ÿþ<HTML> <HEAD> <STYLE> <!-- .nu {text-decoration: none; font-family: courier, helvetica;} .ot {text-decoration: none; font-family: garamond;} --> </STYLE> <STYLE> <!-- A:active {text-decoration: none; color: "blue"} A:hover {text-decoration: none; color: "red"} --> </STYLE> <TITLE>Panorama</TITLE> <meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=iso-8859-1"> </HEAD> <BODY BGCOLOR="#ffffff" TEXT="#000000" link="darkblue" vlink="darkred" alink="darkgreen"> <center> <iframe src="sopra.htm" height="105" width="650" bgcolor="green" marginwidth="0" marginheight="0" vspace="0" hspace="0" frameborder="0" align="middle" scrolling="no" noresize></iframe> </center> <table align=center border=0 width="700"> <TR> <td width="90%" valign="top"> <center> <p> <a href="index.html"><img src="../images/ultimo.jpg" border=0 alt="Panorama - ultimo numero"></a> <a href="archivio.htm"><img src="../images/archivio.jpg" border=0 alt="Panorama - Archivio"></A> <p> <table border=0 width="650"> <TR> <td align=center width="25%" bgcolor="#FFFFCC" valign="top"> <font face=verdana, arial size=4> <b>Il canto del disincanto</b></A><br> </font> <font face=verdana, arial size=2> <u>di Silvo Forza</u> <p> <font face="Arial" color="#000000"><b><u>Archivio</u></b></font>:<br> <a href="../2006/cantodeldisincanto.htm">2006</A>, <a href="../2007/cantodeldisincanto.htm">2007</A>, <a href="../2008/cantodeldisincanto.htm">2008</A>, <a href="../2009/cantodeldisincanto.htm">2009</A>, <a href="../2010/cantodeldisincanto.htm">2010</A> <p> <a href="#100815">15. 8.2010<br>Progresso, sviluppo e turismo «slum»</A><p> </font> </td> <td ALIGN=CENTER width="3%" valign="top"> </td> <td ALIGN=CENTER width="72%" valign="top"> <p> <a name="100815"> <font face=verdana, arial size=2>15.8.2010</font><br> <b><font face=verdana, arial size=3>Progresso, sviluppo e turismo «slum»</font></b><br> <p align=justify> Per i giornali, o meglio, per chi trasforma i fatti in notizie, agosto è da sempre un mese di vacche magre. Con i politici in ferie, l´inondante marea di notizie che essi sono in grado di indurre si ritira dalle colonne dei giornali per lasciar posto al gossip, alla chiacchiera, alla fatua registrazione dei fatti (veri o presunti tali) che capitano ai famosi in vacanza. Spesso, per tappare i buchi, i redattori sono in grado di inventarsi anche casi falsi e falsi allarme, possibilmente di gravità epocale, in modo da catturare bene l attenzione di un lettore che si presume comodamente sdraiato all ombra e dunque potenzialmente distratto. Precisato un tanto, va detto che non assomiglia per nulla ad un falso allarme l insistenza con la quale le testate più importanti del mondo propongono da qualche tempo, anche d estate, il problema della crisi economica: la novità sta nel fatto che questa crisi non viene più analizzata unicamente dal punto di vista delle sue cause interne (essenzialmente tecniche, finanziario-bancarie), ma viene invece inquadrata in un contesto molto più ampio e complesso che comprende non solo, com´è ovvio, la questione della globalizzazione, ma anche l´essenza stessa di un mondo in cui, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la conseguente fine dei regimi comunisti, sembrava che il capitalismo liberale l´avesse spuntata una volta per tutte. Ora, invece, si torna a parlare anche di rapporti di produzione perché, in ultima analisi, riguarda proprio i rapporti di produzione (e di conseguente potere d´acquisto) il problema della delocalizzazione della produzione, fenomeno per il quale la Fiat (tanto per fare un esempio), per abbattere i costi, preferisce produrre automobili in Serbia, dove lo stipendio medio lordo di un operaio non raggiunge i 500 euro mensili, generando in questo modo disoccupazione e precarietà in Italia, il paese originario del marchio. Il paradosso che ne é conseguito é che laddove culturalmente e per benessere precedentemente raggiunto si è abituati a spendere di più (in Occidente), oggi si guadagna di meno perché i datori di lavoro investono (nel senso che versano anche stipendi) nei paesi dove l´abitudine a spendere é inferiore e dove, anche volendo iniziare a spendere, i bilanci familiari non sono in grado di sostenere consumi tali da garantire la tranquillità di chi vende e produce e accumula quei profitti che poi le banche trasformano in crediti per il consumo, andando a chiudere il cerchio magico della grande illusione del benessere capitalista.<br> Per riagganciarci all´incipit di questo commento, a titolo esemplificativo vale segnalare pochi articoli apparsi nella stampa internazionale lo scorso 11 agosto: l International Herald Tribune pubblica un commento di Raghuram G. Rajan, dal titolo  Rebalancing the world economy (Ribilanciare l economia mondiale) in cui scrive chiaramente che i consumatori americani devono iniziare a spendere di meno mentre quelli cinesi dovrebbero spendere di più. Ma più che in questo rimedio palliativo, la vera anima del momento attuale sembra venire a galla in un annuncio pubblicitario pubblicato a pagina 16 e riservato al lancio della 27-esima Oxford Analytical s Conference dal lampante titolo  What is capitalism for (A cosa serve il capitalismo): tutta la criticità attuale si vede in pochi centimentri di carta in cui in alto si afferma che il capitalismo così come lo abbiamo conosciuto é giunto al capolinea, mentre in basso compaiono i logo di società quali Shell (una delle sette sorelle petrolifere) ed Ernst & Young (notissima società di revisioni e consulenze), cioé di due marchi del capitalismo storico, quello che, insomma, va cambiato.<br> Procedendo per letture parallele, si nota che, sempre l 11 agosto, in prima pagina del quotidiano economico francese Les Echos appariva un commento di Corinne Lapage dall´eloquente titolo  Comment faire des économies altrement (Come fare economia in modo diverso) il cui passo saliente è quello in cui si sostiene in pratica il fallimento della visione neoliberista del mercato:  la crisi ha dimostrato la necessità di riservare un ruolo anche allo stato . Ovvio che, per un giornale economico, l urgenza di segnalare l inefficacia dei tagli alle politiche sociali e ai servizi pubblici ai fini del risanamento del deficit, oppure l´appello a riservare una presenza allo stato, si fondano su ragioni prettamente economiche di numeri e di conti. Tuttavia gli stessi appelli possono essere letti anche in modo diverso, caricandoli di una tensione morale per la quale invece di profitto si penserà piuttosto alla crescita in termini di umanità, di giustizia sociale, di equa distribuzione delle ricchezze. Siamo praticamente di nuovo di fronte a quella differenza notata prima di altri da Pier Paolo Pasolini, la diffreneza cioé tra sviluppo e progresso, in cui sviluppo è un fenomeno pragmatico che riguarda industriali ed economisti, mentre progresso coincide invece con una tensione ideale in grado di coinvolgere tutta la gente, gente che vuole non solo più prodotti sugli scaffali, ma anche più istruzione, più cultura, più servizi sociali, più crescita generalizzata.<br> Visto che siamo in periodo di vacanze, concludiamo osservando che la voglia di sviluppo fin qui ci ha sbattuto in fronte anche fenomeni come lo  slum tourism (turismo da bassifondi) sul quale, sempre per l international Herald Tribune, scrive Kennedy Odede, uno che lo ha vissuto a Nairobi in prima persona. Si tratta di quel turismo in cui la gente che vive nel benessere viene a vedere come se la cavano quelli dei bassifondi: a parte la compassione ad effetto che si esaurisce in pochi minuti, quella del turismo  slum è una strada a senso unico, con  loro che scattano fotografie e noi che perdiamo un pezzo di dignità . </td> </tr></table> <iframe src="../sotto.htm" height="30" width="650" bgcolor="green" marginwidth="0" marginheight="0" vspace="0" hspace="0" frameborder="0" align="middle" scrolling="no" noresize></iframe> </center></body></html>