23.5.2008
I nostri conti
col XX secolo
Le locali comunità italiche e slave autoctone della costa dell’Adriatico Orientale, e quindi per esse pure l’Italia la Slovenia e la Croazia, hanno ancora dei grossi conti in sospeso col XX secolo. Queste comunità condivisero indisturbate per secoli un comune destino, che fu interrotto solo nel XX secolo.
Furono sei i secoli vissuti insieme accanto alla grande Repubblica di Venezia, e un secolo pieno sotto l’Impero Austro-Ungarico, fino alla fine della Prima guerra mondiale (1918). E fu proprio prima e durante questa orribile guerra che esplosero pure tutti i fondamentali problemi dell’esistenza del genere umano, che ora si ripropongono tali e quali – siamo nel 2009 – ma per fortuna non più negli stessi termini di allora, per cui nel risolverli non si dovrebbero più commettere gli stessi errori di quel tempo.
Innanzitutto il XX secolo rispedisce a tutti noi, cioè al nuovo mittente, il problema primario della scelta del modello di sviluppo economico e politico sostenibile tanto per l'intero pianeta quanto per tutte le comunità esistenziali umane della terra. Un secolo fa, nelle condizioni consimili di crisi mondiale, quegli uomini che si ritenevano i più illuminati del tempo lanciarono una sfida all’imperante capitalismo imperialistico - la Rivoluzione d’ottobre del 1917 – prevedendo e promettendo l’edificazione del comunismo internazionalista. Ora invece il crollo clamoroso del sistema comunista (1989), da una parte, e le crisi finanziarie ed economiche pure del sistema capitalista mondiale (1929 e 2008), dall’altra, riaprono questa questione sistematica in modo drammatico, dappertutto nel mondo. Comunismo e capitalismo escono così dal XX secolo ambedue sconfitti e perdenti, e non c’è da starne allegri. Risultano sconfitti sia l’ideologia comunista totalitaria sia il fondamentalismo di mercato del pensiero unico, unico superstite. Strano, però, poiché l’uomo non ha celebrato i funerali agli ideali dell’umanesimo comunitario, bensì solo quelli al comunismo totalitario e imperialistico russo, che tra l’altro è morto di morte naturale, anche come sistema, fatto unico nella storia. E’ morto invece di morte violenta il ben più pericoloso (idealmente) Socialismo autogestito jugoslavo del Quarto stato, assassinato dall’unico esecutore materiale capace di tanta efferatezza, cioè il plurinazionalismo balcanico. Ma i mandanti non sono stati ancora identificati. E allora non si pensi di risolvere questi annosi problemi sistematici ricorrendo ancora una volta al comunismo o al nazifascismo. Per noi sono definitivamente improponibili come assolutamente deleterie tanto la pianificazione centrale delle risorse e delle attività umane e sociali (comunismo) quanto la privatizzazione ad oltranza della loro gestione (capitalismo selvaggio). Il nuovo presidente americano, Barack Obama, e il Premio Nobel per l’economia 2008, Paul Krugman, come Lenin cent’anni fa, propongono e promettono a loro volta la ripresa e il completamento del “New Deal”, già istituito e realizzato a partire dagli anni trenta del secolo scorso fino al 1973.
Ma non ricostruitelo tale e quale, il sistema, e non chiamatelo più o soltanto “capitalismo”, poiché sono sempre stati solo ed esclusivamente il capitale e il lavoro, insieme, coadiuvati dalla ricerca scientifica, dalla tecnica e dalla tecnologia, da una parte, e dalla cultura e dalla moralità più genuine, dall’altra, a produrre e a riprodurre tutt’intera questa nostra ricchezza nazionale e mondiale, compresa questa meravigliosa alleanza capillare già collaudata nel XX secolo e ora defunta tra l’essere umano e l’essere sociale, chiamato società umana, delle quali cose il genere umano andrebbe ancora di più orgoglioso che in passato, se fossero diffuse universalmente.
C’è poi da noi l’annoso problema del plurinazionalismo, ancora virulento, e quindi quello del rinascente razzismo e nazifascismo che sempre l’accompagnano. Naturalmente, anche il vetusto comunismo è perciò tentato di risorgere dalle ceneri del XX secolo. Essi osano ancora chiamarsi e costituire la “destra” e la “sinistra”. A questo punto e a questo proposito bisogna centrare subito in pieno la storia del nazionalismo italiano sloveno e croato, altrimenti pure questo pantano ci sommergerà nei secoli seculorum. Ecco, questi nazionalismi sono esplosi simultaneamente nella stessa epoca storica – nella Prima guerra mondiale (1914-1918) – allorché il popolo italiano fu condotto a combattere la propria Quarta guerra di indipendenza per l’annessione della Venezia Giulia (ma il Patto di Londra, segreto, tra l’Italia e la Gran Bretagna del 1915 rivela che l’Italia aveva pure mire imperialistiche verso i Balcani), mentre i popoli serbo croato e sloveno erano decisi a fondare per la prima volta nella loro storia lo Stato dei Serbi, Croati e Sloveni, appunto, cioè una Jugoslavia indipendente e sovrana, nata come Regno di Jugoslavia proprio a guerra finita, nel 1918. I trattati di pace assegnarono la Venezia Giulia all’Italia, che fu annessa senza il solito plebiscito della sua popolazione, contrariamente al caso di tutte, ripetiamo, di tutte le rimanenti regioni del Regno d’Italia. Tra l’Italia e la Jugoslavia si riaccese così una conflittualità disastrosa per le popolazioni italiche e slave dell’Adriatico Orientale. La pulizia etnica strisciante e l’esodo di quelle genti ebbero quindi inizio già allora, sia di qua che di là dei confini, e durarono ancora. Nella Venezia Giulia poi il ventennio fascista rincarò barbaramente la dose delle ingiustizie, per cui non fece altro che gettare tantissima altra benzina sul fuoco, mentre gli italiani dalmati di là e gli slavi istriani e fiumani più in vista di qua non ebbero più scampo: l’esodo e l’esilio, appunto. Poi, nella Seconda guerra mondiale (1939-1945), l’Italia invade la Dalmazia e parte della Jugoslavia nord occidentale (1941), mentre sul finire della guerra la Jugoslavia invade a sua volta definitivamente gran parte dell’Italia nord orientale (1945). Queste ingiustizie e queste invasioni reciproche ingenerarono tutti i drammi regionali che sappiamo, e non c’è alibi morale né attenuanti per nessuno. I trattati di pace sanzionano ancora una nuova annessione dell’Istria, di Fiume e Zara senza plebiscito, questa volta a favore della Jugoslavia. Altra perfida e feroce pulizia etnica e nuovo esodo ed esilio di italiani, ma questa volta in massa, come nei genocidi, compresi numerosi slavi, considerati nemici del comunismo. Arriviamo così al colmo della barbarie plurinazionale balcanica: si negano gli insediamenti antichi e vivi delle popolazioni confinarie autoctone, e si cancellano pure le loro vestigia, sissignori, tanto in Croazia quanto in Slovenia. Questi fenomeni e problemi sociali che l’Europa Unita ha già da tempo lasciato alle proprie spalle, e speriamo dunque che i Balcani prima o poi imparino anche questa lezione di civiltà.
Resta comunque imperituro il misero fatto storico che tra la colpa per una guerra criminosa e ingiusta e un comunismo storicamente fallito gli italiani del confine orientale hannno subìto oltre al danno ingentissimo in termini di beni sequestrati, confiscati, nazionalizzati e abbandonati, pure la duplice colossale beffa: quella di aver pagato i danni di guerra alla Jugoslavia solo con i propri beni, ma a nome dell’intero popolo italiano, giammai realmente indennizzati, e quella di veder dilapidato quel patrimonio mediante nuove privatizzazioni a causa di un comunismo risultato inutile e passeggero, alle quali l’esule non può partecipare neanche per riacquistare i propri beni, e con delle identità personali e collettive dove li mettiamo?
Infine, il XX secolo ci ha lasciato in eredità, ma tutti irrisolti o risolti male, altri problemi fondamentali della nostra umanità e del genere umano, che qui possiamo solo menzionare. C’è il problema della equa e funzionale distribuzione del potere politico tra gli organi centrali degli stati e gli organi periferici giustamente autonomi delle singole comunità esistenziali della società civile, sì, proprio a partire dalle comunità famigliari fino ad arrivare alle comunità comunali e regionali, da una parte, e alle comunità scolastiche e universitarie come alle comunità anitarie e previdenziali, tutte superiori alle prime, dall’altra. C’è quindi il problema della possibile, equa e funzionale distribuzione del potere economico, che ora ingenera, come negli anni dieci e venti del XX secolo, disuguaglianze pazzesche anche a causa del fisco non equo, ma soprattutto per la negata o mancata partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese. Anche in questo vampo l’Europa Unita può già impartire lezioni di civiltà, sufficienti a superare le difficoltà tecniche o contingenti di qualsiasi tipo, e pur dimenticando o sottacendo la formidabile esperienza storica da noi contratta applicando l’impareggiabile sistema dell’autogestione operaia e sociale della defunta Jugoslavia socialista.
C’è poi il problema del cosiddetto “stato sociale” (scuole, università, sanità, assistenza, pensioni, cultura diffusa), che da noi è sotto assedio durissimo dappertutto da quasi vent’anni a questa parte, per cui qui i conflitti sociali sono ancora aspri. L’esperienza storica e la scienza economica del capitalismo del XX secolo (Keynes e Krugman) hanno già appurato, sia ieri che oggi, che veramente non si danno più né equlibrio sociale, né sviluppo economico generale, né giustizia universale senza una spesa finanziaria massiccia in questo pubblico comparto comunitario.
C’è quindi il problema gravissimo della disoccupazione e del lavoro in nero che lo accompagna (schiavitù moderna), che non è più solo il problema delle giovani generazioni, soprattutto della donna, ma anche dei genitori e dei lavoratori anziani, licenziati in tronco a milioni nel mondo a causa della crisi del capitalismo sociali.
C’è infine pure il problema dell’ambiente comunitario, che da noi è lungi dall’apparire ancora all’insegna del bilinguismo, ma anche del trilinguismo integrale (là dov’è necessario). Gorizia, Nova Gorica, Trieste, Capodistria, Isola, Pirano, quasi tutta l’Istria, Fiume, Veglia, Cherso e i due Lussini accettano e fanno circolare solo ed esclusivamente ognuno la propria lingua ufficiale, e rifiutano categoricamente e in modo stomachevole la lingua e le tradizioni del popolo limitrofo, in barba a tutte le relazioni famigliari e a tutte le meravigliose amicizie che gli appartenenti ai tre popoli – italiano, sloveno e croato – fondano e coltivano almeno da parecchi secoli a questa parte. Qui le lezioni di civiltà nuova europea dovrebbero essere impartite a tutti i conterranei indistintamente, ma principalmente e capillarmente a tutte le teste calde ottocentesche dei nostri governanti, dei nostri dirigenti e dei nostri intellettuali, grandi, medi e piccoli, italiani, croati e sloveni. A tutti loro bisognerebbe ricordare che il tempo s’invola tuttavia, che noi siamo già tutti nel XX secolo, e che questo loro ritardo culturale e affettivo rispetto ai tempi nuovi e ai propri conterranei, oltre a danneggiare la loro stessa reputazione, danneggia pure gravemente la nostra stessa convivenza quotidiana. Vogliamo ricomporre, allora, e tutelare ben bene queste nostre locali comunità italiche e slave autoctone della costa del nostro bel mare Adriatico Orientale, che il XX secolo ha miseramente e impunemente scompaginato e ferocemente sparpagliato dappertutto per il mondo? A questa domanda non basta rispondere affermativamente. Nè basta regolare tutta questa materia in documenti ufficiali (costituzioni, leggi, ecc.). A tutto questo occorre dare quotidianamente seguito mediante misure, operazioni e mezzi per la sua adeguata e coerente realizzazione pratica. C’è bisogno, cioè, di una strategia, ma questa volta universale, a favore tanto degli italiani quanto degli slavi, e semplicemente almeno per il rispetto ineludibile del sacrosanto principio della reciprocità, se non per i più importanti e fondamentali principi della nostra comune umanità e socialità, che invece dovrebbero sempre avere il primato assoluto.
Claudio Deghenghi