto di quella che ha definito “la società delle illusioni”. Una società che rappresenterebbe il contrario di quella fondata sul lavoro “l’attività che rende di più”, che ha consentito “la crescita di generazioni e generazioni” e che “sia oggi sia nel futuro garantirà la crescita”.

20. 9.2007
Quali e quante privatizzazioni

Migliorare l’efficienza delle imprese, accrescere la concorrenza dei mercati, ampliare il mercato mobiliare e promuovere l’internazionalizzazione del sistema industriale, nonché aumentare le entrate delle Stato e ridurre il debito. Sono questi gli obiettivi generali – perfettamente condivisibili – dei processi di privatizzazione che si inseriscono nel quadro definito dalle istanze di Bruxelles di “costruzione di un modello europeo di società”. Un quadro nell’ambito del quale la procedura di privatizzazione del mercato delle telecomunicazioni riveste un ruolo di primo piano in quanto si tratta di un passaggio che contribuisce a porre in essere le condizioni nelle quali i consumatori e alle imprese possono beneficiare di maggiore scelta, di una riduzione dei prezzi e di servizi e applicazioni innovativi. Inoltre, promuovere la concorrenza nel comparto dei servizi di interesse generale si traduce anche un ulteriore effetto positivo: l’evoluzione del mercato e quindi della competitività generale dell’economia.
Non va dimenticato però che la fase relativa ai servizi di pubblica utilità – quali appunto la telefonia – rappresenta la fase più delicata delle privatizzazioni perché le dimissioni di questo tipo di attività sollevano problemi molto più complessi rispetto a quelli delle aziende produttrici di beni. Basti pensare, ad esempio, alla complessità della definizione dei schemi di regolazione, della ristrutturazione dei settori privatizzandi, nonché delle modalità di vendita.
In altre parole, la complessità deriva dal fatto che le “public utilities” si configurano come servizi a rete, la cui fornitura del servizio al pubblico implica l’impiego, in qualche fase del passaggio dalla produzione al consumo, di una infrastruttura a rete che presenta normalmente caratteristiche di monopolio naturale. Pertanto, la domanda di base che si pone è quella inerente alla scelta tra un percorso che prevede la vendita in blocco (in teoria guadagnando molto) e quello che passa per la ristrutturazione e la separazione prima di procedere con la vendita delle varie parti (sempre in teoria guadagnando probabilmente meno). Una domanda che successivamente porta i soggetti interessati ad interrogarsi in merito ai passi da fare in tema di soluzioni strutturali, ossia a chiedersi se la scelta giusta sia quella della separazione verticale della rete dalle altre fasi del ciclo produttivo che possono essere svolte in regime concorrenziale o se va preferita una frammentazione orizzontale dei segmenti concorrenziali tra più operatori.

26. 7.2007
Tassi & usurai

I crediti vincolati al franco svizzero stanno perdendo in popolarità e le banche stanno indirizzando sempre di più i propri clienti a mutui e finanziamenti vari in kune. Nel corso di quest'anno diverse banche hanno "livellato" i tassi di interesse dei crediti vincolati alla valuta svizzera. Tra qualche giorno lo farà anche la Privredna banka, che aumenterà il tasso dell'1 per cento. Ciò riguarda anche i finanziamenti che sono già in corso, anche se i fruitori potranno trasformarli in crediti in kune entro la fine dell'anno.
Poca cosa l'1 per cento per noi che siamo abituati ad aumenti ben più consistenti. Non è per niente vero, perché questo aumento influenzerà parecchio il bilancio familiare. Prendiamo ad esempio uno dei crediti più popolari, quello per l'acquisto dell'automobile e mettiamo che ammonti a 16.000 franchi svizzeri. Il tasso di interesse passa dal 5,5 p.c. al 6,5 p.c. e la rata mensile dai 229,92 CHF ai 237,59. Ciò significa che la rata aumenterà di 7,67 CHF (circa 33 kune). L'aumento raggiunge anche i 43,89 CHF (circa 200 kune) mensili se si tratta di un mutuo per la casa di 80.000 franchi svizzeri.
Trasformando il credito in kune, la rata diminuirebbe di 150 kune circa, ma sarebbe comunque superiore di 50 kune circa di quella accordata al momento della concessione del credito, ovvero prima dell'aumento del tasso di interesse. Nel corso di quest'anno, anche se un po' in sordina, diverse banche hanno "livellato" i tassi di interesse sui crediti in euro e anche la Zagrebačka annuncia una mossa del genere. E se lo fanno le due maggiori banche in Croazia, sicuramente le altre seguiranno l'esempio. Un'ottima mossa in un Paese dove praticamente si vive a credito. Un eccellente affare per le istituzioni finanziarie, tutte in mano agli stranieri, che si portano i guadagni a casa loro, dove però una mossa del genere non passerebbe sicuramente in "sordina". E mentre in tutta Europa i tassi delle banche scendono e i crediti diventano sempre più accessibili, nel nostro Paese, che si sta preparando per entrare nell'UE, continuano a salire e ad assomigliare sempre più a quelli applicati dagli usurai.

di Viviana Ban

19. 7.2007
Le conquiste
dei pensionati

Sono passati parecchi anni, ma molti si ricorderanno dei risparmi "vecchi" e "nuovi", categorie nate negli anni '90 con lo sfascio dell'ex Jugoslavia e di conseguenza della "Jugobanka" di Belgrado e della "Ljubljanska banka" di Lubiana. Gli strascichi dell'insolita, forse unica, situazione che si era creata si sentono ancora oggi, visto che i risparmiatori della Ljubljanska stanno ancora lottando per riavere i propri soldi.
Si vede che però queste espressioni "vecchi" e "nuovi" piacciono, visto che ora il governo ha suddiviso i pensionati in queste due categorie. In questo modo si vuole eliminare il divario che esiste tra i lavoratori che sono andati in pensione prima e dopo il 1999. Secondo questo modello tra chi è andato in pensione prima del 1999 e chi l'ha maturata nel 2006 la differenza sarà del 2 per cento. Il modello propone un importo mensile aggiunto, tanto che le mensilità dei "nuovi" pensionati aumenteranno dal 4 al 27 p.c. Da sottolineare che le quiescenze aumenteranno del 4 p.c. per coloro che sono andati in pensione nel '99, mentre per il 27 p.c. bisognerà attendere il 2010.
Nel frattempo, cari pensionati, imparate l'arte di arrangiarsi. Perché chi andrà in pensione quest'anno percepirà in media circa 1.800 kune al mese. I più fortunati arriveranno fino alle 3.800 kune circa. Ora è vero che in Croazia la paga media si aggira sulle 4.500 kune e che di conseguenza l'importo della pensione è ridotto, ma io sarei grata se qualcuno mi spiegasse come si fa a vivere con 1.800 kune al mese, dopo aver lavorato per oltre 35 anni. Come minimo ci vuole un miracolo. Ma visto che i miracoli non accadono (oppure solo raramente), i neo pensionati, invece di godersi il meritato riposo, sono costretti a scavare nei cassonetti delle immondizie per raccogliere le bottiglie di plastica, che noi lavoratori "benestanti" buttiamo via, e poi venderle nei negozi e racimolare qualche kuna. Oppure iniziare un'attività lavorativa all'estero, come badante, giardiniere o raccoglitore di mele, salute permettendo. Purtroppo è questa la cruda realtà dei pensionati in Croazia che diventano importanti soltanto durante le campagne elettorali dei nostri politici, capaci di promettere mari e monti. Fino alle elezioni. Poi chi s'è visto s'è visto.

di Viviana Ban

12. 7.2007
Lingue ed economia

Sono passati quasi quattro anni dalla pubblicazione di un rapporto dell’OCSE in cui venivano indicati i Paesi dell’UE che devono investire in riforme strutturali per ottenere un miglioramento della situazione economica. Anche perché secondo il programma di Lisbona nel 2010 l’area dell’Unione europea dovrebbe essere la zona più dinamica e competitiva nel mondo. Un obiettivo importante, un progetto ambizioso che richiede siano messi in atto cambiamenti radicali. Ad esempio in tema di attitudini comunicative interculturali ed interetniche. Queste, infatti, assumono di giorno in giorno un’importanza sempre maggiore nell’ambito del mercato globale e delle strategie di vendita. Per concludere affari con compagnie situate in altri Stati membri (ma anche con quelli extra-UE) le imprese hanno bisogno di competenze specifiche sia nelle lingue dell’Unione europea sia nelle lingue dei partner commerciali nel resto del mondo. Ciò vale in particolare per le compagnie di media grandezza, a forte crescita e creatrici di posti di lavoro che rappresentano i motori principali per quanto riguarda l’innovazione, l’impiego e l’integrazione sociale e locale nell’Unione europea. Ci sono tuttavia segnali secondo cui le compagnie europee perdono opportunità perché non parlano le lingue dei loro clienti. Una situazione che invita a riflettere.
Ma il multilinguismo non soltanto fa bene all’economia, è anche essenziale per l’integrazione nel mercato del lavoro e per la coesione sociale, e apporta un notevole contributo al dialogo interculturale. La lingua è parte integrante della nostra identità e l’espressione più diretta della cultura. Attraverso la lingua noi comunichiamo, socializziamo, organizziamo i nostri pensieri e trasmettiamo il nostro patrimonio culturale. Le lingue creano legami con altri popoli e altre culture, aiutano ad essere più creativi, a infrangere gli stereotipi culturali, a promuove una mentalità senza preconcetti e possono essere di ausilio allo sviluppo di prodotti e servizi innovativi. Si tratta di qualità e attività di effettivo valore economico. E poi, non bisogna dimenticare che il mercato unico per poter funzionare veramente bene ha bisogno di manodopera più mobile. E dato che possedere competenze in più di una lingua aumenta le opportunità sul mercato del lavoro e offre l’opzione di lavorare o studiare in un altro Stato sarebbe auspicabile che quanti hanno competenza in materia spingano per intensificare la sinergia tra multilinguismo e formazione professionale la quale rappresenta una condizione indispensabile per l’attuazione della mobilità transnazionale dei lavoratori.

5.7.2007
Le politiche della conoscenza

Sono aperte in queste giorni le immatricolazioni agli Atenei. Un momento importante nella vita dei ragazzi che stanno per intraprendere quel percorso universitario che segnerà le loro carriere in ambito lavorativo. L’Università è, infatti, stando ad un’opinione largamente condivisa la “scuola” dei talenti, il “laboratorio” di ricerca a servizio delle imprese, l’“incubatore” di nuove realtà produttive ad alto valore aggiunto e a forte vocazione tecnologica. Non mancano, però, quanti affermano che in un futuro quanto più prossimo dovrà trovare risposta la necessità di abbattere i “muri” che continuano a dividere il mondo dell’università e il sistema imprenditoriale.
In questo senso si parla di un problema culturale. E si precisa trattarsi di un problema risolvibile. Semplicemente perché i benefit che deriveranno dall’alleanza tra atenei e società rappresenta la strada principale per garantire al sistema economico la sopravvivenza sul mercato globale.
Un traguardo imprescindibile che richiede ai protagonisti di entrambe le realtà una prova di coraggio tesa a innovare di più guardando agli obiettivi riassumibili in due concetti: qualità ed efficienza. Ma c’è una questione che si pone a monte di ogni strategia che si pone i summenzionati traguardi, la necessità di costruire quella che potremmo definire una “Università per tutti” capace di dare risposte vere e concrete al deficit di mobilità sociale. Un problema che rischia di imporre uno stop sia allo sviluppo economico sia alla crescita della società in generale. Lo rilevano gli esperti che, dati alla mano, affermano l’accesso dei talenti alle Facoltà deve diventare uno dei principali obiettivi del Paese. La Croazia deve impegnarsi nella costruzione di una “società dei talenti”, di una realtà capace di liberare energie valorizzando il merito, incentivando la ricerca di competenze e di qualità, dando a tutti una chance di affermazione professionale e sociale. In altre parole, l’impegno e le iniziative dei responsabili del comparto devono guardare a una società capace di proiettare il Paese e le imprese verso i segmenti a più alto valore aggiunto delle produzioni e dei servizi sul mercato sempre più globale.
Si tratta di un obiettivo molto ambizioso per la Croazia, che va perseguito con la stessa volontà che ha consentito l’innalzamento dell’obbligo allo studio con l’introduzione del concetto di scuola media superiore dell’obbligo. Un primo passo lungo un percorso a favore delle “politiche per la conoscenza”.

28.6.2007
Tra maternità e carriera

Maggiore flessibilità, corretto impiego del part-time, apertura di asili nido nell’ambito delle realtà aziendali: queste alcune delle misure alle quali le società nel loro cammino teso a una ritrovata sensibilità nei confronti della questione delle pari opportunità. In particolare concentrando sempre maggiori risorse sulle donne con carichi di famiglia. Eppure nonostante i proclami recitino concetti tipo “conicliare scelte produttive e lavorative significa non dover subordinare una scelta all’altra” la realtà continua ad apparire un filo diversa. Tanto per non perderci in giochi di parole: meno rosea. Infatti, tutte le analisi realizzate fino a qui portano allo stesso risultato che si traduce in un “ più tutele sul lavoro uguale a meno carriera”. Una realtà demoralizzante che si registra anche laddove le tutele rivolte alla maternità e all’infanza raggiungono livelli invidiabili.
Dunque, per quanto i ricercatori del mercato e gli economisti avvertano che sono proprio le donne di età compresa tra i trenta e i quarant’anni – e quindi nella gran parte dei casi le mamme – le migliori consumatrici. Che sono le mamme coloro che in virtù della propensione a spendere imprimono una spinta non indifferente all’economia il mercato del lavoro si ostina a mantenersi “difficilmente accessibile” per le donne che si trovano nella condizione di dover conciliare vita familiare e lavorativa.
E così l’interazione maternità-lavoro continua ad essere uno dei nodi critici che le neomadri si trovano a dover affrontare nonostante il punto di incontro potenziale tra lavoro e famiglia dovrebbe vedere le donne, e le coppie, perfettamente in grado di poter scegliere in base alle proprie aspettative e ai progetti di vita familiare e professionale. E invece la società continua a presentarci casi di donne che lavoravano in gravidanza il lavoro lo ha perso, quelli di donne che decidono di abbandonare il lavoro alla nascita del figlio, per gli orari inconciliabili con i nuovi impegni familiari e che poi non riescono più a reinserirsi nel mondo di chi un’occupazione ce l’ha.

21.6.2007
Sindacati alla deriva

Indipendente, Autonomo e Libero, sono queste le tre sezioni sindacali che operano all'interno all'ente porto di Fiume. Il Sindacato indipendente è quello che pochi giorni fa ha organizzato uno sciopero per esprimere la propria insoddisfazione sull'annesso al Contratto collettivo, giudicato dannoso. Uno sciopero breve ma efficace, visto che dopo la telefonata Kalmeta-Vukorepa si è subito aperto uno spiraglio per avviare le trattative sulle richieste sindacali. Alla protesta sindacale hanno aderito anche gli associati del Sindacato portuale libero. Che cosa hanno fatto invece gli Autonomi? Un giorno prima dello sciopero hanno sventolato alla stampa tutti i motivi per cui lo sciopero non si doveva fare. Lo hanno dichiarato illegale, hanno dato dei bugiardi e dei frustrati agli indipendenti. Aggettivi pesanti visto che comunque sempre di Sindacato si tratta e che ogni battibecco sindacale significa una vittoria per il datore di lavoro. E forse lo zampino del datore di lavoro ci sta. A differenza di qualche anno fa, quando i vertici della sezione autonoma del porto fiumano erano molto battaglieri, giorni fa si sono dimostrati molto più miti nei confronti del datore di lavoro, con il quale poco tempo fa hanno firmato l'annesso al contratto collettivo. Lo hanno definito frutto di un "compromesso", si sono vantati di aver ottenuto un aumento della paga pari al profitto registrato dall'ente porto per il 2006, ovvero del 5 per cento, ma hanno pure messo le mani avanti per l'anno prossimo quando inizierà il rimborso di un grosso credito concesso all'azienda. Nel contempo hanno continuato a bacchettare gli indipendenti pur invitandoli alla collaborazione. "Dov'è la serietà del Sindacato degli indipendenti che ha un presidente perennemente assente e non dispone di un ufficio e di un numero telefonico?", hanno tuonato gli autonomi. Perché, la serietà e l'affidabilità di un Sindacato di misura con un ufficio o un numero di telefono? Non mi risulta. Intanto tra i due litiganti il terzo (datore di lavoro) gode. Sindacati, datevi una scossa o si va alla deriva.

di Viviana Ban

14.6.2007
Matrimonio e benessere

“Ogni riflessione sul benessere delle persone e delle collettività non può prescindere dalla dimensione familiare”: è questo il concetto che sempre più spesso si sente ribadire in questi tempi contraddistinti dalla crisi dei sistemi di sicurezza sociale in praticamente tutti i Paesi occidentali. Un concetto che ha portato a ragionare in merito all’opportunità di procedere con interventi di cambiamento “radicali” e persino alla necessità di ridefinire il concetto di benessere muovendo da un punto di vista originale, “esterno” rispetto alla discussione tra pubblico e privato, tra intervento statale e libero mercato, tra libertà individuale e bene comune. Si tratta di riflessioni per le quali gli stessi interventi sociali di sostegno al benessere delle persone e delle famiglie messi in atto fino a qui, anziché promuovere la qualità e il benessere familiare, rischiano di accentuare spesso la separazione tra mondi vitali e sociale, di espropriare i sistemi familiari della loro capacità relazionale, risorsa primaria della famiglia nel produrre il benessere proprio e dei propri membri. Forse perché guardando a una tendenza emergente negli States il welfare state comincia a intravedere le “basi familiari” della sua crisi. Prende lentamente atto del fatto che gran parte dei suoi fallimenti derivano proprio dall’aver eroso le basi della solidarietà familiare.
Ma si diceva “guardando a una tendenza americana”, per essere chiari è dagli States che in un momento in cui la “sindrome della quarta settimana” è più attuale che mai e, anzi, tende a trasformarsi nella “sindrome della terza settimana” arriva il messaggio “la famiglia crea benessere”. E non si tratta di un semplice proclama demagogico. Anzi, è quanto emerge da una lunga inchiesta del settimanale inglese Economist tesa a raccontare l’evoluzione del matrimonio americano. Un’evoluzione che racconta di una forte riduzione dei divorzi e della altrettanto importante diffusione di nuova “saggezza” che porta a concludere: “il matrimonio aiuta a diventare più ricchi”. Forse semplicemente perché sono maggiori le esigenze alle quali si deve rispondere.

31.5.2007
Il marketing e la politica

La consulenza per nuove candidature politiche o per il riposizionamento di chi già è sceso in campo, o ancora il supporto strategico per la costituzione della propria squadra è sempre più richiesto anche su queste latitudini. In altre parole il marketing politico legato alle urne si sta facendo strada anche in Croazia. Sebbene non si possa ancora parlare di un vero e proprio mercato della comunicazione politica, così com’è invece negli Stati Uniti d’America dove i candidati devono affrontare 18 mesi di campagna elettorale ed ingenti investimenti, abbiamo decisamente superato lo boa della “politica improvvisata e/o bricolage”. Nulla di strano in fondo considerato che in una società tanto legata alla forma, è indispensabile trasmettere un’immagine adeguata al ruolo da conquistare o da mantenere.
L’appuntamento elettorale richiede la costruzione dell’immagine, la pianificazione dell’agenda degli incontri con gli elettori, la definizione dei discorsi, interviste e dichiarazioni pubbliche, la realizzazione di manifesti, mailing e siti Internet a sostegno e promozione., l’analisi dei sondaggi. Di conseguenza negli ultimi anni sono cresciuti in maniera più che importante anche i bisogni di comunicazione e di visibilità da parte di target che storicamente non si sono serviti della comunicazione in modo strategico, primo tra tutti il candidato politico, che oggi si affida sempre più alle leve strategiche del marketing per raggiungere e mantenere il consenso dell’elettorato.
Ci si chiede pertanto sempre più spesso – sia tra i diretti interessati sia tra gli addetti ai lavori – quali sono le sfide del settore e le opportunità del mercato, come comunicare con gli elettori, quali sono gli strumenti e i messaggi più adatti per sensibilizzare target diversi? E indipendentemente dalla diversità degli approcci si conclude che affiancare un candidato o un politico nell’allestire un’efficace strategia di comunicazione, si traduce in azioni volte alla costruzione del consenso attraverso un’attenta strategia di marketing, la costruzione dell’immagine e il consolidamento delle relazioni con i diversi pubblici. Attività impensabili da tradurre in pratica senza poter fare affidamento su di un team composto da diverse di professionalità che consentono lo sviluppo di progetti articolati e a tutto tondo: il contatto con gli opinion maker, l’organizzazione di campagne di sensibilizzazione della pubblica opinione, il web site e i sondaggi di gradimento/notorietà, la redazione dei testi d’intervento e la preparazione del candidato al confronto pubblico con attività di media training e public speaking, sono elementi di comunicazione imprescindibili di un servizio che poggia sulla capacità di osservazione e di comprensione dell’opinione pubblica.

24.5.2007
Professione: usuraio

Come funghi dopo la pioggia si moltiplicano gli istituti bancari, nascono potenti colossi finanziari che tengono sotto controllo questo importante settore dell'economia. La concorrenza non manca, meglio se è leale e i prodotti offerti dalle banche ai comuni mortali aumentano, seguono le tendenze del momento, vengono investiti capitali nella promozione marketing. Il servizio agli sportelli migliora di qualità. Impiegati sorridenti accolgono il cliente, lo fanno accomodare, gli offrono il caffè, lo consigliano sul tipo di credito più conveniente e più consono alle sue esigenze, lo convincono di aver scelto la banca giusta, la migliore, quella che non lo ridurrà al lastrico con gli interessi e la rata da pagare, quella che saprà porgere una mano in caso di difficoltà. E riescono a convincerlo. Parte la procedura per la concessione del credito e già qui iniziano le grane. Ci vogliono i garanti, specie in estinzione, vista la brutta esperienza di molti di loro che si sono visti costretti a pagare crediti altrui. Poi ci sono i costi operativi, quelli da pagare al notaio, quelli inerenti al tasso di interesse. Quelli che vengono applicati in Croazia si possono comodamente definire da usurai. Nel nostro Paese la maggior parte degli istituti finanziari è stata ceduta agli stranieri che ora incamerano notevoli guadagni derivanti proprio dai tassi di interesse.
Dai calcoli che vengono fatti dall'impiegato bancario non sembra, ma una cosa è certa. Da noi le finanziarie se le possono permettere chi i soldi ce li ha già, altrimenti sono guai. Perché se si acquista un’automobile a rate, se ne pagano due e questo vale per qualsiasi tipo di credito. Se la banca ti concede la moratoria di un anno, la rata aumenta in quelli successivi. Del resto bisogna tenere in mente che la banca vende i soldi e ne determina il prezzo: prendere o lasciare. Un'altra cosa mi stupisce e mi ricorda il comportamento degli usurai. Proprio qualche giorno fa una gentilissima impiegata di una nota banca croata ceduta agli italiani mi chiama sul posto di lavoro e mi fa: "Signora lei è garante del credito di tal dei tali, vero? Vede il signore non ha pagato una rata e sarebbe il caso di fargli presente di saldare il debito. Gentilmente potrebbe contattarlo lei e invitarlo a pagare la rata?" Che dire, dopo tutte le assicurazioni necessarie per ricevere un credito, la banca ha affidato a me il ruolo di usuraio.

di Viviana Ban

17.5.2007
Lavoro, tra passato e futuro

Il Novecento è stato definito “il secolo del lavoro”: sono numerose le voci di intellettuali e studiosi che hanno individuato nel lavoro il connotato dominante e, in qualche misura, il significato più profondo del secolo appena trascorso. La vicenda storica, socio-economica e giuridica del lavoro è stata concepita come una lotta per la libertà della persona umana, una lotta costante per la determinazione del modo di erogare le energie psico-fisiche a favore altrui e, in definitiva, una lotta dei lavoratori per decidere su se stessi.
Oggi, però, si comincia a dubitare che questo presunto carattere del secolo già trascorso sia ancora valido e attuale. Si rafforza il convincimento che, all’inizio di un nuovo tornante del tempo, sia necessario in primo luogo comprendere i fenomeni sempre più attuali che incidono sul valore, sul significato, sulla dimensione culturale e identitaria, sull’etica e sulle regole del lavoro. I motivi di tale pensiero quasi non si contano più, tra questi possiamo citare il lavoro offerto e negato dei disoccupati, il lavoro industriale e standardizzato dell’economia capitalistica, il lavoro frantumato e flessibile della new economy , il lavoro post-moderno della conoscenza e dell’innovazione tecnologica, il lavoro antico e mercificante delle persone marginali e degli immigrati. In breve forme lavorative che reclamano un ripensamento del concetto di lavoro e la valutazione d’insieme che vada oltre gli schemi consueti per proporre una nuova sintesi concettuale che porti a un miglioramento qualitativo del modo di lavorare e l’emersione dei cosiddetti “nuovi lavori” che fanno capolino nelle economie globali e che – si spera – siano intrisi di risposte adeguate con le quali affrontare lo smantellamento delle grandi istituzioni del welfare, la frammentazione della grande impresa e la perdita di sicurezza del posto di lavoro. Paure contro le quali poco può fare persino il modello destinato a diventare dominante, quello della meritocrazia dato che l’obsolescenza delle qualifiche è un elemento durevole del progresso tecnologico.

10.5.2007
L'innovazione firmata Sarkozy

Dopo Jacques Chirac è la volta di Nicolas Sarkozy, è lui il 23.mo presidente della Repubblica francese. Tutti i sondaggi lo davano per vincente e così è stato, con il 53 per cento dei voti. E si tratta indubbiamente di un cambiamento, perché nonostante Sarkozy si collochi nel solco delle istituzioni e della cultura gollista con lui niente è scontato. Nicolas Sarkoyz è una persona ambiziosa, un pragmatico che privilegia l’efficacia. Le sue prime mosse saranno sui temi che sono stati i suoi cavalli di battaglia in campagna elettorale: la crisi del lavoro, la sicurezza, l’immigrazione, l’identità nazionale. In tal senso già in occasione del suo primo discorso ha lanciato diversi appelli ai francesi, ai partner europei, al mondo intero. Un appello che potrebbe essere sintetizzato in “Meno Europa e più Stati Uniti”. Una frase che potrebbe essere uno slogan facile, ma che è sicuramente troppo riduttivo per descrivere il nuovo titolare dell’Eliseo che rappresenta in maniera efficace la capacità di rivoluzionare la mentalità e di porsi a difesa degli interessi nazionali francesi, agricoltura e industria in primis muovendo da un concetto chiave: innovazione.
Infatti, la risposta che con maggior frequenza viene data alla domanda perché ha vinto Sarkozy esprime il pensiero riassumibile in un: “ha vinto perché ha innovato”. Effettivamente Sarko ha avuto il coraggio di presentare agli elettori ricette anche impopolari: ha proposto la riforma delle pensioni guardando ai giovani più che ai pensionati; ha detto che la scuola deve tornare al principio della meritocrazia e ha puntato l’indice contro il ‘68 come primo passo verso la deresponsabilizzazione della società francese. Ha evocato l’identità dell’Occidente e ha detto basta alla contrapposizione con gli Usa. È stato capace di far passare il concetto che la sicurezza non è un tema “di destra”, ma un diritto di tutti e soprattutto dei più deboli che alla criminalità sono più esposti rompendo così lo schema classico in fatto di sicurezza e di ordine per coniugarli in maniera trasversale e creare di conseguenza uno schema nel quale la sicurezza individuale fa rima con quella sociale e nella qual cornice i diritti individuali si diramano in quelli economici.

3.5.2007
I rischi della riforma

Ed ecco archiviato anche il Primo maggio 2007. Una festa che quest’anno ha posto in primo piano un tema trasversale di cocente attualità: la riforma pensionistica. Nel dibattito attualmente in corso sul tema, in linea generale, tutti concordano sul principio che indica la necessità di aumentare il periodo della permanenza sul mercato del lavoro. Le differenze di valutazione – talvolta anche aspre – si manifestano soltanto in un secondo momento quando l’accento viene posto sui modi da utilizzare per raggiungere tale obiettivo. Da una parte si sostiene sia sufficiente “incentivare” i lavoratori prossimi all’età pensionabile con un forte aumento retributivo. Dall’altra si ribatte che il metodo della “penalizzazione” dell’uscita dal mondo del lavoro – ad esempio, attraverso una riduzione della pensione tanto più alta quanto più bassa è la durata della carriera lavorativa – sia una strategia più efficace. In entrambi i casi si tratta di interventi sul lato dell’offerta di lavoro. Appare sorprendente, però, che il dibattito in materia ignori in maniera praticamente assoluta l’effetto dell’aumento della vita lavorativa sulla domanda di lavoro.
In realtà si tratta di un’“anomalia” dovuta al fatto che quasi tutte le imprese in tema di motivazione ricorrono al sistema più semplice: quello che vede legati gli aumenti retributivi alla performance individuale precedente incentivando così i dipendenti a impegnarsi anche quando le prospettive di carriera appaiono ridotte. Di conseguenza, i lavoratori più anziani sono spesso pagati più di quelli giovani, non tanto per la loro superiore abilità, quanto piuttosto perché una retribuzione crescente è servita e continua a servire da stimolo. Uno schema retributivo di questo tipo implica però due conseguenze. La prima è quella per la quale i lavoratori più anziani sono spesso pagati più di quanto producono all’azienda, mentre i lavoratori più giovani percepiscono meno di quanto spetterebbe loro in virtù del loro valore. La seconda è che l’applicazione di questo schema necessita di un momento in cui i lavoratori più anziani lascino l’azienda. È proprio questo il motivo per cui gli economisti delle risorse umane sostengono la necessità di avere un’età legale e obbligatoria di pensionamento dato che l’aumento della vita lavorativa determina un aumento del costo del lavoro per le imprese. E quando il costo del lavoro aumenta, la domanda di lavoro diminuisce.
Morale, vi è un serio rischio che la riforma delle pensioni produca una diminuzione della domanda di lavoro. In altre parole, paradossalmente, avviarsi lungo il percorso della riforma si rischia di aumentare l’offerta di lavoro e simultaneamente diminuire la domanda di lavoro.

26.4.2007
Competitività e integrazione

Un’economia competitiva è un’economia che presenta una crescita elevata e sostenuta della produttività. E, non a caso, la competitività è divenuta una delle priorità politiche dell’Unione europea. Un’industria europea competitiva è, infatti, indispensabile per raggiungere gli obiettivi comunitari economici, sociali e ambientali e garantire quindi un miglioramento della qualità di vita dei cittadini europei.
Inoltre, porre al centro dell’attenzione la competitività significa anche adeguare l’economia europea alle mutazioni strutturali, alla dislocazione delle attività industriali verso Paesi emergenti, alla ridistribuzione dei posti di lavoro e delle risorse verso nuovi settori industriali e al rischio di un processo di disindustrializzazione.
In tal senso non va dimenticato che la competitività dell’Unione è stabilita dalla crescita della produttività e che questa, di conseguenza, dipende dalle prestazioni e dal futuro dell’industria europea, in particolare dalla sua capacità a procedere ad adeguamenti strutturali. Per essere competitiva, infatti, l’UE dovrà essere obbligatoriamente più redditizia in termini di ricerca e di innovazione, di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, di imprenditorialità, di concorrenza, di istruzione e di formazione.
Il tutto senza dimenticare che lungo questo percorso non vanno persi di vista altri due concetti chiave: globalizzazione e integrazione. Perché se, da un lato, il termine globalizzazione indica il fenomeno di apertura, di crescita degli scambi commerciali e dei movimenti di capitali, dalla circolazione degli uomini e delle idee, dalla diffusione dell’informazione, delle conoscenze e delle tecniche, nonché da un processo di liberalizzazione, dall’altro, l’integrazione sottolinea l’importanza della diversità per una società in costante invecchiamento che chiede fermamente di guardare alle politiche di promozione dell’inclusione sociale e della reciproca comprensione.

19.4.2007
Studi e mobilità sociale

Si dice che la nostra sia la “società della conoscenza”. Lo si dice per diverse ragioni, innanzitutto perché viene prodotta molta scienza, molta “conoscenza” in ogni campo, perché la conoscenza è una risorsa strategica vera e propria: il sapere come si fanno le cose, il cosiddetto “know how” fa la differenza ed è il motore, la locomotiva più importante dello sviluppo.
Ma se da un lato siamo tutti testimoni di una forte crescita del rapporto tra ricerca, innovazione e sviluppo; dall’altro assistiamo anche ad un moltiplicarsi delle critiche rivolte ai sistemi universitari. Critiche che poggiano fondamentalmente su cinque argomenti; nell’ordine: le facoltà non sono sufficientemente manageriali; le facoltà non sono sufficientemente scientifiche; le facoltà non sono sufficientemente incentrate sullo studente; il focalizzarsi sulle graduatorie ha distratto il mondo universitario dal loro più importante compito accademico; il rendimento dell’investimento fatto per conseguire un titolo postlaurea è negativo.
Il altre parole: il sistema di formazione universitaria ha assunto caratteristiche sempre più simili a quelle dei sistemi di welfare abdicando però a quelle specifiche dell’alta formazione non riuscendo più ad assolvere al compito di formare le nuove classi dirigenti. Al contempo, proprio come avviene anche con il welfare, non sempre agevola i soggetti che più necessitano di tutela e protezione, accorciando il divario sociale, così anche l’università, nel momento in cui diviene tendenzialmente accessibile a tutti, non si rivela più in grado di far crescere i soggetti più meritevoli indipendentemente dalla loro origine sociale.
Ad esempio, volgendo lo sguardo indietro nel tempo possiamo notare che già nella seconda metà dell’Ottocento, nel Regno Unito, il mutamento delle regole d’accesso alle università storiche e la creazione di nuovi centri d’insegnamento orientati alle scienze fisiche e sociali doveva incrinare il monopolio tradizionalista dell’establishment. In seguito, il processo di democratizzazione ha assistito a uno sviluppo in parallelo dell’istruzione universitaria, codificando fra l’altro il principio che vede nelle possibilità di ingresso nell’università di ampi strati sociali una garanzia di ascesa nel mondo delle professioni e anche sotto il profilo dello status.
C’è da chiedersi però se l’istituzione universitaria assolva ancora a questa funzione nell’Europa contemporanea o non l’abbia invece progressivamente smarrita negli ultimi decenni. Gli studi e le analisi realizzate dopo l’introduzione della riforma indicata nel Processo di Bologna – quella che viene indicata anche come riforma del “3 + 2” – non esprimono dati certi in tal senso ovvero confermano l’ipotesi per la quale la “democratizzazione” dell’entrata all’universitŕ non si riflette in nessuna maggior “democratizzazione” dell’uscita dalla stessa.

12.4.2007
Europa, stiamo arrivando

I grandi investimenti nel settore turistico del Quarnero e dell’Istria, alcuni già avviati altri che fanno parte delle direttrici strategiche delle Città e delle Regioni, da realizzare negli anni a venire, si inseriscono sicuramente nel discorso di avvicinamento della Croazia all’Unione europea. L’ingresso potrebbe avvenire nel 2009 o 2010 ed è giunto il momento di presentarsi nel migliore dei modi all’Europa. Già qualche anno fa ad Abbazia c’è stato un boom degli investimenti, sono stati ristrutturati alberghi, aperti centri wellness. Si è capito finalmente che al turista non basta più il sole e il mare ma che deve ampliare l’offerta, indurre il turista a spendere sia quando sta comodamente sdraiato sulla spiaggia che nei ristoranti e nei bar la sera. Il profitto viene proprio da questo settore del turismo e sono gli esperti del ramo a dover saper invogliare il villeggiante a tirar fuori il portafoglio proponendo sempre e ovunque contenuti nuovi e interessanti.
Puntare sulla qualità è doveroso ed è proprio quello che si sta facendo. Quest’anno nel Quarnero verranno investiti circa 204 milioni di euro in lavori di costruzione e ristrutturazione di impianti turistici. Gli investimenti riguardano pure tutta l’Istria, destinazione molto gettonata dai turisti italiani. Grazie alle presentazioni sempre più intense e in tutta Europa del turismo di casa nostra, alla consapevolezza di puntare sul prolungamento della stagione durante tutto l'anno e soprattutto alla realizzazione di questi progetti i risultati non tarderanno ad arrivare. Anzi sono già visibili analizzando i dati che riguardano le vacanze di Pasqua. L'aumento delle presenza è notevole e di buon auspicio per la stagione turistica vera e propria che quest'anno potrebbe essere da record.
Ma il cantiere della nuova Croazia è fatto anche di importanti lavori infrastrutturali. Utilizzando i contributi comunitari che le derivano dallo status di Paese candidato all'adesione, Zagabria potenzierà la rete stradale e autostradale, la rete ferroviaria, il sistema aeroportuale, i porti. A partire dal gennaio 2007 è nato un nuovo strumento UE a disposizione dei Paesi candidati, Ipa, che sostituisce i cinque strumenti di pre-adesione finora in vigore (Cards, Phare, Ispa, Sapard). Nel periodo 2007-2010 metterà a disposizione della Croazia 590 milioni di euro.
Infine le previsioni per il 2007 indicano una crescita economica degna di rispetto, al 4,5 per cento. Ancora un piccolo sforzo da parte di Zagabria per appianare tutte le difficoltà, creare trasparenza, accelerare la ristrutturazione di settori-chiave come l'acciaio e la tanto sospirata Europa diventerà davvero anche casa nostra.

di Viviana Ban

5.4.2007
Il greggio cambia rotta

“L’Europa Sud-Orientale, il ponte energetico tra la Russia, il Mediterraneo, il mar Caspio e l’Unione Europea”, questo il titolo della conferenza internazionale che ha visto la nascita di una nuova rotta per il petrolio del Caspio convogliato verso l’Europa. È nel corso del momento d’incontro succitato, svoltosi a Zagabria, che con un occhio volto all’economia e l’altro attento alle domande avanzate dall’ecologia che è stata posta la firma in calce al Memorandum d’intesa inerente al progetto dell’Oleodotto paneuropeo. Una “pipeline” destinata da qui a 5 anni – si auspica – a snodarsi per 1300 chilometri dal porto romeno di Costanza, sul Mar Nero, fino a Trieste. Alla sigla dell’accordo – il primo documento che si fregia di una valenza politica – che prevede investimenti stimati fra i due e i tre miliardi di euro – dovrebbe seguire l’attuazione di un’iniziativa volta a consentire di pompare tra i 60 e i 90 milioni di tonnellate di petrolio all’anno.
In altre parole l’intendimento è quello di dar vita a un’arteria aggiuntiva per il rifornimento dei mercati europei, al di là delle ciclopiche pipeline russe e dei timori di eccessiva dipendenza energetica da Mosca. Il tutto, anche, per abbattere – è stato rilevato già a pochi minuti dalla firma – sia i costi economici sia i rischi ambientali legati al trasporto di idrocarburi a bordo delle navi-cisterna che tuttora solcano il Mar Nero e il Bosforo per raggiungere l’Egeo e l’Alto Adriatico e al conseguente intasamento dei canali di rifornimento marittimi. Il tutto facendo leva sulle potenzialità che scaturiscono da quella che è stata definita “una solida cooperazione all’interno della comunità energetica europea”.
Ma, nonostante i dati positivi che emergono dagli studi che indicano le buone ricadute in termini di decongestionamento del traffico navale derivante dal passaggio di 200-250 petroliere in meno all’anno attraverso il Bosforo, e di almeno 100 in meno nell’Adriatico” la cautela è d’obbligo. Ora dovranno seguire gli studi di fattibilità, condotti Paese per Paese in tutti gli Stati coinvolti, i negoziati tra i Governi, quelli tra le compagnie interessate e le verifiche sull’impatto ambientale. Sperando che confermino le aspettative.

29.3.2007
Questioni di welfare

La fase “uno” della lotta alla povertà e all’esclusione sociale è stata contraddistinta dall’assistenza tradizionale. In un secondo momento si è capito, invece, che – per riuscire a concordare una strategia efficace – l’attenzione andava puntata sulla necessità di potenziare le sinergie fra amministrazioni pubbliche reti di cittadini e mass media. Per diversi motivi. Perché i media non dovrebbero essere semplici diffusori di informazioni, bensì realtà coinvolte nelle azioni volte a promuovere forme di inclusione sociale e di comportamenti etici e, quindi, “veicoli di promozione” del benessere della società civile. In tal senso, un esempio di grande efficacia viene dalla Francia dove è stata istituita un’agenzia di comunicazione che distribuisce a tutti i giornalisti – gratuitamente – informazioni allo stato “grezzo”, vale a dire senza mai fornire articoli compiuti. In questo modo chiunque dei giornalisti è “libero” di proporre l’approfondimento della notizia contribuendo a di creare, di conseguenza, una serie di “reti” di cittadini e di operatori dell’informazione, volte a dar vita a nuove forme di solidarietà dedite, ad esempio, alla trattazione di temi quali la finanza etica, il commercio equo e solidale e la solidarietà in genere.
Nei giorni scorsi è stata inaugurata, a Strasburgo, quella che potrebbe essere indicata come la fase “tre” che si contraddistingue per una portata innovativa nell’approccio al problema dell’esclusione sociale. La novità sta nel concetto di “collaborazione”. Un concetto che va inteso come un vettore di promozione di una politica regionale di responsabilità congiunta tra le autorità, le ONG e i cittadini e le persone e famiglie vittime dell’esclusione e della povertà.
Nel corso del primo anno, l’obiettivo sarà la sensibilizzazione dei cittadini alla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, sulla base di esperienze passate. Inoltre, sono previsti confronti e riflessioni a livello regionale allo scopo di identificare le complementarietà e le sinergie possibili tra i diversi approcci. Seguiranno, nel 2008, sperimentazioni di progetti pilota che potranno essere successivamente integrati nelle politiche pubbliche locali e regionali. Il tutto perché c’è una forte consapevolezza che alcune formule del vecchio welfare non reggono più e le richieste tese a ricevere risposte nuove ed adeguate si fanno sempre più forti.

22.3.2007
Business e morale

L’etica dell’impresa – si sente spesso dire – è fare utili. Eppure, di fronte a casi come lo sfruttamento del lavoro minorile o di attività che si muovono sul filo della legalità, viene da chiedersi se il profitto sia lecito. Nasce così il concetto di imprese socialmente responsabili. Un concetto che in poco tempo è divenuto ben più di una moda: il carburante di un auspicato cambiamento del sistema. Alla base di tutto: una presa d’atto. L’attività di un impresa, infatti – concorda oramai un numero sempre più grande di attori del sistema imprenditoriale – non ha solo una dimensione economica. Anzi, e il termine chiave viene sempre più spesso riconosciuto nel concetto di responsabilità che significa, poi, null’altro se non rispondere. A chi? A tutti, in primis a noi stessi, alla società. O almeno a formulare proposte capaci di costruire sviluppo, ancora una volta, per noi e per la società.
E qui si arriva all’etica, a quel qualcosa che ci invita a non esser sordi ai richiami continui, alle domande di sempre. Ai quesiti che le imprese non ignorano più, che non classificano più come “poesia”, ma che affrontano con la consapevolezza che trovare soluzioni risulta conveniente: in termini di notorietà, di qualificazione di una marca, di conquista della benevolenza delle parti sociali…
Ed ecco svelato il perché le realtà aziendali sono sempre più protese al cambiamento a all’individuazione della formula ottimale per coniugare utile e sviluppo. Una sintesi che si cerca partendo, forse paradossalmente, dall’altro – dall’individuazione di leader morali, che abbiano, cioè, spiritualità. Perché la prima richiesta che arriva dalla gente è traducibile in un: “I leader siano trasparenti”. Una richiesta che, a conti fatti, non stupisce dato che è cosa nota che i leader sono persone che affrontano situazioni destrutturanti, persone che reagiscono a stress straordinari. Non a caso il loro percorso è simile a quello di chi vuole evolvere spiritualmente. Nemmeno loro sanno come andrà a finire, e per questo sono sempre in ascolto e fanno passi avanti e passi indietro. Giocano una strana partita a ping pong tra la vita interiore e quella esteriore. E assieme a tutti noi vivono in una società sempre più complessa che cambia continuamente e assieme a noi sono alla ricerca di tante piccole catene di valore che non bastano, perché l’uomo ha bisogno di valori forti. Per questo sono i leader trasparenti quelli che hanno successo: essi sono i veri leader morali.

15.3.2007
Informazione, università e occupazione

Lisbona, ovvero la Strategia per trasformare l’Unione Europea nell’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo entro il 2010. La strategia che mira a fare dell’Europa unita un’integrazione in grado di coniugare la crescita con nuovi e migliori posti di lavoro incentrata sulla realizzazione di obiettivi concreti, da realizzare entro il 2010: il raggiungimento di un tasso medio di crescita economica del 3 p.c. circa, di quello di occupazione al 70 p.c.; e di far arrivare il tasso di occupazione femminile al 60 p.c.
Un obiettivo molto ambizioso, ma certamente non impossibile se finalmente venissero messi al centro dell’azione i due pilastri fondamentali: la società dell’informazione e la conoscenza. Risalta agli occhi il condizionale, d’obbligo dato che ad oggi le politiche comunitarie di supporto alla società dell’informazione – un concetto molto più ampio e comprensivo rispetto al largamente noto villaggio globale – non stanno andando nella direzione corretta.
Se si volge lo sguardo alle iniziative finanziate si nota l’accrescimento del divario tra, da un lato, l’eccessiva frammentazione delle soluzioni proposte dal mondo scientifico, e dall’altro la forte necessità di sintesi da parte delle istituzioni oltre che del mercato e del mondo imprenditoriale.
Un divario che porta a risultati insoddisfacenti e che riporta tutti gli attori coinvolti al punto di partenza, vale a dire a chiedersi: cosa fare per dare nuovo impulso alla strategia di Lisbona?, cosa fare per offrire davvero al mercato i potenziali dei quali è alla ricerca? Domande alle quali imprenditori, creatori delle politiche occupazionali e cittadini indistintamente attendono con impazienza di ricevere risposte. Possibilmente positive come quelle registrate nel sondaggio realizzato tra gli ex studenti dell’Ateneo triestino che ha rivelato che tra i neolaureati gli occupati sono il 61 p.c. contro il 54,5 p.c. del totale registrato nelle Università italiane. Una buona situazione che migliora ancora di più a tre anni dalla laurea – lavora l’86 p.c. dei laureati – e a cinque anni quando lavora il 93 p.c. dei laureati. Una fotografia che rileva come in definitiva l’Università può – volendo –, fare la differenza ponendo le premesse per l’agire consapevole nella società civile e occupazionale. Anche scegliendo di superare le antiche chiusure e di diventare un vero e proprio ponte verso la vita.

8.3.2007
Scandalo e visibilità

Nato nel 1985, Dolce & Gabbana è oggi uno dei gruppi internazionali leader nel settore dei beni di lusso. Da più di vent’anni i due fondatori Domenico Dolce e Stefano Gabbana oltre a creare abiti e accessori assurti a pagine fondamentali del Made in Italy danno vita a una strategia di branding che non lascia spazio all’improvvisazione. In altre parole il brand mix firmato Dolce & Gabbana si contraddistingue per lo studio, la sperimentazione e il recupero del passato dal quale gli stilisti attingono spunti e suggestioni su cui appoggiare la loro moda e la loro filosofia.
Una filosofia che, se analizzata dal punto di vista dei risultati aziendali, evidentemente paga. Infatti, anche nell’esercizio 2005/2006, conclusosi il 31 marzo 2006, il gruppo ha confermato il trend positivo degli ultimi anni, registrando incrementi sostanziali nei principali aggregati economico-finanziari. Le vendite “wholesale” hanno raggiunto i 1.151,3 milioni di euro, con un incremento del 10 p.c. rispetto all’esercizio precedente. Alla stessa scadenza, il fatturato consolidato registrato in capo alla Dolce & Gabbana Luxembourg S.à.r.l. ammontava a 809,5 milioni di euro, crescendo del 18 p.c. rispetto all’esercizio precedente; il margine operativo lordo è aumentato del 12 p.c., il reddito operativo cresciuto del 14 p.c. e l’utile netto dell’11 p.c.
Risultati che indicano i modo chiaro l’accoglimento dei prodotti della griffe dal parte del pubblico. Una risposta positiva che si trova ora ad affrontare il polverone sollevato dalla pubblicità che mostra un uomo a torso nudo che tiene per i polsi una donna sdraiata per terra, mentre altri tre uomini osservano la scena, un’immagine giudicata dal comitato di controllo deputato dal codice di autodisciplina pubblicitaria “in netto contrasto con gli articoli 9 (violenza, volgarità, indecenza) e 10 (convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona)” e quindi vietata in tutta Italia, che si è così posta sulla scia della Spagna che aveva già decretato il “disco rosso”.
Un gradimento per quella che nel corso degli anni è diventato un brand riconoscibile al punto da offrire garanzie anche in termini di impatto ideale per chi desiderasse un po’ di visibilità e accreditamento etico o elettorale puntando sulla lotta alla violenza delle donne o alla difesa della morale che non si oppone alla mercificazione delle donne. E forse è proprio questo il motivo per il quale il caso D&G ha siscitato scalpore e scandalo anche in un’epoca in cui i precedenti passati sotto silenzio oramai non si contano più.

1.3.2007
La verità sta nel mezzo

Aria di bufera in vista tra il sindaco di Fiume Vojko Obersnel e i vertici statali. Questa volta la disputa è incentrata sulle obbligazioni municipali e il rifiuto da parte del Ministero di Šuker di concedere una diversa dinamica di finanziamento. Solitamente la verità sta nel mezzo, ma sembra proprio che ultimamente Fiume venga trattata da Cenerentola. Il ragionamento del primo cittadino del capoluogo quarnerino fila liscio. È successo molto di rado che i progetti riguardanti la città nei quali è stato coinvolto anche lo Stato siano filati lisci. Qualche intoppo c'è sempre stato, sempre a livello di soldi, a partire dal decentramento, dall'introduzione dell'HNOS, per non parlare poi del Centro clinico ospedaliero, una spina nell'occhio per i vertici del nostro Paese: costa troppo e produce soltanto perdite. Del nuovo ospedale si continua a parlare, a mietere buoni propositi, ma il progetto verrà davvero realizzato? Forse è presto per dirlo perché fino ad allora chissà quanti governi cambieranno. Comunque è tempo di promesse perché il 2007 è un anno elettorale e i leader politici si stanno preparando per recitare al meglio la propria parte. Visiteranno anche Fiume, visto che nel corso di questo mandato non lo hanno fatto se non per partecipare alla riunione del Governo. Eppure di progetti in comune ce ne sono, a partire dalle strade, fattore importante che determina lo sviluppo di qualsiasi località. E lo sviluppo di Fiume è lento in tutti i segmenti collegati all'economia. Per il rilancio del porto bisognerà aspettare e lo stesso vale per il turismo urbano. Sono progetti costosi che una volta realizzati cambieranno, si spera, il volto alla città, la trasformeranno in un moderno centro europeo, la risveglieranno da un lungo sonno riportandola forse agli antichi splendori, quando la Cartiera esportava carta da sigarette negli Stati Uniti, quando il Silurificio era conosciuto in tutto il mondo, quando al largo del porto erano ancorate decine e decine di navi. Tempi in cui l'economia e il commercio andavano a gonfie vele. Le condizioni per far risorgere Fiume ci sono, l'impegno non manca ma ci vuole anche il sostegno dello Stato che per il momento però viene a mancare.

di Viviana Ban

22.2.2007
Formazione e mobilità

Nella società contemporanea non esiste più una netta separazione tra il periodo dedicato alla formazione e quello dedicato alla professione, in quanto le sfide del mondo sociale e produttivo impongono o comunque stimolano ogni persona a mantenersi aggiornata, informata e formata per poter rimanere protagonista sia all’interno della convivenza civile sia nel mondo del lavoro. In questo contesto, la formazione permanente rappresenta un settore sempre più strategico delle politiche formative dell’organizzazione stessa della vita sociale.
Un discorso questo che vale sia a livello nazionale sia a livello europeo. Infatti, la politica di promozione dell’apprendimento per tutto l’arco della vita o, se preferite, formazione permanente o, ancora, in termini più vicini a Bruxelles, Lifelong learning si basa sulla consapevolezza delle istituzioni che tra i loro compiti vi è anche quello di facilitare l’esercizio del diritto di tutti i cittadini di ogni età, ceto sociale o condizione professionale, di formarsi, apprendere e crescere, sia umanamente che professionalmente, per l’intero arco della vita.
La formazione permanente, quindi, viene intesa sempre meno come una modalità di apprendimento a fini occupazionali, rispettivamente, sempre più spesso in questa viene visto uno strumento attraverso il quale valorizzare la crescita personale, civica e sociale. Inoltre un processo formativo esteso a tutto l’arco della vita – viene rilevato sempre più di frequente – consente di creare in modo più agile una rete comprensiva di tutti gli obiettivi fondamentali: all’occupazione all’adattabilità sociale.
Non stupisce, pertanto, che in proposito si sia mosso anche il Parlamento di Stasburgo chiedendo la rimozione degli ostacoli amministrativi per accelerare il riconoscimento reciproco delle qualifiche e la mobilità e la promozione presso i giovani degli studi tecnici e scientifici che hanno sbocchi occupazionali, ma anche indicando che va aumentato il numero degli insegnanti e che va migliorata la loro formazione professionale “al fine di essere in sintonia con un mercato dell’occupazione in mutamento” e di garantire un’istruzione che punta alla qualità. Qualità che passa – si auspica – attraverso i programmi di “nuova generazione”. Un programma che invita ad attuare “sforzi importanti” per raggiungere “l’obiettivo cruciale” di insegnare in media almeno due lingue straniere a tutti, soprattutto quelle dei Paesi confinanti. A tutto vantaggio della promozione degli scambi e della cooperazione.

15.2.2007
La sfida del lavoro

L’interesse per le tematiche inerenti il lavoro e l’occupazione è considerevolmente aumentano negli ultimi decenni, soprattutto, ma non solo, a causa delle difficoltà incontrate da quote rilevanti della popolazione nel trovare una occupazione. Un ampio ventaglio di problematiche hanno fatto sì che l’economia del lavoro sia diventata terreno di intervento da parti di politici, imprenditori, giornalisti, opinion makers. Ma, in particolare, hanno fatto anche sì che quel ramo specialistico dell’economia che studia la domanda e l’offerta di lavoro, che definisce e misura l’occupazione (e la disoccupazione) e che valuta gli effetti di questa sulle imprese e sull’economia in senso lato diventi una delle specializzazioni più ambite. Diventare economisti del lavoro significa, infatti, contribuire a comprendere uno dei nodi più caldi della società attraverso la competente lettura degli indicatori delle interazioni tra i lavoratori e i datori di lavoro e di contribuire quindi all’innalzamento sia degli aspetti qualitativi sia di quelli quantitativi dei fenomeni evolutivi del mercato del lavoro. E un discorso simile – in tema di quadri necessari per lo sviluppo delle strategie economiche – potrebbe essere fatto anche per quello che concerne il profili di giuslavorista: lo studioso, l’esperto di diritto del lavoro, in trattamenti di quiescenza, in procedure selettive del personale, e possibilmente dotato di ampia conoscenza delle problematiche in contenzioso civile e del lavoro.
Eppure, nonostante l’impegno di questi profili professionali e quasi a dispetto della forte crescita economica a livello globale, nel corso del 2006, il numero dei disoccupati nel mondo è rimasto ai suoi massimi storici, ovvero 195,2 milioni di persone senza un lavoro che corrisponde ad un tasso globale del 6,3 per cento. Inoltre, l’ILO rileva che la situazione dei lavoratori poveri nel mondo (1,37 miliardi) – coloro che hanno un lavoro, ma vivono con meno di due dollari USA al giorno – ha subito solo un modesto miglioramento e sottolinea che il numero dei posti di lavoro dignitoso e produttivo è insufficiente per consentirgli di superare la soglia di povertà dei 2 dollari. Rimane pertanto forte la preoccupazione – rilevata anche dal direttore generale dell’ILO, Juan Somavia – sulla prospettiva di creare posti di lavoro dignitosi e quindi di ridurre il numero di lavoratori poveri che – sempre stando alle stime pubblicate nel rapporto annuale sulle tendenze globali dell’occupazione –vede comunque una riduzione significativa nei Paesi dell’Europa dell’Est che non hanno ancora fatto ingresso nell’UE. Quasi a conferma della massima stando alla quale “ogni regione del mondo deve affrontare le sue sfide nel mercato del lavoro”. Alle volte facendo una scaletta di priorità tra il lavoro pieno, quello non precario e quello dignitoso.

8.2.2007
Un calcio al pallone

In termini economici, il 3-4 p.c. del Prodotto interno lordo annuo dell’Unione europea è riconducibile allo sport che, in generale, registra un tasso di crescita media annua del 4 p.c. Una espansione che a Bruxelles non hanno esitato a definire straordinaria e a correlare con il registrato aumento del valore dei diritti televisivi, delle sponsorizzazioni, della commercializzazione e di tutte le altre attività accessorie, nonché con il moltiplicarsi delle competizioni internazionali, con un conseguente aumento di posti di lavoro in questo settore.
E ancora: al giorno d’oggi in Europa il calcio è un vero e proprio business. Sempre più denaro e interessi di parte, e sempre meno valori e passione contraddistinguono lo sport europeo più popolare mentre gli ingaggi stramilionari, la mancanza di trasparenza, la violenza e il razzismo negli stadi mettono a serio repentaglio il ruolo anche educativo del pallone per antonomasia.
Queste le constatazioni dalle quali muovono le intenzioni del Parlamento di Bruxelles di stilare un pacchetto di regole chiare che attraverso i suoi contenuti allontani i rischi che con forza crescente attentano al “modello del calcio europeo”. Intenzioni che si muovono su un percorso costellato dai pareri preparati dalla Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, rispettivamente da quella per la cultura e l’istruzione, e che si propongono di “difendere il gioco” ovvero di impedire che “il business prenda il sopravvento sul calcio”.
Insomma, un percorso che annuncia la volontà di dar vita a un’iniziativa a livello comunitario a partire da questa settimana quando l’agenda dei lavori vede iscritti all’ordine del giorno del Parlamento UE le due relazioni incentrate sull’argomento. Due documenti i cui contenuti dovrebbero essere il primo tassello di un mosaico teso ad evitare che, in futuro, le notizie inerenti alle rovesciate al novantesimo o ai salvataggi di testa sulla linea diventino di secondo piano rispetto a quelle relative a scene da guerriglia, agli exploit dei teppisti travestiti da tifosi o ai miliardi che girano attorno agli stadi, come avvenuto domenica scorsa a Catania.
Due atti, quindi, che gli europarlamentari si apprestano a votare nella piena consapevolezza che i trattati non conferiscono alcuna esplicita competenza all’Unione europea in materia di sport in generale, e di calcio in particolare. Ma anche nella convinzione che dal momento che lo sport non viene comunque escluso dalle materie contemplate dal diritto primario europeo, esso vi resta soggetto. Con tutte le conseguenze che ne derivano e quindi con tutta la responsabilità che ricade in capo alle strutture UE che non potranno non tener conto dei passi decisi a Roma per delineare il “nuovo modello di governo del calcio”. Un modello che per dare un taglio netto a comportamenti che nulla hanno a che spartire con lo sport innalza il divieto di accesso alle manifestazioni sportive preventivo (Daspo) a sette anni; differisce l’arresto in flagranza di reato differita da 36 a 48 ore; introduce il giudizio per direttissima anche per chi viene trovato in possesso di razzi, bengala e “fuochi” pirotecnici in genere, pene da 5 a 15 anni per chi commette violenza e resistenza a pubblico ufficiale con armi, ma anche con il “lancio di corpi contundenti e altri oggetti, compresi gli artifici pirotecnici”.

1.2.2007
Casa dolce casa

Casa dolce casa. Ma quanti si possono permettere il lusso di acquistarne una. Soprattutto i giovani, ma anche la categoria dei meno giovani. Chi non ha avuto la fortuna di ricevere l'appartamento dall'azienda dove prestava servizio e quindi di riscattarlo, oppure di vederselo regalare dai genitori rischia di non risolvere mai il problema dell'abitazione. Ci sono le banche che fanno a gara per offrire i mutui per la casa più convenienti, ci sono le casse di risparmio specifiche che offrono altre buone opportunità. Eppure per la maggioranza la casa rimane un sogno. Le banche si sa ci guadagnano sempre, i tassi di interesse in Croazia rispetto a quelli all'estero possono venir paragonati a quelli degli strozzini, anche se ultimamente hanno la tendenza alla riduzione. Le condizioni per l'assegnazione di un mutuo per la casa sono esagerate. Chi riesce a rispettarle tutte è sicuramente in grado di acquistare l'appartamento in contanti. Tra le condizioni che lasciano desolati i potenziali fruitori dei mutui l'ipoteca. Infatti, nella maggior parte dei casi, il cliente deve essere proprietario di un immobile da ipotecare per poter accendere il mutuo per la casa.
Alcune istituzioni finanziarie hanno introdotto altri sistemi di garanzia che comunque costano un sacco di soldi e quando una persona o mettiamo una coppia di giovani sposi riesce a comprarsi le sospirate quattro mura è praticamente sul lastrico e non ha più i mezzi nemmeno per acquistare la stanza da letto e la cucina economica. La condizione fondamentale per accendere un mutuo è quella di avere un impiego fisso. E anche qui sono dolori. Con il tasso di disoccupazione che ci ritroviamo, i datori di lavoro che assumono il personale in nero o per ben che vada a contratto a tempo determinato è molto difficile per i giovani trovare un impiego fisso. Tra gli ostacoli che si incontrano da non sottovalutare il fatto di trovare il garante, ovvero la persona che, in caso di problemi del titolare del credito, dovrebbe pagarlo a nome suo. Impresa praticamente impossibile visto che molti garanti si sono scottati e stanno pagando i debiti altrui. Succede proprio che il sogno di acquistare una casa svanisce nel nulla nell'ufficio del consulente finanziario di qualsiasi istituzione bancaria.

di Viviana Ban

25.1.2007
Meritocrazia e responsabilità

Pari opportunità di accedere a tutti i livelli dell’istruzione, di aspirare alla migliore occupazione, indipendentemente dalla posizione sociale ed economica della famiglia. Riconoscere il merito, differenziare in base a questo criterio, ad esempio le tasse universitari o i percorsi professionali che altrimenti rischiano di veder nascere nuovi “tetti di cristallo”. Sono queste le questioni che ruotano attorno al concetto di meritocrazia, dalle quali dipendono in buona parte le capacità modernizzatrici di un Paese e delle sue vene pulsanti: le imprese.
Un concetto che si lega strettamente a quello della mobilità sociale, nonché a quello della necessità di mettere in atto riforme economiche e sociali. In particolare di avvicinarci sempre più all’apertura del mondo imprenditoriale – e più in generale di quello del lavoro – in senso orrizontale. E di dare così garanzie anche all’accrescimento qualitativo dell’intero sistema anche in senso verticale. Ragionamenti questi che molte volte portano a formulare un ventaglio di domande che hanno in sé un qualcosa di retorico – prima fra tutte: “Vogliamo consentire al merito di salire sull’altare?” –, ma che indubbiamente stimolano una riflessione che arriva a mettere in discussione quello che viene indicato come “il modello sociale europeo”, e, in particolare, della sua variante “mediterranea” che le analisi indicano la meno adeguata a individuare le risposte giuste per migliorare la performance e a generare efficienza ed equità. Quasi a dispetto del fatto che nei Paesi mediterranei il mercato del lavoro risulta essere più rigido che non in altre aree perché fondato sulla protezione dei lavoratori dai licenziamenti (principio che favorisce chi è già impiegato), piuttosto che sul sistema dei sussidi di disoccupazione (che punta a favoriscono in primo luogo i giovani), adottato invece nei Paesi nordici e anglosassoni.
Inoltre, una riflessione tesa a individuare i percorsi di superamento del problema rappresentato dall’utilità di individuare la formula capace di coniugare la richiesta di maggiore mobilità con il merito inteso come strumento di promozione ed elevazione sociale non può ignorare un altro tema sempre più attuale: quello della responsabilità dell’impresa. Un tema che si propone di lasciare alle spalle il modello di governo imprenditoriale affermatosi negli States, nell’Unione europea e in altri Paesi durante gli anni ’90 dopo un lungo periodo di preparazione ideologica e organizzativa, un modello che poggia sulla supposizione di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle proprie attività.

18.1.2007
Invenzione e innovazione

Il tutto ebbe inizio con quella che oggi viene indicata come “teoria Schumpeter”: la distinzione tra invenzione e l’innovazione. Fu, infatti, l’economista austriaco il primo a indicare che tra l’idea che stava alla base di nuovi processi di ricerca scientifica e tecnologica e quella che si traduceva in una novità che investiva il sistema economico e sociale non andava messo il segno di eguaglianza. Anche perché l’innovazione non deve essere por forza di cose la derivazione di un’invenzione. Ma, anzi, il più delle volte coinvolge tutta una serie di dimensioni di cambiamento che vanno dalle evoluzioni tecnologiche all’introduzione di nuovi prodotti e servizi, alla ridefinizione del sistema organizzativo e delle strategie. Senza dimenticare che nessuna innovazione è possibile senza una adeguata cultura, senza avere la capacità di “leggere” quanto accade nel mondo che ci circonda, di apprendere l’innovazione continuamente messa a disposizione dai ricercatori, dai divulgatori, dai fornitori di tecnologia, dalla consulenza, dalla concorrenza… Il tutto senza perdere di vista che, a differenza dell’invenzione, l’innovazione coinvolge sia gli aspetti materiali, sia il processo produttivo, sia l’insieme di relazioni interne ed esterne alla realtà che ne viene investita, sia gli aspetti simbolici, di rappresentazione di ciò che si è e delle risposte che si producono, sia la capacità di acquisire, attraverso la cultura, nuova cultura.
È, insomma, la risposta che le imprese, gli individui, i raggruppamenti sociali, le nazioni danno per rispondere alle sollecitazioni dei contesti. Una risposta che può essere creativa o di adeguamento ai mutamenti. E già la scelta tra le due può fare la differenza. Va da sé, infatti, che fare qualcosa diverso da prima trovando soluzioni mai provate è ben diverso dall’adeguarsi ai mutamenti inseguendo e copiando. In entrambi i casi, comunque, un ruolo centrale è giocato dall’insieme di conoscenze, competenze, relazioni, capacità di apprendere delle persone e, naturalmente, dal giusto mix tra razionalità e reazione emozionale, tra cambiamento e conservazione, tra rischio e opportunità.

11.1.2007
Il business della sanità

Tutela sanitaria per tutti. Ma quando mai. In teoria forse, ma non in pratica purtroppo. La questione riguarda soprattutto gli anziani, fascia della popolazione dove il sistema sanitario ama risparmiare. Le cure, le analisi, i farmaci, la degenza in ospedale, lo sappiamo tutti, costano tanto. E allora che cosa si fa per ridurre le spese? Semplicemente si riducono le voci sopra elencate. Alcuni esempi concreti? Una signora quasi novantenne ha bisogno di effettuare delle analisi specifiche del sangue (markers). Alla sua richiesta il medico di famiglia risponde che difficilmente sarà sottoposta a questi esami e che comunque dovrà aspettare qualche mese. Il figlio, preoccupato, si rivolge a un policlinico privato. Detto, fatto. L'analisi viene effettuata immediatamente e l'anziana signora e suo figlio possono stare tranquilli. Dimenticavo, dopo aver pagato un conto di 500 kune. La salute non ha prezzo, recita un noto detto, ma sarà proprio vero?
Un altro esempio riguarda la degenza in ospedale. A farne le spese sono soprattutto i gli anziani malati di tumore. A loro la degenza viene negata con una spiegazione molto "umana": "mi dispiace, tanto non c'è niente da fare". A queste persone vengono negati pure i farmaci che devono assumere per alleviare le sofferenze. Il motivo? Sono troppo costosi. E anche in questo caso i familiari, se ci sono, li acquistano di tasca propria. Che cosa dire poi delle informazioni più essenziali che i medici di famiglia dovrebbero fornire ai propri pazienti, quali il diritto all'assistenza a domicilio, al fisioterapista, ai pannoloni gratuiti, all'indennizzo di accompagnamento. Le informazioni vengono date con il contagocce, come se i soldi per questi servizi li dovessero sborsare i medici. E i poveri anziani che cosa fanno. Vanno in farmacia ad acquistare i pannoloni, pagano di tasca propria il fisioterapista e l'infermiera e lo Stato risparmia.
Che cosa dire degli esempi di sciacallaggio che non mancano nel settore sanitario. Di quei medici che si informano per benino sullo stato di famiglia dei loro pazienti malati terminali, che quindi li trattano con grande attenzione, conquistano la loro fiducia con uno scopo unico: quello di acquistare i loro appartamenti per pochi soldi o addirittura di ottenerli con un atto di donazione. E gli anziani ci cascano regolarmente, rischiando di morire in mezzo alla strada. È un business molto più remunerativo di quello attuato dal cardiochirurgo Šimić, ma soprattutto molto più sicuro e con le carte in regola.

di Viviana Ban

4.1.2007
Le note dolenti dell'economia

Eccoci qui all'inizio di un anno nuovo con la speranza che sia comunque migliore di quello che ci siamo lasciati alle spalle. Migliore in tutti i sensi, anche per il nostro Paese che secondo i dati ufficiali si sta rinsaldando economicamente. Statisticamente i risultati nel campo economico sono positivi: è stata registrata una crescita del Pil, è lievitata la produzione industriale, ottimo l'andamento del settore edile e del turismo. Possiamo dunque rilassarci e guardare con ottimismo al futuro? Ce lo auguriamo di cuore anche se questi risultati rassicuranti che emergono dal mondo dell'alta finanza non rispecchiano esattamente la realtà. I comuni mortali sono preoccupati per l'alta percentuale di disoccupazione che sfiora il 17 per cento. Sono circa 290.000 le persone in Croazia che non hanno un impiego fisso, molte delle quali costrette ad accettare lavori in nero, che vengono pagate "sotto banco" e per le quali il datore di lavoro non versa i contributi danneggiando in questo modo anche le casse statali. Sono casi che andrebbero denunciati, ma questo non succede o perlomeno succede troppo raramente. Infatti la paura di rimanere senza quel lavoro che bene o male permette di sopravvivere, è troppo grande. Sono cose che in uno Stato di diritto non dovrebbero succedere. Eppure accadono perché sono i datori di lavoro ad avere sempre il coltello dalla parte del manico. La legge sul lavoro tutela in un certo senso i lavoratori (quelli con un impiego fisso), ma sono pochi quelli che ricorrono al Tribunale per salvaguardare i propri diritti. E se lo fanno rischiano di trascorrere diversi anni nelle aule del Tribunale. L'occupazione è una fetta molto importante dell'economia e dell'industria, che rispecchia lo stato di salute di un Paese e in questo contesto il nostro è abbastanza malato.
Un'altra nota dolente dell'economia croata è il costante aumento del debito estero che ha superato i 28 miliardi di kune, un onere davvero sostanzioso che potrebbe mettere in ginocchio la Croazia se non si dovesse trovare una soluzione volta almeno a limitare la crescita del debito estero.

di Viviana Ban