I nostri commenti


Etica e società
di Elvio Baccarini

30.12.2009
Populismo e crisi di fiducia

23.12.2009
Fantasia e immaginazione per vivere gioie reali

16.12.2009
Lo spettacolo della sofferenza fine a sé stessa

9.12.2009
La corsa al mercato frutto di una decisione politica

2.12.2009
«Democrazia di protesta»

25.11.2009
Le scienze
umanistiche alla mercé
del mercato

18.11.2009
Diritti, latita la cultura pubblica

11.11.2009
Libera Chiesa in libero Stato

4.11.2009
Scuola, battersi contro i pregiudizi

28.10.2009
Il potere di Internet e il deficit di democrazia

21.10.2009
Guardare oltre le tradizioni

14.10.2009
Il buon senso combatte gli abusi

7.10.2009
Il valore della vita umana

30.9.2009
Per ogni divieto servono motivazioni molto valide

23.9.2009
Razzismo, un male assoluto

16.9.2009
Integrazione, il buonismo non basta

9.9.2009
Interessi particolari e bene comune

2.9.2009
Uso e abuso della battuta

26.8.2009
Solidarietà
e responsabilità

19.8.2009
Ideali, ideologie
e benessere

12.8.2009
Sensibilità e utilità sociale

4.8.2009
Università, spazio alla meritocrazia

29.7.2009
Per l'alta cultura il mercato non dev'essere il criterio primario

22.7.2009
Opposizione trasversale
a una legge
scandalosa

15.7.2009
«Libera Chiesa
in libero Stato»
ovvero sì
all'anticonformismo

8.7.2009
Povertà e ingiustizia sociale

1.7.2009
Il valore della salute pubblica

24.6.2009
Aspettando la riconciliazione

17.6.2009
Procreazione, purché
sia ben assistita

10.6.2009
Populismo e antipolitica

3.6.2009
Il diritto alla
disobbedienza civile

28.5.2009
Università, il rischio
della commercializzazione

21.5.2009
Protesta studentesca:
una pausa di riflessione


Archivio

2006, 2007

30.12.2009
Populismo e crisi di fiducia

La principale novità della prima parte delle elezioni presidenziali è senza dubbio l’esclusione dell’HDZ dalla contesa finale. Ad accedervi, infatti, sono l’attuale candidato dell’SDP e l’uomo che, in quanto sindaco della principale città croata, è stato per anni, probabilmente, la figura di maggiore influenza pubblica tra tutti i membri di questo partito. La sfida, come tutti sanno, è tra Ivo Josipović e Milan Bandić. Personalmente, in quanto tifoso interista di limpida fama, visto il nome di uno dei due candidati sento quasi aria di derby.
La sera dei risultati elettorali ho trovato interessante sentire il candidato dell’HDZ commentare la sconfitta. Ci è stata presentata la teoria di una cospirazione intesa a sconfiggere l’HDZ, fondata sul fatto che le candidature di Primorac e Vidošević, persone di grande influenza proprio grazie all’HDZ, e quelle di Tuđman jr. e Jurčević, hanno ovviamente provocato una dispersione dei voti di destra, proprio quanto è bastato a far vincere Josipović e Bandić. La lettura degli avvenimenti, però, non deve essere semplificata. Da un lato, c’era anche una possibilità di dispersione di voti a sinistra, proprio in virtù della candidatura di Bandić. L’SDP, invece, ha mantenuto il proprio elettorato assolutamente compatto e probabilmente Bandić ha preso voti quasi esclusivamente a destra. Non vi sono state sostanziali dispersioni neppure in virtù delle candidature della Pusić e di Kajin. Il dato elettorale rilevante, pertanto, è una crisi di fiducia nei confronti dell’HDZ da parte del suo elettorato, e questo dovrebbe provocare una riflessione all’interno del partito, piuttosto che l’appello a una teoria della cospirazione.
Dall’altro lato, ci si potrebbe chiedere chi avrebbe potuto organizzare la cospirazione. Evidentemente, qualcuno sufficientemente influente da poter controllare contemporaneamente Primorac, Vidošević, Tuđman jr. e Jurčević. È inverosimile che questo sia l’SDP. Forse influenti circoli stranieri? Si tratta di un’ipotesi da non trascurare e forse Hebrang possiede delle informazioni che l’opinione pubblica non conosce. Questo sarebbe molto problematico per l’HDZ, in quanto probabilmente indicherebbe la sfiducia di circoli influenti nei confronti delle possibilità di questo partito di condurre ulteriormente la Croazia. Ipotesi non inverosimile, visti i recenti fatti di cronaca noti all’ampio pubblico. Un’ipotesi da non escludere è forse un interesse della destra estrema ad avere alla guida del Paese il centrosinistra piuttosto che il centrodestra. Perché? L’HDZ ha esibito intenzioni equivalenti all’SDP a collaborare e sostenere la prosecuzione dei crimini di guerra, mostrandosi, però, un avversario molto più difficile da opporre per chi ha voluto ostacolare una simile politica. Mentre si era rivelato molto facile organizzare forme di protesta di massa contro l’SDP, si sono viste mobilitazioni soltanto marginali nei confronti dell’HDZ. Un’ipotesi non inverosimile sarebbe l’adesione delle destre estreme alla politica del “tanto peggio, tanto meglio”.
Come sempre, quando si parla di cospirazioni si rimane nella sfera dell’immaginario. Ci si può divertire a formulare ipotesi, ma non si avranno mai certezze. Vorrei ritornare ora ai fatti certi.
Già dalle elezioni amministrative, si vede una notevole crescita dei risultati dei candidati indipendenti. Primorac, Vidošević e Bandić hanno raccolto il sostegno di quasi un terzo dell’elettorato. Questo fatto rivela una sfiducia nei confronti dei partiti esistenti o addirittura una crescente sfiducia nei confronti del sistema partitico in quanto tale. Se i partiti ne sapranno trarre il dovuto insegnamento e inizieranno a orientarsi maggiormente verso i problemi della popolazione e meno verso i dibattiti interni alle loro direzioni potremmo avere un progresso della democrazia in Croazia. Diversamente, il pericolo è un ulteriore indirizzo populistico.
Non sorprenderebbe se qualcuno degli attuali candidati indipendenti decidesse di formare un nuovo partito. Primorac può ritenere in modo ponderato di poter aspirare a uno status parlamentare, mentre Bandić, qualora non fosse eletto presidente, potrebbe aspirare (magari, assieme al sindaco di Spalato, Kerum) a dirigere un partito che potrebbe puntare al 15-20 per cento dei consensi. Sicuramente si avranno delle risposte nei prossimi mesi.
Per ora attendiamo la parte finale del procedimento elettorale. La mia impressione è che il risultato dipenda da come voteranno ora gli elettori di Vidošević, la parte più imprevedibile e meno ideologizzata dell’elettorato.

23.12.2009
Fantasia e immaginazione per vivere gioie reali

Il nuovo spettacolo del teatro di Fiume, “Ospedale di provincia”, offre parecchi inviti all’analisi. Il testo è molto valido, così come l’impostazione che gli è stata data dal regista Matjaž Latin. Oltre a concedere ampio spazio all’espressività degli attori, coordinata però con molta attenzione, Latin ha indirizzato i propri sforzi in funzione del testo e del suo significato. L’autore Hristo Bojčev ha presentato una riflessione sulle condizioni dei paesi post-socialisti (primariamente, immagino, la sua Bulgaria), che può essere estesa a condizioni umane più generalizzate e meno identificate in uno spazio e tempo determinati.
Il tema di base riguarda il disagio nei paesi ex socialisti, ai margini dei centri di potere mondiali. In questo contesto, l’autore rappresenta, ad esempio, l’entusiasmo (privo di un fondamento comprensibile) dei personaggi di fronte ai voli degli aerei dell’Alleanza sopra l’ospedale nel quale si trovano. Appare chiaro che l’intenzione reale dell’autore è quella di illustrare la soddisfazione delle popolazioni nei paesi ex socialisti per l’adesione alla NATO, i cui vantaggi (o supposti tali) né sono chiari, né sono mai stati illustrati con precisione.
Un altro dei motivi interessanti del lavoro è il sogno di un futuro ricco di piaceri in Svizzera (qui simbolo del ricco mondo occidentale). Infine, tra i vari temi importanti, vorrei far notare la negligenza, o, meglio, l’esplicita indifferenza del medico e dell’infermiera nei confronti del paziente. Piuttosto che illustrare il reale atteggiamento di chi lavora in questo settore, il tema rappresenta lo stato di abbandono delle istituzioni pubbliche e la loro disfunzionalità nei confronti degli interessi delle popolazioni, in particolare dei più bisognosi e indifesi. Vorrei sottolineare la multidimensionalità del lavoro, fedelmente sostenuta da una regia molto pulita e funzionale.
Ho indicato alcuni temi di carattere sociale. Al di là di questi temi, ve ne sono altri più legati a condizioni umane generali: l’identità personale, il significato della vita, il divario tra realtà e progettualità. Per chi si occupa di filosofia sono chiari anche vari temi di filosofia dell’arte (ad esempio, il distacco tra finzione e realtà, o il significato di “verità” in un’opera d’arte). Credo che questa multidimensionalità sia una condizione indispensabile di un’opera d’arte valida, che deve essere in grado di divertire (o, in modo più generico, intrattenere) il pubblico, suscitare emozioni, invitare alla riflessione e offrire prospettive su fatti umani e sociali. È per questo motivo che un’opera d’arte valida deve presentare diversi livelli di lettura ed essere in grado, con la sua comunicabilità, di interagire con il pubblico, con vari aspetti di profondità (divertimento, emozioni, riflessione). Queste sono virtù indubbiamente presenti nel lavoro di Bojčev e nella regia di Latin. Al contrario, da questo punto di vista è censurabile un’ampia parte dell’arte contemporanea che nasconde la propria superficialità nell’ermetismo e la propria vacuità in invenzioni ed effetti privi di significato. In considerazione del fatto che i miei sono commenti riguardanti l’etica e la società, vorrei legare questi pensieri non a un dibattito culturale o di teoria dell’arte, bensì a quelle che devono essere le funzioni di un’istituzione culturale pubblica, come lo “Zajc” di Fiume, che con questo spettacolo ha risposto in modo esemplare alla propria funzione sociale.
Ritorno, ora, al contenuto del testo. È evidente come ci offra la testimonianza di una situazione condivisa nei paesi ex socialisti. Si tratta di una situazione di disagio, di disfunzione delle istituzioni pubbliche, di assenza di prospettive e di desiderio di fuga (un desiderio, peraltro, fittizio e fantasioso per molti, e sostenuto da progetti di vita autentici per pochi). L’autore rappresenta un senso di solidarietà e mutuo sostegno tra i personaggi coinvolti in questa situazione, ma, per chi la conosce in prima persona, rimane dubbio quanto il sostegno reciproco sia reale in questi contesti sociali e quanto, invece, si viva nell’individualità esasperata. Alla fine, Bojčev suggerisce le vie d’uscita, primariamente legate alla fantasia e all’immaginazione. Condivido l’idea che la fantasia e l’immaginazione siano due valori importanti, anche socialmente e politicamente importanti. Sicuramente non è uno dei compiti dell’arte farne uso per progettare una società e condizioni di vita diversi. Ma è giusto che stimoli la nostra capacità di immaginare, per costruire una società dove molti possano vivere di gioie reali e non fantasiose e fittizie, o, peggio ancora, nella rassegnazione, che sembra essere divenuta la risposta più comune anche all’ingiustizia e al malgoverno.

16.12.2009
Lo spettacolo della sofferenza fine a sé stessa

Recentemente nella principale zona pedonale fiumana si è svolto un gioco organizzato da una televisione locale. Il gioco consisteva nella necessità di rimanere attaccati a un’automobile almeno con una mano. Vinceva, e si portava a casa la macchina, chi riusciva a resistere di più.
Il gioco a molti ha ricordato una competizione rappresentata in un film americano di qualche decennio fa, dove, però, bisognava esibirsi in una gara di ballo. Vinceva, naturalmente, anche qui chi riusciva a resistere più a lungo.
Una differenza tra le due competizioni è presente e, purtroppo, non parla a vantaggio dei nostri tempi. Mentre la competizione rappresentata nel film richiedeva almeno un’abilità oltre alla resistenza, ovvero la capacità di ballare, e quindi ci poteva essere un aspetto interessante aggiuntivo per gli spettatori oltre alla sola sofferenza dei contendenti, vediamo che nell’epoca attuale anche una parvenza di spettacolo classico è ormai superflua ed eccessiva per l’ampio pubblico.
Certamente non è un grande spettacolo vedere ballare dei dilettanti, anche se, nel pochissimo tempo che dedico alle televisioni, mi sembra di notare che ormai facciano ballare solamente le persone che non sanno farlo. Allo stesso tempo, mi sembra che le emittenti offrano agli spettatori cantanti amatoriali, commentatori scarsamente acculturati, o, anche quando lodevolmente istruiti, votati all’aggressività piuttosto che all’argomentazione. Comunque, nella scelta del gioco di resistenza visto recentemente nel nostro Corso, anche queste briciole, o simulazione, di spettacolo si sono perse. Rimane soltanto il patimento dei concorrenti. In questo senso, credo si possa dire che con questo gioco si sia arrivati alla riduzione estetica e morale assoluta.
C’è già stata una polemica tra un commentatore critico del gioco e un rappresentante ufficiale della televisione che ha organizzato il gioco. Credo che nella polemica si sia deviato da alcuni temi essenziali, ad esempio inserendovi i temi del carnevale e del festival della canzone ciacava. La questione essenziale non riguarda un’alternativa tra gusti ed estetiche elevate e quelli rudimentali e non sofisticati. Ovviamente, in una comunità deve esserci spazio per tutti e, sempre ovviamente, non ci si può attendere che gli spettacoli di massa siano ispirati da un’estetica raffinata che, di per sé, è indirizzata a un pubblico ristretto. È un fatto comune e presente ovunque.
Comunque, indipendentemente da possibili criteri elevati o forse legati (per quanto riguarda la concezione dello spettacolo e della televisione) ad altri tempi, credo che il gioco offerto dall’emittente locale e al quale sto dedicando questo commento sia preoccupante anche per gli standard attuali e per quelli meno ambiziosi.
Nei confronti della mia opinione si potrebbe reagire, come si è già fatto nel contesto della polemica alla quale ho accennato, dicendo che vi sono altri giochi socialmente riconosciuti e ammessi che si basano sulla resistenza delle persone e che provocano una certa sofferenza tra i partecipanti. La boxe è uno di questi, ma si possono nominare anche, ad esempio, alcune gare automobilistiche.
Eppure, c’è una differenza molto importante nei confronti di queste competizioni. A queste gare partecipano persone allenate, preparate e abilitate agli sforzi che intraprendono. Inoltre, al pubblico non offrono soltanto la propria sofferenza, bensì anche molteplici abilità sviluppate negli anni. Infine, anche se veramente non ci fosse alcuna differenza importante tra quelle gare e questa che sto commentando, ciò non sarebbe un motivo per accettare in silenzio un nuovo obbrobrio, nonostante l’incapacità di opporsi ad altri eventuali già esistenti.
Fortunatamente, nel recente gioco non vi è stato alcun danno materiale immediato. Nessuno si è fatto male, non vi sono stati infortunati... Non c’è alcun motivo per un particolare astio polemico. Rimane, però, credo, il dovere di chiunque di commentare l’attualità e fatti di rilevanza sociale e di esprimersi contro giochi e spettacoli simili, a favore di una diversa concezione della dignità umana.

9.12.2009
La corsa al mercato frutto di una decisione politica

Ho letto recentemente un commento scritto dal sociologo zagabrese Darko Polšek (peraltro, mio carissimo amico e persona che stimo molto) sulla recente protesta degli studenti spentasi gradualmente nel corso del fine settimana. Nel suo intervento ci è stata riproposta una tesi che si può sentire iteratamente negli ambienti preposti al finanziamento delle istituzioni scolastiche e di ricerca: soltanto le istituzioni che sapranno sopravvivere sul mercato potranno prosperare (qualcuno dice addirittura continuare a esistere). Polšek, più precisamente, ha scritto che potranno prosperare soltanto le istituzioni di ricerca e universitarie che sapranno trasformarsi e divenire delle corporazioni che avranno successo in quanto tali.
L’argomentazione, purtroppo presente in tutta Europa, soprattutto negli ambienti governativi e delle amministrazioni statali e comunitarie, mi rammenta immediatamente un ragionamento diffuso che riguarda l’assistenza medica. Mi riferisco a posizioni espresse a riguardo di determinate disfunzioni provocate da alcune malattie o incidenti, quando si parla di “persone irreversibilmente e inevitabilmente condannate a un’assoluta immobilità, assenza di vita sociale, possibilità di comunicare” o altre condizioni di estremo depauperamento della qualità della vita.
Purtroppo, alcune situazioni non possono che essere descritte in questo modo. Tuttavia, in altri casi giudizi simili sono quanto meno affrettati. Ho letto, ad esempio, quanto è stato scritto giustamente da una filosofa americana, la quale critica posizioni di questo tipo, ad esempio, in riferimento alla stessa disfunzione della quale è vittima il noto fisico inglese Steven Hawking. Questi, grazie ai mezzi tecnici di ausilio, non è condannato a un’assoluta immobilità (almeno non lo era nelle fasi della sua malattia fino a qualche tempo fa), ha un’intensa vita sociale (infatti è uno scienziato di grande prestigio, il che implica, tra l’altro, un’intensa interazione con altre persone) e ha la possibilità di comunicare. La differenza tra lui e altre persone con la sua stessa disfunzione non è nella condizione fisica, bensì nella diversità dei mezzi di sostentamento dei quali possono disporre. Si tratta, pertanto, di una differenza sociale, e non di una differenza naturale.
Credo che una cosa analoga si possa dire a proposito del giudizio di Polšek, condiviso da vaste parti dell’establishment politico in Europa, per cui potranno sopravvivere o prosperare soltanto le università e gli istituti di ricerca che sapranno divenire corporazioni di successo. In questo, come nel caso precedente, non c’è nulla di inevitabile, ma soltanto una decisione politica sullo sfondo: se sarà così, lo sarà perché è stata presa la decisione che vuole un’organizzazione sociale di questo tipo.
È sorprendente come spesso questioni che dipendono dalle strategie delle istituzioni sociali e politiche si spaccino per necessità che devono determinare i nostri comportamenti e le nostre decisioni. L’argomento viene presentato con una naturalezza che lo fa apparire ovvio e quindi valido.
Va, peraltro, ricordato e tenuto presente che l’opposizione a simili strategie è molto esigente e richiede una presa di coscienza molto superiore a quella attuale. Precisamente, una presa di coscienza sulla politica degli Stati e della Comunità europea soprattutto a riguardo delle politiche fiscali. Se vogliamo sostenere un’istruzione e una ricerca scientifica non commercializzate, non indirizzate agli interessi dei centri finanziari e imprenditoriali, bensì alla società nel suo insieme, dobbiamo affermare una ripartizione delle risorse pubbliche diversa da quella attuale. Lo stesso è valido per quanto riguarda l’agevolazione delle condizioni di vita dei malati. In Croazia (ma temo anche altrove) su tutto questo è ancora assente un dibattito serio. Si può immaginare un partito politico che potrebbe vincere le elezioni in virtù della politica fiscale e del progetto di distribuzione delle risorse fiscali? L’interesse pubblico è ancora concentrato prevalentemente sul rapporto tra ustascia e partigiani, ovvero su liti ideologiche della dimensione Don Camillo/Peppone. Ultimamente c’è un interesse crescente che riguarda il tema della corruzione, ma temo per lo più nel contesto della tradizionale curiosità mediatica per i fatti di cronaca nera e non di una maggiore attenzione morale.
Fino a quando si seguiranno in modo distratto le questioni essenziali, si continuerà a subire come inevitabile ciò che invece è evitabile e rimediabile.

2.12.2009
«Democrazia di protesta»

Nel corso della scorsa settimana ho potuto partecipare a un convegno, a Zagabria, sul tema della democrazia. Considerando che la scorsa settimana sono riprese le proteste degli studenti legate alla commercializzazione del sistema universitario era prevedibile che si sarebbe parlato pure di disobbedienza civile. Questa è stata definita già dal grande filosofo americano John Rawls quale parte indispensabile della teoria della democrazia.
Commenterò alcuni fatti apparentemente disconnessi, ma in realtà complementari. I primi due sono quelli che ho appena nominato: il dibattito sulla disobbedienza civile in un convegno sulla democrazia e le attuali proteste degli studenti (peraltro, rispetto alla scorsa primavera, molto annacquate e deficitarie nelle adesioni). Il terzo è l’intervento in un programma televisivo del presidente dell’Associazione degli studenti in Croazia, Ivan Bota.
Bota nel corso del programma televisivo ha ripetuto la nota formula per cui si sostengono le richieste degli studenti, ma non il loro metodo: gli studenti avrebbero assolutamente ragione, ma farebbero malissimo a lottare per le proprie richieste con lo strumento dell’occupazione delle facoltà. Questo pensiero – sostegno alle finalità, ma non alla protesta civile quale mezzo –, non ha una storia molto gloriosa. Come ha scritto Martin Luther King, i principali nemici dei negri non erano i membri del Ku Klux Klan, bensì i bianchi moderati che di fronte alle manifestazioni di disobbedienza civile affermavano “sosteniamo le vostre finalità, ma non i vostri metodi”. Nonostante la storia infausta di questo pensiero, di per sé non si tratta di un’idea priva di senso. In condizioni diverse possono esserci o non esserci le giustificazioni adeguate per la disobbedienza civile ed è assolutamente legittimo pensare che le proteste guidate da Martin Luther King fossero legittime (come, credo, oggi pensino tutte le persone di buon senso) ed avere un’opinione diversa a proposito dell’attuale protesta degli studenti. Fino a qui nulla da ridire a Bota.
Nel corso della trasmissione un ascoltatore, al telefono, ha chiesto a Bota se fosse membro di un partito. Bota ha risposto di no. Tuttavia, già il giorno successivo sono apparse delle foto con il buon Bota alfiere a un incontro partitico dell’HDZ. Naturalmente, nulla da ridire sul fatto che l’energico giovane si esibisca nell’esposizione di bandiere quale attivista e membro di un partito. Non troverei nulla di sbagliato neppure in una situazione nella quale gli attivisti dei partiti ricoprirebbero cariche presidenziali nell’organizzazione degli studenti. Peraltro, Bota ha congelato la sua appartenenza partitica quando ha assunto la carica nell’organizzazione studentesca, quindi non ha mentito quando ha detto di non essere membro di partiti. Ma la sua risposta, a causa di ciò che ha evitato di dire, rappresenta un evidente caso di manipolazione. Ha evitato di esprimere un’informazione chiaramente importante per la persona che ha rivolto la domanda.
Ritorno ora al convegno di Zagabria. In uno degli interventi, uno dei relatori ha parlato della “democrazia di protesta”. La base di questa democrazia sarebbero scioperi selvaggi con i quali si farebbero pressioni sulle istituzioni. In breve, un attivismo spontaneo e non istituzionalizzato. Nell’opinione del relatore questa sarebbe l’unica forma attendibile di democrazia.
In base ai contatti diretti che ho avuto con i rappresentanti della protesta degli studenti, ho notato che questo è un pensiero condiviso da alcuni, non so se siano molti. Si tratta di un pensiero sbagliato. La “democrazia di protesta” non è una forma di espressione democratica. La disobbedienza civile può essere soltanto un tentativo estremo e temporaneamente limitato di ridestare le istituzioni mal funzionanti, ma non uno strumento in permanente opposizione alle istituzioni. La democrazia deve prevedere un insieme di regole che tutelino le procedure e i fondamentali diritti di tutti. Eclissare o bloccare in modo permanente le istituzioni vuol dire aprire le porte al totalitarismo.
Queste, peraltro, non devono essere un fine in sé, come, purtroppo, sta avvenendo in molte sedi. Un esempio è proprio l’Associazione degli studenti, una delle organizzazioni meno rappresentative a livello planetario. Lo si vede anche dal concetto di “moralità” esibito dal suo presidente Ivan Bota nel recente programma televisivo. Fino a quando le istituzioni saranno guidate da personaggi simili, si possono attendere iterati tentativi di espressione della volontà popolare nella disobbedienza civile. E questo è un pericolo serio.

25.11.2009
Le scienze umanistiche
alla mercé del mercato

Venerdì 20 novembre è stata celebrata la Giornata internazionale della filosofia. La notizia appare quasi bizzarra nella situazione attuale quando le università, spinte in questa direzione dalle autorità pubbliche, in modo strisciante, ma deciso stanno adottando politiche di marginalizzazione, o addirittura soppressione dei campi di ricerca umanistici e sociali.
La scorsa settimana sono stato raggiunto dalla notizia della chiusura del Dipartimento di sociologia dell’Università di Birmingham. Il Dipartimento comprende 16 ricercatori, dei quali 13 rimarranno disoccupati. Da quanto mi hanno raccontato i colleghi sociologi, sembrerebbe che le motivazioni riguardino la scarsa produzione scientifica e gli insuccessi nel ricevere sostegni finanziari da enti esterni all’università per progetti di ricerca.
Trovo la prima spiegazione adeguata: se un settore di un’università ha una produzione scientifica ridotta è giusto che non goda più di alcun sostegno e che le persone che hanno deluso siano sostituite da altre persone più vogliose di rispondere alle attese che devono corrispondere a un’istituzione accademica. Peraltro, i colleghi sociologi che conosco esprimono più di un dubbio sull’appropriatezza del giudizio riguardante la produzione scientifica ridotta a Birmingham, ma non dispongo di informazioni precise che mi permetterebbero di giudicare questo aspetto del problema.
La seconda spiegazione è preoccupante in quanto sintomo evidente dell’intenzione di commercializzare l’università. La sociologia, nell’ambito delle scienze sociali ed umanistiche, è da sempre ritenuta una disciplina fortemente applicata. Trovo inquietante che addirittura questo campo di studio, tra i più applicati, sia ritenuto inutile nell’ambito accademico. Evidentemente è così in quanto il criterio di utilità ed inutilità è divenuto il mercato: se riesci a essere interessante sul mercato hai una ragione di esistere, diversamente devi sparire.
Invece non deve essere così! È evidente a chiunque si interessi anche minimamente di queste tematiche che l’unica forza sociale influente nel mondo occidentale disposta a sostenere ricerche indirizzate allo studio dei valori umani e della società dal punto di vista dei valori fondamentali è la Chiesa cattolica. Ovviamente, questo è un fatto lodevole, ma non può bastare. Non sorprende che le corporazioni e gli imprenditori non siano interessati a offrire risorse finanziarie a ricerche sociali e umanistiche. L’unico esempio dissonante su vasta scala che conosco è quello dell’americano di etnia ungherese, George Soros, che però, per quanto ne sappia, limita il proprio supporto ai ricercatori negli Stati ex socialisti.
Quando qualcosa ha un elevato valore pubblico e non può sopravvivere sul mercato deve godere del sostegno statale. Questo è il caso delle scienze umanistiche e sociali (come pure dell’arte elevata). In che cosa consiste il valore delle scienze umanistiche e sociali? La risposta è semplice: nel fatto che si occupano dello studio dei valori dell’umanità, dell’eredità che ci è stata trasmessa nella storia della civiltà, dei rapporti nel mondo contemporaneo, dello spazio adeguato (ma anche degli abusi) del multiculturalismo, della giustizia nei rapporti tra persone, dello studio della creatività culturale... Un’umanità che trascura queste dimensioni trascura ciò che la distingue dal resto del regno animale.
Purtroppo, questa negligenza non sembra essere vincolata alle specificità di alcune politiche statali, bensì un’esplicita strategia europea. Mi ha raccontato una collega che ha partecipato recentemente ad un seminario preparativo per l’adesione a un concorso europeo per progetti di ricerca che le scienze umanistiche e sociali saranno prese in considerazione soltanto se estremamente applicate e anche in questo caso in modo soltanto marginale.
Quelli tra noi che, ad esempio, ricordano con nostalgia la TV che trasmetteva l’Odissea e l’Orlando furioso in prima serata, ed in tempi più recenti una fiction (come si dice oggi) impegnata e critica come La piovra hanno seri motivi per preoccuparsi e rassegnarsi nei confronti di un futuro quando al pubblico si offriranno sempre più programmi con persone che recitano e non sanno recitare, cantano senza saper cantare, ballano senza saper ballare, o, peggio ancora, gli opprimenti e deprimenti reality show. Il danno maggiore sono le liti televisive su temi seri, in quanto hanno la pretesa diseducativa di mostrare come si dovrebbe dibattere su temi di rilevanza generale e vitale.

18.11.2009
Diritti, latita la cultura pubblica

La settimana appena trascorsa è stata dedicata alla lotta contro la discriminazione. Purtroppo, non si è potuto sentirne parlare molto. I motivi possono essere vari. L’ormai cronica abitudine del pubblico a interessarsi al gossip piuttosto che a notizie sostanziali. La campagna elettorale presidenziale (che, per i toni che ha avuto fino ad ora facciamo fatica a distinguere dal gossip). Ovviamente, l’influenza suina.
Queste sono caratteristiche presenti un po’ ovunque. Il fatto specifico croato (probabilmente presente in tutti i Paesi ex socialisti) è l’assenza di una cultura pubblica dei diritti umani e del senso di giustizia esteso alla comunità.
Sarebbe assolutamente sbagliato pensare che in Croazia non vi sia disponibilità a reclamare diritti. Si tratta di un’abitudine molto presente, ma frequentemente male indirizzata. Spesso si tratta di situazioni scolastiche. Uno degli ultimi casi sembra riguardare una scuola di Spalato, dove è stato fatto ripetere per quattro volte un esame di riparazione per un’allieva. Se la notizia riportata è vera, si tratta di un’allieva che nel corso dell’anno scolastico non ha avuto un unico voto positivo e (unica tra una ventina di allievi) non è riuscita a superare l’esame di riparazione, peraltro ripetuto con le domande identiche a quelle del primo tentativo. Il voto è stato negativo anche di fronte a una nuova commissione di tre insegnanti. Una successiva decisione ha stabilito di ripetere ancora l’esame spiegando che le domande erano troppo complicate ai fini del raggiungimento di un voto positivo. Al quarto tentativo, l’allieva è stata promossa.
Non so se l’organo competente abbia agito bene, ovvero se ci fossero state irregolarità nel corso degli esami di riparazione, o se le domande fossero state troppo esigenti per il voto minimo. Alcune cose appaiono strane. Gli esami di riparazione dovrebbero prevedere domande standard e test scritti per tutti gli alunni. Sarebbe, quindi, difficile capire perché la verifica sarebbe stata inadeguata per un’alunna e non per i rimanenti venti. L’unica spiegazione potrebbero essere evidenti e gravi atti di discriminazione da parte dell’insegnante. Ma in questo caso i competenti organi avrebbero dovuto intraprendere serie misure disciplinari nei confronti di questa persona e non soltanto far ripetere l’esame. In breve, una situazione coerente sarebbe quella nella quale ci sarebbero state irregolarità nel corso dell’esame di riparazione, la prova sarebbe stata ripetuta e l’insegnante sarebbe stato severamente punito. L’altra situazione coerente prevederebbe l’assenza di sanzioni per l’insegnante e la conseguente constatazione che l’alunna dovrà ripetere l’anno scolastico e cercare di migliorare la propria conoscenza della materia. Nell’assenza di informazioni più precise rimane l’impressione che ci sia stato un abuso degli organi competenti per favorire l’allieva, umiliare la dignità professionale dell’insegnante e provocare un grave danno sociale contribuendo ulteriormente a destabilizzare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento nelle scuole.
Perché ho voluto parlare di questa situazione in un articolo dedicato al tema della discriminazione? Ho tentato di indicare con un caso specifico (o con quanto si può dedurre su questo caso dalla presentazione che ne è stata fatta) il livello di coscienza pubblica sul tema dei diritti. L’altro esempio può essere quello della legge che vietava il fumo nei locali pubblici. Pochissimi hanno pensato che il dovere del cittadino fosse quello di adeguarsi, come fanno i cittadini di molti Paesi europei. In moltissimi, invece, hanno pensato a far pressione sul governo per tutelare il proprio privilegio di danneggiare la salute propria e quella degli altri. Le forze politiche sono state molto rapide a mutare una legge che, evidentemente, rischiava di far perdere voti, mentre sembrano non aver gravi ripercussioni il futuro della cantieristica, i casi di corruzione, la crescita della pressione fiscale, la scandalosa legge sulla procreazione assistita. Tutti questi casi, che rappresentano situazioni autentiche di discriminazione o violazione dei diritti, sono volati nei pressi delle forze politiche come dei moscerini.
Da un lato c’è una grande reattività di molti cittadini nel non voler subire le decisioni anche quando sono eque. Dall’altro lato un’assoluta pigrizia o rassegnazione quando sono in gioco diritti autentici. Fino a quando la coscienza pubblica è ridotta in queste condizioni, ci sono poche speranze di veder funzionare in modo appropriato le istituzioni pubbliche.

11.11.2009
Libera Chiesa in libero Stato

La recente sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sull’esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche potrebbe rivelarsi storica, per la creazione di nuovi standard istituzionali riguardanti i diritti culturali delle persone e il diritto alla libertà di coscienza. In prima istanza, la Corte ha stabilito che non è legittimo esporre questo simbolo religioso negli ambienti delle scuole pubbliche. Prima che la sentenza sia definitiva, bisogna attendere il sicuro appello del governo italiano (l’appello alla Corte, infatti, riguarda proprio una situazione italiana) e la successiva decisione dell’istanza definitiva del tribunale di Strasburgo.
Trovo la decisione assolutamente giustificata e, anzi, mi sembra sorprendente che tra le forze politiche organizzate sembra che non vi sia quasi nessuno, in Italia, al di fuori degli schieramenti massimamente a sinistra, a condividere questa opinione. Gli argomenti contrari alla sentenza della Corte europea dei diritti umani sono talmente distanti da una cultura politica liberale, fino al punto da risultare inspiegabili nella loro presenza così ampia in un Paese che, invece, vanta una lodevole presenza della tradizione liberale in tutta la propria storia moderna. In conclusione, sembra difficile da comprendere, proprio nel Paese di Cavour, un simile schieramento compatto contro una decisione assolutamente conforme alla tradizione di pensiero che fa del rispetto dei diritti delle persone, della neutralità ideologica e confessionale dello Stato e della libertà di coscienza il proprio aspetto centrale.
Inizio proprio da Cavour. Tra gli argomenti espressi con maggiore convinzione contro la decisione di Strasburgo vi è quello per cui il crocifisso nelle scuole pubbliche sarebbe un aspetto irrinunciabile della tradizione italiana. Ovviamente, i pensatori conservatori e tradizionalisti ci hanno insegnato a ritenere parte della tradizione di un popolo le cose più disparate. Va ricordato, però, che la mente pensante dell’unificazione dell’Italia è stato il ministro Cavour, convintissimo sostenitore, come sa chiunque abbia frequentato una scuola media, del principio “libera Chiesa in libero Stato”. Inoltre, va ricordato che lo Stato italiano ha raggiunto la propria unificazione non certamente con la Chiesa cattolica tra i più fermi tifosi di questo processo storico. Non vedo, pertanto, come si possa ritenere il crocifisso nelle scuole pubbliche un aspetto dell’identità italiana. Da quanto ho potuto leggere nel corso del recente acceso dibattito, la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche è tuttora prevista in conformità alle norme presenti nei regi decreti del 1924 e del 1928 riguardanti gli arredi scolastici. Spero proprio che siano in pochissimi, in Italia, attualmente, a voler ricondurre l’identità nazionale alle abitudini di quegli anni. Credo sia molto più conforme al buon senso ricercare delle indicazioni sulla propria identità nazionale nel pensiero di Cavour, piuttosto che in quello delle autorità statali nel 1924 e nel 1928.
Alla base dell’argomento favorevole al crocifisso nelle scuole pubbliche vi è una confusione di base: la confusione tra l’adesione o la non adesione al cattolicesimo e al cristianesimo (che è una questione di coscienza personale, sulla quale, peraltro, i singoli cittadini hanno piena legittimità di esprimersi pubblicamente) e la neutralità dello Stato nei confronti degli orientamenti religiosi e di concezione morale (che è una questione istituzionale e legale; chi ritiene che lo Stato debba offrire ai propri cittadini delle istituzioni nelle quali nessuno ragionevolmente si sente discriminato, necessariamente ritiene che queste istituzioni non possano esibire simboli confessionali). Se si elimina questo malinteso, si può vedere come una presenza tradizionale della cultura cattolica e cristiana nella tradizione culturale italiana non significhi allo stesso tempo un sostegno al crocifisso nelle scuole pubbliche.
La decisione di Strasburgo, pertanto, è assolutamente fondata. In molti, in Italia, l’hanno voluta vedere come l’ingerenza di un’istituzione europea in una questione culturale e storica specifica. Non è così! In gioco vi sono il diritto alla libertà di coscienza dei cittadini e la loro uguaglianza di fronte allo Stato. La Corte europea dei diritti umani ha, pertanto, agito in piena conformità al suo ruolo specifico. In breve: la sentenza non è un’espressione contraria al cristianesimo, bensì l’affermazione del diritto di tutti di sentirsi in modo uguale agli altri a casa propria nelle istituzioni pubbliche.

4.11.2009
Scuola, battersi contro i pregiudizi

Il recente libro di Richard Dawkins è naturalmente uno degli avvenimenti intellettuali di maggiore importanza. Ma, forse, sarà utile dedicare qualche parola di presentazione a questo autore, nonostante si tratti di uno scienziato e filosofo best seller e ampiamente noto al pubblico.
Dawkins è divenuto famoso in virtù della sua specifica posizione nell’ambito della teoria dell’evoluzione (una posizione che sostiene che le caratteristiche genetiche determinano il comportamento delle persone in modo simile a come determinano le loro caratteristiche fisiche), della sua difesa molto convinta del valore assoluto della metodologia scientifica e delle sue opinioni a riguardo delle conseguenze filosofiche e teologiche della teoria dell’evoluzione.
La fede di Dawkins nella metodologia scientifica è molto pronunciata. Si può dire che, nell’opinione di Dawkins, non vi sia alcuna conoscenza interessante che non derivi da un’applicazione della metodologia della scienza. È chiaro, pertanto, che la sua opposizione nei confronti delle religioni sia diretta e ferma, soprattutto alla luce della teoria dell’evoluzione. Questa sarebbe in grado di dirci come è sorta e si è sviluppata la vita e, di conseguenza, le religioni perderebbero un loro senso tradizionale. Così, almeno, si esprime Dawkins nelle sue enunciazioni più direttamente polemiche.
Rispetto ai momenti più polemici, le dichiarazioni più recenti di Dawkins sono più concilianti. Lo scienziato rende merito a quei rappresentanti delle religioni che esibiscono una lodevole apertura mentale nei confronti della scienza, in particolare quando si parla di teoria dell’evoluzione.
Leggo Dawkins da diversi anni e anche se lo trovo un autore molto stimolante e interessante non posso condividere alcune delle sue espressioni polemiche radicali e, soprattutto, la derivazione di conclusioni teologiche e filosofiche dalla teoria dell’evoluzione. Credo che la relazione tra scienze naturali, filosofia e teologia sia più complessa di quanto Dawkins sostenga in alcune occasioni. Non si può negare, peraltro, il grande valore che l’autore ha nella lotta contro i pregiudizi intellettuali e sociali che non sono ancora assenti nella società contemporanea e addirittura nei paesi più evoluti.
Forse non tutti i lettori sanno che, ad esempio, negli USA i genitori, richiamandosi al proprio orientamento di fede, possono determinare il tipo d’insegnamento scolastico che riceveranno i figli, fino ad escludere lo studio della teoria dell’evoluzione o la lettura di romanzi che confonderebbero ‘i ruoli naturali dei sessi’. I genitori di una ragazza (appartenenti ad una versione della religione cristiana), ad esempio, hanno richiesto l’esenzione della figlia dallo studio della letteratura a causa di un romanzo che descriveva una scena nella quale il fratello preparava il tè mentre la sorella stava leggendo un libro (inconcepibile che la sorella stesse leggendo e che il fratello stesse preparando il tè!). Le autorità giudiziarie non hanno accordato l’esenzione da simili programmi scolastici nelle scuole pubbliche, ma concedono l’iscrizione dei figli presso scuole private che corrispondono all’orientamento religioso dei genitori. Quale conseguenza è non soltanto possibile, ma addirittura presente in frequenti casi, che bambini, bambine, ragazzi e ragazze frequentino scuole dove non si insegna la teoria dell’evoluzione e si insegnano i ‘ruoli naturali dei sessi’. Come è stato rilevato da un autore, gli allievi di queste scuole sono condannati a disporre di un minore numero di verità e ad essere vittime di un maggiore numero di falsità rispetto alle persone istruite nel 18.esimo secolo.
Di fronte a situazioni simili si pone un problema per lo Stato e un’esigenza per l’intellettuale. L’intellettuale non dovrebbe avere dubbi sul proprio dovere: opporsi ai pregiudizi ed affermare la ricerca e l’insegnamento della verità in conformità alle più evolute possibilità metodologiche. Gli Stati, invece, sembrano tentennare. Credo che l’esempio negli USA che ho indicato testimoni un’eccessiva permissività nei confronti delle religioni. La regola aurea di ogni Stato evoluto dovrebbe essere la concessione delle massime libertà alle persone adulte che prendono decisioni che riguardano loro stesse: chi, dopo una riflessione personale, vuole rifiutare la teoria dell’evoluzione è libero di farlo. Non dovrebbe, però, essere permesso di escludere i figli dall’apprendimento delle teorie scientifiche, proprio come non dovrebbe essere permesso escluderli dalle cure mediche (anche questo richiesto da alcune religioni).
Il problema, peraltro, anche se particolamente acuto negli USA, non è del tutto assente neppure da noi. Basti pensare ai continui rinvii di un’adeguata educazione alla sessualità nelle scuole pubbliche, un’educazione che aiuti ad apprendere, vivere, gioire nelle proprie emozioni e conservare la salute e non a trasmettere pregiudizi.

28.10.2009
Il potere di Internet e il deficit di democrazia

Ho letto di una recente iniziativa su facebook la cui intenzione è di erigere un monumento ad Ante Pavelić. Nel momento quando ho letto la notizia, l’impresa godeva del supporto di 2.000 persone. Quale reazione si è presentata un’iniziativa opposta che, nel momento quando ne leggevo, era riuscita a coinvolgere 1.000 persone. La proporzione tra i sostenitori delle due opinioni non dovrebbe preoccupare, almeno in questo momento, in quando la seconda iniziativa ha avuto meno tempo per attivare adesioni. Una possibile spiegazione, che potrebbe suscitare preoccupazioni accentuate, sarebbe il timore che forse molti avrebbero di esporsi contro l’intenzione di erigere un monumento al capo dell’ex regime alleato (o, meglio, vassallo) della Germania nazista e dell’Italia fascista. Se questa ipotesi si rivelasse vera, indicherebbe una certa forza delle frange estremiste, violente e antidemocratiche nei confronti di una normale cultura civica. Soprattutto, però, il sintomo indicherebbe un’incompleta fiducia nei confronti della capacità delle forze dell’ordine di garantire la sicurezza dei cittadini e dell’ordinamento democratico. Spero che non sia così.
Ovviamente, l’interpretazione più pessimista sarebbe quella che rivelerebbe una presenza maggiore dei sostenitori del capo del regime nell’ex stato fascista croato, rispetto a quelli che sono critici nei confronti del personaggio e del sistema che governava. Anche se non si trattasse di un dato assoluto, sarebbe preoccupante constatare la prevalenza di una simile convinzione politica, ad esempio, tra la popolazione più giovane, che presumibilmente costituisce la maggioranza del popolo di facebook.
La lettura più serena sarebbe rappresentata dall’ipotesi che i dati sui sostenitori di Pavelić sono superiori rispetto a quelli degli oppositori in quanto i primi sarebbero più motivati ad esprimersi rispetto ai secondi, che avrebbero una sufficiente fiducia nell’impossibilità che l’erezione di un monumento al ducetto dell’NDH possa essere presa in considerazione dalle istituzioni.
Indipendentemente da quello che sarà il futuro dell’iniziativa e di come si debba interpretare il rapporto numerico tra gli schieramenti, credo che anche questa situazione serva a far riflettere nuovamente sul potere di Internet e sulle conseguenze per la democrazia che risultano da queste potenzialità.
Evidentemente ci sono delle ragioni per pensare che questo nuovo modo di comunicare, con la sua capacità di mettere in condizione di intraprendere iniziative comuni persone distanti, che non avrebbero altre occasioni di incontro, rappresenti uno stimolo per la democrazia. Le istituzioni democratiche si sono rivelate in tutto il mondo molto propense a divenire passive e formali. I temi all’ordine del giorno delle istituzioni che rappresentano i cittadini sono selezionati dai partiti, come pure il modo nel quale vengono trattati e risolti. Le decisioni che riguardano popolazioni intere vengono prese spesso o negli uffici ristretti alle direzioni dei partiti concentrate sulle proprie logiche interne, o da gruppi di potere informale, con intrecci tra politica, finanza e forze occulte. La conseguenza è un deficit della democrazia. Questo deficit si presenta in modo formale (con la passività delle istituzioni che più direttamente e in modo proprio dovrebbero rappresentare la volontà dei cittadini) e sostanziale (con decisioni che hanno poco a che fare con il benessere dei cittadini e molto, invece, con gli interessi di chi le prende).
Di fronte a questo blocco della democrazia, evidentemente c’è la necessità di disporre di una forza di mobilitazione che possa far pressione sulle istituzioni ufficiali, per riportarle al loro funzionamento appropriato. Il meccanismo, però, è molto delicato. Il ruolo di queste mobilitazioni deve essere di stimolo alle istituzioni affinché svolgano le proprie funzioni in modo appropriato e non quello di sostituirle.
La politica deve essere razionalità, scambio di argomenti, incontro di prospettive, progettualità. In questo è presente il valore delle democrazie costituzionali e delle loro istituzioni. Quando queste non svolgono le proprie funzioni in modo adeguato e trascurano gli interessi dei cittadini, l’alternativa naturale e inevitabile è la mobilitazione spontanea, con molti gravi rischi. In molti Paesi del mondo, e la Croazia e l’Italia appaiono esempi molto evidenti, la negligenza o addirittura gli abusi dei politici e l’ermeticità delle istituzioni sembrano degli autentici inviti all’azione diretta dei cittadini, frustrati dall’inefficienza di chi si deve occupare dell’interesse comune.

21.10.2009
Guardare oltre le tradizioni

Guardando un tradizionale programma sportivo della domenica pomeriggio, immancabile appuntamento di noi tifosi, ho visto l’intervista della conduttrice con una famosa attrice a proposito di un recente film che tratta dell’amore tra due donne in Sicilia, verso la fine del 18. secolo. Uno dei temi principali del film è rappresentato dai pregiudizi e dalla repressione della società nei confronti delle due persone. La mia intenzione primaria non è parlare di questo film. Peraltro, se è vero che l’omosessualità è ancora discriminata nella società contemporanea, è anche vero che i film su questa tematica non sono isolati e l’industria cinematografica, almeno nei principali Paesi occidentali, sembra schierata con l’atteggiamento liberale.
Lo spunto più interessante nell’intervista mi è sembrato l’accenno a una recente proposta di legge presso il Parlamento italiano, contro la discriminazione dell’omosessualità. Come è stato rilevato, con disappunto, dalle due protagoniste dell’intervista, la legge è stata bocciata. Anche se non conosco i dettagli del contenuto della proposta, del dibattito e delle motivazioni di chi si è opposto alla legge, trovo il fatto sorprendente e preoccupante, almeno a prima vista. Non riesco proprio a capire come si possa riflettere in un modo che non sia il più superficiale, e non trovare assolutamente censurabile la discriminazione di qualsiasi comportamento o atteggiamento sessuale ed emotivo consenziente.
In un libro offerto ai lettori undici anni fa, scritto dal filosofo americano Thomas Scanlon, e che reputo per ora l’ultimo grande capolavoro pubblicato nel campo della filosofia morale, l’autore sostiene che il comportamento sessuale consenziente (quindi, che coinvolge persone adulte in grado di deliberare e che offrono il proprio consenso) non rientra neppure nel campo della morale. La morale deve riguardare gli obblighi che abbiamo gli uni nei confronti degli altri. I comportamenti consenzienti, invece, non riguardano obblighi, bensì i diritti che ci concediamo reciprocamente, oppure l’accordo su attività che desideriamo intraprendere assieme. Questi comportamenti, pertanto, non sono comportamenti che rientrano nell’ambito della morale. Essendo i comportamenti sessuali consenzienti una parte di questa categoria più generale, si può dire che per i motivi indicati sono esenti dal giudizio morale. Non c’è, pertanto, alcun fondamento giustificato per la condanna, e ancora meno per la discriminazione di chi intraprende determinati comportamenti sessuali o relazioni emotive consenzienti (naturalmente, il consenso in questo caso implica che si tratti di adulti che possono prendere decisioni in modo autonomo).
È sorprendente la disparità di giudizio nella tolleranza dei comportamenti o delle pratiche quando si tratta di tematiche sessuali o emotive da un lato e religiose o etniche dall’altro lato. Nel 2001 un filosofo britannico, Brian Barry, ha pubblicato un importante libro che rappresenta una condanna del multiculturalismo privo di criteri. A molti questa prima qualifica del libro rappresenterà un motivo per criticarlo, o addirittura per evitare di leggerlo. Al contrario dell’apparenza, si tratta di una convinta difesa dei diritti e delle libertà personali, oltre che una condanna delle pratiche che provocano sofferenza a esseri umani e ad animali non umani. Barry cita vari comportamenti tollerati nel nome del multiculturalismo: il diritto di vendere allo scopo di matrimonio bambini tra i nove e i dodici anni; il diritto del marito di negare il divorzio alla moglie (pur avendo la facoltà egli stesso di divorziare quando vuole senza dover offrire alcuna motivazione); il diritto di consumare sostanze stupefacenti in quanto parte di riti religiosi; il diritto di uccidere animali nel modo più crudele e doloroso; il diritto di negare cure mediche ai propri bambini. L’elenco è molto più esteso, ma anche questi esempi indicano chiaramente che c’è qualche problema nel multiculturalismo. In particolare, che c’è un’eccessiva permissività nei confronti dei comportamenti giustificati su base etnica o religiosa.
Come si vede, troppa sofferenza e molti casi di discriminazione trovano la propria giustificazione nel rispetto della tradizione. La tradizione, invece, di per sé non ha alcun valore morale. Il criterio giusto di ogni società bene ordinata è quello del rispetto dei diritti delle persone e della tutela dalla sofferenza.

14.10.2009
Il buon senso combatte gli abusi

Un anno dopo la famosa ampia azione di polizia rivolta contro i casi di corruzione nell’Università degli Studi di Zagabria si continua purtroppo a parlare di fatti censurabili nell’ambiente accademico. Una recente nuova situazione di dominio pubblico riguarda l’Università degli Studi di Zara, con reciproche accuse tra uno dei professori impegnati in questa istituzione (precisamente, Živko Nižić, capo del Dipartimento di Italianistica) e una studentessa e persone a lei vicine. Le accuse sono di molestie sessuali da una parte (con presunti sms e proposte a luci rosse che sarebbero stati inviati dal docente alla studentessa), ovvero ricatto da parte della studentessa e altre persone dall’altra parte.
Non possiedo alcuna conoscenza diretta dei fatti e, ovviamente, Živko Nižić, la studentessa e le altre persone coinvolte saranno giudicati in modo appropriato dagli organi competenti. Di conseguenza, la mia intenzione primaria non è quella di scrivere di questo fatto. Vorrei parlare, invece, dei meccanismi di tutela dagli abusi nelle istituzioni pubbliche e, soprattutto, in quelle universitarie.
Non si può sostenere che questi meccanismi siano del tutto assenti. Presso l’Università degli Studi di Fiume, ad esempio, disponiamo di un Codice Etico che ha esibito la propria importanza in alcune situazioni.
Personalmente, essendo uno degli autori di questo Codice, nel corso dello svolgimento di una tavola rotonda su questo genere di documenti ho sentito dire da parte di due giudici della Corte suprema croata che il documento del nostro ateneo è quasi identico rispetto a quello dell’importante istituzione giudiziaria. Non si può, però, escludere la presenza di comportamenti inadeguati e contrari a quella che deve essere l’etica dei rapporti umani e della professione nell’università.
Uno dei motivi è che nessun documento, mai, riuscirà a eliminare del tutto i comportamenti indesiderabili. Questo è un fatto oggettivo del quale si deve tener conto se si vogliono evitare delusioni facili, obiettivi irreali e il successivo disfattismo.
Tra le altre ragioni c’è un eccessivo ottimismo nei confronti di ciò che un documento quale il codice etico può ottenere. Non si deve scordare che il codice etico è un testo di carattere generale, che enuncia quelle che devono essere le virtù e le distingue dagli atteggiamenti inaccettabili in un determinato ambiente. Si tratta, pertanto, di un insieme di indicazioni che deve essere accompagnato da altri documenti più operativi e rivolti a tematiche specifiche.
L’Università degli Studi di Fiume ha cercato di ottenere importanti garanzie riguardanti la regolarità degli esami con la nuova metodologia di valutazione degli studenti, prevista dalla nuova regolamentazione. Effettivamente, la valutazione è ora più trasparente e dopo un periodo adeguato si potranno verificare i reali risultati del nuovo Regolamento.
Uno dei documenti, invece, assente in quasi tutte le istituzioni pubbliche dovrebbe regolare la tematica del nepotismo. L’assenza di regolamentazione precisa delle tematiche inerenti il nepotismo è, probabilmente, uno dei problemi più presenti nelle istituzioni pubbliche. Il pericolo maggiore, naturalmente, è quello diretto: che vi siano casi di abusi di nepotismo. Un rischio non trascurabile, però, è quello di accuse infondate o discriminazione inversa nei confronti di chi ha una relazione prossima con una persona già impiegata in un’istituzione pubblica e il suo accesso a questo ente è osteggiato nonostante i suoi meriti e le qualifiche (anche se credo che non sarebbe difficile provare che gli abusi di nepotismo sono maggiori rispetto alle accuse infondate). I presupposti per opporsi al nepotismo, peraltro, non richiedono molta fantasia e creatività.
Le università negli USA e nel Regno Unito hanno sviluppato in modo molto dettagliato le politiche necessarie e, pertanto, è sufficiente verificare su Internet i loro risultati e applicarli in modo adeguato da noi. Tuttavia, il desiderio di controllo assoluto dei comportamenti umani non può che condurre ad una società come quella raffigurata nella Lettera scarlatta (una società contraddistinta da intolleranza, fanatismo e repressione) e pertanto la regolamentazione non potrà mai sostituire in modo assoluto il buon senso e l’equilibrio del giudizio. Questi, peraltro, non sono doni che si ricevono dalla natura, ma virtù che si coltivano nelle interazioni sociali. Per questo motivo, il dibattito etico serio dovrebbe essere più presente, contrariamente all’omertà spesso attiva nelle istituzioni e alla ricerca spicciola di scandali che spesso troviamo nei mezzi di comunicazione di massa.

7.10.2009
Il valore della vita umana

È di questa settimana la notizia che il premio Nobel nel 2009 per la medicina è stato assegnato a Elizabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak, tre ricercatori attivi presso università negli USA. La scoperta grazie alla quale sono stati premiati con il prestigioso riconoscimento riguarda il processo d’invecchiamento cellulare e le possibilità di superarlo, ma pure di estenderlo alle cellule tumorali. Cercherò di presentare la scoperta in modo breve. In seguito alla riproduzione cellulare la lunghezza dei telomeri, situati al termine dei cromosomi con lo scopo di proteggerli, si riduce progressivamente fino a quando non riescono più a svolgere questa loro azione protettiva. La telomerasi è l’enzima che può sintetizzare nuove sequenze telomeriche, rendendo così più estesa la vita delle cellule. L’invecchiamento si presenta in quanto nelle cellule somatiche con il passare del tempo l’attività telomerasica tende a scomparire. Affinché sia possibile un persistente ricambio cellulare, in molti tessuti sono presenti le cellule staminali, che grazie alle telomerasi attive non incorrono nello stesso processo di degenerazione.
Due sono gli indirizzi di sviluppo della scoperta dei tre scienziati. Le prospettive più attuali e, direi, molto più urgenti e di indubbio valore etico riguardano la ricerca sul cancro. Come ho già detto, con gli anni i telomeri si accorciano e perdono la propria funzione di protezione delle cellule. Al contrario, le cellule tumorali rimangono sempre giovani in quanto nel loro caso l’attività telomerasica è sempre al massimo. Come prevede la comunità scientifica, con l’ampliamento delle conoscenze sulla telomerasi si potrebbe (purtroppo, il condizionale è ancora indispensabile) in futuro agire sul processo d’invecchiamento delle cellule tumorali.
Il secondo indirizzo di sviluppo della scoperta dei tre scienziati può apparire fantascientifico. Si tratta della possibilità di superare il processo d’invecchiamento, allungando in modo notevole la vita umana. Recentemente sono stato impegnato da un gruppo di ricerca nell’ambito di un grande progetto europeo sugli aspetti etici di queste prospettive. A sentire gli scienziati che hanno partecipato ai due convegni, si tratta di una possibilità che diverrà realtà tra due o tre decenni al massimo.
Si tratta di una realtà desiderabile? Su questo il dibattito etico è acceso. Il primo problema al quale si appella chi contesta le ricerche sulla possibilità di allungare in modo notevole la vita umana riguarda la politica demografica: qualora si estendessero le vite umane in modo notevole rispetto all’attuale durata media, al mondo non ci sarebbe spazio per nuove generazioni. Il problema, però, è forse eccessivamente accentuato. I dati empirici attuali dicono che la sovrappopolazione è presente in quelle parti del pianeta dove la mortalità è più elevata e non nelle zone dove la mortalità è ridotta. La situazione attuale, quindi, nega la correlazione tra estensione maggiore della vita umana e sovrappopolazione. Peraltro, la sovrappopolazione si presenterebbe in una fase molto avanzata e quindi non rappresenta un problema immediato. Una questione che, invece, si presenta subito riguarda la distribuzione delle risorse per la ricerca scientifica e per l’assistenza medica. Come è noto, le risorse sono limitate anche negli Stati più ricchi e maggiormente sensibili nei confronti della ricerca e dell’assistenza medica. È giustificato investire una parte rilevante di queste risorse per un eventuale prolungamento notevole di quella che ora è la durata media della vita umana, lasciando, così, minori mezzi alla finalità di altri indirizzi di ricerca? Ne ho nominato uno, per il quale credo che siamo tutti molto sensibilizzati, ovvero la ricerca sul cancro. Ma le malattie che opprimono molte persone, incluse le malattie congenite che danneggiato la qualità e le prospettive di vita già dal momento della nascita, sono numerosissime e per sconfiggerle è necessario investire molto, supportando i centri di ricerca.
A questo ragionamento si oppongono i ricercatori che dicono che nessuna malattia è statisticamente letale quanto l’invecchiamento. Di conseguenza, la priorità dovrebbe essere proprio indirizzata alla lotta contro il processo di invecchiamento.
Evidentemente, la questione è molto complessa e riguarda il valore della vita umana. È importante che la risposta sia il risultato di un dibattito che coinvolga tutta la società e non soltanto gli interessi delle corporazioni.

30.09.2009
Per ogni divieto servono motivazioni molto valide

Da quanto ho letto, l’Ufficio governativo per la lotta contro l’uso di sostanze stupefacenti sta preparando delle nuove proposte legislative. Dubravko Klarić, a capo dell’Ufficio e membro del gruppo di lavoro impegnato nella formulazione del nuovo Codice penale, vuole proporre tre soluzioni che ridurrebbero il lavoro dei tribunali del 75 per cento nei casi che riguardano il consumo di droghe, ovvero i consumatori che sono stati arrestati a causa del possesso di piccole quantità per uso personale. In base all’attuale Codice penale il possesso di sostanze stupefacenti può essere condannato con pena pecuniaria, oppure con l’incarcerazione fino a un anno. Tra le possibili soluzioni, Klarić favorisce quella per cui le sanzioni legali varierebbero in base al tipo di droga posseduto e in base all’iterazione dell’atto. Così, ad esempio, il possesso di 5 grammi di marijuana sarebbe un’infrazione non penale, mentre sarebbe un reato sanzionato dal Codice penale il possesso di 5 grammi di eroina. Tuttavia, si considererebbe reato il possesso di 5 grammi di marijuana da parte di una persona scoperta in questo atto per la terza volta.
Sembra che il tono della presidente del governo, Jadranka Kosor, sia molto diverso: il governo non riconoscerebbe la distinzione tra droghe leggere e pesanti e non ci sarebbe l’accordo per mutare il Codice penale. La reazione di Jadranka Kosor non sorprende. La ricordiamo fermissima sostenitrice dell’inutile legge restrittiva che vietava drasticamente il bicchiere di vino o di birra a cena per le persone che dovevano, poi, guidare un veicolo.
In generale, siamo evidentemente di fronte a un governo che oltre alle tasse ama con ardore i divieti. La legge che ho già nominato è stata modificata e della sua inutilità parlavano e scrivevano sin dall’inizio tutti gli esperti. Più recentemente è stata votata la scandalosa legge sulla procreazione assistita che soltanto nominalmente non rappresenta un divieto, ma di fatto fa di tutto per rendere quasi impossibile questa forma di sostegno medico. La legge avrebbe dovuto essere mutata (peraltro, nella proposta governativa in modo insufficiente). Infine, possiamo ricordare la restrittiva legge sul divieto di fumare. Questa è l’unica legge per la quale il Governo si è mostrato disposto ad accogliere in modo radicale il pensiero non restrittivo, mentre nella mia opinione è l’unica tra le leggi che ho elencato a rappresentare una misura autenticamente utile per la salute pubblica e, peraltro, leggi simili funzionano senza difficoltà e con piena collaborazione della popolazione in vari Stati europei. Dicono che in un periodo di crisi si debba tener conto dei guadagni dei bar, pub, ecc.
La soluzione preferita da Dubravko Klarić a proposito delle sostanze stupefacenti mi sembra equilibrata e meritevole di essere considerata con attenzione. Personalmente, troveri più giuste leggi anche più liberali, simili alla regolamentazione olandese. Come spesso si vantano gli Olandesi, in quel paese hanno deciso di non spendere risorse finanziarie enormi per un’interminabile guerra contro le droghe, decidendo che il problema riguarda la salute delle persone e non temi di diritto penale. In Olanda, come è ampiamente noto, funzionano i “coffee shop” dove è possibile acquistare quantità ridotte di marijuana. L’intenzione è quella di separare i consumatori dai criminali che avrebbero continuato a vendere questa sostanza stupefacente qualora si fosse insistito nel renderla illegale.
Ovviamente, per esprimere giudizi più precisi bisognerebbe analizzare con attenzione i risultati dell’esperienza olandese, comparandoli con la situazione in altri ambienti. Qui ci vuole molta attenzione. Conosco, per esperienza di studio diretta, le manipolazioni che si sono fatte nel dibattito sulla regolamentazione del suicidio assistito in Olanda. Solitamente si vuole mostrare il cattivo esito dell’esperienza olandese indicando gli abusi dei medici nel suo sistema sanitario, dicendo che la colpa è proprio dell’atteggiamento permissivo nel caso delle decisioni di morte. Si trascurano, invece, i corrispondenti dati riguardanti gli abusi dei medici nelle decisioni di morte nei paesi dove, invece, il suicidio assistito è rigorosamente vietato.
Il principio regolatore di un buon sistema giuridico è che ogni divieto, di per sé, è un male e, quindi, deve essere sostenuto da motivazioni molto solide. E, comunque, la legge non dovrebbe mai trattare quali criminali quelle persone che non fanno del male ad altri.

23.09.2009
Razzismo, un male assoluto

Tale Rush Limbaugh, un opinionista radiofonico negli USA, di fronte a un episodio di violenza individuale ha richiesto l’introduzione di bus con separazione ispirata alla segregazione razzista. L’episodio preciso riguarda un assalto da parte di un ragazzo di origine africana nei confronti di un ragazzo di origine europea. Le autorità hanno concluso che non si trattava di violenza di origine razzista, bensì di un episodio di violenza usuale. Ovviamente, non penso che si possa considerare ‘normale’ un qualsiasi episodio di violenza, però penso pure che sia utile catalogarli con lo scopo di poter organizzare una prevenzione adeguata e una politica sociale efficace.
Rush Limbaugh ha colto la palla al balzo e immediatamente se l’è presa con Obama dicendo che nell’America di questo presidente ‘i ragazzi negri con il sorriso sul volto picchiano i ragazzi bianchi’. C’è, inoltre, l’insinuazione che Obama offrirebbe un sostegno particolare ad una supposta arroganza dei cittadini americani di origine africana, con riferimento al famoso episodio nel quale Skip Gates, un noto professore di Harvard di origine africana, ha avuto un conflitto con un poliziotto, in quanto trattato male da questo a causa di un malinteso. Gates, infatti, stava entrando a casa propria e il poliziotto, invece, era convinto che si trattasse di un ladro. Obama in quell’occasione ha espresso la propria solidarietà all’affermato giurista.
Di fronte a tutto questo, la soluzione di Limbaugh è un ritorno a una politica di segregazione. A differenza di quello che fanno i politici e gli opinionisti razzisti che siamo abituati a leggere ed ascoltare in Europa (con evidenti esempi anche in Croazia e in Italia) e che cercano di chiamare in modo alternativo la propria ideologia (magari ‘patriottismo’, o ‘preoccupazione per il futuro della nazione’, ‘preoccupazione per la pubblica sicurezza’, ecc.), Limbaugh almeno ha la virtù di chiamare le cose e autodefinirsi in modo preciso. L’opinionista, infatti, candidamente si autodefinisce razzista e dichiara che si tratta di una posizione legittima: “Se l’omosessualità è ampiamente socialmente accolta, perché non dovrebbe essere accettato anche il razzismo che è allo stesso modo innato? Chiedo scusa, ma il mio cervello funziona in questo modo. Noi non scegliamo di essere razzisti, siamo razzisti. Siamo nati così. Questa non dovrebbe essere una scusa sufficiente? È così che ragionano le persone di sinistra”.
L’argomento di Limbaugh vuole far uso di una tesi spesso esposta da chi desidera una società liberale, in particolare in materia di comportamenti sessuali. Vale la pena di ricordare come in realtà iniziano i dibattiti a proposito di questi temi. Solitamente sono i conservatori ad accusare alcuni comportamenti sessuali quali illeciti in quanto supposti innaturali. L’accusa spesso si tramuta in divieto con sanzioni giuridiche. Ad esempio, appena qualche decennio fa nel Regno Unito è stata abolita una legge che condannava con sanzioni penali comportamenti omosessuali. Con questa legge, tra gli altri, sono stati condannati e sono state compromesse o distrutte le vite di Oscar Wilde e del grande matematico Alan Turing.
I liberali spesso rispondono dicendo che non si tratta di comportamenti innaturali, bensì di comportamenti naturali. La prova è che chi è omosessuale è tale in virtù della sua natura e non di una scelta. L’argomento della naturalezza è valido soltanto quale risposta a quello dell’innaturalezza presentato dai conservatori. Ma, in realtà, mi sembra che tutta la discussione sia sbagliata. Il problema, in un giudizio morale, non è se un comportamento sia naturale o innaturale, bensì se provochi un danno o non provochi un danno, ovvero se rappresenti un’azione che siamo in obbligo di compiere nei confronti di un’altra persona, oppure no. In questo senso, i comportamenti sessuali tra adulti consenzienti sono semplicemente estranei alle tematiche morali. Il comportamento sessuale tra due adulti consenzienti è qualcosa che semplicemente esce dal campo della valutazione morale, riguarda il loro spazio privato nel quale possono fare tutto quello che desiderano.
Non è così per il razzismo. Il razzismo è un atteggiamento socialmente molto dannoso e, soprattutto, dannoso nei confronti di specifiche persone. Il fatto che un razzista sia tale in virtù della propria natura non è un’attenuante. Se questa persona non riesce a frenare il proprio comportamento è semplicemente un sociopatico che deve essere controllato o isolato socialmente.

16.09.2009
Integrazione, il buonismo non basta

Il ministro italiano Calderoli ci ha regalato un’altra gioia a una recente “festa dei popoli padani”, dove ha dichiarato la propria tristezza per il fatto che ci sia una classe scolastica a Milano composta esclusivamente da bambini stranieri. Prendendosela con il presidente Moratti, ha detto pure di essere ancora più triste per la vittoria dell’Inter nel derby di Milano (4-0), in quanto i nerazzurri schieravano 11 giocatori stranieri, contro gli avversari che avevano in campo anche giocatori italiani. Confesso che il mio stato d’animo dopo il derby era molto diverso rispetto a quello del ministro. Mi incuriosirebbe sapere, peraltro, qual è il numero minimo di italiani che potrebbe regalargli sollievo. La squadra per cui simpatizzava ne ha schierati sei inizialmente, ma uno di questi è stato espulso e l’allenatore non ha inserito altri giocatori italiani in campo, sicché fino alla fine ne sono rimasti cinque. Sembra, quindi, che cinque italiani in campo siano sufficienti per far felice il ministro Calderoli. Però rimane il dubbio se ne siano sufficienti cinque su 11, oppure cinque andavano bene soltanto perché la squadra è rimasta in campo con dieci giocatori. Sembrerebbe un atteggiamento molto razionale da parte del ministro Calderoli desiderare che almeno la metà dei giocatori in campo siano italiani. A questo punto si presenta l’altro quesito: tutti gli italiani vanno bene, oppure ce ne sono alcuni da preferire? Ad esempio, Nesta e Gattuso valgono quanto Andrea Pirlo? Forse un italiano quale Pirlo potrebbe far felice Calderoli quanto due italiani quali Gattuso. Quesiti interessantissimi ai quali speriamo che il ministro Calderoli vorrà dare delle risposte, per evitarci l’attuale angoscia provocata dalla nostra assenza di sapere.
Iniziando a parlare in modo meno goliardico, devo dire che le dichiarazioni di Calderoli guidano a un’associazione mentale con quanto sta succedendo in Croazia in questo periodo e, precisamente, a Čakovec, presso la scuola elementare Kuršanec. Lì 160 genitori di nazionalità croata hanno vietato ai propri figli di frequentare le lezioni in quanto contrari al fatto che le classi siano composte in numero uguale da bambini croati e da bambini rom. La richiesta dei genitori è che le classi siano composte per i due terzi da bambini croati e per un terzo da bambini rom. La spiegazione ufficiale è che i bambini rom conoscono molto male la lingua croata e vengono a scuola poco preparati, compromettendo così il processo d’istruzione.
Questo episodio, a sua volta, provoca un’associazione mentale con l’opposizione, negli stati del Sud degli USA qualche decennio fa, dei genitori di origine europea all’obbligo costituzionale stabilito dal tribunale competente di avere scuole aperte a tutti, indipendentemente dall’appartenenza razziale dei bambini. In quell’occasione c’è stato un celebre abuso della disobbedienza pubblica da parte dei genitori di origine europea e un’argomentazione ufficiale non esplicitamente razzista.
Nonostante l’associazione preoccupante, le mie ridottissime conoscenze a proposito di Čakovec non mi permettono di esprimere un giudizio preciso sulle motivazioni reali dei genitori. Indubbiamente, però, sarebbe una politica sociale molto dannosa rispondere in modo positivo alla loro richiesta di avere classi con al massimo un terzo di bambini rom, soprattutto in virtù della motivazione pubblica della richiesta. Ciò che si dice è: c’è la necessità che in ogni classe ci sia un numero sufficiente di bambini con conoscenze e preparazione adeguata; bisogna ridurre i bambini rom a un terzo della classe, perché questo è il limite tollerabile di bambini impreparati. Se si accogliesse questa richiesta con questa motivazione si stigmatizzerebbero i bambini rom come anticipatamente e invariabilmente alunni di qualità inferiore. Ovviamente, questo sarebbe un caso esplicito di discriminazione etnica.
Ma forse un problema reale identificato dai genitori c’è. Non trovo inverosimile che i bambini appartenenti a una minoranza etnica usino la lingua maggioritaria con difficoltà specifiche (fenomeno non assente, ad esempio, presso la CNI, almeno per quanto riguardava la mia generazione scolastica) e che questo provochi dei rallentamenti nel processo d’istruzione in classi miste. In questo caso ci sarebbe (il condizionale è indispensabile) un problema reale e non si potrebbe semplicemente ignorare la richiesta dei genitori croati. La soluzione giusta per il supposto problema a Čakovec, e per i bambini rom in generale, non appare uguale a quella valida nel nostro contesto, ovvero organizzare scuole specifiche per la comunità etnica. Però, ad esempio, si potrebbero organizzare ore aggiuntive di lingua croata per i bambini che la usano con maggiori difficoltà. Certamente vi possono essere altre soluzioni per favorire l’integrazione e non segregare i bambini della minoranza etnica.
L’importante è trovare il giusto equilibrio tra l’errore di concedersi troppo facilmente alla segregazione etnica, e l’ignorare problemi reali con male indirizzato buonismo.

9.09.2009
Interessi particolari e bene comune

Alcuni mesi fa (precisamente il 28 maggio) ho scritto su quanto sia socialmente nociva la politica pubblica che vincola le università ad attività commerciali. Il mio pensiero è probabilmente minoritario, nel contesto delle istituzioni ufficiali e dell’opinione pubblica. Ormai usualmente il successo commerciale delle università è un principio dichiarato di quasi tutti i governi, e un vanto di quelle università che riescono a realizzare qualche risultato in tale direzione.
Che cosa c’è da obiettare, diranno in molti? Le università non devono dipendere soltanto dai finanziamenti pubblici! Le finanze degli Stati e i contribuenti non possono sostenere una ricerca fine a se stessa! La miglior verifica dell’orientamento della ricerca universitaria alle esigenze reali è proprio l’applicabilità commerciale dei suoi risultati!
Di contro, nel mio precedente commento sostenevo che la commercializzazione della ricerca scientifica rappresenta un pericolo sociale, nel senso che può condurre ad una prevaricazione degli interessi particolari delle corporazioni sugli interessi sociali generali. La dipendenza economica guida le università a subire la volontà delle corporazioni a riguardo di ciò che possono inserire nell’agenda della ricerca. Gli esempi che appaiono più evidenti riguardano l’industria farmaceutica, dove l’interesse sociale generale è quello di ottenere risultati che favoriscano una prevenzione efficace o cure definitive delle malattie, mentre l’interesse finanziario naturale delle corporazioni è quello di avere il maggior numero possibile di persone con perdurante esigenza di cure costose.
Un recente caso giudiziario negli USA sembra confermare questi timori e, anzi, indicare come la dipendenza della ricerca scientifica dal sostegno delle corporazioni influenzi pure il modo nel quale vengono presentati i suoi risultati. Faccio riferimento alla sentenza giudiziaria che ha costretto un colosso dell’industria farmaceutica, la Pfizer, a pagare un enorme indennizzo (2 miliardi e 300 milioni di dollari) per aver falsato dei dati riguardanti quattro medicine, mettendo così la vita delle persone in pericolo. In ciò la Pfizer è stata assistita dai medici che prescrivevano le medicine senza una precisa utilità per il paziente. Questi medici, ai quali la corporazione offriva dei sostegni, prescrivevano le medicine anche in dosi superiori a quelle necessarie e in situazioni che non prevedevano indicazioni per queste cure. La malefatta è stata denunciata da alcuni dipendenti della Pfizer, ovviamente inizialmente colpiti da sanzioni e, ora, finalmente vittoriosi, grazie alla sentenza giudiziaria.
Il fatto che l’operazione sia stata compiuta con l’aiuto di medici conferma che il controllo del procedimento di ricerca scientifica non è sufficiente e che gli abusi possono presentarsi in fasi successive. Però credo che il problema sia sempre lo stesso e spiegherò il mio pensiero con una situazione tipica. La capacità dei medici di esercitare la propria professione in modo adeguato dipende anche dalla loro possibilità di seguire gli sviluppi delle scoperte nel loro settore. Per farlo, ad esempio, hanno la necessità di viaggiare nelle sedi dove queste scoperte sono diffuse, spiegate o discusse, come sono i congressi professionali. Ovviamente, questo implica delle spese. In modi più o meni diretti, le spese della partecipazione ai congressi sono sostenute da corporazioni farmaceutiche. Conseguentemente, i medici si trovano in posizione di dipendenza nei loro confronti e, quindi, sono condizionati nella propria attività.
Per questo motivo sostengo che non solo la ricerca scientifica, ma pure il sistema sanitario nell’interezza devono essere sostenuti in modo esauriente da fondi pubblici quali settori con alta responsabilità sociale, ma pure controllati in modo adeguato. Purtroppo, neppure i settori sociali pubblici di rilevanza sociale godono di un controllo completo e del tutto soddisfacente. I frequenti fenomeni di corruzione sono innegabili. È, peraltro, innegabile anche che sia più agevole (per motivi pratici e per motivi legislativi) controllare i servizi pubblici piuttosto che le imprese private. E, comunque, la situazione può soltanto peggiorare se si opta per politiche che favoriscono la sottomissione dei servizi pubblici di importanza sociale agli interessi parziali.
Oltre ai danni diretti quali quelli indicati nel presente articolo, l’intreccio di ricerca e interessi parziali provoca anche una diffusa sfiducia nei confronti delle istituzioni scientifiche, con conseguente spazio per ciarlatani vari che si presentano alle persone in difficoltà (usualmente per motivi di salute) con costosi trattamenti alternativi, che offrirebbero soluzioni reali ai problemi che sarebbero affrontati in modo inadeguato dalla scienza ufficiale. Non è così! Pur con tutte le imperfezioni, la scienza ufficiale è il meglio tra ciò di cui possiamo disporre. È per questo motivo che dobbiamo trattarla come un bene di importanza sociale affinché sia sempre al servizio del bene comune.

2.09.2009
Uso e abuso della battuta

L’estate che sta trascorrendo pone spesso gli uomini e le donne impegnati in attività politiche ed i loro comportamenti al centro delle cronache. Molte volte i temi appaiono frivoli, come l’abbigliamento delle donne, o la muscolatura che sfoggiano gli uomini, oppure quante sono le loro ore di sonno notturno. In realtà, questi argomenti non sempre sono del tutto innocui.
Tralascio i temi che riguardano la moda (che possono essere rilevanti solamente se l’abbigliamento rivela una condizione finanziaria della persona palesemente superiore a quelli che sono i suoi redditi ufficiali, ma non credo che questo sia il caso delle donne impegnate in attività politiche in Croazia). Gli altri due temi che ho indicato, invece, hanno una certa importanza in quanto rilevanti per la salute pubblica. Le persone che sono al centro della cronaca politica, come altri personaggi pubblici, esercitano una sensibile influenza sulle abitudini degli altri. Propagare un modello di vita che prevede pochissime ore di sonno (come hanno fatto l’ex ministro Primorac, il sindaco Bandić ed il parlamentare Hebrang) è dannoso, come è stato rilevato da alcuni media riprendendo le opinioni degli esperti. Un sonno irregolare e ridotto provoca danni alla salute mentale e fisica e non può essere abbinato a buone abitudini di lavoro. Promuovere un modello di vita che, invece, è orientato allo sport e all’esercizio fisico (come negli esempi dell’ex ministro Primorac e dell’attuale ministro Milinović) è evidentemente utile nel campo della salute pubblica e quindi lodevole. Ho letto, invece, delle critiche che trovo ingiustificate, tra le quali quelle di una nota psicologa che ha dichiarato che soltanto chi non è molto impegnato in attività di lavoro ha il tempo sufficiente per l’esercizio fisico regolare. Evidentemente, vi è spesso una tendenza alla critica ad oltranza nei confronti di chi si occupa di politica. Propagare la possibilità di inserire lo sport nella quotidianità nonostante notevoli obblighi di lavoro è importante e quindi vanno sostenute, in ciò, le persone che lo fanno.
Le persone impegnate in attività politiche sono state temi delle cronache pure in virtù di alcuni scambi di battute di dubbio gusto, anche con persone esterne alla politica. Faccio riferimento alle polemiche Severina/Kosor e Milinović/Opačić. La cantante ha criticato pubblicamente nel corso di un concerto la persona più importante nel nostro governo a causa della (peraltro scandalosa) legge riguardante la procreazione assistita. Kosor ha risposto dicendo che non vuole dedicarsi a discussioni con ‘la ragazza di paese’. La risposta gioca su un doppio senso che riguarda il titolo di una canzone di Severina, ma evidentemente esprime un’allusione negativa e di assenza di rispetto personale (indipendentemente se riferita alle origini della cantante, o alla qualità della sua attività lavorativa).
Nel secondo caso, si può ricordare la conferenza stampa del ministro Milinović dedicata in gran parte alle repliche a una precedente conferenza stampa della parlamentare Opačić sul tema della procreazione assistita. Tra le altre cose, Milinović ha detto che la parlamentare ha convocato i giornalisti soltanto allo scopo di esibire l’abbronzatura estiva. Opačić ha replicato dicendo che non ci si può attendere di meglio da una persona che recentemente si è incatenata (il riferimento è alla protesta di Milinović, quando non era ancora ministro, contro l’azione giuridica nei confronti dei generali).
Stranamente, almeno da quanto ho potuto leggere, la più criticata è stata Severina, anche da chi ritiene che sia ammissibile la parte sostanziale del suo discorso (il sostegno ai diritti procreativi). Criticata per presunto maschilismo (si è rivolta a Kosor invitandola ad esibire ‘gli attributi’), incoerenza e secondi fini. Tra tutti, però, è quella che può concedersi maggiori licenze, sia per il suo ruolo pubblico (interprete di musica leggera) sia per i contesti informali nei quali si esprime (i sui concerti) dove sono usuali espressioni colloquiali. Molto diversa, invece, è la responsabilità di chi riveste una carica istituzionale. Il più censurabile è decisamente Milinović. Il suo è un atteggiamento esplicitamente maschilista e trovo sorprendente la scarsità delle reazioni critiche. Poco lodevoli, però, anche la risposta di Kosor nei confronti di Severina e quella di Opačić (seppure parzialmente giustificata dal livello bassissimo della provocazione) nei confronti di Milinović. Trovo il gusto della battuta che esprime l’assenza di rispetto personale fortemente diseducativo e censurabile quando esibito da chi esercita una funzione istituzionale statale.

26.08.2009
Solidarietà e responsabilità

Credo che la lettura di una notizia su un gioco da computer che circola in Italia provochi disagio in ogni persona di buon senso. Precisamente, il gioco riguarda l’abilità di respingere dalla costa dell’Italia navi e imbarcazioni contenenti potenziali immigrati. Trovo il gioco scandaloso e non credo che vi possano essere giustificazioni per una simile caduta di civiltà. Trasformare in gioco le sofferenze umane è una barbarie imperdonabile. Purtroppo, un gioco simile non tradisce soltanto un’assenza di sensibilità, ma presumibilmente la presenza di uno spirito aggressivo e violento in chi lo ha ideato e, almeno in forma latente, in chi lo pratica. È noto come il primo passo verso la violenza di massa sia considerare i membri delle altre comunità (precisamente, di quella comunità nei confronti della quale è indirizzata la violenza) come esseri meno che umani. Ho potuto vedere qualche conferma di questa tendenza sfogliando recentemente in una libreria un libro nel quale si raccoglievano le testimonianze di persone che hanno esercitato violenza estrema verso altri gruppi etnici, sociali o religiosi. Tra le persone che si sono espresse vi erano nazisti, soldati giapponesi della Seconda guerra mondiale, soldati sovietici che parlavano delle ritorsioni nei confronti dei tedeschi… Sullo sfondo di tutte le testimonianze, come si comprendeva anche sfogliando rapidamente il volume, vi era l’assoluta assenza di coscienza dell’umanità delle persone che si sottoponevano a umiliazioni e torture. Il gioco del quale scrivo, pertanto, se non è addirittura il segno di un danno morale diffuso già presente, è quanto meno un potenziale primo passo verso un processo psicologico diffuso che può condurre a situazioni violente. È per questo motivo che si deve reagire con condanna, senza se e senza ma, anche per rispetto nei confronti della nostra civiltà.
Il rispetto dell’altro, almeno dichiarato, è una delle conquiste del mondo occidentale contemporaneo. Si può notare un notevole progresso rispetto al passato. Quali testimonianze importanti per il confronto si possono leggere, ad esempio, due grandi tragedie greche, Le Troiane ed Ecuba di Euripide, che descrivono le sorti degli sconfitti nella decennale guerra che tutti ricordiamo dagli anni della scuola. Agli sconfitti veniva riservata una sorte non diversa da quella delle popolazioni discriminate nell’epoca nazista e ciò, in Euripide, appare come un procedimento giudicato crudele, ma normale. Oggi fortunatamente non è più così. Questo non vuol dire che non vi siano atrocità anche in avvenimenti recenti o attuali (purtroppo non si è dovuto viaggiare molto per scoprirlo). Però, seppure in modo non sempre coerente, vi è un consenso internazionale di condanna di simili atrocità, anche se in molti vi è l’istinto di condannare quelle commesse dagli “altri”, ma non quelle commesse dai “propri”.
Nei confronti dei sintomi preoccupanti, quale quello che è servito da ispirazione a questo commento, non si può, però, reagire soltanto con una condanna generalizzata e superficiale. Purtroppo, nel caso dell’Italia non si riescono ad alienare i preoccupanti atteggiamenti interetnici in gran parte anche per colpa della superficialità delle forze politiche e culturali che ufficialmente vi si oppongono. Come in altri casi, anche in Italia la diffusione di fenomeni di intolleranza e assenza di solidarietà si legano a problemi autentici e disagi irrisolti. In questo dibattito, peraltro, ai fenomeni interetnici vanno aggiunti quelli interregionali, anche perché i protagonisti degli atteggiamenti discriminatori sono in ampia parte gli stessi, pronti a orientare il proprio obiettivo verso gli immigrati come verso i propri concittadini del Sud.
L’inizio della soluzione deve partire da una piena coscienza dei problemi reali. L’immigrazione è un problema reale che non si risolve soltanto con dichiarazioni ideologiche di buone intenzioni, bensì con un’efficace politica di integrazione. Il Sud è un problema e non si può pensare che nel resto del Paese non ci siano reazioni di fronte al fatto che almeno tre regioni sono in ampia parte sede permanente della cultura dell’intrallazzo e dello sperpero, se non addirittura gestite dalla mafia e, assieme ad altre, sono dei pozzi senza fondo nei confronti di possibili o reali sostegni che vi si possono inviare.
L’educazione al multiculturalismo e alla solidarietà deve essere un valore permanente. Però, deve accompagnarsi alla corretta determinazione del significato e del contenuto dei due concetti. L’accoglimento di altre culture non vuol dire rinunciare alle conquiste della civiltà occidentale, la tolleranza non è equivalente alla rinuncia alla sicurezza dei cittadini e la solidarietà non può essere una richiesta di sostegno allo spreco e all’irresponsabilità, da parte di chi è laborioso e gestisce le proprie risorse con ragionevolezza. Per opporsi alla cultura della discriminazione e dell’insensibilità è necessario creare un sistema di giustizia con garanzie e responsabilità di tutti.

19.08.2009
Ideali, ideologie e benessere

Ancora una volta è scoppiata la polemica tra il presidente Mesić e la Chiesa cattolica in Croazia. Il motivo, questa volta, è la presenza delle croci negli uffici delle istituzioni statali e pubbliche quali tribunali, polizia e scuole. Mesić è stato addirittura assimilato a Stalin in un confronto, a dire il vero, molto improbabile. Già, di recente, ho scritto su queste pagine che il principio della separazione tra Chiesa e Stato (“Libera Chiesa in libero Stato”) è stato proclamato non da comunisti ardenti, bensì da Cavour e, in fondo, si tratta del principio che afferma uno dei punti chiave della civiltà politica occidentale. Anzi, proprio uno dei principi che hanno fatto della civiltà occidentale contemporanea, pur nelle numerose imperfezioni, l’apice del rispetto delle libertà e dei diritti delle persone nel corso della storia dell’umanità.
Naturalmente, vi sono commentatori più informati a proposito della radice storica della richiesta di Mesić che hanno criticato le manifestazioni totalitarie del ventesimo secolo, ma aggiungendo l’idea che proprio il liberalismo è stato l’anticamera di questi ordinamenti. Strana alleanza: solitamente erano i marxisti a sostenerlo (“il fascismo è nato dal liberalismo”), ora l’idea sembra essere divenuta l’asso di briscola di alcuni teorici cattolici. In realtà si tratta di un’interpretazione che non gode di alcun supporto storico. Anche se è vero che il fascismo e il nazismo sono sorti in ordinamenti che (peraltro in modo molto imperfetto) erano liberali non si può parlare di liberalismo quale causa del fascismo e del nazismo. Infatti, il liberalismo è stato ed è presente in numerosi altri Stati dove non c’è mai stata la possibilità della comparsa del totalitarismo e, in questo senso, l’Italia e la Germania tra le due Guerre mondiali rappresentano due eccezioni che possono essere spiegate con le gravi insoddisfazioni e frustrazioni provenienti dalla Prima guerra mondiale sommate alla situazione economica disastrosa.
C’è chi sostiene, in opposizione a Mesić, che la religione non può essere espulsa dalla vita pubblica. Questo è vero. Ma quale è il significato ragionevole di questa idea? In primo luogo, le religioni possono manifestare pubblicamente la propria presenza e i propri rituali: i luoghi di culto sono e devono essere pubblici e non relegati in posti nascosti e separati dal resto della società; ciascuno deve avere la possibilità di esporre pubblicamente, in quanto persona con la propria soggettività, i simboli della propria religione e, cosa ancora più importante, esporre e difendere pubblicamente le proprie convinzioni. A ciascuno si deve garantire, anche sotto forma di normativa pubblica, la facoltà di seguire i precetti del proprio culto religioso (ad esempio, onorare le festività, quale diritto garantito, ad esempio, dalla legge che regola lo status dei lavoratori). Infine le istituzioni religiose devono godere anche del supporto pubblico, se necessario al loro funzionamento (e, comunque, in modo equo rispetto alle altre esigenze dei cittadini).
Non vedo, però, alcun motivo perché la pubblicità della religione debba implicare anche l’esposizione di simboli religiosi negli uffici pubblici o da parte di funzionari pubblici nella loro funzione. Questi uffici e funzionari devono affermare esplicitamente la propria imparzialità nei confronti di tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro differenze specifiche (come l’appartenenza etnica o religiosa).
Peraltro, i primi a dover essere felici per la separazione tra Chiesa e Stato dovrebbero essere i fedeli autentici. Quando si parla degli obbrobri delle varie ideologie o visioni del mondo, i cristiani dovrebbero esibire una delle virtù della loro religione, ovvero l’umiltà e ricordare gli atti atroci compiuti nel nome della loro religione. Si dovrebbero ricordare le persecuzioni del libero pensiero da parte dell’Inquisizione. Innumerevoli uccisioni di donne condannate in quanto presunte streghe. Le crudeltà nei confronti di altre civiltà nei processi di colonizzazione. Massacri tra popoli o anche all’interno di popoli (si pensi ai macelli reciproci tra cattolici e protestanti nella storia della Scozia), azioni di autentica pulizia etnica (basti andare a verificare un po’ di storia dell’Andalusia) – gli esempi non mancano. Le tentazioni del potere temporale (o dell’influenza decisiva sul potere sovrano) sono evidentemente difficilmente resistibili per tutti e per compiere la propria missione spirituale è decisamente meglio evitarle. Detto questo, penso che sarebbe utile lasciar da parte le divisioni ideali ed ideologiche. Al centro del pensiero e della politica pubblica deve essere la dignità dell’uomo (peraltro, riconosciuta e affermata sia dal pensiero cristiano sia dal pensiero liberale, con sfumature diverse, ma non in modo così incompatibile come molti vogliono presentare). In particolare, la dignità che si manifesta in un ordinamento politico equo, nel diritto di esercitare il proprio pensiero in libertà e nel diritto a un livello di benessere che garantisca una vita dignitosa. Sarebbe utile riprendere a parlare di questo, soprattutto ora che l’equità e il diritto al benessere e a una vita dignitosa sono compromessi per molti, in modo crescente.

12.08.2009
Sensibilità e utilità sociale

Parlerò in questo articolo di problemi di giustizia distributiva, inevitabilmente acuti nelle situazioni di crisi economica. Purtroppo, riflessioni serie di questo tipo sono assenti nell’attuale legislazione e politica finanziaria e, perciò, si ha l’impressione che invece di seguire una progettualità precisa si stia brancolando nel buio. La giustizia distributiva è l’insieme di norme che stabiliscono come si debbano distribuire i beni. Tra i beni da distribuire si possono elencare i beni economici e gli elementi essenziali per avere buone prospettive di sviluppo nella vita e una sufficiente qualità della vita (qui si possono elencare i servizi medici e rivolti alla salute delle persone, come pure un adeguato accesso all’istruzione). Questi elementi essenziali sono chiamati beni primari in quanto sono i beni che servono a ciascuna persona, indipendentemente dalle sue preferenze specifiche (ovvero, indipendentemente dal fatto se il suo interesse sia l’alpinismo, la musica classica o fare quattro salti in balera).
Purtroppo, non si riesce a vedere che le attuali misure adottate dal governo siano ispirate da principi di giustizia distributiva. Il governo ha intrapreso le misure più facili da adottare, precisamente nuove tassazioni e riduzioni degli stipendi. Queste possono anche essere misure necessarie, ma devono essere intraprese con selettività e criteri di giustizia. Precisamente, gli ultimi a dover essere colpiti sono i meno abbienti e i servizi che riguardano i beni primari.
Ovviamente, con tassazioni non selettive o non sufficientemente selettive e con riduzioni degli stipendi non selettive o non sufficientemente selettive non si tutelano i meno abbienti. Anzi, in base a un principio economico che si chiama utilità marginale (con un esempio semplice: una persona che possiede 1 milione di euro ricevendone altri 100.000 ne avrà un’utilità inferiore rispetto a chi possiede 10.000 euro e ne riceve altri 1.000) si danneggiano direttamente i meno abbienti. È questo il motivo per il quale si può dire che il governo stia agendo con scarsa o nulla sensibilità sociale. Le prime misure da intraprendere dovrebbero essere i tagli delle spese inutili. Ad esempio, andrebbe progettata immediatamente una riduzione drastica delle unità di amministrazione locale e ridotto il numero sproporzionato di impiegati nell’amministrazione statale, per i quali nessuno sa che cosa esattamente facciano (unità amministrative e esercito di nullafacenti, come si sospetta, spesso creati ad arte in base alla logica elettorale e clientelare).
In questo caso, spesso si presenta una logica perversa: ma riducendo il numero degli impiegati statali, non si creano disoccupati e pertanto nuovi casi di ingiustizia sociale? È una tesi che abbiamo vista presentata da parte del giornalista in un’ampia intervista recente al deputato fiumano Slavko Linić. In realtà, si tratta di una tesi assurda. Chiunque riceva uno stipendio deve riceverlo in base a un lavoro reale, a un’utilità sociale che offre, oppure a un guadagno reale che produce. Diversamente, lo stipendio rappresenta un peso sociale che rischia di divenire insostenibile (come è da noi divenuto).
La riduzione del numero degli impiegati statali deve avvenire per ridurre il carico fiscale oneroso per il resto della popolazione, come pure per i settori economici produttivi di beni. Con la ripresa dei settori economici produttivi anche gli ex impiegati statali potranno cercare un lavoro nuovo nei settori reali. Rifiutare questa logica vuol dire potenziare le difficoltà dei settori economici produttivi e i licenziamenti in questi settori, oltre che provocare l’annullamento di disponibilità finanziaria da parte dello stato e, quindi, anche l’assenza di mezzi per le paghe degli impiegati statali stessi (difficoltà, appunto, già presente).
Un’altra polemica assurda nella situazione attuale è quella che riguarda l’aumento dei costi dei posteggi a Zagabria. Si presenta questo aumento come un nuovo assalto alla qualità della vita dei singoli e delle famiglie. In parte lo è. Però, nella necessità di ricercare nuove fonti finanziarie per le casse pubbliche è proprio questo uno dei settori dai quali iniziare. Andare al centro o al lavoro in macchina non è un bene primario. Ci si può andare anche con un mezzo pubblico. Inoltre, è qualcosa che si concedono, usualmente, quelli che non rientrano nella categoria dei meno abbienti. La misura, pertanto, è giustificata anche in quanto non rivolta contro i meno abbienti. In situazioni di difficoltà è una misura sicuramente da intraprendere prima della riduzione generalizzata degli stipendi, o dell’aumento del costo di beni di primaria necessità (come il cibo). In breve, da un governo ispirato dall’equità e dalla giustizia ci si attende delle misure che tutelino i meno abbienti, che non colpiscano i beni primari, che si rivolgano a beni dispensabili e a tagli di spese inutili. Purtroppo, non riusciamo ancora a riconoscere una politica di questo tipo nell’attuale governo.

4.08.2009
Università, spazio alla meritocrazia

Recentemente si è svolto un dibattito polemico nella vicina Regione Friuli Venezia Giulia in virtù dell’esclusione dell’Università di Trieste dalla distribuzione di fondi alle università che si sono distinte nel campo della didattica e della ricerca scientifica. Di che si tratta?
Il sistema di finanziamento delle università da parte del ministero dell’Istruzione prevede che il 7 p.c. del Fondo di finanziamento ordinario sia distribuito in base alla qualità della ricerca (che incide per i 2/3) e della didattica (che incide per 1/3). Da quanto ho potuto leggere, influiscono parametri internazionali, il numero di ricercatori impiegati in progetti di ricerca italiani valutati positivamente, l’ottenimento di finanziamenti europei, la percentuale di laureati che trovano lavoro a tre anni dall’ottenimento della laurea, la percentuale di corsi tenuti da insegnanti propri rispetto ai docenti esterni, la percentuale di studenti che si iscrivono al secondo anno dopo aver sostenuto positivamente almeno i due terzi degli esami previsti nel primo e l’organizzazione di questionari per la valutazione degli insegnanti e degli insegnamenti.
La polemica è scoppiata a Trieste in quanto l’università giuliana in un primo momento è stata esclusa dalla ripartizione del 7 per cento a causa dello sforamento della quota disponibile per la retribuzione del personale, fissata al 90 p.c. della quota totale del finanziamento ordinario ricevuto nel 2008. La notizia ha provocato parecchio risentimento in considerazione dei notevoli meriti di questa università (prima nella classifica delle migliori università da 10-15 mila studenti stabilita da “Campus”).
Sono molto felice per tutte le notizie (e il rientro di cattive notizie) che riguardano l’Università di Trieste, in quanto suo allievo e, ora, collaboratore e amico di alcuni suoi ricercatori e docenti. Ma volevo soprattutto sviluppare alcune osservazioni che spero siano utili per il sistema universitario in Croazia dove parecchi sono i temi aperti.
In primo luogo, in Croazia non abbiamo ancora dei criteri meritocratici precisi per stabilire il valore comparato delle università. Qualcosa si è fatto, ma a livello singolo e discrezionale degli atenei. Ad esempio, l’Università di Fiume, soprattutto per merito del suo attuale rettore Pero Lučin (allora prorettore), ha stabilito la propria strategia di sviluppo che indica i risultati da realizzare e, pertanto, anche i criteri per la comparazione tra le diverse facoltà. Per quanto ne sappia, il ministero, in questo senso, ha fatto poco o, piuttosto, nulla, a differenza di quello corrispondente in Italia. In realtà, non so molto dell’applicazione dei criteri meritocratici in Italia, che temo si applichino con una certa difficoltà tra Scilla (la possibilità che la volontà ministeriale sia orientata soprattutto al taglio dei fondi) e Cariddi (la possibile inerzia dei centri baronali accademici, restii ad accogliere tutto ciò che muta i consolidati equilibri di potere e privilegi). Tra i criteri dei quali sono riuscito a leggere mi sembra manchino quelli che riguardano le pubblicazioni, soprattutto presso riviste o editori che soddisfano le richieste di valutazione e recensione internazionali (ma forse si tratta di un punto valutato in quello generico che ho riscontrato, “parametri internazionali”).
Indipendentemente dalla completezza dei criteri, si tratta di un’iniziativa lodevole da parte del ministero (ammesso che l’intenzione sia virtuosa e non soltanto quella di tagliare i fondi in maniera celata). In Croazia, purtroppo, si sta tardando con iniziative simili. Il ministero parla di “autonomia delle università” per giustificare la propria passività. Le amministrazioni universitarie dicono di avere poche ingerenze nei confronti delle facoltà. Le facoltà si limitano a proclamare i loro diritti a determinati sostegni in base a criteri spesso arbitrari, motivati dalle proprie condizioni specifiche.
Sempre ammesso che il procedimento si svolga in modo virtuoso e non con secondi fini o il prevaricare, nelle valutazioni, di criteri soggettivi, il sistema italiano indica una buona via da intraprendere: stabilire e promuovere criteri di merito didattico e scientifico a livello nazionale. Contemporaneamente, si stabiliscono anche meriti di razionalità finanziaria, quale una delle condizioni per nuovi finanziamenti. In questo modo, il ministero riesce a controllare la razionalità finanziaria degli istituti universitari, e a incentivare la qualità e l’utilità sociale della ricerca e didattica. Ciò non interferisce assolutamente con il principio dell’autonomia universitaria e, pertanto, non si vede perché non sia una via che possa essere intrapresa subito anche dal nostro ministero. Naturalmente, oltre che uno stimolo e un controllo per gli istituti universitari, si tratterebbe di un controllo anche nei confronti del ministero stesso, che necessariamente agirebbe in modo trasparente, non arbitrario e conforme a modalità pubbliche e oggettive. In fondo, il principio delle istituzioni è sempre lo stesso: non vi è garanzia di buon funzionamento senza gli stimoli e i controlli adeguati.

29.07.2009
Per l'alta cultura il mercato
non dev'essere il criterio primario

Offre molto piacere vedere che il grande successo di pubblico nell’estate culturale fiumana è stato ottenuto seguendo il principio della qualità del programma e non risorse di marketing spicciolo. La politica artistica della gestione del teatro di Fiume è stata premiata dal pubblico in estate, come pure nel corso della stagione. Vale la pena di ricordare l’alta crescita del pubblico nei due anni dell’attuale gestione, rispetto alla direzione precedente del teatro.
Questi dati possono servire da utile ispirazione nelle attuali riflessioni che coinvolgono i finanziamenti dell’alta cultura, come pure dell’istruzione universitaria e della ricerca scientifica. Uno dei suggerimenti è che la risposta in termini di utilità sociale che deve essere data dalle istituzioni dell’alta cultura e dell’istruzione universitaria e ricerca scientifica non necessariamente si deve manifestare nella forma di commercializzazione spicciola. Lo si è visto in modo evidente anche nella serata estiva dell’Orchestra filarmonica fiumana diretta nell’occasione da Nada Matošević (peraltro, come noto, sovrintendente del teatro) con la partecipazione della solista Monika Leskovar, e con la sala riempita dal pubblico e la sua approvazione della qualità dell’esecuzione.
Naturalmente, il successo riscontrato con il pubblico non può essere l’unica indicazione della validità e dell’utilità sociale di un’istituzione dell’alta cultura, anzi, a volte può essere un criterio fuorviante. Le opere d’arte a volte richiedono conoscenze anteriori per poter essere apprezzate, oppure precorrono i tempi e sono incomprensibili per un’intera generazione. Questo non è una novità, ma è utile e importante ripeterlo in quanto si tratta di una realtà spesso dimenticata o trascurata, soprattutto quando si decide sul finanziamento delle istituzioni pubbliche e delle attività nell’ambito dell’alta cultura (una constatazione analoga può essere fatta a proposito dell’applicabilità e del riscontro commerciale immediato della ricerca scientifica).
Ritornando al tema dell’estate culturale a Fiume, vale la pena di ricordare e sottolineare l’importanza specifica di uno dei lavori, l’Avaro con la regia di Oliver Frljić. Il regista è già noto al pubblico fiumano con due sui lavori: Turbofolk e le Baccanti (presenti al Festival teatrale estivo presso l’HKH). Turbofolk è uno dei grandi successi della stagione teatrale 2007/2008. Nelle numerose discussioni a proposito di Frljić alle quali ho partecipato, questo rimane il suo migliore lavoro nell’opinione di molti. Io penso che il migliore siano le Baccanti, ma riesco a comprendere pienamente gli argomenti dei sostenitori primari di Turbofolk. Il temperamento di Frljić è orientato all’attualizzazione dei lavori che presenta e in Turbofolk, che è nell’interezza un suo lavoro d’autore, il regista ha potuto dare pieno spazio alle proprie riflessioni e ispirazioni, senza ricercare l’equilibrio con l’opera d’arte originale. In questo senso, tra i tre lavori che ho indicato è probabilmente il più compatto. Ma sono tutti eccellenti.
L’Avaro nella regia di Frljić offre un’impietosa critica sociale attuale (il temperamento e il vigore intellettuale del regista spiccano ulteriormente se confrontati – almeno in base alle critiche che ho potuto leggere – con l’obsoleta estetica fine a se stessa esibita da Paolo Magelli sulle Brioni, con un lavoro presentato in un periodo leggermente successivo e che avrebbe potuto offrire spunti analoghi a quelli riscontrati da Frljić). Nella metafora del regista, l’avaro è il governo del nostro Stato, che chiede alla popolazione di stringere la cinghia, ma esso stesso non è pronto a comportarsi in modo analogo. In alcune conversazioni alle quali ho partecipato, ho sentito dire che la metafora non funzionerebbe in modo del tutto pertinente. Più che avaro, il nostro governo (in un discorso estensibile a parecchie realtà) sarebbe avido e dispendioso. Ciò creerebbe qualche assenza di coerenza tra il lavoro originale e il messaggio della regia di Frljić (e per questo motivo sarebbe maggiore la compattezza di Turbofolk, creazione esclusiva del regista). Comunque sia, non sarebbe un difetto rilevante. Lo spettacolo è ai massimi livelli divertente, spiritoso, intelligente e socialmente importante. Parlando in modo esplicito delle ingiustizie sociali ci rammenta che non c’è alcun motivo per accettarle con fatalismo. Soprattutto, lo fa nei confronti degli artisti che hanno la possibilità di esprimersi nella cornice delle istituzioni ufficiali dell’alta cultura, con un discorso che si può estendere alle istituzioni della ricerca scientifica. Troppo spesso, in questi contesti, accettiamo il ruolo di ragionieri del pensiero, dimenticando il nostro obbligo di riflessione critica.

22.07.2009
Opposizione trasversale
a una legge scandalosa

Alla fine il Sabor ha deciso di approvare la scandalosa legge sulla procreazione assistita. L’HDZ è riuscito a farcela quasi da solo, considerando i partner di governo ufficialmente dissociatisi. Contrari alla legge sono stati l’HSS nella quasi interezza, l’HSLS e altri partiti che sostengono la coalizione di governo. L’HSS, peraltro, è stato ambiguo come spesso, in quanto, pur avendo votato contro la proposta di legge, non ha voluto abbandonare la sala per evitare che ci fosse il numero legale necessario per il voto. Indispensabili per il governo i voti di alcuni dei rappresentanti delle minoranze (Nazif Memedi, Deneš Šoja e Šemso Tanković). Credo che questo sia un fatto che potrebbe risvegliare alcune discussioni tra politici e teorici della politica sul ruolo dei rappresentanti delle minoranze, eletti nei seggi specifici per questioni specifiche, e poi chiamati a votare in modo anche determinante su temi sui quali si sono espressi poco o per nulla in campagna elettorale.
La prima cosa che appare evidente dall’esito del voto è che è stato trasversale rispetto alla posizione dei partiti sul tradizionale asse sinistra-destra. I due partiti ufficiali della sinistra moderata, SDP e HNS, ma pure il partito regionalista istriano, uno dei più costanti nel sostegno delle politiche sociali e delle libertà individuali, si sono espressi come ci si attendeva. Si può dire lo stesso dell’HSLS, un partito che con una certa frequenza periodica ricorda la propria denominazione ufficiale e in queste occasioni sostiene con l’impegno dovuto anche alcune politiche liberali. Ha sorpreso, almeno me, il voto di Danijel Srb dell’HSP, uno dei partiti schierati più a destra, come pure l’atteggiamento dell’HDSSB, un partito, credo, su posizioni ideologiche molto simili all’HSP.
Credo che la contrarietà di partiti più o meno schierati a destra basti a confermare come l’opposizione a questa legge scandalosa sia una questione di buon senso e non ideologica. Si tratta di una legge che finge di concedere la procreazione assistita, ma di fatto la rende impraticabile.
Quali sono gli aspetti più scandalosi di questa legge? Questa legge impedirà a numerose persone di nascere e a numerose persone adulte di vedere realizzato il loro sogno di essere genitori. In altre parole, la nuova legge impedirà a molti bambini di nascere in famiglie felici, ricche di amore per i bambini. Infatti, considerando che la procreazione assistita sicuramente non è un intrattenimento, bensì un procedimento di per sé impegnativo (anche senza le ulteriori difficoltà poste dalla nuova legge) si può presumere in modo ragionevole che la richieda soltanto chi desidera in modo serio e cosciente di divenire genitore. Mi chiedo se i deputati che hanno votato a favore della legge possano avere il coraggio di guardare le persone già ora nate da procreazione assistita, dicendo loro che non avrebbero dovuto mai nascere.
Un altro aspetto scandaloso, meno diretto, ma comunque rilevante, è costituito dall’assalto alla laicità dello Stato. Oltre all’inopportuna discriminazione di chi non è legato in un matrimonio tradizionale, l’ispirazione particolare di questa legge è la presunta difesa degli embrioni. Infatti, per realizzare la procreazione assistita in condizioni ragionevoli, è necessario creare degli embrioni in soprannumero: più embrioni, anche se l’intenzione è che nasca soltanto un bambino. Nell’opposizione alla procreazione assistita si dice che questa creazione di embrioni in soprannumero sia un atto contro il valore della vita. Tuttavia, l’argomento è assurdo. In primo luogo, anche nella riproduzione esente da aiuto medico la fecondazione non implica un successo riproduttivo. In secondo luogo, favorire lo status morale di un’entità biologica che non esisterebbe se non vi fossero le finalità della procreazione assistita e che è estremamente distante da qualsiasi forma di coscienza o attività cognitiva (come è il caso degli embrioni precoci creati in soprannumero) rispetto allo status morale dei potenziali genitori e, soprattutto, delle future persone che potrebbero nascere, è quanto meno moralmente bizzarro, al di fuori del contesto di visioni metafisiche che certamente non possono avere il ruolo di vincoli normativi in una società democratica contemporanea, dichiaratamente neutrale dal punto di vista dei sistemi morali ai quali aderiscono i cittadini.
Da alcune parti, tra le quali la più autorevole è rappresentata dal presidente Mesić, si anticipano già appelli costituzionali. Spero che in questa sede la legge sia abolita al più presto, per un recupero del dovuto livello di civiltà indispensabile per una matura coscienza democratica.

15.07.2009
«Libera Chiesa in libero Stato»
ovvero sì all'anticonformismo

In occasione del recente G8 una parte della stampa italiana (con i soliti Giornale e Libero a primeggiare in queste situazioni) ha pensato di prendersela con la moglie del presidente di Francia. Quale sarebbe la grande colpa di Carla Bruni? Il fatto di non essere stata a Roma con le altre mogli dei Capi di Stato o di governo e di aver preferito andare direttamente all’Aquila (dove, peraltro, si svolgeva la parte ufficiale del G8), città recentemente colpita dalla tragedia del terremoto. In questo modo ha evitato anche la visita in Vaticano, cosa gravissima per molti. Inoltre, ha visitato la gente dell’Aquila individualmente e non collettivamente, con le altre mogli.
Non riesco proprio a vedere che cosa ci sia di opinabile nelle sue scelte. Soprattutto, non riesco a vedere che cosa ci sia di opinabile dalla prospettiva generale dichiarata dai due quotidiani che ho indicato. Entrambi i giornali, credo, vogliono legarsi alla grande tradizione di pensiero liberale (o quanto meno accettano una prossimità nei suoi confronti). In questo senso, dovrebbero ricordarsi del principio “libera Chiesa in libero Stato”, un principio proclamato non da Karl Marx, Vladimir Ilich Uljanov, Josif Visarionovic Dzugasvili, o Mao Zedong, bensì da Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour. È un po’ difficile ricordarselo oggi, quando per molti ambienti l’affermazione di un’idea autenticamente liberale sembra un esempio di visione rivoluzionaria di un estremista di sinistra, e spesso si autoproclamano liberali i rappresentanti di quelle destre conservatrici che primeggiano nell’affermazione di pratiche politiche e principi discriminatori nei confronti di vari gruppi sociali.
Quale è la linea di connessione tra il comportamento di Carla Bruni e il principio proclamato da Cavour? La prima risposta che si può dare è che non c’è alcun motivo perché un Capo di Stato (o la moglie di un Capo di Stato) abbia l’obbligo di incontrare il Capo di una religione. Alternativamente, si potrebbe dire che lo Stato non rispetta i diritti dei cittadini ignorando le specificità culturali e spirituali dei cittadini, incluse quelle religiose (come, peraltro avviene fermamente nella tradizione francese), bensì rivolgendo un’uguale attenzione a tutte le specificità culturali e spirituali dei cittadini. Questa prospettiva suggerisce l’opportunità, per lo statista liberale, non di evitare i rappresentanti di tutte le religioni, bensì di rivolgere uguale attenzione a tutte le religioni. A proposito del G8, però, Carla Bruni (in realtà, non uno statista, ma moglie di uno statista) potrebbe dire che il principio dell’uguale attenzione ai gruppi culturali e spirituali è stato disdegnato, in quanto gli statisti del G8 si sono rivolti a un unico rappresentante religioso, e non ai rappresentanti di tutte le religioni.
A questo punto si potrà replicare dicendo che il papa è anche un Capo di Stato e non soltanto un capo religioso e che gli incontri dovrebbero essere letti in questo modo. È vero che il papa è anche un Capo di Stato. È altrettanto vero, però, che quando incontra gli statisti i temi non sono temi tipici tra politici. Al contrario, si tratta di temi spirituali e rilevanti da un punto di vista religioso. Nel corso del G8, ad esempio, il presidente americano Obama ha dialogato con il papa proprio in questo modo, promettendogli che negli USA si sarebbe ridotto il numero degli aborti. Non riesco proprio a immaginare una conversazione su temi simili tra Obama e la regina Elisabetta, o tra Obama e Angela Merkel, o tra Zapatero e Putin (anzi, sicuramente un eventuale tentativo di Putin di convincere Zapatero, ad esempio, sull’illegittimità dei matrimoni gay, resi legali in Spagna dal governo socialista, farebbe gridare allo scandalo e si interpreterebbe come un illecito tentativo di interferenza nell’ordinamento sovrano di uno Stato).
Rimane un’ultima ipotesi da usare contro Carla Bruni: quando qualcuno ti invita è cortese accettare. Ma è veramente così? Siamo veramente pronti a seguire una convenzione sociale che ci obbliga ad accettare ogni invito che ci viene rivolto? Credo proprio di no. Gli inviti si possono rifiutare per motivi vari. Il motivo della Bruni è stato l’aver voluto evitare un’occasione mondana, cioè la visita a Roma, per privilegiare un’occasione sostanziale, cioè la visita alle vittime del terremoto. Troppo spesso gli incontri tra politici sono delle occasioni mondane, che male si accompagnano rispetto alle condizioni delle persone per il cui bene si dovrebbero impegnare. Penso che la moglie del presidente di Francia abbia fatto molto bene a trasmettere questo messaggio. Questa volta, come molte altre, rivolgo le mie simpatie a chi si oppone al conformismo.

8.07.2009
Povertà e ingiustizia sociale

Se tutti noi, che non possediamo niente,
non ci facciamo più vivi dove sono in mostra le cose da mangiare,
si potrebbe pensare che non abbiamo bisogno di niente.
Ma se noi ci veniamo e non possiamo comprare niente
si sa come stanno le cose.
(L’acquirente, Bertolt Brecht)

Che in Croazia ci siano molte persone che vivono in condizioni precarie è un pensiero diffuso e da molti preso come un luogo comune. In questi giorni, però, sono apparsi dei dati statistici che confermano questo pensiero in modo drammatico. Secondo i più recenti dati del ministero della Sanità e della Previdenza sociale, in Croazia 93.874 cittadini (ovvero 20.988 famiglie e 21.849 single) sopravvivono grazie all’assistenza sociale statale. Rispetto alla fine dello scorso anno, il numero è aumentato di 1.162 cittadini, ovvero 205 famiglie. Si tratta di persone che non usufruiscono di alcun reddito, tranne le 500 kune ricevute dallo stato sotto forma di assistenza sociale. La statistica, pertanto, include soltanto i cittadini che vivono nella miseria più profonda. Naturalmente, per avere una visione completa della carta della povertà in Croazia bisognerebbe includere anche le persone i cui redditi sono talmente bassi da poter essere annoverate tra le persone povere.
Non so quanto si discuterà nei prossimi giorni di questo problema. Recentemente abbiamo avuto dibattiti accesi, ai quali ho partecipato pure io, sulla procreazione assistita (con una proposta di legge quanto meno opinabile, che ho criticato su queste pagine), sul divieto di fumare (con un’ottima legge entrata in vigore, che ho lodato recentemente su queste pagine, ma, sembra, prossima a essere ritirata), sulla questione fascismo/antifascismo, sulla questione se un primo ministro (precisamente, il nostro primo ministro) quando rassegna le dimissioni debba offrire delle spiegazioni precise oppure no (la mia opinione è che debba offrire delle spiegazioni precise se intende continuare a occuparsi di politica ed essere un personaggio pubblico, mentre le sue ragioni sono una sua questione personale, se la persona intende ritirarsi a vita privata).
Ovviamente, non penso che questi siano temi irrilevanti. Sono molto importanti. Tuttavia, sorprende come, comparativamente, il tema della povertà estrema sia trascurato dall’opinione pubblica, dai politici e dagli opinionisti. Fino ad oggi neppure io sapevo che in Croazia vi sono persone che sopravvivono con 500 kune al mese, anche se sapevo, come molti, che vi sono tante persone disoccupate, con paghe molto basse e che lavorano in condizioni difficili.
L’insensibilità per le questioni sociali, nello specifico settore universitario, è apparsa anche tra alcuni miei colleghi (alcuni dei quali anche miei amici), quando, recentemente, commentavano le proteste degli studenti. Uno degli argomenti usati da chi si oppone agli studi universitari senza l’obbligo del pagamento era che tra gli studenti attuali la maggior parte è rappresentata da giovani che provengono da famiglie benestanti. Assicurare il loro studio senza pagamento vorrebbe dire, sostiene l’argomento, offrire un servizio sociale con i soldi dei contribuenti a chi è già benestante. L’argomento tradisce una forte insensibilità sociale, in quanto trascura il fatto che l’attuale situazione è il risultato di un’ingiustizia sociale (l’accessibilità degli studi soltanto ai benestanti) che va corretta con maggiori agevolazioni per gli studenti (ad esempio, con borse di studio che permettono agli studenti di non rappresentare un peso finanziario per la famiglia) e non confermata.
Le persone che vivono in uno stato di estrema povertà sono un problema anche più urgente e meritano una considerazione molto maggiore di quanto avvenga. La giustizia di una società bene ordinata si misura in primo luogo in proporzione alle condizioni di vita di quelli che stanno peggio, nella scala delle condizioni primarie di benessere. Se anche a questi viene assicurato uno stato dignitoso, si può dire che la società nel suo insieme è una società giusta. Diversamente, si tratta di una società ingiusta e socialmente insensibile.
Come migliorare le condizioni delle persone che ho indicato? Innanzitutto, si deve provvedere a una redistribuzione del bilancio dello stato che tenga conto di questa esigenza, per aumentare i sussidi sociali; 500 kune mensili sono decisamente molto al di sotto di un livello decente di sensibilità sociale. A lungo termine la soluzione può essere soltanto un’economia più efficace. Questo progetto a lungo termine, però, non può servire da copertura per l’attuale livello di insensibilità sociale e assenza di giustizia.

1.07.2009
Il valore della salute pubblica

Faccio molta fatica a comprendere perché il dibattito sulla nuova legge sul divieto di fumare in Croazia sia così vivace, in quanto mi sembra che la legge sia equa e intelligente. Inoltre, credo sia stata introdotta in modo graduale, ovvero con una cronologia che permetteva a tutti di prepararsi nel modo richiesto. Invece di adeguare i locali, proprietari e gestori di ristoranti e bar hanno scelto l’usuale strategia nazionale: creare pressione sul governo, affinché modifichi la legge. È da un po’ di tempo che, quasi, non trascorre una settimana senza che vi sia una categoria della popolazione che voglia protestare nei confronti di qualcosa. La protesta contro il rigoroso divieto di fumare nei locali pubblici mi sembra una tra le meno giustificate, anzi una protesta assolutamente non giustificata (a dire la verità, dovrei astenermi dal fare comparazioni tra le proteste, visto che nei confronti di quella dei contadini non posso proprio esprimermi, per assoluta incompetenza).
Iniziamo a vedere gli argomenti ai quali si appellano coloro che protestano: la presunta ingiustificata limitazione e interferenza con i diritti individuali (il diritto, appunto, dei fumatori di fumare quanto e dove vogliono, anche se ciò provoca loro un danno dimostrato) e il danno economico a proprietari e gestori di ristoranti e bar. Credo che il primo argomento sia assolutamente privo di fondamento, mentre il secondo non sia decisivo (forse neppure se ci si limita soltanto all’aspetto economico).
In quanto al primo argomento, evidentemente fa riferimento al vecchio principio liberale per cui ciascuno ha il diritto di fare tutto quello che vuole, a condizione di non provocare danni agli altri (il primo ad aver difeso in modo sistematico questo principio è un pensatore che adoro, John Stuart Mill, verso la metà del 19.mo secolo). Il fatto che la persona che compie un’azione provoca un danno a se stessa non può essere una ragione per limitare le sue azioni. Ciascuno è sovrano di se stesso, con il diritto pure di provocarsi dei danni. Nei dibattiti teorici questo principio è in crisi da qualche decennio, in quanto di fronte a un’analisi attenta si rivela più problematico di quanto possa apparire a prima vista in alcuni suoi aspetti applicativi. Tuttavia, per le esigenze giuridiche comuni e per i rapporti umani comuni in società è sufficientemente preciso ed utile e, comunque, viene invocato e applicato ampiamente, quale una conquista della civiltà occidentale. Non lo trovo, però, utilizzabile da parte di chi si oppone alla nuova legge sul divieto di fumare. Il motivo più semplice è che chi fuma inquina anche l’aria per i fumatori passivi, provocando così un evidente danno ad altre persone.
A questo punto appare una risposta frequente che dice che si possono autorizzare locali per fumatori e locali per non fumatori, lasciando alle persone la libertà di scegliere e al libero mercato di dettare i destini dei bar e dei ristoranti. Contro questo argomento si può far uso dell’importanza delle considerazioni sulla salute pubblica. Se alcune abitudini provocano diffusi problemi alla salute delle persone, queste abitudini, in realtà, provocano un danno a tutti, anche alle persone che non seguono queste abitudini. Infatti, ingenti mezzi dovranno essere investiti per curare le persone che seguono i comportamenti a rischio e, pertanto, ne soffrirà l’intera comunità, in considerazione degli elevati mezzi che dovranno essere impegnati per curare i danni provocati dalle abitudini nocive. L’argomento della salute pubblica è frequentemente utilizzato e applicato per alcune limitazioni delle libertà personali e non vedo perché non debba essere applicato anche nel divieto di fumare.
Il secondo argomento, quello che parla dei danni economici dei proprietari e gestori di ristoranti e bar, mi sembra assurdo. Non riesco proprio ad immaginare come si possa pensare che una ragione di questo tipo possa essere più impellente rispetto a quella della salute pubblica. Ma anche se ci si limita soltanto alla considerazione economica, sarebbe del tutto da verificare se sia maggiore il danno economico dei proprietari e gestori dei locali, oppure quello della comunità intera per le elevate risorse che si spendono per curare i danni provocati dal fumo.
Credo che non ci sia motivo di protestare e si debba, invece, pensare ad alzarsi dalla sedia e uscire in strada quando si vuole accendere una sigaretta. Proprio come si fa ormai in molti stati.

24.06.2009
Aspettando la riconciliazione

L’intervento del presidente Mesić a Brezovica, nei pressi di Sisak in occasione della Giornata della lotta antifascista in Croazia, si è rivelato sicuramente non un banale discorso d’occasione. Ricordiamo: tra le cose rilevanti, Mesić ha detto di invidiare il presidente della Germania, che non si trova mai nella situazione di dover opporsi alla glorificazione del nazismo e all’apologia dei colpevoli dell’olocausto e del genocidio, né deve difendere coloro che hanno giudicato e condannato i crimini di guerra; di invidiare il primo ministro britannico che non deve difendere Winston Churchill, premier negli anni della guerra, dalle accuse per il modo nel quale ha condotto la guerra contro la Germania nazista; di invidiare il presidente della Francia che non si trova costretto a difendere Charles de Gaulle dalle accuse di essere stato un carnefice del popolo francese, nonostante i membri della resistenza francese avessero liquidato con atti di giustizia sommaria vendicativa migliaia di collaborazionisti.
I riferimenti sono molto chiari e riguardano il revisionismo storico presente in parte della società croata, inclusa una parte del mondo intellettuale (il revisionismo, peraltro, è presente in modo simile anche in Italia). Il revisionismo storico non si presenta come un programma del tutto compatto, ma assume forme diverse, coprendo, più o meno, uno spazio che va dalla glorificazione del fascismo nelle sue varie manifestazioni, alla rilettura del fascismo come un’espressione di patriottismo benigno (seppure non privo di errori rilevanti), all’esclusiva condanna dei crimini di guerra commessi da antifascisti (con un completo oblio nei confronti dei crimini di guerra fascisti), fino ad una uguale condanna dei crimini di guerra commessi dalla parte fascista e quelli commessi dalla parte antifascista.
Due cose sono, ovviamente, innegabili. La prima è che non tutti gli Stati che hanno aderito all’alleanza antifascista erano stati democratici, o sono usciti dalla guerra come stati democratici. La seconda è che i crimini di guerra sono stati commessi pure dalla parte antifascista. Forse, addirittura, quelli presentatisi come forme di giustizia sommaria e vendicativa non sono gli unici crimini di guerra dalla parte antifascista, ma lo è anche l’uso della bomba atomica in due occasioni, da parte americana contro il Giappone. Ad esempio, il massimo filosofo della politica del ventesimo secolo, il liberale John Rawls, nel suo libro Law of Peoples – il più importante testo di teoria della giustizia internazionale scritto nel ventesimo secolo – giudica come imperdonabile e ingiustificabile l’uso della bomba atomica. Rawls con questo giudizio segue coerentemente la tradizione dello jus in bello (l’insieme di regole morali e di giustizia che devono essere seguite nel corso della guerra) per cui coloro che non sono combattenti (soldati) non devono essere minacciati e lesi in alcun modo. Le due bombe atomiche, pertanto, rappresentano una grave violazione della morale e della giustizia. Rawls esprime un giudizio diverso nei confronti dei bombardamenti alleati che hanno colpito anche la popolazione civile, ma che – giudica il filosofo americano –, avevano una giustificazione precisa nella necessità irrinunciabile di sconfiggere il nazismo e i suoi alleati. La vittoria del nazismo, dice Rawls, avrebbe rappresentato un male talmente preponderante da consentire anche delle deviazioni dalla tradizione dello jus in bello.
Indipendentemente dai giudizi di Rawls sui bombardamenti, una sua affermazione ha un significato profondo e irrinunciabile: la vittoria del nazismo e del fascismo sarebbe stata una catastrofe assoluta per la civiltà occidentale. Questo deve essere il punto fermo di ogni giudizio storico sul fascismo, come pure il punto di partenza nei dibattiti sulla riconciliazione nazionale. Spesso il revisionismo presenta la tesi della rilettura del fascismo nel senso patriottico benigno e la tesi dell’equivalenza dei crimini commessi da entrambe le parti come il fondamento della riconciliazione storica all’interno dei popoli (o anche tra popoli). Al contrario: anche se è giusto condannare le liquidazioni sommarie commesse da antifascisti motivate da vendetta, è giusto constatare che non tutti gli antifascisti erano allo stesso tempo impegnati a favore della democrazia e della giustizia ed è giusto auspicare le riconciliazioni all’interno dei popoli e tra i popoli, tuttavia la riconciliazione autentica e rivolta a un futuro di pace e giustizia non può che partire dall’affermazione di un fatto evidente e da un monito la cui validità è permanente: la vittoria del fascismo sarebbe stata una tragedia incondizionata per tutto il mondo occidentale.

17.06.2009
Procreazione, purché
sia ben assistita

Tra i vari dibattiti attualmente aperti sulla scena politica e della società civile in generale in Croazia vi è quello sulla procreazione assistita. In luoghi diversi, la discussione ha riguardato questioni diverse. Sono permesse procreazioni assistite soltanto con le risorse genetiche riproduttive all’interno della coppia, oppure è possibile utilizzare anche le risorse genetiche riproduttive di un donatore esterno alla coppia? È permesso realizzare la procreazione assistita soltanto all’interno delle coppie eterosessuali tradizionali, oppure anche a donne single, o a coppie omosessuali? È permesso stipulare accordi che coinvolgono madri sostitutive (madri che, in seguito alla procreazione assistita, conducono la gestazione, ma che dopo il parto concedono il figlio o la figlia ai suoi genitori genetici)?
Come è visibile, l’agenda del dibattito riguardante la procreazione assistita riguarda temi variegati e alcuni autenticamente rivoluzionari, nel senso che concernono rapporti riproduttivi assolutamente impensabili senza le tecniche di riproduzione assistita, come il coinvolgimento di una terza persona con un esplicito e pubblico ruolo attivo nella riproduzione (precisamente, la madre sostitutiva, che conduce la gestazione), o la possibilità di ottenere la maternità per una donna sola, o per coppie omosessuali.
Le discussioni hanno riguardato temi di etica di base (con questioni come il valore della vita e la liceità per gli esseri umani di intervenire sui processi riproduttivi naturali) e temi più empirici, che si concentrano soprattutto sull’interesse del futuro bambino o della futura bambina. In questo caso le discussioni riguardano le condizioni appropriate per lo sviluppo della futura persona (e ci si chiede se la sua crescita e lo sviluppo siano influenzate negativamente dal fatto di avere un solo genitore, due genitori omosessuali, o magari un terzo genitore – la madre che ha condotto la gestazione). Ho cercato già altrove, in un libro di bioetica che ho pubblicato qualche anno fa, di dimostrare quanto siano infondate, incoerenti e viziate da pregiudizi molte delle posizioni di divieto che si esprimono nei confronti di alcune tra queste potenziali pratiche (soprattutto le posizioni che fanno riferimento alla coppia eterosessuale tradizionale come all’unica cornice favorevole per lo sviluppo e la crescita di un bambino o di una bambina).
In Croazia il dibattito è ai rudimenti delle discussioni sulla procreazione assistita. Tra le due questioni aperte più problematiche si discute non soltanto se la procreazione assistita sia ammissibile unicamente all’interno delle coppie eterosessuali tradizionali, ma addirittura se sia ammissibile soltanto all’interno delle coppie sposate! Questa è una chiusura ovviamente limitativa e pregiudiziale nei confronti delle coppie di fatto. Non soltanto non riesco a immaginare alcun buon argomento a favore di questa limitazione, ma addirittura proprio nessun argomento che la possa fondare, né buono, né pessimo. Inoltre credo vi sia un’incoerenza legale in questa limitazione, oltre che un’infondatezza morale. Credo ci siano buoni argomenti per un’apertura anche al di fuori delle coppie eterosessuali tradizionali e pertanto penso sia più che nocivo concentrarsi su un tema che non dovrebbe neppure porsi, quello dell’esclusività delle coppie sposate.
L’altro tema polemico riguarda il dovere di rivelare il nome del donatore delle risorse genetiche riproduttive esterno alla coppia. La proposta legislativa, come prevedibile, non si appella in modo esplicito alla volontà di esclusione della donazione di risorse genetiche riproduttive da parte di una persona esterna alla coppia, bensì al diritto del bambino o della bambina di conoscere l’identità dei propri genitori. Tuttavia, questo è un caso di abuso di riferimento a un diritto. Il senso del diritto, ovviamente, è quello di tutelare gli interessi del bambino o della bambina. Il risultato dell’appello a questo diritto nella nuova legge sulla procreazione assistita sarebbe, invece, soltanto di impedire di nascere a molte potenziali persone che potrebbero essere felici e crescere e svilupparsi con i propri genitori legali (e, ovviamente, agli stessi genitori potenziali di essere felici con il bambino o con la bambina).
Spero che il dibattito pubblico e parlamentare riesca a portare la proposta di legge entro contesti più appropriati a un Paese democratico evoluto e caratterizzato da pluralismo culturale e morale.

10.06.2009
Populismo e antipolitica

Si sono concluse recentemente le elezioni europee, le elezioni amministrative in Italia e leggermente prima le elezioni amministrative in Croazia. Temo sia difficile negare che si continui a essere governati ovunque, con pochissime eccezioni, da personaggi improponibili, privi di alcuno spessore, qualità e idee serie da offrire e mettere in pratica. Le questioni morali sembrano essere divenute anche meno di un tiepido ricordo dell’epoca quando si aveva la forza di indignarsi. Si spacciano quali temi morali le scappatelle galanti dei politici. Di queste, francamente, non gliene importa né punto né poco a nessuno, almeno non a livello di politica e questione morale. Probabilmente da quando Clinton è uscito impunito dall’affaire Monica Lewinsky nella puritana America, si è visto che le vicende a luci rosse non creano alcun danno ai politici (in Italia non hanno creato, almeno sotto forma elettorale, alcun danno al capo del Governo neppure le, da qualche anno, tristi e perdenti vicende a luci rossonere). E, allora, sembra scattare il trucchetto: mettiamola sul piano del pettegolezzo, così si evita di parlare di cose serie. Facciamo andare a votare chi vota per inerzia. Magari anche chi vota per le persone che ha sentito nominare più frequentemente (magari nel contesto di vicende a luci rosse o luci rossonere). E si prosegue tranquilli.
In Croazia le tecniche sono meno sofisticate (e non ci si avventura ancora a fare uso del pettegolezzo), ma il populismo e l’antipolitica, almeno nelle recenti elezioni, hanno trionfato in moltissime sedi amministrative.
Credo si tratti di esiti pericolosissimi che rischiano di creare situazioni profondamente instabili. Perché? Cercherò di spiegarlo facendo uso del pensiero di due persone molto diverse. Uno è un composto professore dell’Università di Yale che si chiama Daniel Markovits. L’altro è Martin Luther King. Il loro pensiero è accomunato da un denominatore comune: quando la politica istituzionale non risolve i problemi, non rimane che il ricorso a vie non istituzionali. Applicando il pensiero di King alla situazione attuale (globalmente presente), si può dire che il fatto che ci sia un’apparente apatia può illudere i politici sull’esistenza di una situazione stabile. In realtà, non è così. Le frustrazioni e le insoddisfazioni sono presenti e attendono occasioni di sfogo. A questo fine, Martin Luther King proponeva la disobbedienza civile (che lui chiamava ‘azione diretta’), da lui ritenuta un fattore moderato e stabilizzante. Infatti, come ha scritto nella sua famosa Lettera dal carcere di Birmingham (un testo eccellente che consiglio a tutti, facilmente rintracciabile su internet), ovunque ci sono insoddisfazioni e frustrazioni diffuse che non si risolvono nei modi istituzionali preposti, l’alternativa è la disobbedienza civile. Se questa non è organizzata, oppure se non ottiene risultati soddisfacenti, l’inevitabile esito finale sarà l’aumento di aderenti a movimenti estremisti e violenti.
Di disobbedienza civile a causa dei deficit democratici parla pure Daniel Markovits. I deficit democratici sono situazioni nelle quali si accentua il distacco tra volontà dei cittadini e decisioni dei governi. Generalmente, questi deficit si presentano in due modi. Nel primo, una politica pubblica può essere stata accolta democraticamente nel passato, ma ormai non gode più del sostegno dei cittadini. Non viene mutata, però, in quanto i politici, con mezzi astuti, evitano di porla sull’agenda politica decisionale. L’altra forma di deficit democratico si presenta quando i governi sviluppano una politica pubblica in modo progressivo e celato, senza sottoporla mai alla volontà dei cittadini. In entrambi i casi il deficit democratico consiste nella politica governativa che non viene sottoposta allo scrutinio dei cittadini. Che cosa rimane ai cittadini? Markovits dice: la disobbedienza civile.
Non sono un sostenitore della disobbedienza civile. Penso che sia giustificata soltanto in casi rari, in particolare in quanto le sue modalità di legittimità sono molto esigenti, soprattutto in chi la vuole sostenere. Però, si tratta di constatare una semplice realtà sociologica: i problemi seri in qualche modo si devono risolvere. Se non li risolvono le istituzioni, le frustrazioni popolari cercano altri tipi di soluzioni. Il valore della legalità e della democrazia istituzionalizzata sono mie ferme convinzioni. Proprio per questo motivo spero che al più presto riusciremo ad avere una classe politica (parlo di un problema diffuso globalmente) che pensi al proprio lavoro come a una missione rivolta alla soluzione dei problemi pubblici e non alla riproduzione del proprio potere.

3.06.2009
Il diritto alla disobbedienza civile

I temi riguardanti la recente protesta degli studenti in Croazia stanno ancora offrendo spunti per dibattiti di vario genere. Negli avvenimenti che sono seguiti alla protesta, ma anche sin dall’inizio e nel corso dell’occupazione delle facoltà, si sono notati gravi incomprensioni della sostanza e della legittimità della disobbedienza civile in generale.
In primo luogo, si deve distinguere tra disobbedienza civile in una democrazia parlamentare (che rappresenta l’unica forma stabile di democrazia rispettosa dei diritti degli individui che sia conosciuta) e negli ordinamenti non democratici o irrispettosi dei diritti degli individui. La protesta civile in questi ultimi ha una legittimità molto ampia, in quanto si tratta di ordinamenti sostanzialmente e ampiamente ingiusti.
Questo non è il caso nelle democrazie parlamentari. Tali contesti sono ampiamente giusti, in quanto riconoscono almeno il diritto formale fondamentale di uguale partecipazione politica e di controllo del potere politico. Ovviamente, questo diritto formale può trovare in misura minore o maggiore una sua applicazione reale. Dipendentemente da ciò, la legittimità della disobbedienza civile sarà più o meno ampia. Nelle situazioni di partitocrazia alienata nei confronti della popolazione il diritto alla disobbedienza civile sarà maggiore.
Tuttavia, la legittimità fondamentale della disobbedienza civile deriva dalla rilevanza del diritto o del valore morale che sono trascurati da parte della maggioranza al governo. Nella storia del pensiero occidentale è rimasto celeberrimo il testo sulla disobbedienza civile di Henry David Thoreau. Si tratta di un testo del diciannovesimo secolo e l’autore vi esplica la propria decisione di rifiutare di pagare le tasse quale forma di protesta nei confronti del governo degli Stati Uniti. La motivazione della protesta è rappresentata dalla politica di tolleranza nei confronti dello schiavismo presente negli stati del sud e dalla partecipazione a una guerra contro il Messico, ritenuta da Thoreau ingiusta. L’autore, che riteneva diversamente incorreggibili l’opinione pubblica e il governo, come ho detto ha reso esplicita la propria protesta ed è stato pronto a subirne le conseguenze (precisamente, la sanzione sotto forma di prigione per evasioni fiscale).
In questa situazione si vedono alcuni degli elementi fondamentali della protesta civile. In primo luogo, l’impegno per una causa giusta (nella situazione di Thoreau, addirittura due cause giuste). In secondo luogo, l’impossibilità di opporsi all’ingiustizia nel contesto degli usuali processi democratici, a causa dell’insensibilità della maggioranza. In terzo luogo, la pubblicità dell’azione. In quarto luogo, la disponibilità a subire le sanzioni per l’infrazione della legge (condizione necessaria per confermare la sincerità della protesta). Alle condizioni presenti nel caso di Thoreau ed esplicitamente dichiarate da lui si può aggiungere la condizione per cui la disobbedienza civile nella sua manifestazione specifica non deve mettere a rischio il rispetto di diritti più rilevanti rispetto a quelli che si reclamano, o altrettanto rilevanti. Con un esempio: la protesta contro la schiavitù non deve mettere a rischio il diritto alla salute (ad esempio, manifestandosi nella forma di occupazione di un ospedale).
Considerando queste specificazioni del diritto alla disobbedienza civile, appare come siano state irragionevoli le posizioni di coloro che sin dall’inizio si esprimevano nei confronti dell’occupazione delle università dicendo che condividono la richiesta ma non il modo della sua manifestazione. Inizialmente, la protesta era (ed è sempre stata) decisamente non violenta e nella fase iniziale non colpiva alcun diritto fondamentale. Qualcuno, a dire la verità, sosteneva che si colpivano il diritto allo studio degli studenti che non volevano aderire alla protesta e il diritto al lavoro degli insegnanti che non la sostenevano o accettavano. Tuttavia, fino a quando la protesta rientrava nei limiti di un relativamente facile recupero delle lezioni non svoltesi, si può dire che si trattava di casi di innocua temporanea sospensione di quei diritti. Diversamente, si dovrebbe dire che lo sciopero dei ferrovieri di un giorno minaccia il diritto alla libera circolazione delle persone e ciò è, ovviamente, assurdo. Il prolungarsi eccessivo della protesta, però, minacciava la compromissione di una normale conclusione dell’anno accademico, compromettendo seriamente i diritti degli studenti che non vi aderivano, ad esempio impedendo loro di pianificare il proprio regolare corso degli studi o la possibilità di partecipare a concorsi per posti di lavoro in tempi utili. Inoltre, non c’erano segni evidenti che non si fosse compiuta l’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e, quindi, si era persa una delle legittimazioni fondamentali della disobbedienza civile.
Distinzioni simili a queste, purtroppo, sono state comprese da pochi, da una parte e dall’altra. Anche da questo esempio si vede che viviamo in una società ancora molto bisognosa di comprendere il significato di concetti politici fondamentali in una democrazia rispettosa dei diritti individuali.

28.05.2009
Università, il rischio
della commercializzazione

La sospensione delle lezioni presso le università in Croazia sembra essersi esaurita. Non so se vi siano ancora sedi dove l'occupazione della facoltà sussiste ancora dopo la ripresa delle lezioni presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Zagabria, ma è prevedibile che ovunque questa forma di protesta stia per concludersi.
Che cosa rimane di questa protesta? Non so dirlo, credo non possa dirlo nessuno e per una risposta precisa bisognerà attendere gli eventi in autunno. Indipendentemente dalla protesta, dalla sua forza propulsiva e dall'energia che può continuare ad avere, è certo che gli avvenimenti devono ispirare una forte riflessione tra le autorità accademiche e politiche che possono prendere decisioni sul futuro del sistema universitario. Il tema della lotta alla commercializzazione dell'università è di fondamentale importanza per il futuro di tutta la società e supera di molto la richiesta di esenzione da tasse accademiche avanzata dagli studenti nel corso della protesta.
Come già espresso dall'Istituto per lo sviluppo dell'istruzione, credo che il tema delle tasse universitarie non sia il tema centrale quando si parla di diritto all'uguale accesso allo studio universitario. Senza trascurare l'importanza di queste tasse, si può notare come vi siano altri costi che gli studenti e le loro famiglie devono affrontare e che superano le cifre versate alle facoltà e alle università. Faccio riferimento, ad esempio, ai costi di soggiorno che devono affrontare gli studenti universitari che non si trovano nelle località dove vivono le loro famiglie. Conseguentemente, in modo parallelo al dibattito sull'esenzione da tasse universitarie, è necessario realizzare un appropriato sistema di borse di studio rispettando i criteri di assistenza sociale per supportare vari costi inevitabili per gli studenti.
L'importante tema della commercializzazione della ricerca scientifica è stato affrontato solo marginalmente nel corso della protesta. Quali sono i danni sociali di una simile politica accademica (peraltro presente in tutta l'Europa)?
Di che si tratta? Prendiamo un caso tipico, presente in molte università. Una corporazione farmaceutica stipula un contratto con un'università e questa si impegna, sotto retribuzione, di svolgere ricerche scientifiche per la corporazione. La convenienza per l'industria farmaceutica è evidente. Non si devono finanziare più laboratori propri, bensì si supporta l'attività di laboratori e ricercatori fondamentalmente finanziati con risorse pubbliche, ovvero dallo stato. A questo punto non appare ancora dove ci sia il problema. Sembra che vi sia una convenienza reciproca: da un lato investimenti più razionali per la corporazione, dall'altro lato attività produttive e non fini a se stesse nelle università.
Vi è però un problema rilevante. L'industria farmaceutica ha un interesse ben preciso: produrre e vendere medicine costose e realizzare profitto. Non c'è alcun interesse, ad esempio, a ricercare un'adeguata prevenzione delle malattie (sotto forma di modi di vivere, o stili alimentativi). Al contrario, simili ricerche, seppure importantissime per la popolazione in generale, sono opposte agli interessi dell'industria farmaceutica. Per questa vale la logica di profitto: maggiore il numero degli ammalati da curare, maggiore il profitto.
Vediamo in questo esempio come una collaborazione apparentemente indirizzata all'interesse generale sia, invece, indirizzata a un interesse molto parziale. Permettere alle corporazioni di stabilire in modo crescente l'agenda di ricerca delle università è socialmente pericolosissimo. Lo si è visto nell'esempio di ricerche nel campo delle scienze naturali e scienze mediche. Si pensi, inoltre, al possibile destino delle scienze umanistiche e sociali, che sarebbero condizionate ad allontanarsi dallo studio critico dei fenomeni sociali e orientarsi a ricerche utili soltanto per i centri di potere finanziario. L'esito sarebbe la perdita di un elemento essenziale per un corretto funzionamento delle democrazie basate sul rispetto delle libertà e dei diritti delle persone.
Molte università nelle proprie strategie di sviluppo stabiliscono l'ottenimento di un crescente minimo di introiti che derivino dal mercato. L'università, invece, è un bene sociale che deve essere tutelato. Semmai si dovrebbe stabilire un massimo di introiti provenienti dal mercato permessi alle università, che devono lavorare in modo autonomo per il bene della comunità e non di centri finanziari e industriali.

21.05.2009
Protesta studentesca:
una pausa di riflessione

Quale è il senso e il motivo della recente (e in alcune facoltà ancora attuale) protesta degli studenti in Croazia? In primo luogo, la protesta va letta in una dimensione internazionale, almeno così appare se si sfogliano le pagine internet nell'indirizzo http://www.emancipating-education-for-all.org/content/actions-during-global-week-action-summary . Da quanto si può vedere in questo sito, l'organizzazione è stata promossa da una rete internazionale di studenti che ha proclamato il periodo dal 20 al 29 aprile quale periodo di lotta contro la commercializzazione dello studio universitario. Il periodo ha anche una sua denominazione ufficiale: Settimana Globale d'Azione 2009. L'iniziativa ha riscontrato un notevole successo presso università quali: Heidelberg, Münster, Amburgo, Tampere, Salisburgo, Klagenfurt e altre università austriache, Casablanca, Copenhagen, New York, Gdańsk, Trondheim, Jyväskylä, Barcellona. In Croazia l'iniziativa ha coinvolto tutte le sedi universitarie principali e i centri logistici sono stati (o sono) presenti nelle facoltà di lettere e filosofia o, comunque, negli studi umanistici e sociali. Confrontando i rapporti dell'iniziativa dalle diverse sedi accademiche nel sito web che ho indicato, sembra che in Croazia gli organizzatori abbiano raggiunto i risultati più duraturi e vistosi.
Questi sono dati riguardanti la struttura della protesta che sono poco presenti nei commenti e, tuttavia, molto importanti per comprenderla. Ma che cosa vogliono gli studenti coinvolti nell'iniziativa? Come in tutte le azioni di massa le intenzioni di coloro che aderiscono sono svariate, ma una reazione superficiale è rappresentata da chi dice che si tratti di studenti pigri che hanno voluto evitare gli obblighi di studio. I coordinatori, almeno nella facoltà che conosco meglio, sono studenti tra quelli di maggior successo. Ho partecipato ad alcune riunioni con loro e in una di queste mi hanno detto che lo studente che ha la media di voti più bassa raggiunge il 4,2.
In un'occasione, nei giorni dell'occupazione della facoltà, ho organizzato una lezione sul tema della giustizia sociale nell'ambito del programma alternativo e sono rimasto sorpreso dalla preparazione e dall'impegno degli studenti che vi hanno aderito.
Riformulo la domanda precedente: che cosa vogliono le persone che hanno avviato e coordinato la protesta? La richiesta (apparentemente) precisa riguarda l'eliminazione delle tasse d'iscrizione per tutti gli studenti. In realtà, si tratta di una richiesta vaga e non facilmente comprensibile. In Croazia già ora circa la metà degli studenti non paga tasse universitarie. Gli altri, quelli che pagano le tasse d'iscrizione, lo fanno in quanto si sono classificati in posizioni meno favorevoli nel corso degli esami d'ammissione. Essendo una situazione determinata dai meriti nel corso del processo d'iscrizione, non si tratta di una realtà del tutto iniqua. Tuttavia, è vero che esistono dei modelli più equi che dovrebbero essere esaminati e valutati (successivamente pure applicati). Principalmente, mi riferisco a modelli che valutano il successo durante tutta la durata degli studi e non soltanto al momento dell'iscrizione. Comunque, nel corso del dibattito si è visto che nessuno vuole rivolgere una richiesta di assoluta esenzione dalle tasse universitarie, che sia comprensiva pure degli studenti che esibiscono risultati scadenti. L'aspetto più problematico tra gli studenti è stato quello di non essere riusciti a formulare compiutamente la propria richiesta.
L'aspetto più problematico tra le autorità accademiche e politiche è stato quello di non aver anticipato simili questioni, prendendo per scontato un meccanismo che, pur non essendo assolutamente iniquo, non è neppure del tutto equo e non offre un giusto equilibrio tra esigenze di giustizia sociale e stimolazione all'ottenimento di risultati nel corso degli studi.
Per questo motivo mi sembra che sia giunto il momento per una pausa di riflessione da tutte le parti, affinché si possa iniziare a riflettere con razionalità sulle riforme da intraprendere, come ho detto dando delle risposte sensate alla doppia esigenza di giustizia sociale e stimolo al massimo impegno. Anzi, lo dicevo già dieci giorni fa, quando secondo me la protesta ha iniziato ad avere una dimensione non razionale anche dalla prospettiva di chi, tra gli studenti, è ispirato da richieste di giustizia sociale.
Lo slogan principale della protesta, a parte "Istruzione universitaria gratuita", è "No alla commercializzazione dell'università". Anche questo slogan, come quello precedente, è apparentemente semplice, ma in realtà merita un'analisi più dettagliata. Tra quelli che lo proclamano spesso c'è poca consapevolezza di che cosa voglia dire "commercializzazione dell'università". In realtà, si tratta di un tema di profondo interesse sociale, che riguarda ogni singolo individuo che compone la società. Mi dedicherò a questo tema nel mio prossimo intervento sul nostro quotidiano.