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La voce del popolo - Cultura

Ieri dal Consiglio del Teatro «Zajc»
un altro mandato

Laura Marchig resta
al timone del Dramma Italiano

FIUME – Laura Marchig resta al timone del Dramma Italiano (almeno) per il prossimo triennio. Nella giornata di ieri il Consiglio del Teatro nazionale croato “Ivan de Zajc” l’ha riconfermata nel ruolo di direttrice della compagnia di prosa italiana, affidandole, dunque, un nuovo mandato (il secondo). Il Consiglio – di cui fanno parte Elvio Baccarini, Dijana Grgurić e Damir Orlić – ha accolto la proposta della sovrintendente Nada Matošević che, stando a quanto ci ha detto la portavoce dello “Zajc” Barbara Grabušić, interpellata telefonicamente, si è prima consultata con i vertici dell’Unione Italiana e con il capodipartimento alla Cultura della Città di Fiume Ivanka Persić. La nomina della Marchig è stata effettuta secondo le disposizioni della Legge sui teatri del 2006 che attribuisce al sovrintendente la facoltà di decidere autonomanente se procedere con la riconferma di un caposezione o, viceversa, di mettere il posto a concorso.
“Devo dire di essere molto soddisfatta per questa nomina. In primo luogo perché adoro il mio lavoro. Mi piace il teatro, l’impegno e la fatica legati ad esso, il messaggio che trasmettiamo alla Comunità nazionale italiana, il nostro senso di appartenenza alla cultura italiana, al territorio. Sono tutti aspetti che portiamo dentro di noi, fortemente legati alla nostra cultura. Il Teatro ‘Zajc’ è un luogo molto familiare per me poiché lo frequento già da quando ero poco più che bambina. Senza dimenticare che chi viene a contatto con il mondo del teatro non se ne può più staccare. Infatti, quando si adopera il linguaggio teatrale, si fa distinzione tra noi, i teatranti e i ‘civili’”, scherza una contenta Laura Marchig.
Nata a Fiume nel 1963, dopo aver frequentato le scuole italiane (elementare e media), Laura Marchig si è laureata in lettere all’Università di Firenze. Nel 1987 è stata assunta in pianta stabile all’EDIT, per le cui pubblicazioni ha scritto fin dai tempi del liceo. Ha lavorato come giornalista, critico teatrale e responsabile della redazione culturale de “La Voce del Popolo”. La Marchig che è anche poetessa, scrittrice e traduttrice di successo. Ha preso le redini del Dramma Italiano nell’estate 2004. Insignita di numerosi premi per la poesia e per i conseguimenti nel campo teatrale è attualmente anche caporedattrice della rivista trimestrale di cultura dell’EDIT “La Battana”.
Intanto, il Dramma Italiano, reduce dall’ultimo appuntamento di questa stagione – la partecipazione a Capodistria, al Festival estivo del Litorale, con lo spettacolo “’Riva i druxi” – e da una serie di successi e premi, si prepara a godere la pausa estiva. Poi, da quanto ci anticipa la direttrice Marchig, si ricomincia a lavorare, a fine agosto, con il regista italiano Paolo Magelli. In programma l’ultimo blocco di prove per lo spettacolo “Questa sera si recita a soggetto” di Luigi Pirandello, che aprirà il Cartellone teatrale 2008/2009. Seguirà il lavoro di un autore inglese moderno, David Hare, di cui proporrà “Amy’s View”, che la grande attrice italiana Rossella Falk ha messo in scena tempo fa con il titolo “Differenti opinioni”. La regia sarà affidata a un’altra grande donna della scena teatrale, Neva Rošić, che con questo nuovo ingaggio, torna a collaborare con il DI, a quattro anni dalla messa in scena di “Maratona di New York”. La prossima stagione dovrebbe concludersi con la nota commedia musicale italiana “Aggiungi un posto a tavola”. La regia sarà affidata al coreografo Branko Žak Valenta e sono previsti alcuni ospiti e cantanti molto importanti, di cui si parlerà più in là.

Gianfranco Miksa

Indimenticabile concerto
del bluesman di Reggio Emilia

Zucchero accende... un diavolo
nel pubblico di Abbazia

Quello di Abbazia può essere considerato una sorta di anteprima del grande tour italiano che Zucchero si appresta ad affrontare dal 1.mo agosto da Alghero, in Sardegna, località che anche l’anno scorso ha inaugurato il suo Tour Internazionale “Fly World 2007”. Per tenere dieci concerti fino a Ferragosto ci voleva un “collaudo” di quelli buoni, come una forte amichevole per una squadra di calcio che si prepara per il campionato. E il concerto di Abbazia è stato veramente forte, energico, inimitabile, insomma da vera star mondiale. Un concerto antologico, durante il quale Zucchero, accompagnato dai suoi bravissimi musicisti, ha ripercorso in un certo senso le tappe salienti della sua carriera. La scaletta del concerto, come il nome che dà il titolo all’ultimo album e al suo nuovo Tour, ha previsto veramente tutto il meglio della produzione musicale del cantante e tutte le sue trascinanti hit. Ai momenti intensi come “Il volo”, “Diamante” e “Così celeste”, si sono alternati quelli più scatenati con “Baila Morena”, “Rispetto” e “Overdose d’amore” e i “classici” “Con le mani”, “Pippo”, “Solo una sana e consapevole libidine” e “Diavolo in me” o la trascinante “Per colpa di chi”. In scaletta anche tutte le sue hit più recenti, come “Occhi” e “Un kilo”.

Quattromila fan
in delirio
.

Ma andiamo a ripercorrere passo per passo lo show che martedì sera uno Zucchero in forma smagliante ha offerto ai circa 4mila fan – sia nostrani (soprattutto istriani) che stranieri (giunti da tutta Italia) – accorsi alla Scena estiva per vederlo e ascoltarlo. Il concerto, organizzato dal Festival di Abbazia in collaborazione con l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste, e con il patrocinio del Console Generale d’Italia a Fiume Fulvio Rustico, il quale già lo scorso dicembre aveva fatto da padrino allo splendido show dei Matia Bazar, rientra nella fortunata manifestazione “Notti di note italiane”, inaugurata nel dicembre scorso, sempre nella Perla del Quarnero, e che ogni sei mesi prevede l’arrivo nella nostra Regione di un grande musicista e interprete italiano. In questo senso, la presenza di Zucchero ad Abbazia si è rivelata un colpo vincente. Chi meglio del bluesman emiliano, conosciuto e amato in tutto il mondo, avrebbe saputo accendere così bene e in maniera così spontanea e genuina il pubblico desideroso di ballo, canto e tanto buon blues.

Uno show
in crescendo

Ancora “caldo” dopo il concerto di Graz, che aveva tenuto lunedì sera, Zucchero è salito sul palco abbaziano – grandioso per l’occasione – alle 21.30 in punto, come previsto, accompagnato da un gioco di tuoni e fulmini, nel buio completo, abbagliato soltanto dalla flebile luce di uno dei riflettori. Si è seduto sulla sua, ormai nota, poltrona reale dando il via allo show. Quando la sua voce blues, profonda, graffiante, riconoscibile, ha riempito l’ambiente, il pubblico, fino allora contenuto nell’attesa di vederlo comparire, si è “liberato” in un lungo applauso di saluto. Già da quel primo attimo di concerto, dalla prima nota, dai primi versi di uno dei brani più recenti di Adelmo Fornaciari, era chiaro che lo spettacolo si sarebbe rivelato di quelli grandi e che, una volta spenti i riflettori, sono destinati a rimanere impressi ancora a lungo. Gli “zuccheromani” sono andati in visibilio già al secondo brano in scaletta: la fortunata, bellissima “Occhi”, che Zucchero ha interpretato con emozionante dolcezza. A quel punto era ormai fatta, e il resto dello show è stato un crescendo di successi, vecchi e nuovi, bilanciati a puntino. Dopo le prime tre canzoni, il bluesman ha abbandonato la sua poltrona, afferrando finalmente la chitarra elettrica, o quella acustica, dipendentemente dai brani interpretati. Soltanto in un momento, si è seduto a un piano dal curioso design, per cantare uno dei brani dell’ultimo album “Fly”. A ogni brano, soprattutto quelli di vecchia data, il cantautore sembrava ricevere nuova linfa vitale accendendo... il diavolo in un pubblico ormai in fibrillazione. “Grazie mille Opatija! La vita è un blues!”, ha esclamato Zucchero ridendo, al termine di quasi due ore di show.

L'omaggio
all'amico Pavarotti

Ai fan, grandi e piccini, non è però bastato e, con lunghe ovazioni e chiamando il musicista per nome, hanno richiesto e ottenuto due bis. Al secondo, Zucchero ha ricordato con velata commozione l’amico Luciano Pavarotti, il grande tenore scomparso di recente e col quale lui aveva cantato più volte nell’ambito del progetto “Pavarotti&Friends”. La splendida “Miserere” è stata così un subbuglio di ricordi malinconici, emozioni, nostalgia, rimpianto. Zucchero ha dato poi un taglio netto alla tristezza premiando il pubblico femminile con la conosciutissima “Senza una donna”. “Diavolo in me”, l’ultimo brano del concerto abbaziano, ha fatto scatenare tutti rivelandosi la giusta apoteosi di uno show indimenticabile.

Ivana Precetti

Dopo Brioni, successo
di Pandur al MittelFest

«Caligula», un’esplosione
di furor tragico

CIVIDALE DEL FRIULI – Follia. L’opera “Caligula”, basata sull’omonimo testo teatrale di Albert Camus, come presentata dal genio del regista sloveno Tomaž Pandur è appunto una febbrile danza ai confini della follia, lontana dalla calma piatta di un discorso logico. Una follia che per definizione stessa è indicibile, incomunicabile in quanto qualcosa di estraneo a noi e al (nostro) senso comune. L’obiettivo della performance è quello di provocare sensazioni viscerali, sulle quali non bisogna riflettere subito, ma che prima vanno assaporate per quello che sono, nella loro purezza sensuale. Sarebbe pertanto impossibile, e più che altro inutile tentare di fornire un riassunto coerente che riuscisse a rendere razionale e lineare quanto accaduto sul palco coperto da un cielo ostilmente nuvoloso della notte cividalese di sabato, descrivendo i suoni, le luci, la scenografia, i costumi – benché fossero tutti impeccabili. Tuttavia, credo che ne valga la pena abbozzare il flash illuminante che esplode liberatorio in faccia allo spettatore, quale parabola della “gettatezza” e della ribellione.
Caligola è il dramma dell’individuo posto davanti alla propria esistenza. Ma non è il dramma della quotidianità, perché Gaio Giulio Cesare Germanico detto Caligola è un imperatore. Il suo potere fa di lui un personaggio eccezionale: fa di lui un personaggio tragico, nell’accezione strettamente teatrale del termine. Infatti, Caligola lotta contro il suo destino una battaglia persa in partenza. Come imperatore romano ha potere su tutto il mondo, ma è solo potere di morte, non di vita. Invece lui cerca altro, lui brama l’impossibile. Abbracciare la luna, impedire la morte: questo è il potere che Caligola sogna nelle sue lunghe notti insonni quando tende le braccia verso l’alto. Sguazzando nella pozzanghera allestita sul palco, che costantemente lo specchia e lo sdoppia, vorrebbe poter ribaltare cielo e terra, con una smania pari all’ardore degli amanti. Ma non riesce a farlo. Non è un dio, rimane pur sempre un mortale. Il suo è dunque un peccato di “hybris”, ovvero di aberrante dismisura, e la follia è la punizione classica. Ma qui la tragedia assume un valore nuovo, diverso rispetto alla tradizione – la follia non è più una punizione imposta da una divinità garante dell’ordine cosmico. Al contrario la follia è una colpa attribuita da chi gli sta intorno, dalla società circostante che non lo riconosce come proprio. Un’altra originalità è l’impronta di Nietzsche in seno alla sua volontà di potenza: Caligola in effetti non desidera opporsi al Destino, lui ama il fato e sa vivere e morire bene, ma conduce una vita all’insegna del pervertimento di una morale comune, di un ordine sociale precostituito e stantio, di un destino imposto e impostato dalla società. Infatti, mentre i senatori alla sua corte sono vestiti da sera, impeccabili ed eleganti, lui si presenta sulla scena completamente nudo e poi con addosso solamente un gonnellino; mentre i senatori sono composti e ordinati, Caligola è emblema del caos. C’è un richiamo alla freddezza dell’ordine burocratico nazista rispetto al calore umano, e qui va notata anche la citazione del Grande Dittatore di Chaplin – mentre Chaplin danzava con il globo, Caligola gioca con la Luna. Importantissimo soprattutto l’impianto meta-teatrale della rappresentazione: Caligola è l’istrione che deve seguire un copione e che viene costantemente giudicato da una platea di critici che con un movimento del pollice può condannarlo. Al contrario vorrebbe essere un folle giullare, libero, irresponsabile. Ma non è la parte nella quale il pubblico lo vuole vedere – lui è l’imperatore, il massimo responsabile. Rimane un aborto di “oltreuomo”, il mondo non è pronto ad accoglierlo. Ogni sforzo è invano, l’ordine che lui tenta di rompere deve essere ristabilito – Caligola il tragico muore ucciso. Il suo nome resterà nella storia, immortale e consacrato ai posteri come un mostro e un pazzo. Ma a questo punto è impossibile non ricordarci della battuta di Antigone nell’omonima tragedia di Sofocle: “Forse di follia mi accusa un folle”.

Luca Dessardo