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29.12.2009
Storia della lettura...

29.9.2009
Margaret Mazzantini a Pordenonelegge

18.7.2009
L'ultima coreografia
di Pina Bausch

20.6.2009
Vlada Aquavita

23.5.2009
I nostri conti
col XX secolo


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2006, 2007, 2008

29.12.2008
Storia della lettura...

Bibliofilo appassionato e insaziabile, Manguel possiede una collezione privata di oltre 35.000 volumi, alcuni letti più volte, altri lasciati a metà o prima, perché anche questo è lecito: scegliere un autore su un altro, divorarne alcuni e ripudiarne altri, applicare quella che lo scrittore argentino chiama “censura personale”, giacché ogni lettore è autorizzato a compiere, e compie di fatto, un atto di censura tutte le volte che si rifiuta di leggere qualcosa che sente non appartenergli. L’autore di “Una storia delle lettura” – autentico monumento letterario al libro in quanto tale e alle biblioteche che sono “serbatoi di memoria collettiva” – non ha pretese d’insegnare a leggere, né tanto meno impartisce indicazioni che conducano a preferire un testo rispetto ad un altro. Chiunque legga per la propria soddisfazione personale e nei limiti concessi dalla propria esperienza, legge bene e non ha da renderne conto a nessuno. Non c’è lettore inferiore ad un altro, a meno che il desiderio della lettura sia alimentato da ragioni sbagliate come la fissazione di dover leggere per apprendere (“Leggete per il piacere di leggere; va da sé che qualcosa s’imparerà strada facendo, ma non fatelo con il chiodo fisso di doverlo fare per imparare”), oppure la convinzione assolutamente infondata secondo la quale leggere assiduamente ci renderebbe uomini migliori rispetto a ciò che siamo per nostra natura e per le azioni che ci definiscono.
Nato a Buenos Aires nel 1948, Alberto Manguel ha vissuto in Italia, in Francia, in Inghilterra e a Tahiti. Il suo “Manuale dei luoghi fantastici”, scritto a quattro mani con Gianni Guadalupi, risale alla prima giovinezza, quando, ventenne, lavorava in qualità di editor a Milano. A Tahiti fondò la prima casa editrice del paese. “Con Borges” racconta l’incontro che ebbe in una biblioteca di Buenos Aires con Jorge Luis Borges, ormai cieco, di cui sarebbe diventato lettore privato, “Diario di un lettore” è, per l’appunto, un diario di un anno di letture in cui ad ogni mese corrisponde un libro del cuore: di Chateaubriand, Wells, Goethe, Casares, Cervantes, Doyle e via elencando. Manguel crede ancora nel libro. In un’epoca in cui la parola scritta e l’atto intellettuale sembrano aver perso gran parte del loro prestigio, la battaglia che il lettore compie è ancor sempre quella contro la stupidità, contro la cancrena del consumismo, contro i rifl essi condizionati. Se mette in discussione il “sistema” e induce a pensare ciascuno per conto suo, leggere è un anche un atto sovversivo. Dal 1985 è cittadino canadese e vive a Toronto, dove ha collaborato regolarmente con quotidiani locali, con la Canadian Broadcasting Corporation, il Times Literary Supplement, il New York Times, il Village Voice e Svenska Dagbladet. È stato insignito di numerosi premi, tra cui, nel 1992, il Premio McKitterick con “News from a Foreign Country Came”.
Tra le sue ultime pubblicazioni: “Una storia della lettura”, Mondadori, 1998 (ristampa: Feltrinelli, 2009); “Con Borges”, Adelphi, 2005; “Il computer di Sant’Agostino”, Archinto, 2005; “Diario di un lettore”, Archinto, 2006; “Stevenson sotto le palme”, Nottetempo, 2007; “Omero. Iliade e Odissea. Una biografia”, Newton Compton, 2007; “La biblioteca di notte”, Archinto, 2007; “Al tavolo del Cappellaio Matto”, Archinto.(dd)

29.9.2008
Margaret Mazzantini
a Pordenonelegge

«Volevo narrare il mondo tragico di Sarajevo: è dal 1991 che conservo questa storia»
Capuozzo in quei maledetti posti c’è stato. Con «collettiva solitudine, dice, ho coperto l’assedio di Sarajevo», sottolineando la gratitudine per “Venuto al mondo” (Mondadori), un libro «che è riuscito nell’impresa di raccontare fatti in modo così realistico, da superare gli sforzi della cronaca del tempo». Farà anche parte del clichè, ma sapere come una storia cresce e si sviluppa, è quasi un dovere di chi, a fi anco dell’autore, scava per far emergere segreti. Gli autori se l’aspettano la richiesta, ma non tutti amano rivelare l’intimità di una scoperta.
«Trovo sempre diffi cile parlare del mio lavoro, la scrittura è un processo misterioso, soltanto adesso ho cominciato a ragionare, a stampa compiuta e diffusa. Il 1991 è stato un anno generoso. Arrivò Pietro, un fi glio troppo voluto e desiderato, scrissi “Il catino di zinco” e tutto questo benessere si scontrò, nel buio della notte quando coccolavo il mio dono prezioso, con l’orrore di quella guerra. La puzza di morte fuoriusciva dalla tv, violentava la mia serenità. Pensai che avrei dovuto occuparmi di quel groviglio, forse un giorno. E quell’orrore è rimasto fermo lì. La letteratura è impastata di vita, questo credo. Tanti destini che si cercano e, alla fi ne, si ritrovano sempre».
Venuto al mondo (che sarà tradotto anche in bosniaco) è un viaggio alla ricerca di una maternità negata e risarcita e di un amore imperfetto. C’è sempre un po’ di noi in quello che scriviamo. «Nello sguardo di Pietro – precisa la scrittrice – c’è lo sguardo del mio Pietro e tante altre tracce della mia esistenza».
Si percepisce come il senso di verità appartenga alla Mazzantini. «Scrivo affacciata alla fi nestra, non guardandomi allo specchio. Il bisogno di maternità di Gemma è stato anche il mio». Quattro fi gli. «Ho cercato di crearmi uno spazio alternativo, lontano dalla quotidianità pressante, affi ttando uno studio in un residence. Un posto squallido, necessario per non distrarsi. Se sei circondato dal bello sei fregata, segui il fl usso e perdi cognizione della tua preziosa irrealtà». Le descrizioni nel libro sono al limite del maniacale. «Ho preso un aereo destinazione Sarajevo. Mi sono svuotata lasciandomi riempire dalle sensazioni, aiutandomi con l’occhio fotografi co, inalando più sapori possibili. Anche la guida alla sopravvivenza delle Nazioni Unite è stato bagaglio indispensabile. Quando domina la forza delle immagini il rischio è di perdersi nella desolazione. Ho vissuto attimi terribili, pensavo di non farcela. Ma tale e tanto era il desiderio di concludere questa battaglia con me stessa, che ha prevalso la grande volontà, capace di sconfi ggere ansie e ripensamenti».
La Mazzantini inforca gli occhiali (sporchi e se li pulisce sulla gonna) e s’immerge nella lettura. Brani casuali, tutti però capaci di innescare la partenza di una visione il più possibile reale. È pratica necessaria se vuoi impadronirti della storia. A quel punto ci si chiede, dopo il successo di Non ti muovere anche al cinema, se Venuto al mondo, potrebbe trasferirsi su pellicola. «Ci stiamo pensando. Sergio (Castellitto, ndr) sta già lavorando alla sceneggiatura. Ma è ancora presto. Il libro ha un suo percorso preciso, bisogna lasciarlo in infusione il tempo necessario».

(IlGiornaledelfriuli.net)

18.7.2008
L'ultima coreografia
di Pina Bausch

Circondata dai fossati colmi d’acqua che isolavano un tempo la città dai pericoli esterni, Wrocław non può difendere i propri edifici secolari e le facciate barocche delle chiese e delle case dal violento temporale che la scuote durante il pomeriggi estivo insolitamente caldo. L’acqua cade copiosa e sferza le strade e i tetti, solleva folate d’aria fredda e umida che incollano le vesti leggere ai corpi pallidi di magre ragazze riparate sotto i portici delle vie del centro.
L’acqua si espande impercettibilmente anche sul palcoscenico del Teatro dell’Opera; i danzatori si muovono sulle tavole di cedro del palcoscenico che si allaga a poco a poco alle loro spalle, fino a formare un lago nel mezzo. La scenografia di “Nefés”, lo spettacolo che Pina Bausch ha ideato e presentato al Festival Internazionale del Teatro nel capoluogo della Slesia, è estremamente semplice. La complessità e la bellezza della performance è racchiusa esclusivamente nei gesti e nei movimenti degli attori-ballerini.
L’ambiente è quello di un bagno turco. Un ballerino entra in scena e dice: “Io nel bagno turco”. La musica è eterea, leggera, il massaggio che il ballerino pratica sulle spalle di un collega si rivela invece pesante, doloroso. Lo spettatore, stregato dalle melodie popolari turche e da colonne sonore che alternano la ripetitività di rondò barocchi ai ritmi cadenzati di Astor Piazzolla, non si rende neppure conto che davanti a lui sono apparsi altri ballerini. Alcuni sono sdraiati, altri in piedi. Questi ultimi immergono un asciugamano in un secchio, lo strizzano in maniera tale che sulla schiena dei compagni che riposano rimanga una montagna di schiuma bianca. Leggera.
Nella scena successiva le donne rovesciano i capelli bagnati sul proprio viso e con una spazzola li pettinano con colpi fermi e nervosi, a ritmo di musica: un originale e inquietante ensemble di percussioni viventi. Il ballo corale lascia poi spazio ai duetti, tipici del teatro-danza di Pina Bausch. Una donna con in mano una brocca di champagne e due bicchieri ne riempie uno e lo porge al compagno: lui non fa a tempo a prenderlo in mano che lei lo riprende e riversa lo schampagne nella brocca. Se ne va sorridendo, con scatti insolenti, brevi e sicuri. Un altro ballerino afferra una ragazza dai capelli lunghi e la fa girare vorticosamente, fino a sollevarla dal suolo. Con la stessa irruenza, la lascia e al suo posto afferra per le gambe un tavolo, enorme, a cui imprime lo stesso moto circolare con cui aveva fatto volteggiare poco prima la ragazza. Un uomo aiuta una donna a innalzarsi verso la loggia di sinistra che dà sul palcoscenico. L’uomo porge le mani unite alla donna che vi appoggia il piede. Sul bordo del palchetto ci sono dei biscotti, la donna li offre all’uomo che sorride e li mangia. Arriva però un’altra ballerina, la prima scappa quasi in preda a un senso di colpa. L’uomo porge il braccio alla nuova arrivata e i due cominciano a danzare.
Scene simili, estremamente ironiche, sono la cifra dominante degli spettacoli di Pina Bausch: in “Bamboo blues”, rappresentato per la prima volta in Italia in occasione del Festival dei Due Mondi a Spoleto, l’analisi dei rapporti uomo-donna emerge in maniera ancora più evidente, coma quando una ragazza passa una rosa sul proprio corpo e il ballerino che le sta di fronte accompagna il percorso del fiore con una serie fitta e continua di baci. O ancora, quando un ballerino sistema sul palco due cilindri, vi pone sopra una tavola e comincia a dondolarsi insieme alla propria amica.
Mentre “Bamboo blues” è ispirato a un recente viaggio in India della coreografa e della sua compagnia, “Nefés” evoca la Turchia e il mondo musulmano. Non è un caso che Pina Bausch abbia ideato questo spettacolo nel 2003, l’anno in cui è cominciata la guerra in Iraq. Il teatro-danza di Pina Bausch, infatti, è sempre politico anche se mai ideologico. I gesti dei ballerini, le coreografie, le scenografie e anche l’uso sapiente delle luci, permettono allo spettatore di recuperare una dimensione mitica, archetipica dei rapporti umani: la supremazia dell’uomo sulla donna, i rapporti difficili e ambigui che regolano la vita di coppia, la gelosia, il corteggiamento, l’incomunicabilità, la guerra – che non a caso è prerogativa esclusivamente maschile – emergono a tutto tondo negli spettacoli di Pina Bausch fin dalle sue prime prove, quelle che la vedevano impegnata non solo come coreografa ma anche come danzatrice. L’autrice si limita a rappresentare tutto questo, senza giudicare: mette in scena le pulsioni, le passioni che stanno alla base di ogni comportamento. Il teatro-danza, fin dai tempi di “Caffe Mueller”, la piéce che ha reso Pina famosa in tutto il mondo, rappresenta la vita scevra di fanatismi e di moralismi: non esiste la divisione fra passioni buone o cattive, fra corpo e anima, fra giusto e ingiusto. La danza è il linguaggio più adatto per mettere in scena ciò che la parola non riesce e non può indicare: il caleidoscopio di sensazioni ed emozioni, spesso dolorose e ambigue, che caratterizzano l’esistenza. Lo spettatore si diverte, l’ironia è sempre presente negli spettacoli di Pina Bausch, almeno in quelli degli anni Novanta, in cui la coreografa tedesca ha abbandonato del tutto la vena tragica che caratterizzava le sue prime opere. Eppure spesso, insieme al divertimento, subentra in chi osserva quanto accade sul palcoscenico un senso di inquietudine: si ha quasi la sensazione di essere stati scoperti, di essere stati sorpresi – come bambini con le mani sporche di marmellata – nei lati più segreti della nostra personalità. Le movenze dei ballerini, spesso incentrati esclusivamente sul movimento delle mani e delle braccia, mettono a nudo le passioni più inconfessabili, gli istinti animaleschi che caratterizzano l’essere umano. È questa la grandezza del teatro-danza di Pina Bausch: lo spettatore è incoraggiato ad analizzare in profondità sé stesso e i propri comportamenti, spesso scontati e meccanici, ma sempre frutto di pressioni sociali, di pregiudizi e di archetipi.
Come le stelle meno luminose si lasciano scorgere dall’occhio umano soltanto se osservate di sbieco, così gli spettacoli di Pina Bausch possono essere compresi solo affidandosi alla sensazione che essi suscitano. Impossibile analizzare ogni gesto, ogni episodio in maniera razionale. Sempre in Nefés, per esempio, una cascata d’acqua piomba con forza dall’alto, proprio al centro del lago che a poco a poco si è formato sul palcoscenico. Gli spettatori vengono raggiunti da una folata di vento fresco, provocata dall’aria che la massa liquida spinge verso la platea. Subentra fra il pubblico un senso di liberazione, accentuato dalla danza frenetica di una ballerino che si trova proprio al centro del lago, sotto la cascata. Non a caso nefés, in turco, significa “respiro”.
Lo spettacolo si conclude con una scena dolce, sensuale e al tempo stesso ambigua: i ballerini uomini, seduti in fila, sorridenti, si muovono dalla sinistra del palco con una gamba posizionata sotto il sedere e l’altra piegata in avanti. Con uno scatto secco e ritmico di entrambe le gambe avanzano verso il centro del palco. Una volta arrivati in mezzo al palcoscenico tornano indietro, fino a scomparire dietro le quinte: la fila assume così una forma a U. Di fronte, sul fondo del palco, siedono le ballerine che ripetono, come un’eco, i movimenti dei maschi. Le donne hanno la testa un po’ inclinata e guardano gli uomini con un sorriso sensuale e ironico. La disposizione dei danzatori è simmetrica e anche le donne scompaiono dietro le quinte, Nel frattempo l’acqua al centro del palco non c’è più, è scomparsa, assorbita dagli interstizi delle assi di cedro. Lo spettatore ha l’impressione di aver assistito a un sogno, le immagini accumulate durante le due ore e mezza di spettacolo scompaiono come acqua e rimangono solo chiare, pungenti e inafferabili sensazioni. La vita stessa ha la consistenza di un sogno: le performance di Pina Bausch, i movimenti dei suoi ballerini, la forza e l’energia dei passi, sono destinati a spegnersi nel nulla, come i sorrisi delle ragazze fino a pochi minuti prima sul palcoscenico, come l’acqua in cui gli attori hanno danzato e recitato, come gli acquazzoni pomeridiani di Wrocław, che lasciano il posto al buio stellato della notte. Come la stessa Pina Bausch, portata via da un cancro due ore prima che cominciasse lo spettacolo.

Christian Eccher

20.6.2008
Vlada Aquavita

“Cari amici, ieri - domenica 24 maggio 2009 - alle 6,15 di mattina se ne è andata la poetessa Vlada Acquavita, dopo una lunga battaglia contro il grande male”. Questo doloroso annuncio è stato “postato” da Gianfranco Franchi sulle pagine internet “Lankelot”, il sito di “letteratura e sogni” che aveva scoperto la nostra innovativa e originale poetessa. Questo riferimento per osservare che della vita e, purtroppo, della prematura scomparsa di Vlada Acquavita, non si sono occupate soltanto le pubblicazioni locali e quelle della nostra minoranza, ma anche testate che nei loro interessi vanno oltre alla nostra dimensione identitaria o istriana. Media che si occupano di letteratura e di letterati, prima che di territorio.
Quest’attenzione interna alla “repubblica delle lettere” sarebbe certamente stata apprezzata da Vlada la quale, sia stilisticamente, sia tematicamente, è stata sempre a curare la dimensione letteraria, estetica o magari documentaria delle sue poesie, preferendola al ripiego sulla rivendicazione lenitiva e sulla nostalgia che caratterizzano invece tanta della nostra produzione minoritaria.
Per quanto nobile possa essere sentirsi e reputarsi “letterato della CNI”, di certo è più gratifi cante essere “letterato e basta”. Vlada Acquavita era riuscita a superare lo steccato che separa il “sentire minoritario” dal sentire “minoritario e altro”, e lo aveva fatto senza allontanarsi troppo nello spazio, con la cittadina di Grisignana che occupa uno spazio centrale nella sua lirica. Si era però allontanata nel tempo, avventurandosi in quel medioevo ignoto che non si svela perché te lo senti ogni giorno sulla propria pelle, ma chiede invece di essere scoperto. E la scoperta richiede studio, meticolosità, passione e dedizione, doti e virtù sulle quali Vlada aveva fondato il proprio operato, anche quello di bibliotecaria presso la scuola elementare e la Comunità degli Italiani di Buie.
“Te ne sei andata in punta di piedi”, ha detto nel suo discorso di commiato la direttrice della scuola elementare italiana di Buie Giuseppina Rajko, “attenta, come sempre, a non creare situazioni incresciose. Il tuo notevole impegno professionale, la tua intelligenza, la tua sensibilità, la tua presenza, la tua parola hanno contribuito alla crescita della nostra Istituzione e all’arricchimento di noi colleghi e dei nostri alunni”. E Vlada non mancherà soltanto agli alunni e ai colleghi, ma anche agli amici della Comunità, mancherà al mondo letterario ed editoriale della CNI alla cui crescita aveva contribuito notevolmente, specie con la sua raccolta “Herbarium Mysticum”.
“A Buie d’Istria”, ha scritto Luciano Dobrilovic per “Fucine”, vive la poetessa mistica Lada Acquavita, che ha viaggiato nel tempo facendo esperienza dei misteri eleusini e poi ha esplorato l’anima del cristianesimo medievale nelle sue espressioni esoteriche e alchemiche fi no a rivivere la mistica e la simbologia dei giardini minuscoli ricavati fra i muri interni delle costruzioni nobiliari, ospitanti erbe e fi ori rari. Viaggi nell’anima testimoniati dalla sua poesia: “La rosa selvaggia e altri canti eleusini” ed “Herbarium mysticum”. Vlada: una delle poetesse più signifi cative di questi anni. In Italia, ancora sconosciuta ai più A Vlada Acquavita dedichiamo, con grande stima e affetto, le pagine centrali di questo inserto.

23.5.2008
I nostri conti
col XX secolo

Le locali comunità italiche e slave autoctone della costa dell’Adriatico Orientale, e quindi per esse pure l’Italia la Slovenia e la Croazia, hanno ancora dei grossi conti in sospeso col XX secolo. Queste comunità condivisero indisturbate per secoli un comune destino, che fu interrotto solo nel XX secolo.
Furono sei i secoli vissuti insieme accanto alla grande Repubblica di Venezia, e un secolo pieno sotto l’Impero Austro-Ungarico, fino alla fine della Prima guerra mondiale (1918). E fu proprio prima e durante questa orribile guerra che esplosero pure tutti i fondamentali problemi dell’esistenza del genere umano, che ora si ripropongono tali e quali – siamo nel 2009 – ma per fortuna non più negli stessi termini di allora, per cui nel risolverli non si dovrebbero più commettere gli stessi errori di quel tempo.
Innanzitutto il XX secolo rispedisce a tutti noi, cioè al nuovo mittente, il problema primario della scelta del modello di sviluppo economico e politico sostenibile tanto per l'intero pianeta quanto per tutte le comunità esistenziali umane della terra. Un secolo fa, nelle condizioni consimili di crisi mondiale, quegli uomini che si ritenevano i più illuminati del tempo lanciarono una sfida all’imperante capitalismo imperialistico - la Rivoluzione d’ottobre del 1917 – prevedendo e promettendo l’edificazione del comunismo internazionalista. Ora invece il crollo clamoroso del sistema comunista (1989), da una parte, e le crisi finanziarie ed economiche pure del sistema capitalista mondiale (1929 e 2008), dall’altra, riaprono questa questione sistematica in modo drammatico, dappertutto nel mondo. Comunismo e capitalismo escono così dal XX secolo ambedue sconfitti e perdenti, e non c’è da starne allegri. Risultano sconfitti sia l’ideologia comunista totalitaria sia il fondamentalismo di mercato del pensiero unico, unico superstite. Strano, però, poiché l’uomo non ha celebrato i funerali agli ideali dell’umanesimo comunitario, bensì solo quelli al comunismo totalitario e imperialistico russo, che tra l’altro è morto di morte naturale, anche come sistema, fatto unico nella storia. E’ morto invece di morte violenta il ben più pericoloso (idealmente) Socialismo autogestito jugoslavo del Quarto stato, assassinato dall’unico esecutore materiale capace di tanta efferatezza, cioè il plurinazionalismo balcanico. Ma i mandanti non sono stati ancora identificati. E allora non si pensi di risolvere questi annosi problemi sistematici ricorrendo ancora una volta al comunismo o al nazifascismo. Per noi sono definitivamente improponibili come assolutamente deleterie tanto la pianificazione centrale delle risorse e delle attività umane e sociali (comunismo) quanto la privatizzazione ad oltranza della loro gestione (capitalismo selvaggio). Il nuovo presidente americano, Barack Obama, e il Premio Nobel per l’economia 2008, Paul Krugman, come Lenin cent’anni fa, propongono e promettono a loro volta la ripresa e il completamento del “New Deal”, già istituito e realizzato a partire dagli anni trenta del secolo scorso fino al 1973.
Ma non ricostruitelo tale e quale, il sistema, e non chiamatelo più o soltanto “capitalismo”, poiché sono sempre stati solo ed esclusivamente il capitale e il lavoro, insieme, coadiuvati dalla ricerca scientifica, dalla tecnica e dalla tecnologia, da una parte, e dalla cultura e dalla moralità più genuine, dall’altra, a produrre e a riprodurre tutt’intera questa nostra ricchezza nazionale e mondiale, compresa questa meravigliosa alleanza capillare già collaudata nel XX secolo e ora defunta tra l’essere umano e l’essere sociale, chiamato società umana, delle quali cose il genere umano andrebbe ancora di più orgoglioso che in passato, se fossero diffuse universalmente.
C’è poi da noi l’annoso problema del plurinazionalismo, ancora virulento, e quindi quello del rinascente razzismo e nazifascismo che sempre l’accompagnano. Naturalmente, anche il vetusto comunismo è perciò tentato di risorgere dalle ceneri del XX secolo. Essi osano ancora chiamarsi e costituire la “destra” e la “sinistra”. A questo punto e a questo proposito bisogna centrare subito in pieno la storia del nazionalismo italiano sloveno e croato, altrimenti pure questo pantano ci sommergerà nei secoli seculorum. Ecco, questi nazionalismi sono esplosi simultaneamente nella stessa epoca storica – nella Prima guerra mondiale (1914-1918) – allorché il popolo italiano fu condotto a combattere la propria Quarta guerra di indipendenza per l’annessione della Venezia Giulia (ma il Patto di Londra, segreto, tra l’Italia e la Gran Bretagna del 1915 rivela che l’Italia aveva pure mire imperialistiche verso i Balcani), mentre i popoli serbo croato e sloveno erano decisi a fondare per la prima volta nella loro storia lo Stato dei Serbi, Croati e Sloveni, appunto, cioè una Jugoslavia indipendente e sovrana, nata come Regno di Jugoslavia proprio a guerra finita, nel 1918. I trattati di pace assegnarono la Venezia Giulia all’Italia, che fu annessa senza il solito plebiscito della sua popolazione, contrariamente al caso di tutte, ripetiamo, di tutte le rimanenti regioni del Regno d’Italia. Tra l’Italia e la Jugoslavia si riaccese così una conflittualità disastrosa per le popolazioni italiche e slave dell’Adriatico Orientale. La pulizia etnica strisciante e l’esodo di quelle genti ebbero quindi inizio già allora, sia di qua che di là dei confini, e durarono ancora. Nella Venezia Giulia poi il ventennio fascista rincarò barbaramente la dose delle ingiustizie, per cui non fece altro che gettare tantissima altra benzina sul fuoco, mentre gli italiani dalmati di là e gli slavi istriani e fiumani più in vista di qua non ebbero più scampo: l’esodo e l’esilio, appunto. Poi, nella Seconda guerra mondiale (1939-1945), l’Italia invade la Dalmazia e parte della Jugoslavia nord occidentale (1941), mentre sul finire della guerra la Jugoslavia invade a sua volta definitivamente gran parte dell’Italia nord orientale (1945). Queste ingiustizie e queste invasioni reciproche ingenerarono tutti i drammi regionali che sappiamo, e non c’è alibi morale né attenuanti per nessuno. I trattati di pace sanzionano ancora una nuova annessione dell’Istria, di Fiume e Zara senza plebiscito, questa volta a favore della Jugoslavia. Altra perfida e feroce pulizia etnica e nuovo esodo ed esilio di italiani, ma questa volta in massa, come nei genocidi, compresi numerosi slavi, considerati nemici del comunismo. Arriviamo così al colmo della barbarie plurinazionale balcanica: si negano gli insediamenti antichi e vivi delle popolazioni confinarie autoctone, e si cancellano pure le loro vestigia, sissignori, tanto in Croazia quanto in Slovenia. Questi fenomeni e problemi sociali che l’Europa Unita ha già da tempo lasciato alle proprie spalle, e speriamo dunque che i Balcani prima o poi imparino anche questa lezione di civiltà.
Resta comunque imperituro il misero fatto storico che tra la colpa per una guerra criminosa e ingiusta e un comunismo storicamente fallito gli italiani del confine orientale hannno subìto oltre al danno ingentissimo in termini di beni sequestrati, confiscati, nazionalizzati e abbandonati, pure la duplice colossale beffa: quella di aver pagato i danni di guerra alla Jugoslavia solo con i propri beni, ma a nome dell’intero popolo italiano, giammai realmente indennizzati, e quella di veder dilapidato quel patrimonio mediante nuove privatizzazioni a causa di un comunismo risultato inutile e passeggero, alle quali l’esule non può partecipare neanche per riacquistare i propri beni, e con delle identità personali e collettive dove li mettiamo?
Infine, il XX secolo ci ha lasciato in eredità, ma tutti irrisolti o risolti male, altri problemi fondamentali della nostra umanità e del genere umano, che qui possiamo solo menzionare. C’è il problema della equa e funzionale distribuzione del potere politico tra gli organi centrali degli stati e gli organi periferici giustamente autonomi delle singole comunità esistenziali della società civile, sì, proprio a partire dalle comunità famigliari fino ad arrivare alle comunità comunali e regionali, da una parte, e alle comunità scolastiche e universitarie come alle comunità anitarie e previdenziali, tutte superiori alle prime, dall’altra. C’è quindi il problema della possibile, equa e funzionale distribuzione del potere economico, che ora ingenera, come negli anni dieci e venti del XX secolo, disuguaglianze pazzesche anche a causa del fisco non equo, ma soprattutto per la negata o mancata partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese. Anche in questo vampo l’Europa Unita può già impartire lezioni di civiltà, sufficienti a superare le difficoltà tecniche o contingenti di qualsiasi tipo, e pur dimenticando o sottacendo la formidabile esperienza storica da noi contratta applicando l’impareggiabile sistema dell’autogestione operaia e sociale della defunta Jugoslavia socialista.
C’è poi il problema del cosiddetto “stato sociale” (scuole, università, sanità, assistenza, pensioni, cultura diffusa), che da noi è sotto assedio durissimo dappertutto da quasi vent’anni a questa parte, per cui qui i conflitti sociali sono ancora aspri. L’esperienza storica e la scienza economica del capitalismo del XX secolo (Keynes e Krugman) hanno già appurato, sia ieri che oggi, che veramente non si danno più né equlibrio sociale, né sviluppo economico generale, né giustizia universale senza una spesa finanziaria massiccia in questo pubblico comparto comunitario.
C’è quindi il problema gravissimo della disoccupazione e del lavoro in nero che lo accompagna (schiavitù moderna), che non è più solo il problema delle giovani generazioni, soprattutto della donna, ma anche dei genitori e dei lavoratori anziani, licenziati in tronco a milioni nel mondo a causa della crisi del capitalismo sociali.
C’è infine pure il problema dell’ambiente comunitario, che da noi è lungi dall’apparire ancora all’insegna del bilinguismo, ma anche del trilinguismo integrale (là dov’è necessario). Gorizia, Nova Gorica, Trieste, Capodistria, Isola, Pirano, quasi tutta l’Istria, Fiume, Veglia, Cherso e i due Lussini accettano e fanno circolare solo ed esclusivamente ognuno la propria lingua ufficiale, e rifiutano categoricamente e in modo stomachevole la lingua e le tradizioni del popolo limitrofo, in barba a tutte le relazioni famigliari e a tutte le meravigliose amicizie che gli appartenenti ai tre popoli – italiano, sloveno e croato – fondano e coltivano almeno da parecchi secoli a questa parte. Qui le lezioni di civiltà nuova europea dovrebbero essere impartite a tutti i conterranei indistintamente, ma principalmente e capillarmente a tutte le teste calde ottocentesche dei nostri governanti, dei nostri dirigenti e dei nostri intellettuali, grandi, medi e piccoli, italiani, croati e sloveni. A tutti loro bisognerebbe ricordare che il tempo s’invola tuttavia, che noi siamo già tutti nel XX secolo, e che questo loro ritardo culturale e affettivo rispetto ai tempi nuovi e ai propri conterranei, oltre a danneggiare la loro stessa reputazione, danneggia pure gravemente la nostra stessa convivenza quotidiana. Vogliamo ricomporre, allora, e tutelare ben bene queste nostre locali comunità italiche e slave autoctone della costa del nostro bel mare Adriatico Orientale, che il XX secolo ha miseramente e impunemente scompaginato e ferocemente sparpagliato dappertutto per il mondo? A questa domanda non basta rispondere affermativamente. Nè basta regolare tutta questa materia in documenti ufficiali (costituzioni, leggi, ecc.). A tutto questo occorre dare quotidianamente seguito mediante misure, operazioni e mezzi per la sua adeguata e coerente realizzazione pratica. C’è bisogno, cioè, di una strategia, ma questa volta universale, a favore tanto degli italiani quanto degli slavi, e semplicemente almeno per il rispetto ineludibile del sacrosanto principio della reciprocità, se non per i più importanti e fondamentali principi della nostra comune umanità e socialità, che invece dovrebbero sempre avere il primato assoluto.

Claudio Deghenghi