21.5.2011
Carta o e-Book: il libro vive ancora
Parlando, anni fa, alla Fiera del Libro di Pola, Umberto Eco, tra
varie acute perle di saggezza, disse anche che alcuni oggetti inventati
dall’uomo, una volta scoperti e creati, non hanno più bisogno di
cambiare forma né funzione. Uno di questi è il cucchiaio, osservò
Eco, e un altro è il libro. A noi interessa il libro.
L’opinione di Eco è sostanzialmente condivisibile. Infatti, oltre
ad avere con il libro un rapporto di fruizione cognitiva - (i contenuti
del libro, pedagogici, informativi o ludici che siano, vanno al cervello)
che si concretizza nell’acquisizione di saperi e dati che poi eventualmente
trasformiamo in opinioni ed emozioni – con esso instauriamo
pure un rapporto fi sico, tattile, di appropriazione oggettiva. Il
libro, a ben vedere, non riguarda e non occupa soltanto un nostro
spazio mentale, ma anche uno fi sico, che spesso disegna gli orizzonti
(domestici e lavorativi) in cui ci muoviamo. Esso, nella sua tridimensionalità
di “cosa”, può diventare anche bene prezioso, da regalare
o ereditare. Insomma, un libro stampato su carta, in cui il pensiero
diventa oggetto, ha un peso specifi co che va ben oltre la sua funzione
prettamente strumentale di veicolo, di media, di supporto. L’uomo,
oltre che sull’intelligenza, fonda la propria presenza e la propria capacità
di sopravvivere nel mondo e di cambiarlo anche sui suoi cinque
sensi: ed il rapporto tattile e olfattivo che abbiamo stabilito con il
libro negli ultimi 600 anni è certamente diventato parte del patrimonio
genetico. Dunque, perderlo potrebbe far male alla salute.
Raccontiamo queste cose, sostanzialmente banali ma alle quali
spesso non pensiamo, perché proprio in questi giorni è avvenuto un
fatto storico e per certi versi rivoluzionario: la vendita del libro digitale,
dell’ e-book, nel mese di maggio del 2011 ha superato come quantità,
per la prima volta nella storia, la mole di vendite del libro tradizionale
raccolto in due copertine. Ci stiamo dunque avviando verso
la fi ne del libro tradizionale e dunque Umberto Eco aveva torto? Crediamo
proprio di no. Così come l’invenzione dell’automobile ha aumentato
esponenzialmente le nostre capacità di spostarci senza condannare
a morte la bicicletta, così il libro digitale consentirà di facilitare,
aumentare e velocizzare l’accesso alla lettura senza per questo
rappresentare la rovina del libro classico. La pensiamo così perché
sono fi niti i tempi in cui i libri (cioè fogli di carta rilegati all’interno
di due copertine) erano di per sé un “messaggio”, “un prodotto” che
in quanto tale valeva almeno quanto il contenuto. Ora invece ci troviamo
in una realtà in cui la “scrittura” è soltanto seme (strumentale)
originario dal quale crescono “prodotti editoriali” talmente diversi,
diversifi cati e diversifi cabili rispetto all’utenza che non consentono
più di dire “libro, e sai cosa hai in mano”. In altre parole, alcuni
contenuti editoriali (dispense per studenti solitamente a corto di
quattrini, guide turistiche sintetiche, testi d’informatica e quelli che
necessitano della multimedialità delle immagini e dei suoni, best sellers
occasionali e probabilmente anche enciclopedie e compendi vari
poiché l’e-book consente la ricerca per parole chiave in tempo reale)
fi niranno per la maggior parte su piattaforme digitali: monografi e,
guide, opere letterarie ma anche molti testi di studio rimarranno su
carta proprio perché la carta consente di annotare, scarabocchiare,
di sentire l’odore.
parte di quella necessità di rallentare i ritmi,
così sentita da questa nostra società contemporanea
che è diventata la società della fretta
e dello stress. E il libro digitale nasce dall’utero
sociale del “tutto e subito” imposto
dalla contemporaneità, che, oltre alla genialità,
spesso partorisce anche la demenza.
La carta, a quanto pare, potrebbe diventare
una bandiera di quella cultura dell’ otium
saggio e godereccio che negli anni a venire
verrà avvertita come la “fuga inevitabile”,
come una nuova Arcadia in cui l’uomo
intende riappropriarsi del proprio tempo, di
quel tempo che Novecento e Duemila gli
hanno rubato e gli stanno rubando in nome
del profi tto e della concorrenza.
Ovvio che il libro digitale – oltre che a
costare meno – porta con sé molti vantaggi:
ne benefi ceranno anche piccole case
editrici come la nostra che per vendere un
libro ad un istriano del Canada o ad un
Fiumano che vive in Australia non si vedrà
più bloccata dalle enormi spese postali,
né dovrà trovare un editore in loco: in
pochi minuti, anche i nostri libri (e dunque
i nostri autori e le loro opere) saranno
scaricabili nei computer, nei “kindle”e
negli altri e-reader (lettori digitali), negli
iPad e negli altri “tablet”, negli iPhone e
negli altri “smartphone” di tutto il mondo.
Per non dire che per pubblicare eventuali
traduzioni (croato, sloveno, inglese, tedesco
in primo luogo) non ci sarà più bisogno
di individuare un editore locale (croato,
sloveno, inglese, tedesco – oggi per lo
più disinteressati), ma basterà predisporre
la traduzione che da Fiume sarà vendibile
su tutti i paralleli e meridiani. Ciò ci rallegra.
Ma continueremo, con lo stesso entusiasmo,
a stampare il buon vecchio libro
su carta.
Silvio Forza
16.4.2011
Multiculturalismo come «prodotto»
Quanto conta la cultura istriana a livello nazionale ed internazionale?
Cos’é che la contraddistingue? Quanto si è fatto o si
sta facendo per promuoverla e farla conoscere agli altri? E, non
da ultimo, è in grado, essa cultura, di articolare “prodotti”, tanto
meglio se per l’esportazione?
Sono questi alcuni dei punti cardine intorno ai quali ruota
il progetto “Strategia culturale istriana” varato nel 2009 a Parenzo
dall’Assemblea regionale istriana e discusso, dopo la sua
prima fase evolutiva, in un convegno svoltosi a Pola all’inizio di
aprile.
Ciò che si nota subito è la volontà dell’Assessorato regionale
alla Cultura (guidato da Vladimir Torbica che, tra i collaboratori,
può contare sulla nostra scrittrice Roberta Dubac) di ossigenare
la Strategia, di darle fondamenta, oltre che un senso ampiamente
condiviso, ed evitare che la X (ics, o meglio iks) che si nasconde
nell’acronimo di Istarska Kulturna Strategija non fi nisca
per ridurre tutto in un’ennesima incognita.
Senza voler cadere in autocompiacenti e periferici (quando
non autoterapeutici) paragoni iperbolici e impossibili (Istria piccola
Toscana, Istria ancor più piccola Irlanda), non è blasfemo
sostenere che la cultura istriana possiede delle specifi cità che
possono dare delle valide risposte alle domande poste in incipit:
infatti, essa è riconoscibile ed esportabile almeno in qualche segmento.
Quali? Beh, il patrimonio storico romano, tanto per incominciare.
Anche se non si capisce bene perché all’Università di
Pola non ci sia un corso di laurea in archeologia (gli studenti, tra
l’altro, “danno vita” ad una città), tale patrimonio è certamente
“esportabile”, nel senso che potrebbe essere venduto meglio ai
turisti. Il fatto che le nostre agenzie – in presenza di migliaia di
Tour Operator che vendono gite dal titolo “I castelli della Loira”
oppure “La Firenze rinascimentale” – non siano in grado di articolare
un pacchetto con titolo (“L’Istria romana,”, oppure “Borghi
medievali istriani”, “oppure “Gli affreschi istriani sconosciuti”,
tanto per fare qualche esempio) è un problema che non
va scartato. Esso rappresenta un’ennesima occasione mancata.
Un altro segmento particolare è quello della musica tradizionale
istriana (specie croata, ma anche le bitinade rovignesi) ancor
poco valorizzata. Anche più di mezzo secolo di Festival cinematografi
co avrebbe dovuto partorire l’avvio di qualche corso di laurea
o scuola di specializzazione in cinema in terra istriana.
Tuttavia, l’aspetto saliente della cultura istriana è la sua calligrafi
a plurilinguistica, plurinazionale, dunque pluriculturale. Il
discorso del “multi” istriano, a livello nazionale è stato accolto
(spesso come motivo di scontro piuttosto che di incontro) unicamente
in sede politica. A livello culturale, compresa la cultura pop,
la Croazia vive di una dialettica che si nutre dell’antagonismo tra
Zagabria e Spalato, con tutti gli altri a fare da spettatori. Una ragione
in più perché la Srategia culturale istriana da documento
si trasformi in istituzione (con sede, dipendenti e computer, tanto
per intenderci) affi nché, con un coordinamento multidisciplinare
possa promuovere la locale eccellenza culturale proponendo e riproponendo
il logo “X”. Perché ripetizione è reputazione.
Silvio Forza