29.2.2008
La letteratura CNI
è di rilievo mondiale
In un saggio del 1967 intitolato “Geografia e storia della letteratura italiana”, Giancarlo Dionisotti analizzava la storia della letteratura italiana non come se si trovasse di fronte a un fenomeno unitario e omogoneo, ma a un mosaico estremamente complesso, per nulla uniforme, attraversato da profonde venature policrome e da differenze sostanziali in termini stilistici e poetici. In un paese come l’Italia diventato Stato unitario da poco più di cent’anni, ogni regione geografica conserva, in termini linguistici e letterari, le peculiarità e le differenze legate alle diverse situzioni storiche, alle dominazioni straniere che si sono susseguite nel corso dei secoli e all’impronta lasciata dai sistemi economici che vigevano in ciascuna delle entità statuali della penisola. Non è difficile individuare, anche nella letteratura italiana del Novecento, una corrente lombarda o distinguere nell’ermetismo una marca di matrice chiaramente fiorentina, che, a livello stilistico, affonda le proprie radici addirittura nello Stilnovismo e nella poesia rinascimentale. Nella trattazione di Dionisotti, come in quasi tutte le storie della letteratura italiana successive, manca ogni riferimento all’Istria e alla sua produzione poetica e narrativa, soprattutto a quella del secondo Novecento, che è invece una delle più significative e delle più valide non soltanto a livello nazionale. Le ragioni di questa assenza sono molteplici e vanno ricercate innanzitutto nelle vicende storiche della penisola: l’intellettualità italiana ha sempre preferito non occuparsi di questioni istriane per non dover fronteggiare l’accusa di revanscismo e di volersi in qualche modo riappropriare di ciò che era stato italiano. L’Istria era un argomento scomodo anche e soprattutto per gli intellettuali di sinistra, che, vuoi per una questione di “unità nazionale”, vuoi per non vedersi costretti ad aprire gli occhi su ciò che veramente erano i regimi dell’Europa dell’est, preferirono all’analisi dei fatti storico-sociali della penisola la retorica della classe politica dominante. Ancora oggi, per i giovani ricercatori e gli umanisti italiani, l’Istria è una realtà priva di interesse, di cui si conoscono sommariamente le vicende storiche e di cui, anche a livello universitario, non si sospetta neppure l’esistenza di una letteratura: nulla si sa degli scrittori del controesodo, i primi a pubblicare le proprie opere perché organici al regime titino, come Giacomo Scotti o Alessandro Damiani (che per la lucidità critica e l’afflato ideologico-morale presente nei suoi romanzi nulla ha da invidiare a Pier Paolo Pasolini), o di Lucifero Martini, le cui prose, leggere e scorrevoli, sono un’analisi senza precedenti, sia a livello morale sia a livello tecnico economico, delle ragioni che stanno alla base del fallimento dei sistemi basati sul socialismo reale. Nulla si sa neppure degli autori nati in Istria i cui testi videro la luce a partire dagli anni Sessanta, quando il regime aprì numerosi e ampi spiragli di libertà. Prese dapprima piede la poesia che, a causa dei procedimenti simbolici e allegorici che condensano un gran numero di significati in pochi versi, è meno “leggibile” rispetto alla prosa e per questo più adatta a ovviare ai condizionamenti e alla censura dei regimi. Eligio Zanini, Giusto Curto, Anita Forlani e tutte le poestesse della “Scuola di Dignano”, furono i primi a introdurre nella ex-Jugoslavia una poetica dell’”io” contrapposta quella del “noi”, l’unica considerata ufficiale dalle dittature del blocco sovietico. Sola fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta ci fu l’esplosione della produzione in prosa. Le opere di Nelida Milani, Claudio Ugussi, Ester Barlessi, Gianna Dallemulle sono uniche nel loro genere in quanto si configurano come un dialogo con la diversità e un tentativo estremo di salvare una memoria negata per salvarsi definitivamente da essa. In tutti i testi degli autori che ho citato, infatti, c’è un continuo riferimento all’esodo inteso come evento periodizzante e come trauma. La scrittura diventa così un mezzo per recuperare da un passato doloroso volti, eventi, vicende ma anche per elaborare il lutto, per superarlo, per guardare avanti e per aprirsi alla diversità, rappresentata in questo caso dal mondo slavo con cui la CNI (Comunità Nazionale Italiana) ha convissuto per centinaia di anni; la letteratura permette infatti di capire le ragioni altrui e di relativizzare le proprie. A testimoniare il successo di questa poetica e l’avvenuto superamento del lutto (che non significa aver dimenticato cio’ che è stato) c’è l’ultima generazione di scrittori italiani, la quale ha lasciato da parte le tematiche legate all’esodo e si è aperta alle correnti europee più moderne: i racconti di Kenka Leković, di Carla Rotta e di Marco Apollonio, così come le poesie di Laura Marchig di Vlada Acquavita e di Ugo Vesselizza, sono solo i più fulgidi esempi della vitalità della letteratura italiana d’Istria, che, se conosciuta anche al di là dell’Adriatico, potrebbe contribuire non poco a rivitalizzare l’asettico panorama letterario italiano, ingabbiato nella nullità dei premi letterari o nelle pratiche di scrittura violenta, contenutisticamente vuota, degli autori contemporanei. La letteratura è stata per la componente italiana in Istria un mezzo, anzi, il mezzo di sopravvivenza, nonostante sia stata ignorata dall’intellettualità e dal mercato in Italia. Senza esagerazioni, è possibile asserire che la produzione letteraria della CNI d’Istria sia stata e sia tuttora una delle più vive e interessanti a livello europeo, e che assume un posto di rilievo non solo fra le opere in lingua italiana, ma anche all’interno di quella che Goethe definiva Weltliteratur, ovvero “letteratura mondiale” (il nazionalismo, d’altra parte, è entrato in letteratura nell’Ottocento, con il movimento romantico. I tempi sono maturi perché si abbandoni questa schematizzazione e ci si apra a categorizzazioni più ampie). Perché allora, a quasi vent’anni dalla dolorosa dissoluzione della Jugoslavia, le opere di cui ho parlato non hanno avuto quella notorietà che meritano al di là della penisola istriana e della Venezia Giulia? Le cause sono ancora una volta molteplici e complesse (come sempre quando si parla di Istria), insite nelle dinamiche psicologiche e sociologiche interne alla CNI e non soltanto imputabili alle responsabilità degli intellettuali italiani, ancora restii ad accettare tutto ciò che viene scritto e pubblicato al di là del confine di Rabuiese; non sono neppure soltanto attribuibili alle autorità croate che dopo l’ultima guerra hanno popolato i villaggi e le cittadine istriane di croati provenienti dalla Bosnia e, successivamente, hanno promosso una “croatizzazione” strisciante della regione che ne ha snaturato il carattere plurietnico. La CNI è composta soprattutto da persone anziane che hanno lottato per una vita contro i soprusi di Belgrado prima e della Croazia di Tuđman poi. La stanchezza non favorisce certo la nascita di iniziative volte a promuovere la cultura degli italiani, ma ancor più nefasto è il vittimismo che da tale stanchezza deriva e che è visibile e addirittura palpabile per chi, dall’esterno, si avvicina alla letteratura istro-quarnerina. Il vittimismo porta gli istriani all’immobilità e ad aspettare che gli altri riconoscano le qualità umane e artistiche della Comunità, che a sua volta, non appena si accorge che dall’esterno non arriva alcun riconoscimento, tende a chiudersi e a spegnersi nel proprio “sentirsi minoranza”. Da questo punto di vista si sta muovendo bene l’Edit, che con le sue eleganti e numerose nuove pubblicazioni sta restituendo linfa vitale all’intera CNI: osserva giustamente Nelida Milani che una delle strade per uscire dal silenzio e dall’anonimato è quella di pubblicare a pioggia. La cultura è, dal mio punto di vista, l’unico mezzo per opporsi al magma ideologico del post-modern, alla legge imperante del neocapitalismo che per uguaglianza fra i popoli intende l’appiattimento alle logiche del libero mercato e che vorrebbe sostituire il dialogo fra le diversità, fra le culture, con la logica del consumo sfrenato. La letteratura degli italiani d’Istria si erge come un monolite solitario a indicare una strada possibile per uscire dalla crisi della modernità, i testi della CNI sono un esercizio (riuscito) di laicità e di comprensione della complessità che ci circonda. L’Istria italiana deve assolutamente disfarsi del proprio vittimismo e continuare a far sentire la propria voce, soprattutto in Europa, quell’Europa che presto sarà totalmente ri-unita e che ormai rappresenta una delle poche speranze di rinascita e di rinnovamento culturali e politici per la civiltà occidentale. I versi tratti da L’anda delle feste buone di Loredana Bogliun, che è, insieme ad Andrea Zanzotto, la più grande poetessa dialettale contemporanea, sono un augurio per la Comunità italiana e un tentativo di spronare i suoi membri a non demordere, a non rinchiudersi in una inutile e pericolosa riserva indiana: ... Scumenjnisa sà sto destejn \ de bueri, stale e sjojn... Scumejnsa e no finejso ancuj, gnanca doman \ dumo par castejgo anca mei i jè imparà \ ch’a chej ch’a varda al sul a la lòuna \ gnente no ingròuma ... Incomincia qua questo destino \ di boari, stalle e uccelli... Incomincia e non finisce neanche domani \ come per castigo anch’io ho imparato \ che chi guarda il sole e la luna \ non raccoglie niente.
Christian Eccher
19.1.2008
Tu, a mia insaputa
discendevi discreto
Quest’edizione della nostra rubrica «Culturando» è riservata alla pubbicazione (alquanto nobilitante) della lettera che Arrigo Bugiani, l’ideatore ed editore della preziosa, inconsueta e longeva collana «I libretti di Mal’Aria» scrisse in occasione della morte del nostro grande letterato Osvaldo Ramous. Precedentemente - nel 1976 e nel 1981 (ma poi, una terza volta, postuma, nel 1985), Bugiani aveva dedicato due numeri dei «Libretti» a Ramous, presentandovi varie poesie tra le quali «Non è più il vento» e «Dove siete» che riproponiamo a fine lettera.
Caro, carissimo mio compagno di giochi, la Storia la quale di suo carattere è alquanto mutevole ci ha divisi nel caso del vivere; ma la Poesia che attimo per attimo si mantiene sempre fedele, non ha allentato mai il suo abbraccio. Fino dal primo istante del nostro incontro ci siamo intesi alla perfezione, non già cittadini di uno stesso paese bensě partecipi del mondo contento pacato pien di lumi e festoni e corone, mezzo terra e mezzo paradiso, condotto avanti e regolato puntualmente dall’amore umano: che è sostegno unico, appunto, della Poesia. Dal nostro accordo quasi musicale (era di certo un accordo segnavia scoccato dalle corde degli animi ai primi passi di creature concepite volenterose) è venuta fuori la preziosissima amicizia: amicizia di quella specie che saggezza reclama e proclama immortale. Per il giocoso moto e per il via di essa (talmente si rivelano, e quanto inconsuete esplodono le stranezze dell’esistenza!) per vera gioia e fortuna, causa di essa sono stati due foglietti di Mal’Aria, quello segnato col numero 185 e titolo lusinghiero «non è più il vento», e questo 338 combinato tra il dicembre 1980 e il 22 gennaio 1981. Libretto 338 di lunga incubazione: e intanto, a mia insaputa, tu, addě due marzo dell’anno scorso, discendevi discreto, educato e tacito, dalla scala di questo mondo per salirne altra «luminosa e alta» e a «centro di gloria». Cosě io mi son trovato ad essere in stato di soggezione, di debito, di accidia seppure non malevola, e non mi resta altro da fare che ben poco: liberare ora questo tuo ultimo accordo per mandarlo in giro ricordativo mentre si svolge la nostra provvisoria separazione. Addio Osvaldo Ramous.
Non è più il vento
Non è più il vento che soffia, / è la voce dei tuoi segreti./Anche i volti già chiusi nella terra / tornano vivi al sole. / Se improvviso si apre / il nodo aspro dei sensi / e la foglia sciolta dal ramo /si fa aia per avvolgerti col suo volo, / da leggere campane di petali / escono fiati di nascituri / e balconi allegri si schiudono / sopra il mare del sonno.
Dove siete
Dove siete quelle che nel mio orto / facce umane adoravo / come fossero volti di sopravvissuti, / fiori gonfi di sangue / multicolore? / Tutte nella memoria, qui, e mai vive, / ma pur sempre presenti. / Dove siete, facce umane / nate dalle cortecce / d’albero del mio orto?
Osvaldo Ramous