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19.12.2008
Alida Valli, bentornata a casa

In questa rubrica pubblichiamo l’intyervento pronunciato da Nelida Milani Kruljac al convegno, svoltosi alla Comunità degli Italiani di Pola, in occasione della retrospettiva sui film di Alida Valli allestita nell’unico cinema superstite della sua città natale, Pola appunto, dal 10 al 17 dicembre scorsi.
Nell’immaginario di noi polesani settantenni e over settantenni, Alida Valli è stata sempre presente, abbiamo seguito la sua raggiante esperienza, l’abbiamo amata, l’abbiamo sentita molto, ci ha incantato con la sua bellezza, figlia della luce e gloria del mondo. Basta pronunciarne il nome, Alida Valli, che immediatamente affiora un volto leggendario, affiora la magia di uno sguardo verdeazzurro che trasmette un misto di dramma, voluttà e ambiguità: un incrocio tra la femme fatale peccaminosa e la vergine innocente destinata al sacrificio. Avete presente “Il caso Paradine” di Alfred Hitchcock?

Il mito, il sogno, il simbolo

Alida Valli ci ha fatto sognare. Di sogni è nutrita la vita, più di quanto possiamo immaginare. Il sogno è il paradiso in terra, visibile anche se non afferrabile, la forma più intima e lieve per trascendere la realtà. Noi adolescenti, figlie dei rimasti, non ce lo siamo fatte sfuggire. Ci siamo rifugiate nel sogno. Una specie di risarcimento dalla realtà, una compensazione dal grigiore spento della quotidianità, un rifugio dalla realtà alienante, dal vuoto che cresceva tutt’intorno.
È stata uno dei primi miti della nostra esistenza jugo-comunista.
Nella nostra vita ordinaria, questa Pallade Atena che sullo schermo si animava di passione nel sangue, nei pori, nella pelle, nella voce, nelle lacrime, introduceva la dimensione dello straordinario, introduceva castelli costruiti con il nostro immaginario. Se consciamente noi, ragazze e donne, ci si avvinghiava all’aspetto narrativo del film, alla fabula, all’intreccio, inconsciamente nella narrazione noi trovavamo significati profondi, messaggi nascosti, che venivano incontro alla nostra sete di valori simbolici che - con gli anni, crescendo - eravamo in grado di decodificare e che sviluppavano un immaginario collettivo che ci comunicava il senso più profondo del nostro vivere. Era un qualcosa di ancora indistinto che si poneva al di là delle coordinate temporali. Qualcosa di presente che rimandava ad un altrove. Qualcosa che stava accanto a noi ma andando al di là di noi e della nostra dimensione. E questa duplicità è il sintomo inequivocabile dell'essere lei diventata per noi un mito. Come Dante, come Leopardi, come Manzoni. Cinema e letteratura. Letteratura e cinema. Per quel tanto o quel poco che la scuola riusciva a trasmettere e il confine a lasciar filtrare. Nel corso dei decenni noi rimasti ci siamo creati questo immaginario collettivo, un immaginario mitologico che aveva il suo epicentro nel cinema e nella letteratura italiana e che andava creando anche tra di noi un linguaggio comune, perché, quando si ha tutti un immaginario simile si ha una comunicazione più diretta, un nesso capace di legare le persone. I miti infatti hanno questa grande funzione di contribuire alla creazione di una mentalità uguale per tutta una collettività, o comunque una funzione fortemente aggregante. Perché al loro interno i miti custodiscono i valori centrali di una collettività. Per noi Alida Valli era portatrice di una bellezza, di un’eleganza, di una bravura insostenibili da/in quegli anni tetri e grigi. Lo schermo ci rimandava la certezza di poter sfiorare l’ineffabile, di sfiorare quanto c’è di sublime nell’idea di una donna. Nell’idea di una donna ideale, se così posso dire. Per noi ragazze erano i nostri scampoli di redenzione solo intravisti.
Chi poi condivide le medesime immagini, condivide le medesime simbologie. Il “Kino Valli” a Pola fa sì che si inveri il sogno di Elis Geromella Barbalich, fa sì che Alida Valli diventi uno dei simboli di Pola. Noi già qui stasera siamo in una dimensione simbolica. Perché per una città il passato esiste in quanto e fin quando ha la possibilità di ripresentarsi, di riproporsi attraverso la proiezione di simboli. Il contributo che la figura di Alida Valli dà all’immagine di Pola ha una valenza culturale e simbolica straordinaria. Ma quale città al mondo, dal Manzanaro al Reno, da Vladivostok a Città del Capo, rifiuterebbe un tale simbolo? Ed è proprio questo simbolo - lo vedremo negli anni a venire - che dovrebbe contribuire a rinnovare il passato, provocarlo, pretendere l’incontro con le sue decifrate o ancor sempre indecifrate epifanie. Non c’è miglior riappropriazione del passato se non attraverso le espressioni dell’arte. Anche della settima arte, beninteso. L’arte è l’unica condizione che consente di riavvolgere fili sparsi, di costruire, di comunicare, di restituire la parola ai sentimenti. È la capacità di trasformare una perdita fisica in un risarcimento metafisico.

I tratti della polesanità

Ma cos’è che maggiormente avvicina Alida Valli a una certa forma mentis nostrana, cos’è che la fa polesana, cos’è che noi riconosciamo in lei di polesano, di istriano? Forse il fatto che detesta la pubblicità, odia le interviste, ha un naturale atteggiamento di riserbo e di chiusura, opta per la riservatezza, non sopporta la vita mondana, è schietta modesta non per posa ma perché è gelosissima della sua privacy, un grande esempio di stile, di sobrietà, di signorilità, che s’accompagna ad un forte senso morale che contraddistingue le donne polesane, le istriane. E poi, è una sgobbona, una grande lavoratrice, ma non diva e nemmeno musona, Alida Maria Laura baronessa von Altenburger, anzi, è comunicativa, socievole - ma soprattutto con gli amici intimi, con gli amici istriani.
Ecco, forse questi i tratti che rivelano più di altri la polesanitudine: il grande impegno nel lavoro, la socievolezza solo con gli intimi, il grande riserbo, la grande riservatezza. Sono elementi che ritornano sempre uguali nei giudizi dei critici cinematografici e di coloro che l’hanno conosciuta da vicino, sono come dei ritornelli musicali che formano l’armonia della polesanità, è la partitura polesana che l’attrice si è portata nel mondo. Arma efficace per custodire quella riserva di sensazioni, sentimenti, emozioni, significati propri che hanno resistito all’omologazione e al conformismo, ma che si sono manifestati nella dimensione dello schermo e del palcoscenico, nei tanti ruoli interpretati.
Sono caratteristiche polesane che saltano agli occhi se paragonate alle intime confessioni pubbliche, agli spaccati di vite private pubblicizzati con una spudoratezza, una sguaiataggine, che viene fatta passare per espressione di sincerità, di spontaneità, di autenticità, di salute psichica. Perché in fondo “non si ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”, o perché il non farlo sarebbe un sintomo, chessò, di frustrazione o di mancata socializzazione. Rendere visibile ciascuno a tutti, togliere di mezzo l’interiorità, dissolvere l’intimità, sbaragliare la soggettività segreta, smontare la parete che difende il dentro dal fuori: il senso del pudore si ritrova capovolto. Di intimo rimangono il dolore, la malattia e la povertà. Proprio quelli che avrebbero bisogno di essere comunicati. Il dolore, la malattia e il bisogno restano invece chiusi nel segreto della solitudine, dove nessuna voce giunge ad attutire quello che la solitudine rende insopportabile, perché è resa muta dal divieto di comunicare.
Da tutto questo nodo di vipere si è difesa Alida Valli. Con il riserbo. Fino alla fine. Che poi, quando lo voleva lei, era molto comunicativa. La più bella descrizione della Valli l’ha forse data Alberto Lattuada. Dice così: “Una ragazza stupenda, di una bellezza incredibile, occhi verdeazzurri; una ragazza allegra, piena di vita, piena di tutto quello che si può immaginare di più simpatico... Era fantastica, indipendente, anche nelle sue storie sentimentali. Si sentiva la sua libertà, la sua indipendenza, qualcosa che le veniva più dalla cultura austro-ungarica che da quella italiana... Una donna molto, molto simpatica, e molto compagnona: tavolate, cantate, vino. C’era allora di moda un gioco, che si chiamava ”il capitano Papp”, per cui chi sbagliava doveva bere. Lei vinceva sempre, e faceva cadere tutti ciucchi. Dominava brillantemente la situazione, sempre”.

Ritorno e controcanto del ritorno

La Rassegna dedicata ad Alida Valli è motivo di orgoglio e di affetto sincero dovuto ad una grande attrice amata e ammirata da tutti. Ma ancor più occasione per (ri)conoscere, approfondire, accettare con gioia la benemerita azione di promozione culturale e umana ideata e realizzata in primis da Anna Maria Mori, fiancheggiata da altre magnifiche donne, Annamaria Percavassi, Tanja Miličić, Zdenka Višković Vukić, Klara Udovičić e sponsorizzata da vari enti – come abbiamo letto nel dépliant.
Anna Maria Mori è autrice di un libro intitolato Nata in Istria. Ma - stringi stringi - è nata a Pola proprio come Alida Valli. Nata a Pola. Oggi - rendendole riconoscimento e omaggio - è come se la facessimo nascere una seconda volta e tornasse - bambina, ragazzina - in un regressus ad uterum, alla casa dell’origine, che resta in fondo l’unica vera Casa, la casa amorosa, l’archetipo che non si può sostituire, perché ce lo portiamo dentro come un incancellabile codice genetico. Una è la Casa e svariate sono le forme dell’abitare. Ecco lo scopo della Rassegna: farla tornare a casa, farla camminare per le strade della sua città, sul lungomare battuto dalla bora, davanti all’Arena dove tutti amano farsi fotografare, con tutte le variazioni del cielo, dall’atmosfera temporalesca alle strepitose mattine di sole e ai tramonti mozzafiato. Dietro alle Muse c’è Mnemosine, colei che fa tornare alla mente. Se con un po’ di fantasia togliamo le automobili e le intrusioni della modernità, il magnete ritorna all’origine e possiamo immaginarla su e giù per i Giardini, a Port’Aurea, nei luoghi di soavi incantamenti, con le visioni materne, le voci e i volti cari, il presepe con l’ovatta, il vestitino d’organdis, le scarpette olezzanti di biacca, il fiocco blu o rosa, le gare di nuoto, i sorrisi delle onde, gli scogli che incontrano il mare, i paesaggi che la videro e che lei vide, la lingua che si riconcilia con la lingua madre. Magari passeggia per la via Sergia tenendosi già dentro stretto stretto il suo segreto abbarbicato alle radici fisiche del suo essere, la sua febbre felice, la sua ambizione. Forse la vocazione autentica nasce proprio così, quando si prende in mano una bambola e non si sa che farsene, perché la mente ha preso nuove strade definitive.
Ne ha fatta di strada quella ragazzina polesana! Una giovane donna libera, caparbia e vitale, animula vagula blandula, che è andata da sola alla scoperta di sé, del proprio destino, del proprio valore, incontrando tanto il successo e la popolarità quanto il dolore di ferite profonde. C’est la vie.
Non si torna al passato ma all’origine. E non per cogliere i frutti delle stagioni trascorse, ma per ritrovare quel negozio sotto casa con quella vetrina, quella fighera con le sue radici: l’immenso granaio dell’infanzia. Nel segno del ritorno la vita assume sferica completezza.
Fa male sentirsi osteggiata nel ritorno alla casa paterna e materna, scorgendo distanze incolmate, estremità crescenti, silenzi abissali e polemiche con l’aggravante etnico e ideologico. Fa male pensare che da una parte ci sono stima e ammirazione per un’attrice che tutta la vita ha fatto onore a una città che le ha dato i natali, la quale città per tutta la vita l’ha ignorata, l’ha lasciata purgare in una dimensione esclusivamente privata, l’ha consegnata al silenzio e sprofondata nel pozzo dell’esistenza, benché non fossero mancati richiami e appelli privati e pubblici da parte di quella magnifica giornalista che è stata e che è Elis Geromella Barbalich. Cioè - una parte degli abitanti l’ha ignorata, coloro che quando gli conviene sbandièrano orgogliosamente i tremila anni di Pola e quando non gli conviene la tengono stretta tutta per sé, la città, e la fanno nascere chi nel 1945 e chi addirittura nel 1991.
La città è di chi la ama e la rispetta, non di chi la possiede. Imparassimo tutti ad amare e a rispettare una città in cui la morte e la perdita sono state una costante, una città vissuta all’ombra della separazione e del lutto. Imparassimo tutti a riconoscere e rispettare il prezzo emozionale pagato da chi se ne è andato alla ricerca di altri luoghi, di un posto che rispecchiasse appieno il loro essere. Restando con poche cose in mano e lasciandosi alle spalle tombe, case, parole, misteri, mestieri, piante, pignatte, gatti, cani, riti, poesia, chiese, vizi che si confondono con le virtù.
La storia non deve essere campo di battaglia per perpetuare rancori: i paesi dell'Europa occidentale l'hanno capito da tempo ed evitano di parlare e di scrivere cose per demonizzare il Paese vicino di casa. Anzi, credo esistano accordi internazionali proprio su questo. In Paesi più piccoli e insicuri non lo si capisce ancora, ma non è questo il punto. Il punto è che certe persone continuano, con i loro rigurgiti nazionalistici, continuano a godere nell’annullare o nel denigrare a priori il passato pre 1945 o pre 1991. Tanto da aver generato fra gli italiani stessi, attraverso i sei decenni di minoranza, generazioni dell’oblio, della dimenticanza, dell’annullamento, del deserto. Ma è stata una mutilazione per tutti, non solo per gli italiani.
Eppure basta un profilo, basta un personaggio, basta un “Kino Valli” orbo di Alida (lo dico perché per me personalmente AlidaValli “parla”, mentre il solo cognome, Valli, mi riporta semplicemente all’osteria di mia nonna Parenzana che si riforniva di vino in via Minerva, nel magazzino dei fratelli Carlo e Nello Valli, finiti poi esuli a Mestre. Chiusa la parentesi, tanto più che di quel cognome “Valli” è molto soddisfatta Annamaria Percavassi essendo la firma autografa dell’attrice); dunque dicevo che basta un “Kino Valli” perché si apra uno squarcio, che attraversa il tempo e lascia intravedere il magma che scorre nelle profondità di questa città. In ogni espressione di stagione nuova, nella elaborazione di un nuovo pensiero, nelle mutazioni antropologiche, nelle transizioni delle sue culture, nella progettazione del futuro, Pola si ritrova a confrontarsi con quella che è stata, con la sua storia e le sue tradizioni. Con tutto. Consapevolmente o inconsapevolmente.
E allora! Se questa città potesse diventare più flessibile, lasciar davvero esprimere le differenze. Se questa città potesse capire che un’identità che si pone in relazione con il passato, sviluppa la capacità di decifrare e interpretare dei segni nel presente che spesso costituiscono prefigurazioni di futuro e quindi consentono sia di essere a proprio agio nel tempo che si vive, sia di essere pronti ad accogliere con consapevolezza il tempo a venire. Se questa città imparasse a rispettare più di una verità, perché questa è una città dalle molte anime e lo stesso evento si può vedere in molte maniere, come nel film “Rashomon” di Kurosawa. Il passato è quello che è. Ma qualunque esso sia, esso dovrebbe essere un passaggio obbligato, un varco da attraversare in continuazione, un ponte che congiunge le due sponde dell’essere stato in un modo e dell’essere in un altro modo, forse differente, forse somigliante. Certo non uguale. Ma con il quale comunque fare i conti, perché senza passato non si dà identità. E la storia di Pola non inizia né nel 1945 né nel 1991.
Nata prima del 1945, bentornata a casa, Alida Valli!

Nelida Milani Kruljac

22.11.2008
Universalità e singolarità

Ci sono coppie di concetti che ci danno filo da torcere fin dai primi giorni in cui abbiamo incominciato a usare il nostro cervello autonomamente. La stessa cosa interessa pure l’uomo fin dagli albori della nostra umanità. E i progressi che gli esseri umani hann compiuto in questo campo nel corso dei millenni si riflettono giornalmente pure sulla nostra stessa quotidiana umanità. Ma una simile influenza purtroppo negativa sulla nostra stessa umanità ce l’hanno pure i nostri ritardi, le involuzioni e i regressi di ogni essere umano in questo campo. È quindi giunto il momento di prendere veramente in mano l’intera situazione attuale, e di chiarire se non ogni cosa almeno le cose principali.
Prendiamo ad esaminare per esempio le coppie di concetti più importanti, e vediamo un po’ che cosa è possibile fare per mettere un po’ d’ordine fra loro. Ecco le coppie problematiche proposte:
1) io – mondo,
2) soggetto – oggetto,
3) soggettività – oggettività (obbiettività),
4) ente – essere,
5) essere umano – essere sociale,
6) idealismo – materialismo, ecc. ecc.
Forse il problema maggiore che noi abbiamo e che noi stessi ci creiamo nell’uso singolare o a coppie di questi concetti è dovuto proprio al fatto che siamo noi stessi che li poniamo l’uno contro l’altro, come se a confliggere fra loro fosse una pecularità della loro natura. (Sono le ingiustizie sociali che ce lo fanno fare). Eppure ognuno di essi è una cosa in sé e per sé, che non dà fastidio all’altro compagno, il quale anzi esso stesso vorrebbe fosse lasciato in pace da quello e da tutti gli altri concetti della stessa specie o di ogni altro genere. Ebbene, questa conflittualità fra questi concetti avviene anzitutto e soprattutto nella nostra mente, nel nostro essere, che vi ci si abitua, e che la riproduce puntualmente tutte le volte di cui ne ha bisogno. Inoltre essa conflittualità si manifesta e si consolida nella stessa società diventando strumento essa stessa di lotta politica o sociale, poiché pure gli essere umani sono da noi divisi allo stesso modo, separati e contrapposti gli uni agli altri, e così boriosi possono condurre lotte intestine nazionali e internazionali anche efferate, chi per il potere e chi per la libertà, o chi per i privilegi consolidati e chi per l’uguaglianza, ecc. ecc. Infatti sono così consolidati pure tutti i partiti sociali e politici, per esempio dei materialisti contro gli idealisti (Gramsci e Croce), dei marxisti contro i liberali (partiti comunisti e socialisti contro i partiti cosiddetti liberali, sindacati dei lavoratori contro i sindacati dei datori di lavoro, ecc.), dei cattolici contro gli atei, ecc. ecc.
Certo, ogni coppia di concetti così appaiati e contrapposti fra loro esige e merita tutto un discorso particolareggiato sui fenomeni stessi che essi rappresentano, ma che qui ed ora non possiamo neanche avviare. Qui ci interessa molto, invece, il discorso che si potrebbe iniziare a fare sulle coppie di concetti come ente ed essere, e come essere umano ed essere sociale.
Ebbene, abbiamo già avuto modo e occasione di constatare come il filosofo Martin Heidegger mise tutta la sua genialità nell’introdurre nella nostra cultura e nel discutere il problema dell’essere, opposto ma riconosciuto all’ente, dimenticando l’essere sociale, mentre l’altro grande filosofo, George Lukàcs, mise tutto il suo ingegno nel presentare l’essere sociale e i suoi problemi senza fare alcun riferimento a tutt’intera la tipologia degli enti in essere compresi in quel fenomeno e in quel concetto di essere sociale. Ne derivò, quindi, sia nel primo che nel secondo caso, una dannosa lacuna, un vuoto insuperabile per ogni comune mente umana, ma anche per l’intera cultura contemporanea, europea e mondiale; lacuna e vuoto che restano ancora da esaminare, colmare e sanare.
Il fenomeno e il concetto dell’essere – cioè del’essere dell’ente – ci sono molto cari e molto utili, poiché per essi noi possiamo finalmente e tranquillamente pensare ogni cosa come vera e unica, lasciando che essa semplicemente “si dispieghi nel suo coseggiare riunente a partire dal mondo che mondeggia”. Cioè, la cosa, l’ente è dotata finalmente del suo essere, del suo modo di essere e di stare al mondo, esattamente come il mondo, che mondeggiando a modo suo sempre differentemente dimostra anch’esso di possedere un proprio essere tutto particolare. Possiamo quindi constatare che fra “l’io” e il “mondo”, fra il “soggetto” e “l’oggetto”, fra la “soggettività” e “l’oggettività” si inseriscono sempre il fenomeno e il concetto “dell’essere”, e così abbiamo “l’essere umano”, “l’essere sociale” e l’essere particolare del mondo, che sono onnicomprensivi di tutto quanto caratterizzi l’ente “uomo”, l’ente “società” e l’ente “mondo”. Cioè, usando questi concetti così concepiti noi siamo sempre in grado di rispettare tanto la soggettività quando l’oggettività di quei fenomeni naturali, per cui anche l’universalità del discorso diventa quasi assoluta. Perché? Perché a quegli enti in essere noi riconosciamo finalmente la loro vera natura, il loro vero modo di stare al mondo e di essere sempre se stessi. La cosa è importantissima tanto per l’essere umano quanto per l’essere sociale, anzi soprattutto per l’essere sociale, poiché per esso non è più necessario dimostrare che ogni sua tipologia di comunità esistenziale è dotata sempre di un tipo dei suoi modi di essere al mondo, di stare al mondo e del suo divenire nel mondo, per cui essa è sempre unitaria e coesa in quanto essere dell’ente fino alla sua naturale o coatta frantumazione o dissoluzione definitiva. Queste comunità esistenziali, dunque, hanno ognuna il dovere, per sopravvivere, di un riconoscimento reciproco vero, forte, deciso, fermo, fisso, pena la loro conflittualità e la loro dissoluzione. E coloro che le amministrano a nome dei rispettivi titolari della sovranità comunitaria in modo disumano e antisociale devono essere in fretta e furia allontanati da tutti i posti di potere che possono compromettere o minacciare la loro coesione interna e la loro relativa pace sociale. Tutto ciò vale pure per la CNI e per ogni sua comunità esistenziale italiana locale, poiché anche la perdita di un solo suo essere umano qualsiasi, come la perdita della fiducia nei nostri dirigenti, sono fenomeni che arrecano gravissimo danno alla CNI stessa, e che vanno quindi previamente evitati, impediti o combattuti attivamente. Sono per esempio tre i casi personali di connazionale gravemente danneggiati nella loro vita umana che si dovevano salvare, ma non lo si fece, e che a me ora piace di menzionare: quello di Sandro Damiani di Fiume e di Silvia Benussi di Rovigno, come quello ultimissimo della signora Mariella Zanco Tavernise di Capodistria. Ma forse sono più dannosi ancora gli autoallontanamenti dalle nostre comunità italiane locali delle persone che rassegnano le dimissioni dalle cariche o dalla loro stessa presenza attiva in comunità a causa di conflitti interni insanabili fra organi e organi decisionali come fra dirigenti e diretti. (Non rientrano certo in queste categorie di connazionali offesi i casi di persone antisociali o asociali per loro natura). Siccome però pure i nostri dirigenti sono essere umani degni di considerazione, almeno tanto quanto ogni nostro connazionale (anzi di più, se sono manager valenti), sta ad ogni connazionale interessato alla coesione interna delle nostre istituzioni e delle nostre comunità esistenziali a fare di tutto pur di risolvere i nostri conflitti interni pacificamente, senza aspettare l’irreparabile.
Morale della favola: tutti questi nessi funzionali, conoscitivi e morali, fra l’universalità dei concetti e la singolarità delle loro rispettive realtà sono resi possibili proprio da questo “umanesimo comunitario” che ora noi proponiamo come nuova utopia comunitaria della nostra CNI. Vorrei che il lettore attento ne prendesse atto e nota, poiché sarà certamente richiamato da noi e da se stesso a farne conveniente uso in tantissime altre circostante e occasioni della sua e della nostra vita comunitaria.

Claudio Deghenghi

24.10.2008
Essere umano e sociale
da riscattare con l’Utopia

Quando assumiamo l’essere umano e l’essere sociale quali realtà e concetti fondamentali di riferimento costante e continuo per ogni elaborazione teorica che ci riguarda, e riguarda l’uomo e il genere umano, come per ogni nostro comportamento umano o condotta da tenere per tutta l’esistenza che ci rimane da vivere, non è che quelle realtà e quei concetti si possano ora utilizzare e ora ignorare a piacimento o secondo convenienza. L’eticità e la moralità della nostra umanità hanno un senso e sono veramente operanti positivamente solo a condizione che quelle realtà e quei concetti – l’essere umano e l’essere sociale – siano e restino sempre i punti fissi di riferimento tanto di ogni nostro pensiero quanto di ogni nostra condotta. Quali punti di riferimento, essi sono, “mutatis mutandis”, l’eterno toccasana della conoscenza e della moralità. E non inorridiscano gli spiriti liberi e ribelli di fronte a questi assunti, poiché il vero libero arbitrio dell’essere umano e dell’essere sociale inizia proprio dal momento in cui essi stessi siano stati assunti definitivamente dal pensiero e dalla condotta quotidiana quali punti fissi di riferimento.
Le due realtà e i due concetti originariamente primari – l’essere umano e l’essere sociale – sono da sempre fonte di ogni inesauribile euristica (cristianesimo e marxismo doceant), di cui ora pure noi stiamo appena gettando altre nuove basi. Quindi, ora non si possono neppure intravedere gli approdi formidabili e finali ai quali quest’euristica potrà condurci. Basti solo pensare a come e quanto siano stati capaci di scoprire in questo campo i maggiori filosofi del XX secolo, per renderci conto quanto cammino resti ancora da fare per incominciare a raccogliere i primi frutti di questa nuova euristica. Per esempio, il grande filosofo Martin Heidegger assunse la realtà e il concetto dell’essere dell’ente (non solo dell’uomo, ma di tutti gli enti in essere) come originario e primario, ma non anche quello dell’essere sociale – come suggeriva George Lukács – e si scontrò con il suo maestro Edmund Husserl per aver concesso la preminenza all’essere (nell’uomo) rispetto alla sua coscienza, mentre il suo maestro condusse tutti i suoi mirabili studi a partire proprio da quella coscienza, ch’egli a sua volta considerò sempre originaria e primaria. Ma nello stesso tempo Lukács non ravvisò nella realtà e nel concetto dell’essere sociale la sua vera e ricchissima articolazione nelle comunità esistenziali di cui esso è composto, né il loro bisogno di coesione interna e di integrazione esterna, tanto con quelle inferiori ad esse, quanto con quelle che sono loro superiori, bensì egli esaurì la sua ricerca ontologica sull’essere sociale trattando esclusivamente problematiche riferibili soltanto alla comunità nazionale (la nazione e lo stato in essa) e alla comunità internazionale, ignorando così tutte le rimanenti importantissime comunità esistenziali, cioè la comunità famigliare, la comunità condominiale, la comunità scolastica e universitaria, la comunità sanitaria ed assistenziale, la comunità del lavoro quotidiano, e la comunità di frazione, comunale, provinciale e regionale. Ebbene, l’uomo ha ora il dovere, oltre che la necessità, di mettere ordine in tutta questa materia, e di proseguire senz’altro gli studi in questo campo fino alla loro naturale e nuova euristica conclusione, ma pensando già alla loro possibile applicazione pratica.

Seguire una prassi sociale
moralmente sana e giusta

Dunque, fatti salvi la realtà e il concetto dell’essere umano e dell’essere sociale quali fondamenti della nostra Utopia, vediamo di spiegare perché insistiamo tanto su quest’ultimo concetto – l’Utopia – che una realtà effettiva ce l’ha già pure lei? e qual è questa realtà? Semplice: tutte le Costituzioni delle Repubbliche italiana, croata, slovena, ecc. ecc., e tutte le Carte fondamentali dell’Unione Europea e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite pullulano di dichiarazioni solenni sui diritti e sui doveri dell’uomo e del cittadino, delle etnie, dei popoli, delle minoranze etniche religiose e culturali, ed è proprio questa la realtà più concreta e più importante della nostra Utopia. Perché i sistemi politici, economici, finanziari e religiosi in atto sono così depravati che quei diritti e quei doveri, o sono negati, o sono irrisi, o sono traditi. E solo una nuova utopia coerente e diffusa può infondere nuova speranza di redenzione del nostro mondo indicando la via di una generale prassi sociale moralmente sana e giusta. Anche la CNI ha estremo bisogno di utopia per la propria sopravvivenza, proprio perché i suoi diritti e i suoi doveri finiscono per essere irrisi e traditi non soltanto dai governi, dalle forze politiche e sociali delle Repubbliche di Croazia e Slovenia, ma addirittura dagli stessi suoi connazionali, vuoi per assenteismo, vuoi per ignoranza, vuoi per carrierismo, vuoi per bestialità congenita, vuoi per convenienza o per paura. A questo proposito devo rammentare alle nostre giovani generazioni che la cosiddetta “minoranza italiana” della ex-Jugoslavia socialista è sopravvissuta proprio perché fu battagliera nel miglior modo possibile, e le riuscì di essere battagliera proprio perché fu portatrice sincera e fedele dell’utopia comunitaria, detta comunista, cioè di quella marxiana (non di quella marxista) e di quella socialista dell’autogestione operaia e sociale che solo l’ex-Jugoslavia ebbe il vanto di saper legiferare e realizzare, e non c’è più nessuno al mondo che le riconosca il merito e ne parli. Si vadano pure a leggere tutti gli scritti del compianto prof. Antonio Borme e tutti i documenti dell’allora così denominata Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume: vi si troverà che ogni richiesta della CNI circa il rispetto dei suoi diritti costituzionali negati, e non solo diritti ma anche doveri da poter osservare diligentemente, era fondata e suffragata dai principi regolatori dello stato e della sua utopia socialista. Ora, siccome da noi il comunismo e il socialismo sono realtà e concetti non più spendibili (ma rimane intatto tutto il patrimonio dei principi fondamentali e delle pratiche individuali e collettive consolidate riguardanti i diritti e i doveri dell’uomo e del cittadino, cioè dell’essere umano e dell’essere sociale – retaggio prezioso del XX secolo –) c’è bisogno di una nuova teoria in grado di conglobarli, mettendola al servizio della nuova globalizzazione del mondo. A questa utopia io ho dato per noi della CNI il nome di “umanesimo comunitario” e proprio in ragione del fatto che l’essere umano e l’essere sociale tornano a fondare ogni nostro pensiero, ogni nostra speranza e ogni nostra condotta comunitaria come ai tempi dell’età d’oro della nostra etnia, cioè quelli che precedettero il giorno dell’esautorazione del prof. Antonio Borme (1974), come quelli del rinascimento etnico della CNI realizzato dal nostro famoso Gruppo ’88 (1988).

Dai fatti nuovi le concetti:
le Comunità esistenziali

Ora, l’essere umano connazionale e gli esseri umani connazionali della CNI vivono simultaneamente in tutta una serie di dimensioni personali e collettive: nelle loro comunità famigliari, nelle loro comunità condominiali, nelle loro comunità scolastiche ed universitarie, nelle loro comunità sanitarie ed assistenziali, nelle loro comunità del lavoro quotidiano, nel loro sistema di comunità nazionali italiane locali della Croazia e della Slovenia, nelle loro comunità di frazione, comunali e regionali, come nelle loro comunità delle nazioni italiana, slovena e croata, e dell’intera comunità internazionale. Questo è un sistema di numerosi luoghi e di realtà troppo diversi, e quindi molto complesso per la mente di ogni essere umano: per comprendere il loro vero funzionamento c’è bisogno dell’esperienza di tutta una vita dell’essere umano stesso, sempre che esso sistema possa essere fissato nell’essere suo da un rispettivo sistema di sinapsi mentali operante senza problemi di sorta. Ma il problema principale della sua affermazione presso l’essere umano stesso e presso l’essere sociale, in ogni dimensione e realtà in cui essi esistono e si manifestano, è dovuto al fatto che a decidere del destino sia dell’uno, sia dell’altro, ci siano sempre enti che mettono in atto volontà particolari contro gli interessi comunitari universali. Le comunità esistenziali dell’essere sociale, infatti, sono contenute in esso essere sociale come le scatole cinesi in cui le superiori contengono e dominano o ignorano sempre le inferiori, indipendentemente dal sistema politico, economico, culturale, o religioso messo in atto – capitalista o comunista o socialista, liberale o dittatoriale che sia – per cui questo fatto e questa legge naturale mettono sempre in uno stato di soggezione e di dipendenza assoluta tanto ogni essere umano, quanto le stesse comunità esistenziali inferiori dell’essere sociale stesso, che sono tutte sempre inferiori rispetto alle superiori, tranne l’essere del genere umano, che è sempre superiore all’essere di ognuna di esse. Questa legge naturale dell’essere sociale toglie spesso all’essere umano pure la speranza di riscatto personale e sociale del Quarto stato. Ma quando poi arrivano tuttavia la mobilitazione generale delle masse umane, la lotta per la loro emancipazione in tutte le comunità esistenziali – come prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale – la vittoria fino ai livelli alti della comunità internazionale, e quindi l’instaurazione di un nuovo ordine politico, giuridico e morale in tutto il mondo, ecco che avviene la conquista del potere politico da parte delle forze conservatrici e retrive della società, le quali però si presentano al pubblico con nomi altisonanti – Forza Italia, Popolo delle Libertà, e simili, in Italia, o Comunità Democratica Croata, in Croazia, ecc. ecc. – alle quali si aggregano immancabilmente le forze retrive del Vaticano e della Chiesa Cattolica Romana, e ricomincia così la restaurazione dei sistemi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo come negli antichi imperi. Sono i meccanismi del funzionamento del potere economico, del potere politico (legislativo ed esecutivo) e del potere giudiziario che consentono il capovolgimento della democrazia in dittatura e tirannia. Meccanismi che sono tuttavia tecnicamente necessari e inevitabili in ogni società umana, ma che si prestano ad essere adatti ai fini della perversione dei comportamenti e delle condotte umane e sociali di chi momentaneamente detiene le leve dei poteri sociali stessi in tutte le comunità esistenziali al mondo, anche le più piccole, È così che è stata introdotta la pratica generale della globalizzazione del mondo, in cui l’essere umano e il Quarto stato sono ricaduti nella barbarie peggiore ancora di quelle vissute finora dal genere umano nei secoli passati. C’è quindi ancora molta strada da percorrere per un riscatto definitivo dell’essere umano e dell’essere sociale, e bisogna vivere nella speranza che ad esso vi si giungerà comunque, anche senza e dopo di noi.

Claudio Deghenghi

20.9.2008
Marin Držić a Siena diventa un grande...

Nel Rinascimento tutte le letterature europee, e dunque anche quella croata, devono fare necessariamente i conti con il patrimonio classico e con i grandi capolavori della letteratura italiana, in primo luogo con Petrarca e Boccaccio, rilanciati da Pietro Bembo (Prose della volgar lingua, 1525) come modelli di un classicismo moderno: la poesia d’amore inglese, francese, spagnola ed anche quella croata si sviluppano sulle orme del petrarchismo italiano. La nuova narrativa prende avvio dal confronto col Decameron, gli ideali della società cortigiana di tutta Europa si ispirano al Cortegiano di Baldassarre Castiglione (1478-1529), considerato un vero e proprio manuale contemporaneo nobiliare, e al Galateo, overo de’ costumi di monsignor Giovanni Della Casa (1503-1556). Ma anche altri autori, Matteo Maria Bandello (1485-1561), Francesco Guicciardini (1483-1540), Ludovico Ariosto e Niccolò Machiavelli, ed ancora Pietro Aretino, affascinano e condizionano il mondo letterario e il pensiero politico europeo, trasmettendo una serie di motivi e di prospettive che faranno sentire a lungo la loro azione. L’Italia della prima metà del XVI secolo, nel bel mezzo di un periodo doloroso e tragico della sua storia, divenuta il campo di battaglia dell’Europa ed eliminata dalla scena politica internazionale, piegata dalle invasioni straniere e asservita agli occupatori francesi e spagnoli, esasperata da tensioni e da conflitti economici e sociali, è paradossalmente al centro della vita culturale europea, ed esporta la sua cultura come mai le era accaduto dall’antichità. Tutta la nuova civiltà europea cerca di basarsi su ciò che la civiltà italiana aveva elaborato nel secolo XV e sui nuovi modelli, di respiro internazionale, definitisi nella prima metà del XVI secolo. La cultura che si veniva diffondendo in Europa, almeno nella prima metà del Cinquecento, denota quanto l’interesse per l’«umano» avesse sostituito quello per il «divino» e come lo spirito rinascimentale fosse aperto e tollerante, alieno da ipocrisie e bigottismi.
Su questo sfondo è interessante sottolineare come Držić, proprio grazie al suo soggiorno a Siena ed in Italia nella prima metà del XVI secolo, fu nella condizione ottimale per conoscere in loco le opere degli autori fin qui nominati, per cogliere quegli stimoli e far tesoro di quelle innovazioni del genere comico che poi, ritornato in patria, applicherà nelle sue commedie con disinvoltura e in modo assolutamente personale. Infatti, in tutte le ricostruzioni della vita di Marin Držić realizzate da molti studiosi in base a documenti finora disponibili, è stata ribadita l’importanza del soggiorno del commediografo a Siena prima del 1557. L’esperienza senese rappresenta per Držić una valida tessera d’ingresso nella cultura rinascimentale ed un momento decisivo per la sua futura carriera di scrittore teatrale. Sarà proprio durante la permanenza a Siena che egli sarà al centro del rigoroso sviluppo della letteratura e del pensiero cinquecentesco e sperimenterà la forza di quella renovatio che, iniziata in Italia, si propagò ben presto negli atri paesi europei e valicando ogni confine e superando finanche il mare Adriatico, divenne patrimonio comune di tutta l’Europa. Senza quel processo di rinnovamento culturale che muterà radicalmente la posizione dell’uomo dinanzi al mondo e porterà al trionfo la nuova cultura cui possiamo attribuire la qualifica di laica, non è spiegabile né comprensibile lo svolgimento della civiltà europea, che riconoscerà in quell’epoca il valore dell’individualismo e del realismo.
È lecito supporre che Držić apprese proprio a Siena l’arte di accostare registri stilistici e performativi solitamente tenuti distinti e separati dalla tradizione: da una parte il villano, dotato di una filosofi a di vita elementare e tradizionale oggetto di satira da parte del ceto urbano, e dall’altra i giovani e l’ambiente più raffinato di città. Il pensiero corre naturalmente alla Novela od Stanca nella quale l’autore pone a confronto due mondi e due modelli comportamentali e di vita.
Con il suo temperamento impetuoso e focoso, Držić, insofferente di ogni conformismo, s’inserisce compiutamente nel suo tempo. Con il corpus delle sue opere teatrali, pregne di tutti gli stimoli innovativi dell’arte drammatica rinascimentale e concepite come riflesso fedele e implacabile della realtà e del vero, Držić s’iscrive a pieno titolo nella storia della cultura teatrale europea del primo Cinquecento. Spaziando dal dramma pastorale alla commedia per concludersi con la tragedia Hecuba, l’ultima pièce teatrale composta prima dell’esilio e del tentativo di congiura, la produzione drammaturgica di Marin Držić appare il consuntivo ideale dell’intera civiltà spettacolare primocinquecentesca. Inoltre, essa aiuta a far comprendere come l’arte e la cultura dalmata, e nello specifico quella ragusea, rappresentino una fonte d’arricchimento per l’intera Europa cui hanno elargito creatività e talenti, concorrendo a formare quel patrimonio comune globalizzato nella stessa cultura europea, sommatoria dell’apporto di tanti spiriti eccellenti. Proveniente da n lembo di terra speciale tra le molte civiltà mediterranee, una terra di confine e di incastri culturali fecondi, luogo di incrocio di idiomi, di etnie e culture, Držić è un drammaturgo che conferma quanto i «[…] ragusei fossero duttili nell’assimilare gli elementi di un’altra cultura» e di quanto fossero «[…] gli antesignani di un mondo «di frontiera» in cui è inutile fare la sottrazione per definire ciò che si è», come sottolinea Ljiljana Avirović nel saggio Dubrovnik. La portata della sua arte teatrale deve essere analizzata nell’ambito di un sistemamondo, che permetta finalmente di comprendere l’unità nella diversificazione propria delle culture, poste tutte sullo stesso piano. La portata della sua arte teatrale deve essere analizzata nell’ambito di un sistema-mondo, che permetta finalmente di comprendere l’unità nella diversificazione propria delle culture, poste tutte sullo stesso piano. Perché, come ci rammenta in un suo intervento Frano Čale, nella grande famiglia europea non esistono letterature o culture minori rispetto ad altre. L’auspicio dello studioso è l’apertura e l’allargamento degli orizzonti in uno studio basato sull’analisi comparata di fenomeni letterari e culturali in senso lato, capace di stimolare coscienze e prese di posizione. Non possiamo che condividere il suo pensiero e seguire il suo insegnamento.
*Brano dell’intervento pronunciato dall’autrice a Dubrovnik (Ragusa) in occasione del Convegno per il Cinquecentesimo anniversario della nascita di Držić

Elis Deghenghi Olujić

19.7.2008
Gaetano de Leo
polesano di Roma

Il suo nome era Gaetano, ma in casa e gli amici lo chiamavano col diminutivo di Uccio. Era nato a Pola nel 1940, primo di cinque fratelli. Il padre, Giuseppe, per tutti Bepi, era un maresciallo dell’esercito, sua madre, la signora Lidia Blasina, aveva aperto al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma l’Osteria all’Istriana, luogo di raccolta per bevute, briscole e tresette. Uccio aveva già ottenuto il diploma di capitano di lungo corso, quando, dopo un viaggio in Africa con la nave scuola Amerigo Vespucci e un’esperienza in marina, presso una Capitaneria di Porto, sentì prorompente la vocazione giornalistica e letteraria. Aveva cominciato a scrivere per “Difesa adriatica”, il giornale dell’associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e i suoi articoli, di carattere ora politico ora letterario, avevano messo in rilievo il suo talento e una capacità analitica in grado di sviluppare, sulla carta stampata, riflessioni originali, per quanto allora – inevitabilmente - ancora orientate a destra. Ciò aveva suscitato l’interesse di Silvano Drago, direttore del settimanale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia “Difesa adriatica” ma, anche caporedattore de “Il secolo d’Italia”, organo del Movimento Sociale Italiano, da spingerlo ad assumere Uccio come redattore. Un’esperienza durata pochissimo. Il tempo di scrivere, nel suo stile, alcuni editoriali, per poi scappare dal giornale per aver toccato con mano, nei rapporti interpersonali con gli altri redattori del quotidiano missino, l’abisso culturale e politico che già lo separava da essi.
Le intenzioni profonde di Uccio, in realtà, erano quelle di diventare scrittore, un’ambizione che avremmo condiviso, tanto da spingere noi due a frequentarci sempre di più, pur nella sensibile, all’epoca, differenza di età. I momenti più belli per me erano quando potevo stare insieme a lui. Il tempo lo trascorrevamo in lunghissime passeggiate, feconde di pensieri, rabbie, sogni, ma anche, sopratutto, di libri, scrittori, scritture. Uccio, in questa sua ricerca, sentiva Roma dispersiva. Quando venne assunto alle Ferrovie dello Stato, subito dopo essersi sposato con Maria Grazia Pick, ragazza anche lei del Villaggio, profuga di Fiume, chiese il trasferimento a Trieste, lasciando intorno a me un grande vuoto. La lontananza non ci impedì però di restare in contatto, seppur epistolare. Tra noi, tante lettere, che io meticolosamente ho numerato: 26 in tutto. La prima porta la data del 24 gennaio 1965 e si sente ancora, in Uccio, l’eco delle idee di destra.
“A Trieste credo di aver trovato l’ambiente migliore per i miei studi letterari, ed è da due mesi ormai che non mi concedo riposo. Ciononostante i risultati tarderanno a venire, perché ancora molto mi resta da lavorare, in profondità.
La poetessa di cui Ferdi ti ha parlato è Anita Pittoni, la quale, non è solo poetessa, ma anche scrittrice, giornalista, direttrice delle edizioni dello Zibaldone, e instancabile suscitatrice di entusiasmi culturali: tutto questo lo fa per amore di Trieste e della Venezia Giulia: quindi è la persona più indicata per condurre una battaglia che sia apertamente patriottica (pensa che è di idee socialiste) e nello stesso tempo impegnata in una ricerca morale scarna ma profonda”.
Nel capoluogo giuliano Uccio prese a studiare James Joyce e gli autori triestini, Svevo, Saba, Stuparich, Slataper, sui quali avrebbe scritto articoli e saggi di grande spessore, da diventare, ben presto, uno dei critici letterari di punta de “Il Piccolo” di Trieste. Ormai, ben addentrato nel mondo letterario giuliano, frequentava tutti i maggiori esponenti dell’epoca, da Fulvio Tomizza a Stelio Mattioni, dalla poetessa Lina Galli allo scrittore Manlio Cecovini, futuro sindaco della città, da Oliviero Honorè Bianchi, Stelio Crise, Dino Dardi ai più giovani Ennio Emili, Claudio Martelli, Sergio Brossi e Claudio Grisancich, oggi il maggiore poeta dialettale vivente, sulle orme di Virgilio Giotti e di Guido Sambo. A quest’ultimo in particolare Uccio si sarebbe legato, trovando, in quell’anziano frequentatore d’osterie con un passato di tombeur de femmes, un padre al quale confidare i propri segreti pensieri. Un po’ fuori dalle beghe tra letterati che tradizionalmente caratterizzavano la vita culturale cittadina, Uccio s’era ben introdotto in tutti i circoli letterari della città, da quello della SAL, i cui simpatizzanti s’incontravano tutti i lunedi pomeriggio al caffè Tommaseo, a quello più riservato di Anita Pittoni, fondatrice delle Edizioni dello Zibaldone, gran conoscitrice e musa di Giani Stuparich. Per capire, più in generale, l’influenza di Uccio, è sufficiente scorrere la grande opera, in due volumi, “Scrittori triestini del Novecento”, e le note bio-bibliografiche degli autori presenti nello studio e nell’antologia, per trovare più volte, nella parte riservata alle citazioni della critica, il suo nome.
Ma il Sessantotto, con la sua ventata di cambiamento, ormai irrompeva. E Uccio, sensibile agli umori della società, si sentiva sempre più inquieto. Le lettere che Uccio mi scriveva, prima generose di consigli sulla scrittura, ma anche ricche di molte riflessioni sul proprio lavoro, sottolineavano questo cambiamento. Una delle ultime, in particolare, del 23 agosto 1967, sarà molto diversa, sintomatica della svolta che, dopo poche settimane, lo avrebbe colto. Vi si legge, infatti:
Sambo e gli amici non li vedo praticamente da quando sei andato via tu. È uno strano periodo questo per me: e non è solo perché ora ho una figlia, con i problemi connessi. In realtà provo una maggiore indifferenza per i contatti e per le attività diciamo così “esterne”, e sento nel contempo un maggiore bisogno (più urgente che in altri periodi) di vedere più chiaro in me stesso e nei problemi che maggiormente mi interessano. E all’incirca un bisogno di sentirmi più radicale nei confronti dei problemi che mi occupano, di rimettere nuovamente tutto in discussione, di sospettare di ogni parola, di non accettare niente come dato. Credo che tutto ciò come tensione sia feconda: poiché in realtà è pressoché irrealizzabile.
In pratica questo fatto si risolve in una sorta di impossibilità a scrivere, a produrre, e in una grande sete di letture illuminanti: forse è solo una fase, almeno lo spero.
Era, quello, l’inizio di una maturazione di scelte che, alla fine, lo avrebbe fatto lasciare ex abrupto la letteratura, denunciando la sua inutilità, e iscrivendosi alla facoltà di sociologia di Trento, allora in auge. Questa sua scelta non avrebbe interrotto il dialogo tra noi, anche perché io, al di là della ferma vocazione letteraria, non ero però ancora in grado di elaborare una mia personale visione politica e della vita. Quel dialogo però avrebbe cambiato campo, passando da quello letterario a quello politico e sociale. Ed ora, di nuovo, non più per lettera, ma di persona, perché l’abbandono della letteratura, per non dover più sentirne il richiamo, avrebbe spinto Uccio a tornare a Roma, dove, poco tempo dopo, si sarebbe trovato impegnato con un gruppo di intellettuali di estrema sinistra: Franco Prattico, giornalista allora del settimanale del PCI “Vie nuove”, poi di “Repubblica”, lo scrittore Mario Lunetta, il critico d’arte Giorgio di Genova e altri, con i quali avrebbe dato vita a una rivista di impegno culturale chiamata “La Comune”. Io, fedelmente, gli sarei andato dietro, percorrendo insieme un lungo tratto, che si sarebbe interrotto strada facendo, in virtù dei diversi interessi, pur restando sempre grandi amici.
Uccio è morto il 31 dicembre 2006, all’età di 66 anni, per un attacco cardiaco ed è conosciuto essenzialmente per essere uno dei fondatori e dei docenti di punta della cattedra di Psicologia Giuridica dell’Università La Sapienza di Roma. Fondamentali i suoi testi sulla devianza giovanile. Per ultimo era uno dei quattro periti nominati dal Tribunale di Torino nel delitto di Cogne, per l’omicidio del piccolo Samuele, così come, agli inizi della sua carriera, lo era stato per quello di Pier Paolo Pasolini. Nel mezzo, tanti altri incarichi prestigiosi e la partecipazione, da esperto, a molte trasmissioni televisive, chiamato per approfondire tematiche legate a delitti nei quali erano implicati minori. Solo che nessuno ormai più, tranne i famigliari ed io, lo conosceva e chiamava col nome di Uccio, bensì con quello di Gaetano De Leo. Al cui nome l’Università La Sapienza di Roma ha recentemente istituito una borsa di studio.

Diego Zandel

24.6.2008
L’odore di casa senza quel confine

Il ponte del primo maggio l’ho trascorso sul Quarnero. Mi sono sorbito otto ore di autostrada per arrivare a Moschiena con famiglia e amici romani, che volevano vedere quelle parti attraverso i miei occhi, per non andare a caso, conoscere gli angoli segreti, fuori dal giro scontatamente turistico, le trattorie locali migliori. Ci tornavo dopo circa sette mesi. Nel frattempo una novità: il confine con la Slovenia abbattuto. A Kozina, luogo tradizionale del mio passaggio, erano rimasti solo i caselli delle guardie. Vuoti. Ma quel posto di frontiera non è come un altro, così legato com’è a quando lo oltrepassavo da bambino: lì c’era il confine con la Jugoslavia. Per me, per anni, ha rappresentato il confine tra due mondi, quello occidentale, libero, democratico rappresentato dall’Italia, e quello oppressivo, dittatoriale, rappresentato dalla Jugoslavia comunista. Al di là di esso, nel mio immaginario alimentato dai ricordi dei miei genitori, cominciava la Cortina di Ferro.
Il primo viaggio lo feci con mia madre. Fuggita da Fiume con mio padre nel luglio del 1947, aveva lasciato i genitori e i fratelli. Erano anni che non li vedeva. Ma la nostalgia dei suoi cari era tale che, vincendo grandi resistenze interne, dettate dalla paura dei “druzi”, decise di affrontare il viaggio. Passaporti, visti. Settimane per ottenerli. La mamma ed io soli. Papà doveva lavorare.
La primissima volta in realtà non si passò per Kozina. L’automobile non ce l’avevamo e alla corriera non s’era pensato, forse la linea, in quegli anni Cinquanta, ancora non c’era. Si andò con il treno. Papà ci accompagnò alla stazione Termini, al treno delle 22.45 per Trieste. Prendemmo le cuccette e già quei lettini che lasciavano intravedere la lunghezza del viaggio rappresentavano un’emozione. Ci svegliammo al mattino presto, con soste alle stazioni che portavano nomi come Portogruaro, San Giorgio di Nogaro, Monfalcone, e che segnavano l’avvicinamento a Trieste. Dopo le pietraie del Carso, comparve il golfo e poi il bianco, fatato Castello di Mirare, a cui il mare, di un azzurro intenso, faceva da sfondo. La mamma era lì, con lo sguardo fuori del finestrino a indicarmi ogni cosa. Quando il treno passò sotto il Faro della Vittoria, sembrava gigantesco, bello in tutta la sua retorica alata. E poi le case di Trieste, i magazzini della Dreher o della Stock, prima di arrivare in stazione. Odore di casa per mamma.
Dopo alcuni giorni trascorsi a Trieste, in casa di una sorella della nonna, riprendemmo il treno, questa volta per Fiume. Poco più di settanta chilometri che avremmo compiuto in quattro, cinque ore.
“Andrà tutto bene, vedrai” rassicurava la zia.
“Purché non facciano del male al bambino”
“Ma no!”
Erano esagerazioni. Ma quando oltrepassammo il confine, con la dogana, prima quella italiana, poi quella jugoslava, i timori ritornarono tutti. Sul treno i poliziotti jugoslavi salirono armati di pistole e manganelli. Sembrava che fossero lì per arrestare qualcuno. Vestivano divise grigioblu, il cappello con una grande stella rossa sopra il frontino e tutti avevano volti duri, tesi, severi. Parlavano una lingua sconosciuta, dura anch’essa, solo vagamente assomigliante a quella della nonna a Roma, che parlava po nase, come si usa ad Albona. Li costrinsero a portare le valige giù dal treno, al posto di polizia, per il controllo. Una delle guardie prese il passaporto della mamma, sul quale figurava anch’io, e lo portò via insieme a un mazzetto di passaporti degli altri passeggeri. Intanto i doganieri si misero a perquisire le due valige che avevamo, infilando le mani tra la roba, anche tra i regali, cose banali, che mamma portava per i genitori e i fratelli, regali che guardavano con un sospetto tale da attenderci con muto terrore una reazione qualunque, dalla requisizione all’arresto. La tensione in mamma era palpabile. Le era tornata la stessa paura di quando, per la prima volta, aveva attraversato clandestinamente il confine con papà. Solo che ora non era clandestina.
Era una paura che, in futuro, sarebbe sempre ricomparsa in mamma, così come in papà, tutte le volte che insieme ci saremmo trovati ad attraversare quel confine.
Il treno restò fermo più di due ore, per tutto il tempo dei controlli: un’attesa che sembrava non finire mai e che rendeva lo scompartimento, dal quale non ci si poteva muovere, simile a una cella. Quando, finalmente, le carrozze presero a muoversi, tirammo un sospiro di sollievo. Non restava che mettersi al finestrino e guardare fuori. Ancora il Carso, con le sue pietraie, i suoi boschi.
Gli occhi della mamma presero a luccicare subito dopo la stazione di Mattuglie, quando il golfo del Quarnero, con le sue isole sullo sfondo, comparve a un tratto, strappandole un moto di forte commozione. Anche i miei occhi, come i suoi, erano fissi su quelle pennellate di azzurro che comparivano e a tratti sparivano tra i dossi rocciosi e la verzura degli arbusti da farlo apparire inafferrabile. Il golfo fu interamente visibile solo quando, oltrepassato un ponte su una grande strada, a valle della ferrovia apparve il cantiere navale con le sue grandi gru e, poi, le cisterne della raffineria, la zona industriale e, nella rada, alcune navi alla fonda. Io avrei visto anche, allineate, quelle che erano le zattere del silurificio Whitehead: servivano a controllare se i siluri, partiti da una stazione di lancio della fabbrica, mantenevano dritta la traiettoria. Li avrebbero tolti di lì a qualche anno.
La mamma tratteneva il pianto. Rivedeva il suo mondo che, fino a quel momento, credeva di aver perduto per sempre. Nella foga tirò giù il finestrino, ma quello che arrivò fu un acre odore di petrolio.
Il treno ormai chiaramente entrava nella zona della stazione tra gli scambi dei binari. Rallentò a poco a poco, con il rumore delle ruote, il caratteristico battito contro le intersezioni delle rotaie, che diventava sempre più estenuante, mentre cominciava a profilarsi il marciapiede della stazione. La mamma tirò del tutto fuori la testa dal finestrino per cercare i nonni e gli zii che li attendevano. Eccoli, ancora pochi metri.
“Mamma, papà, Nino, Joli…” la sentii gridare con voce prima limpida poi, subito dopo, strozzata dall’emozione.
Loro erano là, esultarono tra sorrisi che presto si mescolarono alle lacrime di gioia, mentre gli zii, impazienti, presero a correre incontro al treno, verso il finestrino al quale erano affacciati, per raggiungerli prima e stringere loro le mani, già dal marciapiede. Accompagnarono la carrozza, seguendo la progressiva, lunga frenata del treno che sembrava non doversi fermare mai. Un acuto stridore segnò il definitivo arrivo. Gli zii, entrambi magri, zia Joli col viso sbarazzino, zio Nino, alto e già stempiato, si affrettarono a salire sul treno, mentre i nonni, piccoli di statura, dovettero ergersi sulla punta dei piedi per stringere anch’essi le mani, prima degli abbracci, tanto forte era il bisogno di toccarli, di verificare che la loro figlia e il nipote erano davvero lì, in carne e ossa. Piangevano tutti dalla gioia. Non c’era neppure modo di parlare, se non frasi d’amore strozzate che dicevano tutto ciò che per dieci, infiniti anni, si era soffocato dentro a causa di una guerra bastarda che aveva rovesciato il mondo e portato altra gente a governare luoghi che non le appartenevano, dividendo per sempre famiglie, provocando dolore, drammi, strappi, in uno sconvolgimento che nessuno mai, nella indifferenza dei potenti che l’avevano provocato, avrebbe più ricomposto.
Soltanto per me, che vedevo i nonni e gli zii e quei luoghi per la prima volta, privo di quel passato carico di ricordi a cui la mamma li univa, quell’arrivo avrebbe costituito l’inizio di qualcosa che, estate dopo estate, d’allora ritornandoci, mi avrebbe permesso, da quel momento, di costruire una Fiume diversa dalla loro, inevitabilmente contaminata dalla nuova realtà di quel travolgimento epocale scaturito dalla guerra e che avrebbe avuto il suo fulcro nella casa dei nonni a Cantrida. Casa dove il primo maggio scorso ho portato, per una grigliata con la zia e i cugini, i miei amici romani per i quali la parola confine fa parte di una favola che, come tutte, comincia con il fatidico “C’era una volta”.

Diego Zandel

17.5.2008
Religiosità quotidiana

Il filosofo italiano Gianni Vattimo, dopo aver tumultuosamente errato tutta la vita alla ricerca della verità assoluta, e aver quindi tentato invano di vestire gli abiti dei militanti di sinistra di tutte le risme, pare stia trovando pace nel cristianesimo, nel cristianesimo “rivelato”, questa volta rivelato da quest’altro luminare della filosofia contemporanea italiana, che risponde al nome di Marco Vannini (vedi la sua ultima opera intitolata “La religione della ragione”, B. Mondadori, Milano, 2007). I due filosofi sentono giustamente come ormai insopportabile il peso dei miti-racconti cristiani di cui la Bibbia fornisce la tradizione da più di due mila anni a questa parte: li considerano semplicemente puerili, moltissimi non veritieri, solo verosimili, ma molti anche ridicoli e risibili alla luce della ragione moderna, tutti praticamente inutili, e quindi storicamente superati e definitivamente da superare senz’altro. Abbandonandoli al mondo delle leggende la ragione moderna potrebbe far rinascere la religione cristiana autentica, quella vera, con buona pace pure della scienza e della filosofia stessa. E alla fine Vattimo si chiede;: “Davvero dovremmo, o siamo maturi per, rinunciare a ‘Stabat Mater’ e commozioni ‘Superstiziose’ davanti alla grotta di Betlemme?” Così, se tutto andasse per il verso giusto, “noi” – dice il filosofo – avremmo aperta “la terza via verso Dio”, cioè quella degli esseri umani veramente votati alla ragione pura, quella dei filosofi, per intenderci, o degli intellettuali illuminati, i quali non possono più “credere alla lettera della narrazione biblica” – Antico e Nuovo Testamento – “fino alle pagine che parlano della Redenzione” – questa sì vera e valida, sembra aggiungere il filosofo. Vattimo non dice quali siano le altre due vie verso Dio, ma pare di capire che la prima sia quella dei poveri in spirito, ai quali tutti i miti cristiani sono il pane dell’anima, mentre la seconda dovrebbe essere la via della teologia e del Vaticano, che si sono sempre guardati bene dal rendere veramente raziocinanti quegli stessi esseri umani poveri di spirito, per cui pure loro continuano a proporre quei miti-racconti tutti i giorni della nostra modernità, e in tutte le salse.
Ma lasciamo pure il filosofo cullarsi nella speranza di una cosiffatta salvezza della sua anima, e veniamo invece alla questione vera e propria della tradizione mitica della Bibbia, del Vaticano e di tutto il cristianesimo. Nei miti, nei racconti, nelle parabole, nelle leggende del cristianesimo, come di qualsiasi religione al mondo, occorre ravvisare almeno questi tre aspetti fondamentali del fenomeno storico stesso: 1) la predisposizione conoscitiva e morale naturale sempre viva degli esseri umani poveri di capacità raziocinante e di cultura ad accettare umilmente tutte queste fabule, usi e costumi biblici come veri e attuali, come parte integrante della loro spiritualità, e quindi come storia autentica della loro stessa umanità; 2) questa tradizione biblica che dura da due mila anni, e tutta la corrispondente tradizione filosofica cristiana nata sulla base di quella tradizione biblica costituiscono veramente, e da sempre, una storia autentica “sui generis” dello spirito umano, che oggettivamente non ha nulla da invidiare alla storia vera e propria della nostra umanità tutta intera, alla storia del genere umano, di cui anzi ne è parte integrante; e 3) il Vaticano e tutte le istituzioni universitarie cristiane, italiane ed estere, possono quindi tranquillamente continuare a considerare “scientifiche” pure tutte le ricerche e tutte le opere dedicate a quei fenomeni mitici e a quella storia biblica, benché inconsistenti e immaginari, e che nulla, per il mondo intero proprio null’altro hanno di veramente scientifico, tranne il metodo. Come ben si vede, siamo al colmo delle assurdità, al colmo di questa ragione umana, che si permette di concepire tutte queste cose in questo modo e pretende pure di considerarsi ragione autentica, per non dire “verità”.
Ma non sono neanche queste le considerazioni principali che più ci premeva di fare su Gianni Vattimo e su tutte queste questioni. È invece il fenomeno stesso, naturale e sociale insieme, della comune ricerca del fondamento delle nostre verità nelle tradizioni millenarie o secolari e nella storia della propria fede, che per i cristiani sono contenuti nella Bibbia, mentre per noi nella storia vera della nostra stirpe, della nostra classe sociale, della nostra patria e del genere umano. (I nostri due filosofi non hanno veramente compresa bene la cosa, poiché negano la mitologia cristiana, e non menzionano e non riconoscono affatto la “mitologia storica” dei popoli moderni). Ci preme dunque di rilevare una certa particolare somiglianza tra la fede mistica cristiana e la fede naturale comunitaria che noi professiamo. Si tratta dell’uguale coinvolgimento soggettivo del credente nei fatti umani e sociali remoti raccontati nella Bibbia, nel primo caso, e quelli avvenuti veramente nella storia della nostra stirpe, della nostra classe sociale e della nostra patria, nel secondo caso. Si tratta quindi di dover constatare che in tutti e due i casi c’è un’uguale disposizione conoscitiva e morale dei credenti verso i fatti remoti della storia, reale o immaginaria che sia, della rispettiva umanità: anzitutto quei fatti, quegli avvenimenti, quegli eventi remoti sono vissuti come fossero attuali, presenti, tuttora in corso; poi, conseguentemente, si fa una analoga scelta di parte, tanto dei rispettivi attori storici quanto dei rispettivi valori; e infine, gioiendo e soffrendo per gli esiti di quelle remote vicende si rimettono in sesto con maggiore convinzione sia i nostri sentimenti che le nostre idee, i nostri ideali di fede. Ebbene, per tutti questi motivi e queste ragioni noi riteniamo che la storia vera sia da rivivere tutta intera con la massima attenzione e serietà, come fatto conoscitivo e come fatto morale insieme, poiché solo così possiamo formare e manifestare la nostra umana identità e dignità, la nostra specifica umanità, ma anche rispondere responsabilmente del compimento del proprio personale destino e del destino della propria stirpe, della propria classe sociale e della propria patria. Dobbiamo perciò ribadire quanto siamo soliti ripetere infinite volte: che gli storici di professione possono, anzi debbono dare una veste di oggettività “imparziale” alle loro ricostruzioni a tavolino della vita sociale di ogni luogo e di ogni tempo, che si chiama “storia”, mentre noi, che rispondiamo della nostra vita e della vita dei nostri cari, facciamo e faremo sempre nella storia una scelta di parte, e lo facciamo e lo faremo sempre con riferimento alla nostra fede naturale comunitaria, da veri credenti. Non ha perciò più senso alcuno, e non da oggi, che la Chiesa cattolica distingua e divida tutti gli uomini in “credenti” e “non credenti”. Per fortuna siamo tutti credenti, solo è questione se siamo teisti o atei, se irrazionali o razionali, se onesti o disonesti, insomma se buoni o cattivi credenti. Ciò vale soprattutto per i cristiani, per i cattolici in modo particolare, che credono e si illudono di essere sempre e ovunque la bontà personificata, e non è assolutamente vero.
Ed ora, “dulcis in fundo”, facciamo pure noi una dimostrazione per assurdo, assurda solo apparentemente, che confermi quanto asserito finora. Supponiamo cioè che la maggioranza degli uomini comuni, agnostici o immaturi, non facciano affatto riferimento costante e continuo alla “mitologia storica” della propria stirpe, della propria classe sociale, il quarto stato, della propria patria e del genere umano. Che succede in questo caso? Orbene, per essi in questo ambito non si presenta e non si crea neanche l’opportunità di amare intensamente e profondamente la propria terra natale e le proprie origini storiche nella fede naturale comunitaria moderna, nella nostra religiosità civica quotidiana di cui l’essere umano non può farne a meno. Ed è proprio ciò che accade alle nostre giovani generazioni, che nelle nostre scuole apprendono tutta la storia regionale, della patria e del genere umano come fosse una cosa morta e senza senso. Non è così? Sono i nostri insegnanti di storia e di filosofia a dover rispondere a questa domanda. Essi sono quindi pregati di farlo, per se stessi e ai propri alunni, ma anche pubblicamente, davanti ai genitori di quegli alunni e a noi lettori. E noi, intanto, ringraziamo anticipatamente.

Claudio Deghenghi

19.4.2008
Stendhal a Fiume

Non molti sanno che Henry Beyle, più conosciuto come Stendhal, l’autore de “Il rosso e il nero” e “La certosa di Parma” – per citare solo due titoli che hanno fatto la storia della letteratura - è stato per circa quattro mesi console francese a Trieste e che, durante questo periodo, fece un viaggio a Fiume dove si fermò per cinque giorni. Console, è bene sottolinearlo, non accreditato dall’allora potente ministro degli esteri austriaco, Metternich, perché Stendhal era filoitaliano, amico di molti importanti carbonari come Silvio Pellico e Federico Confalonieri, e per questo, una decina di anni prima, nel 1821, espulso dal Lombardo-Veneto, allora di dominazione austriaca.
Era così inviso Stendhal all’impero austroungarico, e ritenuto pericoloso, da essere costantemente pedinato dalla polizia segreta, che aveva addirittura aperto un ufficio accanto al consolato per controllargli tutta la corrispondenza. Tant’è che lo scrittore, scriveva le sue lettere mutando le date di invio e anagrammava i nomi dei luoghi in cui si recava e delle persone che incontrava secondo un codice suo personale. Per cui Fiume diventa “mefiu”. Il 17 gennaio 1831, infatti, scrive al suo amico Mareste: “… ho fatto un viaggio a mefiu; è in tutto l’ultimo sito della civilizzazione”.
Questa sua avventura è al centro del mio racconto, “Stendhal, il carbonaro”, appena pubblicato nell’antologia “History& Mistery”, edita da Piemme e curata da Gian Franco Orsi (antologia che raccoglie i racconti di 24 scrittori italiani alle prese, ciascuno, con i lati oscuri della Storia italiana in un arco di tempo che dagli anni del fascismo scende nei secoli fino al periodo romano). Per farlo ho rispettato le scarse notizie che – a parte il periodo triestino - esistono a riguardo, riservandomi solo l’invenzione di un mistero: la falsa accusa di essere colpevole di un falso delitto organizzato a Fiume dalla polizia austriaca per avere un buon motivo per espellere di nuovo lo scrittore dall’impero.
Sulla visita di Stendhal a fiume scrive Nora Franca Poliaghi nel suo bel libro “Stendhal a Trieste”, il più completo sull’argomento: “La polizia registra che de Beyle parte il 6 gennaio per Fiume e Pola. Non andrà a Pola che è quasi irraggiungibile per via terra (tale rimasta fin dopo la prima guerra mondiale) essendo infestata la strada da briganti e da ladroni, né poteva essere più consigliabile la traversata per mare essendo il Quarnero particolarmente infido e le barche poco attrezzate. Quanto Trieste, anche Fiume era stata dichiarata porto franco, vista da Carlo VI la più conforme a realizzare lo scambio commerciale con l’impero ottomano, concordato con la pace di Passarowitz (luglio 1718). Così la seconda patente commerciale (15 marzo 1719) raccomanda 1. lo stabilimento della navigazione nell’Adriatico, e promette agl’intraprendenti ogni possibile protezione in generale; 2. in specie però promette a tutti quelli che, stabilendosi nell’austriaco litorale, volessero promuovere il commercio e la navigazione, l’assegnamento di terreni in Trieste e porto Re. Ma lo sviluppo di Fiume era stato ostacolato dalla presenza nel retroterra del brigantaggio” mentre “la miseria del circondario di Segna, Porto Re e Buccari non consigliava gli investimenti a un capitalismo diretto con somma abilità e cinismo. (…) Tuttavia le giornate fiumane dovettero essere interessanti e piacevoli se le chiama cinque carnavaux, probabilmente grazie al clima e alla compagnia”. Al suo arrivo, continua Nora Franca Poliaghi, Stendhal “è ricevuto da una persona che lo tratta con simpatia e confidenza. (…) Gli si offre del cioccolato appena giunge e lo si riceve anche quando si è a tavola con la propria amante. Un quadro di vita deliziosa, che in quel paese di 6.000 anime non viene a costare che 3.600 fr, dove la gente guarda con curiosità lo straniero ufficiale, come i parigini l’elefante M.lle Jecke. Cinque giornate passate là furono cinque carnevali. Non ne resta traccia”.
Per uno scrittore c’è da sbizzarrirsi con la fantasia. Ed ecco solo un assaggio del mio racconto su quell’incontro con il mitico Stendhal a Fiume da parte di un mio alter ego, il quale entrato oggi in una strana libreria antiquaria della Citavecia dove trova un passaggio che, sotto la Polvere del tempo, lo porta alla Soglia del Tempo, oltre la quale, fatto un salto nel Buio dei Secoli, entrerà nei Meandri della Storia, andando dritto dritto a sbattere contro Stendhal in persona.
“ - Mais enfin monsieur, regardez devant vous!
- Mi scusi - risposi in italiano, cercando il viso dell’uomo, dopo essermi guardato intorno. Ero sempre a Fiume, sul Corso, davanti alla Torre civica, con il grande orologio pubblico. Segnava le sette di sera. Evidentemente avevo subito anche uno spostamento simile a quello tra i diversi fusi orari, non solo d’epoca. La gente era vestita nelle fogge dell’ottocento, al posto delle macchine transitavano calessi e biroccini, trainati da cavalli o muli, che prendevano la direzione del porto. Intravedevo i pennoni di alcuni velieri e bragozzi, non certo il profilo di un traghetto o di moderni motopescherecci. Una carrozza mi passò davanti.
Tornai a guardare l’uomo contro il quale ero andato a sbattere.
Quel viso! Largo, rotondo, con il taglio leonino dei capelli alla Bonaparte, i basettoni che gli coprivano le orecchie e buona parte delle guance, quasi a barba, le labbra fini, il naso piuttosto grosso.
- Stendhal! - esclamai.
- Vous me connaissez? Pardon… mi conoscete?
Improvvisamente, mi sentii intimidito. Facevo fatica a trovare la voce.
- Ho letto molte sue opere… La Chartreuse de Parme …
- Ma non l’ho scritto io questo roman...
- Ah, già, mi scusi, siamo nel…
- Milleottocentotrenta... anzi, trentuno, da pochi giorni ormai.
Già, pensai tra me, Stendhal avrebbe pubblicato La chartreuse nove anni più tardi, nel 1839. La stessa idea del romanzo, come ha scritto, gli sarebbe venuta il 3 settembre 1938. Avrebbe poi cominciato a scriverla il 4 novembre dello stesso anno, chiudendosi in casa, al quarto piano di rue Camartin 8 a Parigi, dando ordine al portiere di dire a tutti che era andato a caccia, per poi scrivere quel capolavoro in cinquantadue giorni. Però, ricordai che nel 1828, due anni prima, aveva scritto “Il rosso e il nero”, pubblicato proprio nel 1830.
- No, no… volevo dire che ho letto Le Rouge et le Noir.
Il viso di Stendhal si illuminò.
- Siamo a Carnevale, ma… che scherzo è questo? - sorrise - Io stesso ancora non ho avuto copia del mio libro… uscito a Paris lo scorso metà novembre. Ho dovuto scrivere a una mia amica per sapere cosa pensa di questa piccola opera non conforme alle regole accademiche… eh eh eh… E voi, voi, mon ami, permettete che vi chiami così, cosa ne pensate? Venite da Paris? Avete, per caso con voi, una copia? Ve la comprerei…
- No, non l’ho qui… Ma posso assicurarvi che la lettura è stata assolutamente entusiasmante. Julien Sorel è un personaggio di straordinario fascino, di un cinismo assoluto, direi, che rende avvincente ogni suo gesto.
- Avvincente, dite? Ed io che pensavo di aver scritto un’opera noiosa!
- Oh no, è tra le cose più belle che ho letto nella mia adolescenza…
Stendhal scoppiò a ridere.
- Adolescenza, monsieur… con tutto rispetto, non mi sembrate un adolescente… anche se, vedo, siete vestito da paggio. Forse perché siamo a Carnevale?
Solo in quel momento rivolsi l’attenzione al mio abbigliamento. Indossavo un vestito elegante, di seta celeste vellutata con ricami dorati, gli sbuffi di una camicia bianca che mi uscivano dalle maniche e intorno al collo, mentre ero avvolto in una pesante mantella nera, di velluto, agganciata sul petto, sotto la gola.
- Oh, perbacco! - esclamai, sorpreso.
Entrare nei Meandri della Storia implicava un adeguamento ai costumi del tempo. Certo, convenni, a vestire come un uomo del Duemila forse si sarebbe creato un problema maggiore.
- Non siete dunque un paggio, monsieur, il vostro è solo un travestimento?
- Direi di sì. Non appartengo certo alla nobiltà…
- A Carnevale è tutto concesso. Sapete… - si chinò verso di me, facendomi intendere che voleva parlarmi a bassa voce - Ho proprio qui un appuntamento con una nobile, una principessa della Corte di Vienna… Al contrario di voi, stanca del formalismo a cui la costringe l’etichetta tutto l’anno, si è travestita da popolana… per la pura voglia di trasgredire, essere libera di comportarsi a suo piacimento, senza vincoli nel parlare e nell’agire… m’intende?
- E voi come vi siete presentato a lei? - volli sapere, ben conoscendo, per averne letto, il suo amore per la mistificazione - Come Console Marie-Henry Beyle, come scrittore…?
Stendhal spalancò gli occhi e mi guardò con un certo sospetto.
-Monsieur… sapete troppe cose… siete anche voi uno di loro? - e mi indicò due tipi vestiti di scuro, poco distanti che ci guardavano piuttosto in cagnesco.
- Quei due? E chi sarebbero?
- Non fate lo gnorri…
- Non mi permetterei mai, Maestro.
La risposta, soprattutto il tono sincero con il quale la espressi, parve tranquillizzarlo.
- Polizia segreta - m’informò - Mi stanno sempre dietro, qui come a Trieste… Credono che non lo sappia che al Cabinet Noir, vicinissimo al Consolato, aprono tutta la mia correspondance… Il vostro nome, monsieur?”
Lascio a voi il gusto di proseguire nel libro la lettura. Vi anticipo solo che la polizia segreta gli giocherà un brutto scherzo nel mio racconto, che naturalmente ha un inizio e una fine. E’ però interessante notare che, per questa invadenza poliziesca, gli stessi triestini, tenevano alla larga Stendhal. Solo qualche salotto liberale e irredentista lo invitava, ma con moderazione, per non incorrere nelle ire delle autorità austriache. Si prodigò anche nel corteggiamento di una giovane cantante che lo respinse. Per l’amore, doveva accontentarsi delle ragazze fuori città, contadinotte slovene, che lo ricevevano dietro il compenso di uno zecchino, pari a 12, 63 franchi del tempo.
Ed anche a Fiume, stando al mio racconto, avrà un’avventura con una di queste ragazze: la nobile mascherata da prostituta. Con sorpresa finale. Quale, lascio scoprire a voi.

15.3.2008
Un qualcosa in più
che forse ci manca...

Il mondo nel quale l'essere umano vive, nel quale noi stessi viviamo - fu sempre così, è sempre così, e sarà sempre così - è un gigantesco palcoscenico all'aperto di vastissime proporzioni in cui le cose - i monti, i fiumi, i mari, le pianure, le piante, gli animali, gli uomini, le case e le città dell'uomo, le vie di comunicazioni, ecc. ecc. – si presentano sempre nell'ordine naturale e sociale dato, per cui l'essere umano può tranquillamente utilizzare una cosiffatta sua visione occasionale, che si ripete infinite volte, incute certezze, e permette di vivere e di consumare sia parte che tutt'intero il proprio destino. Però, trattandosi solo divisione del mondo, è inevitabile che la coscienza di esso sia costituita solo di apparenze, di fenomeni comunque passeggeri, privi di nessi fra un fenomeno e l'altro, e che quindi anche le cause di tutto quell'accadere quotidiano siano sconosciute e misteriose. Così l'uomo vive senza pensieri, liberamente, come le rondini. Ed è ciò che accade ad ogni infante, ed ogni bambino, ad ogni adolescente, come pure ad ogni adulto che rimanga bambino nel suo modo d'essere. Ma quando la coscienza di se stessi e dell'esistenza delle cose si sveglia, e noi rimaniamo quasi incantati, meravigliati, a volte anche impauriti, basta, la festa è finita, la giovinezza s'è fuggita: occorre ricorrere in fretta alla totale coscienza di ciò che siamo e di ciò che facciamo, sempre responsabilmente, e non solo in rapporto alla verità del mondo, bensì pure in rapporto al bene o al male che noi e gli altri possono fare e fanno, compresa la produzione del bello, del sublime o del brutto che accompagnano sempre tutte le cose del mondo e della vita. Ecco, a cotale totale coscienza di se stessi e del mondo con cui ora dobbiamo vivere si giunge in un solo modo: bisogna trasformare quella allegra e felice o infelice visione del mondo nella sua corrispondente concezione del mondo stesso e di noi medesimi, sia come individui, come etnia, come popolo, come razza e come genere umano. E tutto ciò va fatto mediante la paziente produzione e l'uso misurato di concetti ben determinati e ben definiti, tali che permettano la formazione di pensieri e di discorsi dotati di senso, in cui i fenomeni e le loro cause si sposino alla perfezione. E quando visione e concezione del mondo vanno finalmente di nuovo a braccetto, unite nel senso della nostra vita quotidiana che noi possediamo, curiamo, assecondiamo e valorizziamo sempre nei momenti giusti della nostra esistenza, allora l'integrazione nostra nella realtà è nuovamente totale e libera come nella fanciullezza, ma a differenza di quella essa è dotata di consapevolezza e di amore per se stessi, per gli altri e per l'universo intero.
Tutto ciò può essere distrutto in un baleno, per nostra malattia grave o allorché per avvenimenti ed eventi catastrofici il mondo in cui siamo integrati viene annientato, e al suo posto viene costruito un altro mondo dalle strutture diverse, a volte opposte a quelle che alimentarono la nostra vita. È ciò che è accaduto con il crollo del comunismo e con lo smembramento della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, dopo il 1989. I nuovi stati indipendenti, la Slovenia e la Croazia, sono stati ricostituiti sulla base dei principi del capitalismo selvaggio detto della globalizzazione. E a questo punto l'identità nostra, già faticosamente acquisita ed usata fino allora, crollò tutt'intera, o quasi. Fummo costretti a costruirci e ad elaborarne una nuova per una nostra nuova integrazione con il mondo circostante. Fu per causa della crisi d'epoca avvenuta, anzi scoppiata all'improvviso per cause, per volontà palesi o ancora occulte, e per responsabilità che sono ancora tutte da individuare, scoprire e dimostrare come vere. Dopo un lavoro duro e pesante di ricerca filosofica e scientifica durata ben quindici anni, io sono approdato alla concezione dell'umanesimo comunitario che informa già una nuova Utopia. Dico "nuova", cioè "altra", poiché i diseredati, gli sfruttati e gli schiavi di un tempo già ne ebbero una loro, utopia, che per certuni portava il nome di "comunismo", per altri di "socialismo", e per altri ancora di "cristianesimo". I diseredati, gli sfruttati e gli schiavi dei nostri giorni, invece, non ne hanno alcuna, e la disperazione diffusa è già incommensurabile. Ecco, l'Utopia buona porta speranza di riscatto, di sicurezza e di serenità (se non di felicità), e per noi è già così un bene irrinunciabile. Ma la nostra convinzione nell'utilità e nella forza di questo strumento umano deve essere sostenuta dalla "fede naturale" tanto nell'Utopia stessa quanto in tutto ciò che la caratterizza più da vicino, cioè il nostro amore profondo per l'universo, per ogni cosa esistente, per la vita sulla terra, per l'uomo e il suo destino. Come ben si vede, questa dell'utopia è la solita storia che si ripete da millenni, almeno dal punto di vista delle grandi masse di uomini comuni, e ciò non deve meravigliare. Per due fatti principali: primo, che senza speranza l'essere umano non può vivere, così come le masse degli uomini comuni non possono produrre volontariamente il futuro senza utopia; e secondo, perché le utopie (le buone ideologie) in uso nel XX secolo sono state tradite e annichilite, e giova quindi ricercarne e ricostruirne delle nuove. Ma quando diciamo "nuove", devono essere proprio "nuove", cioè superiori a tutte quelle che i nostri popoli e il genere umano crearono e produssero nel corso di tutti i millenni trascorsi finora.
Ebbene, per nostra somma fortuna l'amore nostro per tutte le cose dell'universo è congenito, o non è, ed è proprietà naturale di tutti gli uomini di buona volontà. La speranza, e soprattutto la fede in detta speranza, invece, no, non sono congenite; esse sono conquiste del pensiero. Infatti, l'amore è parte integrante della nostra visione del mondo, mentre la speranza e la fede naturale nella speranza sono prodotti della nostra concezione del mondo. E il problema principale e fondamentale dell'Utopia nostra è proprio questo: che senza concezione del mondo comune non c'è né speranza comune, né fede naturale comune in ciò che fermamente speriamo e crediamo.
Siamo così giunti al nocciolo vero e proprio dei nostri problemi teorici e pratici. Ora, se noi indichiamo il connazionale e la CNI come incognita Y e tutto il mondo circostante in cui viviamo come incognita X, allora possiamo dire che tutto il discorso sviluppato finora è un discorso riferibile solo all'incognita Y, come soggetto, che tende ad X, il mondo, come oggetto. Ciò significa che ora dobbiamo invertire il senso della relazione, partendo da X come soggetto (il mondo) per arrivare ad Y come oggetto (il connazionale e la sua CNI). Ebbene, è proprio questa relazione che mette il connazionale e la CNI nella condizione di dover subire tutto ciò che il mondo intero dispensa, tutte le sue bellezze ma anche tutte le sue brutture e le sue ingiustizie. Ed è allora soltanto nell'ambito di questa relazione che noi generalmente cerchiamo e dobbiamo cercare tutti i contenuti possibili reali e immaginari delle nostre passioni, degli amori o degli odi, delle nostre speranze o della nostra disperazione, della nostra fede naturale o della nostra perdizione o smarrimento passeggero che sia. Amore, speranze e fede e i loro contrari sono sempre toccabili con mano solo nel gioco bellissimo, dialettico, ma molto pericoloso e defatigante tra visione e concezione del mondo, che è anche conosciuto come rapporto tra teoria e pratica, e viceversa, o tra passato e presente, e viceversa, insomma tra vita vissuta e vita presente. Ma che c'entra il rapporto tra passato e presente? C'entra, eccome! Infatti, tutte le comunità esistenziali in cui consumiamo la nostra esistenza - dalla comunità famigliare alla comunità internazionale - si fondano su istituti e istituzioni e su meccanismi di governo, di amministrazione e di gestione che si sono evoluti nel tempo fino alle loro forme attuali, per cui non si debbono far fare passi avanti ad alcuna di esse senza conoscere bene la loro natura e le rispettive possibilità di ulteriore sviluppo. Ebbene, in questo contesto occorre rilevare subito che noi storicamente facciamo parte del quarto stato, quello dei diseredati, degli sfruttati e degli schiavi moderni, i cui contenuti veri di storia e di vita sono da ricercare, elaborare e sistemare tutti nella nostra Utopia, poiché solo questa può essere la nostra nuova e vera concezione del mondo. Purtroppo, quei contenuti sono tutti nascosti nella vita e quindi nella storia: 1) della Grande Rivoluzione Francese del 1789 (illuminismo compreso), 2) delle Rivoluzioni in Europa intorno al 1830 e al 1848 (positivismo compreso), 3) della Comune di Parigi del 1871("marxismo" compreso), 4) della Prima guerra mondiale 1914-1918 (comunismo e nazifascismo compresi), 5) della Rivoluzione d'Ottobre in Russia del 1917, da cui la nascita dell'URSS (nuova ideologia comunista compresa, tradita anch'essa), 6) della Seconda guerra mondiale (1939-1945), 7) della Resistenza Europea (1922-1945), soprattutto di quella jugoslava e di quella italiana (ambedue come nuovo Risorgimento: la nascita e la costituzione della Repubblica Italiana e della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia fondate sul lavoro - a favore del quarto stato), 8) poi delle nuove Guerre Balcaniche degli anni novanta del XX secolo, sempre barbariche e fratricide (compresa la fondazione delle Repubbliche Indipendenti di Slovenia e di Croazia), 9) della cosiddetta globalizzazione del mondo, e infine, 10) della costituzione dell'Unione Europea, tuttora in corso, in cui si annidano tutte le nostre speranze. E' in questa nuova Comunità Europea che gli esuli e i rimasti potranno e dovranno ricomporre la nostra Comunità istriana, fiumana e dalmata adriatica di cultura italiana, già viva un tempo, sia durante la multisecolare e defunta Repubblica di Venezia che sotto l'impero Austro-Ungarico. Ed è quindi anche in quest'ultima nuova comunità che le nostre speranze e la nostra fede naturale comunitaria ritroveranno casa, conforto e vigore vero. A questo punto tutte le rimanenti comunità esistenziali in cui si avvera il nostro destino - dalla comunità famigliare alla comunità internazionale - ci sembreranno e saranno più accoglienti che in passato, e il nostro mondo sarà più bello e più affascinante: le nostre speranze e la nostra fede naturale nella saggezza degli uomini avranno vinto non una battaglia, ma una guerra per la nostra sopravvivenza, che non è poca cosa. Infatti, è proprio in tutto questo contesto (variabili Y e X) che bisogna cercare quel qualcosa in più che forse ci manca...

Claudio Deghenghi

29.2.2008
La letteratura CNI
è di rilievo mondiale

In un saggio del 1967 intitolato “Geografia e storia della letteratura italiana”, Giancarlo Dionisotti analizzava la storia della letteratura italiana non come se si trovasse di fronte a un fenomeno unitario e omogoneo, ma a un mosaico estremamente complesso, per nulla uniforme, attraversato da profonde venature policrome e da differenze sostanziali in termini stilistici e poetici. In un paese come l’Italia diventato Stato unitario da poco più di cent’anni, ogni regione geografica conserva, in termini linguistici e letterari, le peculiarità e le differenze legate alle diverse situzioni storiche, alle dominazioni straniere che si sono susseguite nel corso dei secoli e all’impronta lasciata dai sistemi economici che vigevano in ciascuna delle entità statuali della penisola. Non è difficile individuare, anche nella letteratura italiana del Novecento, una corrente lombarda o distinguere nell’ermetismo una marca di matrice chiaramente fiorentina, che, a livello stilistico, affonda le proprie radici addirittura nello Stilnovismo e nella poesia rinascimentale. Nella trattazione di Dionisotti, come in quasi tutte le storie della letteratura italiana successive, manca ogni riferimento all’Istria e alla sua produzione poetica e narrativa, soprattutto a quella del secondo Novecento, che è invece una delle più significative e delle più valide non soltanto a livello nazionale. Le ragioni di questa assenza sono molteplici e vanno ricercate innanzitutto nelle vicende storiche della penisola: l’intellettualità italiana ha sempre preferito non occuparsi di questioni istriane per non dover fronteggiare l’accusa di revanscismo e di volersi in qualche modo riappropriare di ciò che era stato italiano. L’Istria era un argomento scomodo anche e soprattutto per gli intellettuali di sinistra, che, vuoi per una questione di “unità nazionale”, vuoi per non vedersi costretti ad aprire gli occhi su ciò che veramente erano i regimi dell’Europa dell’est, preferirono all’analisi dei fatti storico-sociali della penisola la retorica della classe politica dominante. Ancora oggi, per i giovani ricercatori e gli umanisti italiani, l’Istria è una realtà priva di interesse, di cui si conoscono sommariamente le vicende storiche e di cui, anche a livello universitario, non si sospetta neppure l’esistenza di una letteratura: nulla si sa degli scrittori del controesodo, i primi a pubblicare le proprie opere perché organici al regime titino, come Giacomo Scotti o Alessandro Damiani (che per la lucidità critica e l’afflato ideologico-morale presente nei suoi romanzi nulla ha da invidiare a Pier Paolo Pasolini), o di Lucifero Martini, le cui prose, leggere e scorrevoli, sono un’analisi senza precedenti, sia a livello morale sia a livello tecnico economico, delle ragioni che stanno alla base del fallimento dei sistemi basati sul socialismo reale. Nulla si sa neppure degli autori nati in Istria i cui testi videro la luce a partire dagli anni Sessanta, quando il regime aprì numerosi e ampi spiragli di libertà. Prese dapprima piede la poesia che, a causa dei procedimenti simbolici e allegorici che condensano un gran numero di significati in pochi versi, è meno “leggibile” rispetto alla prosa e per questo più adatta a ovviare ai condizionamenti e alla censura dei regimi. Eligio Zanini, Giusto Curto, Anita Forlani e tutte le poestesse della “Scuola di Dignano”, furono i primi a introdurre nella ex-Jugoslavia una poetica dell’”io” contrapposta quella del “noi”, l’unica considerata ufficiale dalle dittature del blocco sovietico. Sola fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta ci fu l’esplosione della produzione in prosa. Le opere di Nelida Milani, Claudio Ugussi, Ester Barlessi, Gianna Dallemulle sono uniche nel loro genere in quanto si configurano come un dialogo con la diversità e un tentativo estremo di salvare una memoria negata per salvarsi definitivamente da essa. In tutti i testi degli autori che ho citato, infatti, c’è un continuo riferimento all’esodo inteso come evento periodizzante e come trauma. La scrittura diventa così un mezzo per recuperare da un passato doloroso volti, eventi, vicende ma anche per elaborare il lutto, per superarlo, per guardare avanti e per aprirsi alla diversità, rappresentata in questo caso dal mondo slavo con cui la CNI (Comunità Nazionale Italiana) ha convissuto per centinaia di anni; la letteratura permette infatti di capire le ragioni altrui e di relativizzare le proprie. A testimoniare il successo di questa poetica e l’avvenuto superamento del lutto (che non significa aver dimenticato cio’ che è stato) c’è l’ultima generazione di scrittori italiani, la quale ha lasciato da parte le tematiche legate all’esodo e si è aperta alle correnti europee più moderne: i racconti di Kenka Leković, di Carla Rotta e di Marco Apollonio, così come le poesie di Laura Marchig di Vlada Acquavita e di Ugo Vesselizza, sono solo i più fulgidi esempi della vitalità della letteratura italiana d’Istria, che, se conosciuta anche al di là dell’Adriatico, potrebbe contribuire non poco a rivitalizzare l’asettico panorama letterario italiano, ingabbiato nella nullità dei premi letterari o nelle pratiche di scrittura violenta, contenutisticamente vuota, degli autori contemporanei. La letteratura è stata per la componente italiana in Istria un mezzo, anzi, il mezzo di sopravvivenza, nonostante sia stata ignorata dall’intellettualità e dal mercato in Italia. Senza esagerazioni, è possibile asserire che la produzione letteraria della CNI d’Istria sia stata e sia tuttora una delle più vive e interessanti a livello europeo, e che assume un posto di rilievo non solo fra le opere in lingua italiana, ma anche all’interno di quella che Goethe definiva Weltliteratur, ovvero “letteratura mondiale” (il nazionalismo, d’altra parte, è entrato in letteratura nell’Ottocento, con il movimento romantico. I tempi sono maturi perché si abbandoni questa schematizzazione e ci si apra a categorizzazioni più ampie). Perché allora, a quasi vent’anni dalla dolorosa dissoluzione della Jugoslavia, le opere di cui ho parlato non hanno avuto quella notorietà che meritano al di là della penisola istriana e della Venezia Giulia? Le cause sono ancora una volta molteplici e complesse (come sempre quando si parla di Istria), insite nelle dinamiche psicologiche e sociologiche interne alla CNI e non soltanto imputabili alle responsabilità degli intellettuali italiani, ancora restii ad accettare tutto ciò che viene scritto e pubblicato al di là del confine di Rabuiese; non sono neppure soltanto attribuibili alle autorità croate che dopo l’ultima guerra hanno popolato i villaggi e le cittadine istriane di croati provenienti dalla Bosnia e, successivamente, hanno promosso una “croatizzazione” strisciante della regione che ne ha snaturato il carattere plurietnico. La CNI è composta soprattutto da persone anziane che hanno lottato per una vita contro i soprusi di Belgrado prima e della Croazia di Tuđman poi. La stanchezza non favorisce certo la nascita di iniziative volte a promuovere la cultura degli italiani, ma ancor più nefasto è il vittimismo che da tale stanchezza deriva e che è visibile e addirittura palpabile per chi, dall’esterno, si avvicina alla letteratura istro-quarnerina. Il vittimismo porta gli istriani all’immobilità e ad aspettare che gli altri riconoscano le qualità umane e artistiche della Comunità, che a sua volta, non appena si accorge che dall’esterno non arriva alcun riconoscimento, tende a chiudersi e a spegnersi nel proprio “sentirsi minoranza”. Da questo punto di vista si sta muovendo bene l’Edit, che con le sue eleganti e numerose nuove pubblicazioni sta restituendo linfa vitale all’intera CNI: osserva giustamente Nelida Milani che una delle strade per uscire dal silenzio e dall’anonimato è quella di pubblicare a pioggia. La cultura è, dal mio punto di vista, l’unico mezzo per opporsi al magma ideologico del post-modern, alla legge imperante del neocapitalismo che per uguaglianza fra i popoli intende l’appiattimento alle logiche del libero mercato e che vorrebbe sostituire il dialogo fra le diversità, fra le culture, con la logica del consumo sfrenato. La letteratura degli italiani d’Istria si erge come un monolite solitario a indicare una strada possibile per uscire dalla crisi della modernità, i testi della CNI sono un esercizio (riuscito) di laicità e di comprensione della complessità che ci circonda. L’Istria italiana deve assolutamente disfarsi del proprio vittimismo e continuare a far sentire la propria voce, soprattutto in Europa, quell’Europa che presto sarà totalmente ri-unita e che ormai rappresenta una delle poche speranze di rinascita e di rinnovamento culturali e politici per la civiltà occidentale. I versi tratti da L’anda delle feste buone di Loredana Bogliun, che è, insieme ad Andrea Zanzotto, la più grande poetessa dialettale contemporanea, sono un augurio per la Comunità italiana e un tentativo di spronare i suoi membri a non demordere, a non rinchiudersi in una inutile e pericolosa riserva indiana: ... Scumenjnisa sà sto destejn \ de bueri, stale e sjojn... Scumejnsa e no finejso ancuj, gnanca doman \ dumo par castejgo anca mei i jè imparà \ ch’a chej ch’a varda al sul a la lòuna \ gnente no ingròuma ... Incomincia qua questo destino \ di boari, stalle e uccelli... Incomincia e non finisce neanche domani \ come per castigo anch’io ho imparato \ che chi guarda il sole e la luna \ non raccoglie niente.

Christian Eccher

19.1.2008
Tu, a mia insaputa
discendevi discreto

Quest’edizione della nostra rubrica «Culturando» è riservata alla pubbicazione (alquanto nobilitante) della lettera che Arrigo Bugiani, l’ideatore ed editore della preziosa, inconsueta e longeva collana «I libretti di Mal’Aria» scrisse in occasione della morte del nostro grande letterato Osvaldo Ramous. Precedentemente - nel 1976 e nel 1981 (ma poi, una terza volta, postuma, nel 1985), Bugiani aveva dedicato due numeri dei «Libretti» a Ramous, presentandovi varie poesie tra le quali «Non è più il vento» e «Dove siete» che riproponiamo a fine lettera.
Caro, carissimo mio compagno di giochi, la Storia la quale di suo carattere è alquanto mutevole ci ha divisi nel caso del vivere; ma la Poesia che attimo per attimo si mantiene sempre fedele, non ha allentato mai il suo abbraccio. Fino dal primo istante del nostro incontro ci siamo intesi alla perfezione, non già cittadini di uno stesso paese bensě partecipi del mondo contento pacato pien di lumi e festoni e corone, mezzo terra e mezzo paradiso, condotto avanti e regolato puntualmente dall’amore umano: che è sostegno unico, appunto, della Poesia. Dal nostro accordo quasi musicale (era di certo un accordo segnavia scoccato dalle corde degli animi ai primi passi di creature concepite volenterose) è venuta fuori la preziosissima amicizia: amicizia di quella specie che saggezza reclama e proclama immortale. Per il giocoso moto e per il via di essa (talmente si rivelano, e quanto inconsuete esplodono le stranezze dell’esistenza!) per vera gioia e fortuna, causa di essa sono stati due foglietti di Mal’Aria, quello segnato col numero 185 e titolo lusinghiero «non è più il vento», e questo 338 combinato tra il dicembre 1980 e il 22 gennaio 1981. Libretto 338 di lunga incubazione: e intanto, a mia insaputa, tu, addě due marzo dell’anno scorso, discendevi discreto, educato e tacito, dalla scala di questo mondo per salirne altra «luminosa e alta» e a «centro di gloria». Cosě io mi son trovato ad essere in stato di soggezione, di debito, di accidia seppure non malevola, e non mi resta altro da fare che ben poco: liberare ora questo tuo ultimo accordo per mandarlo in giro ricordativo mentre si svolge la nostra provvisoria separazione. Addio Osvaldo Ramous.

Non è più il vento

Non è più il vento che soffia, / è la voce dei tuoi segreti./Anche i volti già chiusi nella terra / tornano vivi al sole. / Se improvviso si apre / il nodo aspro dei sensi / e la foglia sciolta dal ramo /si fa aia per avvolgerti col suo volo, / da leggere campane di petali / escono fiati di nascituri / e balconi allegri si schiudono / sopra il mare del sonno.

Dove siete

Dove siete quelle che nel mio orto / facce umane adoravo / come fossero volti di sopravvissuti, / fiori gonfi di sangue / multicolore? / Tutte nella memoria, qui, e mai vive, / ma pur sempre presenti. / Dove siete, facce umane / nate dalle cortecce / d’albero del mio orto?

Osvaldo Ramous