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17.12.2011
Pensiero lento o pensiero veloce?

19.11.2011
In fuga dai... cervelli

15.10.2011
Stay hungry stay foolish

17.9.2011
Cultura local, identità global?

18.6.2011
La globalizzazione
a regime

21.5.2011
Carta o e-Book: il libro vive ancora

16.4.2011
Multiculturalismo come «prodotto»


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17.12.2011
Pensiero lento o pensiero veloce?

L’eccesso di overconfidence, vale a dire l’eccesso di fiducia che abbiamo in noi stessi, nelle nostre decisioni, è una caratteristica saliente dell’uomo moderno, del manager moderno, del politico. Insomma di tutti coloro che decidono o a cui abbiamo delegato il compito di farlo chiedendo loro di tutelare i nostri interessi. Queste figure potrebbero essere rappresentate dal nostro delegato in Consiglio comunale, oppure deputato in Parlamento, e perché no, l’impiegato bancario a cui affidiamo e chiediamo consulenze circa i nostri mutui o (chi se lo può permettere) gli investimenti da fare. Ma non sempre, affidandoci a queste persone, compiamo un grand’affare. Infatti, quali sono i criteri in base ai quali noi, ma ciò potrebbe valere anche per gli “altri” prendiamo una decisione?
C’è uno psicologo, Daniel Kahnemann, 77 anni (figlio di ebrei lituani, cresciuto a Parigi ma poi trapiantato negli States) vincitore nel 2002 di un Nobel per l’economia il quale ha pubblicato un libro in cui studia i meccanismi decisionali della mente umana.˝Nell’introduzione al volume il cui titolo originale è “Thinking fast and slow” (sul pensiero rapido e lento) confessa: “ Studio da mezzo secolo i meccanismi decisionali della mente umana, ma non pretendo di saper spiegare alla gente come fare scelte migliori... L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di rallentare: quando si teme di sbagliare, meglio prendere tempo e analizzare di più anziché agire d’impulso. Discutendo, poi, delle scelte fatte con qualcuno di cui ci si fida, la gente nella maggioranza dei casi prende le scelte giuste, ma quando sbaglia è talmente impegnata nel commettere l’errore da non accorgersene. Lo vede più facilmente qualcuno dall’esterno” - dice il professore.
Una vita dedicata alla ricerca ha portato Kahneman a stabilire che dietro al nostro agire quotidiano ci sono due distinti modi di pensare e di prendere decisioni. Il primo è tipo intuitivo rapido, impulsivo basato su associazioni di idee, inconscio. L’altro è di tipo analitico, consapevole, deliberativo... insomma lento. Ciò che ci servirebbe per poterci permettere il lusso di pensare... lento è proprio la coscienza dei nostri limiti e delle nostre vulnerabilità.
Il discorso potrebbe valere per le decisioni che riguardano l’ambito culturale come quello economico. Anzi è proprio in ambito economico che questo modo di fare ha preso piede. Chi, come l’autore di queste brevi riflessioni, ha la brutta abitudine di leggere su Internet i concorsi per l’assunzione di manager bancari, assicurativi, delle imprese di marketing (ma così per sport o se vogliamo per capire dove stia andando a parare il mondo della contemporaneità) si sarà accorto che uno dei requisiti richiesti è proprio la velocità nel prendere decisioni, apprezzata tanto quanto l’autonomia decisionale. Della serie io decido... ma a pagare lo scotto di eventuali perdite sei tu.. colui che mi ha affidato l’incarico.
Ecco, questo è il motivo per cui per il ponte natalizio sarebbe il caso di riflettere un po’ sulla necessità di rallentare, di capire come funziona la nostra mente e in qual modo decidiamo nel nostro piccolo. Le sorprese non mancheranno.

19.11.2011
In fuga dai... cervelli

La fuga dei cervelli è una tra le questioni più complesse e difficili da trattare. Le ragioni di questa difficoltà sono diverse e a volte intrecciate tra loro, ma contribuiscono tutte a far sì che il problema sia spesso oggetto di equivoci, sia involontari che premeditati.
Una prima difficoltà è di tipo definitorio. Che cos’è esattamente la fuga dei cervelli? La definizione di brain drain offerta dall’Enciclopedia Britannica è apparentemente chiara: “l’abbandono di un paese a favore di un altro da parte di professionisti o persone con un alto livello di istruzione, generalmente in seguito all’offerta di condizioni migliori di paga o di vita”.
Nel 1997, un rapporto dell’Ocse sui movimenti di personale altamente qualificato ha messo in luce, all’interno di questi movimenti, tre elementi sostanzialmente nuovi che si sono aggiunti al brain drain per così dire tradizionale, elementi per i quali ha quindi indicato nuove definizioni.
La prima è quella di brain exchange – lo scambio di cervelli – che secondo l’Ocse è il flusso di risorse intellettuali tra un Paese e l’altro. Poi c’è la circolazione dei cervelli, o brain circulation, termine che definisce un percorso di formazione e avviamento alla carriera, in cui ci si sposta all’estero per completare gli studi e perfezionarsi, si trova un primo o un secondo lavoro sempre all’estero e, alla fine, si torna in patria, dove si mettono a frutto le esperienze accumulate.
Infine, l’Ocse evidenzia il nuovo fenomeno del brain waste, lo spreco di cervelli. In questo caso, l’emigrazione non è fisica ma occupazionale: è la perdita delle competenze e vantaggi derivata dallo spostamento di personale altamente qualificato verso impieghi che non richiedono l’applicazione delle cognizioni per cui sono stati formati. In altre parole, un dottore di ricerca in fisica che viene assunto in un ufficio marketing ha forse risolto il suo problema personale di lavoro, ma non sta applicando le competenze apprese a spese del sistema di istruzione nazionale.
Ecco, bisognava arrivare fin qui per chiarire il problema, ma ora è il caso di guardarci addosso, di vedere se e in quale modo questo fenomeno si riflette sulla nostra piccola comunità dei rimasti.
Siamo in tempo di elezioni e di conseguenza la sensibilità nei confronti di questi argomenti è forse di qualche grado superiore rispetto a quella registrata in situazioni ordinarie. Inoltre, siamo nel bel mezzo di una grande crisi economica e anche tutto ciò influisce sul nostro modo di atteggiarci di fronte a problemi sociali e culturali nel cui ambito siamo costretti a destreggiarci. Anche le nostre istituzioni si sono trovate in passato ad affrontare il problema della “fuga dei cervelli”. Più la comunità è piccola più le opportunità di sbocchi professionali sono limitate. Eppure una via d’uscita ci sarebbe. Offriamo a quei professionisti che vorrebbero (ri)entrare le condizioni per farlo. Cerchiamo di cambiare noi stessi per favorire quel clima di creatività, produttività e innovazione necessaria per fare un ulteriore passo avanti. Ne potremmo trarre un duplice guadagno. Solo così potremo sperare nella presenza di una generazione in grado di rinnovare e rinvigorire le nostre caratteristiche identitarie. Siamo disposti a farlo?

Diana Pirjavec Rameša

15.10.2011
Stay hungry stay foolish

Steve Jobs, l’uomo che ha fondato Apple, creato l’iPod, l’iTunes,l’iPhone, l’Pad, cambiando la vita di intere generazioni, ha tenuto qualche anno fa un discorso agli studenti di Stanford proponendo alcuni pensieri su di cui noi oggi, indipendentemente dal luogo dove viviamo o dal lavoro che facciamo, dovremmo soffermarci, riflettere, capire.
La morte di questo genio visionario richiede che almeno per un attimo si ritorni ai suoi pensieri, pensieri che potremmo intendere anche come insegnamento di vita, un messaggio rivolto a tutti coloro che continuano incessantemente a porsi degli interrogativi, pur coscienti che la risposta potrebbe scatenare nuove angosce o aprire nuove lacerazioni della mente.
Ricordiamo Jobs, riproponendo alcuni stralci di quel discorso che testimonia il suo coraggio, la grande energia mentale, la creatività, proiettata tutta al futuro e allo sviluppo del pensare e dell’agire umano. Un Vademecum per chi, come noi, per un certo tempo rimarrà ancora qui.
NON PERDETE LA FEDE: “Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate.... E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi..”.
NON ABBIATE PAURA DI FALLIRE: “Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante.
Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore.”
LA MORTE COME INVENZIONE DELLA VITA: “La morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico, ma è la pura verità.
Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione.
In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario”.
L’AVVENTURA: “Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione.... È stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, presentarono il numero finale...
Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: ‘Stay Hungry. Stay Foolish’, siate affamati, siate folli”.

Diana Pirjavec Rameša

17.9.2011
Cultura local, identità global?

In un mondo sempre più interconnesso, la soggettività individuale e collettiva, a lungo legata al concetto di territorio, non è più rapportabile a questo. L’identità locale infatti sta diventando sempre più “glocal”.
La parola glocal, ha avuto un suo sviluppo negli anni ottanta in Giappone, poi ripresa dal sociologo inglese Roland Robertson e rilanciata da Zygmunt Bauman ma è Edgar Morin a definirla nel senso più compiuto. Morin parla di “un pensiero capace di non rinchiudersi nel locale e nel particolare, ma capace di concepire gli insiemi, adatto a favorire il senso della responsabilità e il senso della cittadinanza”.
La parola coniuga globale e locale, nel tentativo di ammortizzare l’urto della globalizzazione che tende ad uniformare in logiche standard, astratte e disumanizzanti, con le peculiarità, sociali, culturali nonché economiche, delle particolarità territoriali.
La glocalizzazione ha generato una fortissima mobilità di persone, idee e merci che stanno modificando profondamente l’idea di identità e di appartenenza.
Oggi, infatti assume crescente importanza il valore e il vantaggio della relazione, la costruzione, di quella che molti intellettuali della giovane generazione definiscono, la propria “rete”.
Dalle diverse forme di mobilità e dalla caduta del concetto di confine, nascono i nuovi popoli glocali. Sono gruppi di persone che si aggregano in rete e che hanno cominciato a immaginare e sentire le cose in comune, avendo per la prima volta l’opportunità di conoscere e di scegliere possibilità esistenziali e modelli di vita differenti e praticati da altri e altrove.
Non più o non solo popoli nazionali, ma nuovi popoli “glocali” sono il risultato di appartenenze plurime. Sono quelle che vengono definite comunità “di sentimento”, la cui identità non è tanto o soltanto etnica, linguistica o politico-istituzionale, quanto piuttosto culturale e valoriale, e al tempo stesso comunità “di pratica” o “di funzione”.
Nel nuovo contesto scaturito dalla modificazione delle tradizionali forme di identità e di appartenenza, sono nati nuovi gruppi glocali, trasversali rispetto agli stati e ai territori, posti all’intersezione fra il locale delle origini e delle radici e il globale delle funzionalità.
Ma noi qui, piccola minoranza linguistica e culturale cosa c’entriamo con il popolo “glocal”? C’entriamo eccome, ma ne parliamo poco. Non abbastanza. Mentre la rete di “voci e volti dell’Istria” che comunicano sui social network e partecipano alla “vita della rete” è talmente diffusa e ben strutturata da non rappresentare più un gruppo di interesse locale bensì un gruppo “glocal” a tutti gli effetti. Una community nazionale (vicinanza di lingua e identità) che tra breve potrebbe divenire una comunità transnazionale, pur rimanendo fiera della propria identità e del proprio ruolo.
Il futuro è qua. Ce ne siamo accorti?

18.6.2011
La globalizzazione a regime

Finora il genere umano è stato in grado di intuire, notare, produrre e riprodurre in natura numerosissimi fenomeni, sempre importantissimi a tutti gli effetti pratici, fra i quali primeggiano indubbiamente la scoperta e l’unificazione del pianeta e dello spazio cosmico come suo ambiente naturale (fenomeno A), l’unificazione di sé stesso (fenomeno B), e quindi l’unificazione del mondo come suo destino (fenomeno A+B=C).
Questa fu ed è ancora l’opera millenaria alla quale sono preposte tutte le comunità umane sparse sul pianeta e tutte le genialità di questo nostro mondo, filosofiche, scientifiche e artistiche, tecniche e pratiche, passate, presenti e future. Dalla nostra origine in poi, infatti, bisognava sempre scoprire e conquistare i territori di nostra residenza, poi quelli limitrofi, moltissimi dei quali inesplorati, ecc. ecc. (fenomeno A); bisognava quindi unificare le comunità umane che eventualmente li abitavano, il che avveniva di solito criminosamente (fenomeno B); e bisognava infine assicurare alle comunità umane tutte insieme un destino comune vero e proprio, nella libertà e nella dignità generali e universali (fenomeno C). Questi furono e sono ancora processi lunghi e complessi, ancora incompiuti, specie il fenomeno C, che è il più importante di tutti. Furono e sono processi grandiosi anche se lenti, dolorosi, sovente criminosi e sublimi certamente.
Ora però pare che il processo principe – l’unificazione del mondo (fenomeno C) – come del resto il suo stesso fattore, l’uomo, siano diventati improvvisamente scienti. Infatti, oggi l’uomo o chi per lui dice di essere in grado di avviare e governare impeccabilmente ovunque mediante fede, scienza e tecnica, tanto ogni processo naturale, quanto i processi economico-finanziari, politici, etici, insomma sociali e comunitari in genere senza tema di errore alcuno, nella giustizia e nella gioia di tutti i cittadini del mondo. Perciò a questo processo, che il fenomeno C dovrebbe portare al definitivo successo, hanno cambiato pure il nome: non si chiama più “unificazione”, bensì “globalizzazione del mondo”. E siccome, poi, gli atti compiuti finora per farlo diventare “globalizzazione” a tutti gli effetti sono stati veramente numerosi e decisivi – tutto ciò a partire dagli anni ottanta del secolo scorso sia nell’Occidente capitalistico che nell’Oriente ex-comunista, e a tutti i livelli, internazionale, nazionale e locale – questo processo (fenomeno C) è ormai da tempo entrato definitivamente a regime, come ogni altro fenomeno naturale che si rispetti, quando è avviato e funziona normalmente. Bene, ma se questo processo (fenomeno C) fosse veramente avviato bene e funzionasse "normalmente", cioè nel rispetto attento degli equilibri esistenziali e di sviluppo tanto degli individui quanto di tutte le comunità esistenziali umane di questo mondo, noi ne saremmo certamente tutti felici e contenti. E invece non è così! Esso è, sia come processo che come suo regime, miserrimo e dannosissimo per tutte le nazioni del nostro mondo, questo occidentale, per tutti gli stati e tutte le società civili di queste nazioni, per tutte le comunità esistenziali umane delle stesse nazioni, e quindi pure per tutti noi, cittadini del mondo. Qui il governo internazionale della politica economica; i governi nazionali che la impongono e la attuano fedelmente fino alle estreme conseguenze, negative per i nostri popoli, e quindi fino all’assurdità; i partiti politici di destra e di sinistra, ugualmente sradicati dalle masse umane e dalla realtà quotidiana del mondo; e i politici di professione che pensano solo a sé stessi e ai propri congiunti – qui nessuno avverte ancora e non registra affatto il profondissimo malessere universale che domina il mondo, per cui il regime della sua globalizzazione è più vivo e nocivo che mai. Ma non per molto tempo ancora, come stanno a dimostrare i fatti e gli avvenimenti dell’Africa settentrionale, del Vicino Oriente dell’Asia e della stessa Unione Europea (Irlanda, Portogallo, Grecia, Spagna, Italia e Francia).
Qual è dunque il regime internazionale, europeo e nazionale che ordinariamente si impone a tutti gli stati quali organismi governativi delle singole nazioni, e quindi alle società civili di tutte le nazioni, soprattutto a quelle che sono più a rischio di bancarotta? E poi, come mai la bancarotta nella globalizzazione del mondo, per la prima volta nella storia millenaria della nostra unificazione mondiale, si è estesa essa stessa come fenomeno sociale dalle aziende e dalle banche agli stati quali apparati di governo delle nazioni stesse? E, avvenendo cosiffatte bancarotte, chi è che ne risponderà di tanti e tali disastri? E infine, non avendo giammai contratto esperienza alcuna in questo campo, poiché questi fenomeni sociali sono del tutto nuovi, come ne usciranno i popoli colpiti da cosiffatte sciagure?
Tutte queste sono domande alle quali converrà che qualcuno dia pure delle risposte sensate, cioè degne della realtà in cui viviamo.
Non è certo la prima volta che il genere umano sia combattuto da questioni sociali più grandi di lui medesimo. Ma è la prima volta che è obbligato a cercarne le risposte più adeguate senza la speranza di una meta futura precisa, senza la luce dell’illuminismo o del comunismo, ambedue un tempo soli dell’avvenire. L’uomo è ormai nudo e solo, di fronte alla sua razionalità. Qui ed ora egli deve prendere il largo e navigare lo spazio/tempo osservando intorno unicamente il faro rosso della barbarie o quello verde della civiltà. Ma per compiere quest’opera di salvataggio universale del nostro mondo egli deve incominciare finalmente col dire pane al pane e vino al vino, cioè deve chiamare tutte le cose con il loro vero nome, senza nascondere la verità o mentire, ed agire senza ingannare o tradire la propria specie. Amen.

Claudio Deghenghi

21.5.2011
Carta o e-Book: il libro vive ancora

Parlando, anni fa, alla Fiera del Libro di Pola, Umberto Eco, tra varie acute perle di saggezza, disse anche che alcuni oggetti inventati dall’uomo, una volta scoperti e creati, non hanno più bisogno di cambiare forma né funzione. Uno di questi è il cucchiaio, osservò Eco, e un altro è il libro. A noi interessa il libro. L’opinione di Eco è sostanzialmente condivisibile. Infatti, oltre ad avere con il libro un rapporto di fruizione cognitiva - (i contenuti del libro, pedagogici, informativi o ludici che siano, vanno al cervello) che si concretizza nell’acquisizione di saperi e dati che poi eventualmente trasformiamo in opinioni ed emozioni – con esso instauriamo pure un rapporto fi sico, tattile, di appropriazione oggettiva. Il libro, a ben vedere, non riguarda e non occupa soltanto un nostro spazio mentale, ma anche uno fi sico, che spesso disegna gli orizzonti (domestici e lavorativi) in cui ci muoviamo. Esso, nella sua tridimensionalità di “cosa”, può diventare anche bene prezioso, da regalare o ereditare. Insomma, un libro stampato su carta, in cui il pensiero diventa oggetto, ha un peso specifi co che va ben oltre la sua funzione prettamente strumentale di veicolo, di media, di supporto. L’uomo, oltre che sull’intelligenza, fonda la propria presenza e la propria capacità di sopravvivere nel mondo e di cambiarlo anche sui suoi cinque sensi: ed il rapporto tattile e olfattivo che abbiamo stabilito con il libro negli ultimi 600 anni è certamente diventato parte del patrimonio genetico. Dunque, perderlo potrebbe far male alla salute.
Raccontiamo queste cose, sostanzialmente banali ma alle quali spesso non pensiamo, perché proprio in questi giorni è avvenuto un fatto storico e per certi versi rivoluzionario: la vendita del libro digitale, dell’ e-book, nel mese di maggio del 2011 ha superato come quantità, per la prima volta nella storia, la mole di vendite del libro tradizionale raccolto in due copertine. Ci stiamo dunque avviando verso la fi ne del libro tradizionale e dunque Umberto Eco aveva torto? Crediamo proprio di no. Così come l’invenzione dell’automobile ha aumentato esponenzialmente le nostre capacità di spostarci senza condannare a morte la bicicletta, così il libro digitale consentirà di facilitare, aumentare e velocizzare l’accesso alla lettura senza per questo rappresentare la rovina del libro classico. La pensiamo così perché sono fi niti i tempi in cui i libri (cioè fogli di carta rilegati all’interno di due copertine) erano di per sé un “messaggio”, “un prodotto” che in quanto tale valeva almeno quanto il contenuto. Ora invece ci troviamo in una realtà in cui la “scrittura” è soltanto seme (strumentale) originario dal quale crescono “prodotti editoriali” talmente diversi, diversifi cati e diversifi cabili rispetto all’utenza che non consentono più di dire “libro, e sai cosa hai in mano”. In altre parole, alcuni contenuti editoriali (dispense per studenti solitamente a corto di quattrini, guide turistiche sintetiche, testi d’informatica e quelli che necessitano della multimedialità delle immagini e dei suoni, best sellers occasionali e probabilmente anche enciclopedie e compendi vari poiché l’e-book consente la ricerca per parole chiave in tempo reale) fi niranno per la maggior parte su piattaforme digitali: monografi e, guide, opere letterarie ma anche molti testi di studio rimarranno su carta proprio perché la carta consente di annotare, scarabocchiare, di sentire l’odore.
parte di quella necessità di rallentare i ritmi, così sentita da questa nostra società contemporanea che è diventata la società della fretta e dello stress. E il libro digitale nasce dall’utero sociale del “tutto e subito” imposto dalla contemporaneità, che, oltre alla genialità, spesso partorisce anche la demenza. La carta, a quanto pare, potrebbe diventare una bandiera di quella cultura dell’ otium saggio e godereccio che negli anni a venire verrà avvertita come la “fuga inevitabile”, come una nuova Arcadia in cui l’uomo intende riappropriarsi del proprio tempo, di quel tempo che Novecento e Duemila gli hanno rubato e gli stanno rubando in nome del profi tto e della concorrenza.
Ovvio che il libro digitale – oltre che a costare meno – porta con sé molti vantaggi: ne benefi ceranno anche piccole case editrici come la nostra che per vendere un libro ad un istriano del Canada o ad un Fiumano che vive in Australia non si vedrà più bloccata dalle enormi spese postali, né dovrà trovare un editore in loco: in pochi minuti, anche i nostri libri (e dunque i nostri autori e le loro opere) saranno scaricabili nei computer, nei “kindle”e negli altri e-reader (lettori digitali), negli iPad e negli altri “tablet”, negli iPhone e negli altri “smartphone” di tutto il mondo. Per non dire che per pubblicare eventuali traduzioni (croato, sloveno, inglese, tedesco in primo luogo) non ci sarà più bisogno di individuare un editore locale (croato, sloveno, inglese, tedesco – oggi per lo più disinteressati), ma basterà predisporre la traduzione che da Fiume sarà vendibile su tutti i paralleli e meridiani. Ciò ci rallegra. Ma continueremo, con lo stesso entusiasmo, a stampare il buon vecchio libro su carta.

Silvio Forza

16.4.2011
Multiculturalismo come «prodotto»

Quanto conta la cultura istriana a livello nazionale ed internazionale? Cos’é che la contraddistingue? Quanto si è fatto o si sta facendo per promuoverla e farla conoscere agli altri? E, non da ultimo, è in grado, essa cultura, di articolare “prodotti”, tanto meglio se per l’esportazione?
Sono questi alcuni dei punti cardine intorno ai quali ruota il progetto “Strategia culturale istriana” varato nel 2009 a Parenzo dall’Assemblea regionale istriana e discusso, dopo la sua prima fase evolutiva, in un convegno svoltosi a Pola all’inizio di aprile.
Ciò che si nota subito è la volontà dell’Assessorato regionale alla Cultura (guidato da Vladimir Torbica che, tra i collaboratori, può contare sulla nostra scrittrice Roberta Dubac) di ossigenare la Strategia, di darle fondamenta, oltre che un senso ampiamente condiviso, ed evitare che la X (ics, o meglio iks) che si nasconde nell’acronimo di Istarska Kulturna Strategija non fi nisca per ridurre tutto in un’ennesima incognita.
Senza voler cadere in autocompiacenti e periferici (quando non autoterapeutici) paragoni iperbolici e impossibili (Istria piccola Toscana, Istria ancor più piccola Irlanda), non è blasfemo sostenere che la cultura istriana possiede delle specifi cità che possono dare delle valide risposte alle domande poste in incipit: infatti, essa è riconoscibile ed esportabile almeno in qualche segmento. Quali? Beh, il patrimonio storico romano, tanto per incominciare. Anche se non si capisce bene perché all’Università di Pola non ci sia un corso di laurea in archeologia (gli studenti, tra l’altro, “danno vita” ad una città), tale patrimonio è certamente “esportabile”, nel senso che potrebbe essere venduto meglio ai turisti. Il fatto che le nostre agenzie – in presenza di migliaia di Tour Operator che vendono gite dal titolo “I castelli della Loira” oppure “La Firenze rinascimentale” – non siano in grado di articolare un pacchetto con titolo (“L’Istria romana,”, oppure “Borghi medievali istriani”, “oppure “Gli affreschi istriani sconosciuti”, tanto per fare qualche esempio) è un problema che non va scartato. Esso rappresenta un’ennesima occasione mancata. Un altro segmento particolare è quello della musica tradizionale istriana (specie croata, ma anche le bitinade rovignesi) ancor poco valorizzata. Anche più di mezzo secolo di Festival cinematografi co avrebbe dovuto partorire l’avvio di qualche corso di laurea o scuola di specializzazione in cinema in terra istriana. Tuttavia, l’aspetto saliente della cultura istriana è la sua calligrafi a plurilinguistica, plurinazionale, dunque pluriculturale. Il discorso del “multi” istriano, a livello nazionale è stato accolto (spesso come motivo di scontro piuttosto che di incontro) unicamente in sede politica. A livello culturale, compresa la cultura pop, la Croazia vive di una dialettica che si nutre dell’antagonismo tra Zagabria e Spalato, con tutti gli altri a fare da spettatori. Una ragione in più perché la Srategia culturale istriana da documento si trasformi in istituzione (con sede, dipendenti e computer, tanto per intenderci) affi nché, con un coordinamento multidisciplinare possa promuovere la locale eccellenza culturale proponendo e riproponendo il logo “X”. Perché ripetizione è reputazione.

Silvio Forza